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Fra Pallywood e deliri

Dunque, fra nuove puntate di Pallywood e deliri “eccellenti” un’altra settimana è passata. Difficile assegnare una “palma d’oro” questa volta, i concorrenti in gara sono agguerriti e hanno fatto del loro meglio per mantenere alta la tradizione della notizia inventata e della dichiarazione più disgustosa.

Ma Ban Ki Moon, Segretario dell’Onu, una menzione speciale la merita. Mentre la farsa dei negoziati per la pace in Siria si trascina, inciampando malamente su gli “obiettivi differenti” dei vari partecipanti, con Assad che continua a  spiegare la guerra come un “complotto ordito dall’esterno”, restando abbarbicato nonostante tutto al suo trono, Ban Ki Moon commenta lo stillicidio di omicidi e tentati omicidi che gli israeliani stanno subendo quasi quotidianamente dal settembre scorso: “Gli accoltellamenti, gli attacchi con le auto e le sparatorie da parte dei palestinesi contro i civili israeliani hanno continuato a mietere vittime. . . Tuttavia, come i popoli oppressi hanno dimostrato nel corso dei secoli, è nella natura umana reagire all’occupazione, che spesso funge da incubatore potente di odio e di estremismo “.

Et voilà! Ci voleva tanto a capirlo? E’ nell’ordine naturale delle cose!

La Oxford University Press ha pubblicato uno studio riguardante le più di 2000 dispute territoriali nel mondo, dal 1816 al 1996. Di queste dispute solo il 17% si sono incrementate violentemente fino a sfociare in una guerra nel corso di un anno e solo il 30% nel corso di cinque anni. Non ovunque l’umana natura reagisce allo stesso modo. Quindi forse Ban Ki Moon dovrebbe prestare un minimo di attenzione ad altre cause che non quelle “naturali”? Forse sì. Per esempio agli incoraggiamenti che la società e la politica palestinese hanno incessantemente dato ai giovani, affinché credessero alla bufala antica, già sperimentata con successo da Hajj Amin all’inizio del ‘900, del progetto di distruzione di Al Aqsa. Oppure tenere di conto delle esplicite istruzioni, dedicate ai bambini delle scuole, che illustrano il metodo migliore, scientificamente provato, per portare a buon fine un accoltellamento. Non lo sa questo il signor Segretario generale? Eppure l’ambasciatore israeliano Danny Danon le aveva presentate queste illustrazioni all’incontro delle Nazione Unite nell’ottobre 2015.

 

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Non si ha notizia di bambini ciprioti mandati ad accoltellare civili turchi, né a Cipro né nel mondo. Non si ha notizia di bambini sahrawi che si fanno saltare in bar marocchini, né di indonesiani schiacciati da nativi Papua. Come mai? Forse in questi casi e negli altri 2000 non c’è quell’esasperazione che provano i palestinesi e che funge da “incubatore potente di odio”?

L’altra menzione speciale spetta al presidente francese Hollande. Fra un bombardamento in Siria e i tentativi di eradicare il terrorismo dal suolo francese il presidente ha trovato il tempo per avvertire Israele: “Se i negoziati falliranno ancora una volta, noi riconosceremo lo Stato di Palestina a pieno titolo”.

Ora, a parte che non si sa di quali negoziati parla dato che c’è solo il solito affannarsi di Kerry e degli altri diplomatici, tutti desiderosi di ritagliarsi un pezzetto di merito in un eventuale successo, e non risulta che Abu Mazen si sia deciso a incontrare Netanyahu e riprendere le trattative che ha voluto interrompere diversi mesi fa, riconoscere appieno lo Stato di Palestina che dovrebbe significare signor Presidente? Che confini avrebbe questo Stato? Quale sarebbe la sua capitale? Chi sarebbe il suo Presidente? E i suoi ministri? E quali sarebbero i mezzi di sussistenza di questo Stato?

Ma passiamo a cose più piacevoli: Pallywood su questi schermi, again.

Abu Obeida è il portavoce delle Bridate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, l’organizzazione terroristica che governa la Striscia di Gaza. Aveva da presenziare ai funerali dei “martiri”, quelli che sono morti nel duplice crollo dei tunnel che hanno ricominciato a scavare così, tanto per tenersi in esercizio. E Obeida ne ha approfittato per pronunciare un discorso infiammato contro “l’entità sionista” che rema contro gli onesti scavatori, e l’ha pronunciata la sua arringa dall’alto della torretta di un carro armato Merkavah “sottratto al nemico”… Però il “bottino di guerra” era di compensato e senza cingoli. Se ne saranno accorti i gazawi o avranno fatto finta di nulla, per pietà?

 

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Poi i soliti poveri bambini siriani spacciati per palestinesi, ma questo ormai è un classico:

 

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Oppure si prende una foto di un carro armato israeliano, che si veda bene il Magen David, mi raccomando, e ci si appiccicano dei bambini morti in Afghanistan, ed è fatta:

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Prima i morti non c’erano e ora ci sono. Prima i colori erano quelli di una normale giornata con un po’ di foschia e dopo diventano rosso color sangue

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Che giochetto eh? Chissà come sarà stato fiero l’ideatore di questo lavoretto, ghghgh!!!

Ma mica ci si ferma ai photoshop! Ci sono anche le interpretazioni vivo – live. Terroristi di Hamas si fingono malati per entrare in Israele a bordo di un’ambulanza del Magen David Adom. Ah perché i gazawi malati sono curati in Israele? Eh sì, ma tu guarda!

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Poi? L’evergreen, l’accusa più accusa di tutte, quella del sangue che va avanti ormai dai tempi del “martirio di San Simonino da Trento“: Israele espianta gli organi ai palestinesi. E’ un classico, ma questa volta è stato diffuso da Riyad Mansour, ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite. E L’antidiplomatico la pubblica, con il titolo: Israele continua a espiantare gli organi! CONTINUA! Eh sì, è un vizio che se lo prendi poi non riesci più a smettere.

Le dichiarazioni di Mansour sono state denunciate dall’ambasciatore israeliano Danny Danon, che si è appellato al Segretario Generale Onu Ban-Ki-moon affinché “le Nazioni Unite condannino le infamanti accuse antisemite e l’incitamento all’odio dei Leader palestinesi”.

Scrive l’Osservatorio Antisionismo:

Questa ignobile accusa fu riportata per la prima volta nel 2009 dal giornale svedese Aftonblandet, con un articolo titolato “Rubano gli organi dei nostri figli”, che provocò un incidente diplomatico tra Svezia e Israele.

Donald Boström, noto al pubblico svedese per il suo libro “Inshallah: Il conflitto tra Israele e Palestina” e autore dell’infamante articolo, ha in seguito dimostrato la sua totale mancanza di una qualsiasi etica giornalistica dichiarando a un’emittente radiofonica israeliana: “ad ogni modo se sia vero o no, non ne ho idea, non ho le prove.”

Cioè della solita serie “se non è vero avrebbe potuto esserlo”. Tanto, accusa infamante più o meno chi se ne frega?

Ancora L’Osservatorio:

“Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, la famiglia di Bilal Ghanem, il palestinese ucciso nel maggio del 1992 durante la prima Intifada, e a cui sarebbero stati espiantati gli organi, ha dichiarato di non aver mai riferito al giornalista il fatto da lui riportato. Nell’agosto 2014 anche Time Magazine riporta la falsa notizia, che in seguito verrà ritrattata poiché “completamente priva di fondamento”.

Le fonti che hanno pubblicato le smentite sono diverse: Honest Reporting, The Telegraph, Palestinian Media Watch, Jerusalem Post, l’Algemeiner, fra gli altri.

Gli archivi di Pallywood sono forniti, se non c’è nulla di nuovo si può sfruttare un remake, funziona sempre.

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I bambini assassini

Stamani, 23 gennaio, una ragazzina di tredici anni, Ruqayya Abu, una palestinese di Anata, è uscita di casa con un coltello in tasca, decisa a uccidere e morire. Ad uccidere ci ha provato e non è riuscita. A morire invece sì. Pochi giorni fa un ragazzino di quindici anni ha ucciso Dafne Meir di 38, davanti ai suoi sei figli. Due cugine di quattordici e sedici anni hanno cercato di ammazzare un uomo, uno a caso, con un paio di forbici, nel mercato di Gerusalemme. L’uomo sebbene ferito gravemente non è morto. Una delle due ragazzine sì. Due erano i ragazzini, cugini anche loro, di dodici (!!!) e quindici anni che accoltellarono un loro coetaneo a Pisgat Ze’ev.

Hanno chiamato questi ultimi attacchi terroristici che hanno insanguinato Israele da settembre scorso “Intifada dei coltelli”; sarebbe più giusto chiamarla “Intifada dei bambini”, dato che la maggior parte degli attacchi sono stati compiuti da bambini e adolescenti appena al di sopra dell’età infantile. E’ un orrore nuovo, aver paura del bambino assassino, essere costretti ad uccidere il bambino assassino per non farsi uccidere da lui.

Che cosa sta succedendo?

Nel 2003 il il Dott Shafiq Massalha, uno psicologo palestinese di Gerusalemme est, sosteneva che più della metà dei bambini palestinesi di età compresa tra 6-11 anni sognava di diventare attentatore suicida: “tra 10 anni circa, una generazione omicida raggiungerà la maggiore età, piena di odio e pronta a morire in missioni suicide”. Il dott. Massalha aveva presentato il suo studio sulla generazione che rischiava di diventare assassina sotto forma di un filmato, Semi d’odio, al United Nations North American NGO Symposium on the Question of Palestine, alla sede Onu di New York, nel 1995: “In una società nella quale la legittimazione dei bambini assassini  è diventata una parte della sua ideologia, la comune moralità umana non esiste più. Quali regole morali hanno questi bambini da trasmettere ai loro figli, quando a loro volta diventeranno genitori? ” Nel filmato uomini arabi gridano, tenendo in mano pezzi di organi umani e la voce eccitata di un bambino in background dice: “Mangerò la carne del mio vincitore.”

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“Tutto questo è stato orchestrato abbastanza metodicamente dall’Autorità palestinese”, dice la voce narrante ne film. “Che tipo di governo esorta i suoi cittadini a diventare killer senza compromessi, pur presentandosi al mondo come vittima che lotta solo per la pace? Questa ipocrisia insostenibile non dovrebbe essere tollerata da una civiltà illuminata – ma questa è la realtà di quanto sta accadendo qui e ora “.

Ecco, come spesso accade la società “illuminata” della quale parlava il dott. Massalha nel 1995 finge di non aver mai saputo nulla prima, di non avere avuto sentore di cosa stava accadendo, di non essersi accorta.

Eppure nel 2001 era già apparso uno studio che trattava dei sogni dei bambini palestinesi durante la Prima Intifada e nei seguenti scoppi di violenza. Una bambina di 11 anni sognava di andare in un mercato imbottita di esplosivo, contava fino a dieci e si faceva saltare. Dieci, come gli anni che aveva vissuto.

Il 78% dei sogni registrati erano a soggetto politico e violenti. Il 15% dei bambini presi in esame voleva morire “martire” sull’esempio del “piccolo Al Dura”, il bambino che servì a Charles Enderlin di France2 per montare l’infame falso del suo assassinio a sangue freddo da parte dei soldati dell’IDF e che “ispirò” decine di fatti di sangue, dall’omicidio in suo nome del giornalista ebreo americano Daniel Pearl, in Pakistan, a quello di Mohammed Merah a Toulouse che disse di essersi radicato nei suoi propositi dopo aver visto la fine del “nostro piccolo martire”.

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I “martiri” erano gli idoli dei bambini diceva Massalha. “Mi piacerebbe andare in Paradiso“, un bambino ha scritto. Un altro è stato più specifico: Il 4 maggio, voglio diventare un martire”. Le conclusioni di Massalha a questo suo lavoro furono tetre:

“Ogni esperienza, soprattutto quella fortissima e inusuale, non è mai completamente cancellata“, disse Massalha. Se la situazione continua così com’è, il trauma crescerà. Se si ferma e una nuova realtà prenderà il sopravvento, ci vorrà ancora un sacco di tempo e fatica per superare la diffidenza e l’odio .

Il giornale arabo stampato a Londra, Al-Sharq Al-Awsat, pubblicò nel 2003 un articolo dello psicologo dottor Ahmed Najam A-Din, il quale affermava che i terroristi suicidi hanno una “malattia psicologica”, ed invitava la società araba ad affrontarla come avrebbero combattuto qualsiasi altra malattia.
“Il suicidio è una malattia, e [i capi terroristi] lo utilizzano per fini politici perversi”, ha detto. “Le azioni suicide in aumento, che ricevono sostegno e ammirazione tra i giovani musulmani in generale e tra quelli palestinesi in particolare, sono diventate uno dei nostri fenomeni sociali e psicologici più pericolosi. … ” A-Din disse che “come psicologo, posso dire chiaramente che il profilo psicologico degli assassini suicidi è quella di una persona malata di mente in tutti i sensi.” Invece di essere trattati, ha detto, “ci sono gruppi all’interno delle società palestinese e araba che li incoraggiano non solo a continuare su questa strada, ma anche ad ampliare i ranghi e convincere gli altri a unirsi alla loro ‘malattia’”.

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No, la società araba e quella palestinese in particolare non hanno trattato questo come una malattia, ma anzi l’hanno incoraggiato, portato a esempio, fino a farlo diventare aspirazione sociale. Per una parte dei bambini palestinesi il “rito di passaggio” dall’infanzia al mondo dei grandi è marcato dalla loro attività terroristica, dal loro “coraggio” nel tentare omicidi, dal loro morire. Il padre dell’adolescente che ha ucciso Dafna Meir si è dichiarato “molto orgoglioso di suo figlio”.

Secondo il Coordinator of Government Activity in the Territories (COGAT) “i terroristi non sono motivati dai social media e dalla religione, quanto da ragioni personalifamiliari”. Tra i motivi  scatenanti i così detti lupi solitari”, lo studio del COGAT elenca la violenza domestica e i sentimenti di alienazione, la vendetta per l’uccisione di un amico o un parente e il rifiuto di riconoscere le istituzioni consolidate, come Hamas e Fatah.

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Justus Reid Weiner e Michael Sussman scrivevano nel 2005:

L’idea di shahid (martire) è diventata così radicata nella cultura palestinese che si tratta di un tema importante nell’educazione formale, nei valori della famiglia, nelle pratiche religiose, nelle trasmissioni televisive, nei manifesti, nelle eulogie pre-suicidio, nelle figurine, nelle feste di famiglia, nei film, nella musica, nei giochi e nei campi-vacanza estivi. Uno studio condotto dalla psichiatra ed esperta di Medio Oriente, Dr. Daphne Burdman, ha correlato questa forma disfunzionale dell’educazione infantile con un disturbo di personalità conosciuto come disturbo di personalità narcisistico – considerato un antecedente di comportamento terrorista. Secondo il Dr. Burdman, come risultato di questo “forte attaccamento a sistemi di credenze culturali e ad una varietà di meccanismi psicologici profondi … ci saranno notevoli difficoltà ad invertire la loro propensione nei confronti del terrorismo”. Il tema del martirio è da anni sfruttato dalla Tv dell’Amministrazione Palestinese. Molte delle trasmissioni del palinsesto culturale sono caratterizzate da elementi che glorificano la violenza. È un luogo comune per “emittenti televisive includere canti e danze accompagnate da fotografie di violenza, tutte sottolineando come nobile sia morire per amore di Allah.” In un episodio di un programma educativo palestinese  i giovani ragazzi con braccia alzate cantavano “noi siamo pronti con le nostre armi, rivoluzione fino alla vittoria”.

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Il portale Memri e Palwatch da anni documentano come i soldi dell’Occidente, versati per l’istruzione dei bambini di Gaza e dei Territori, amministrati dall’UNRWA, agenzia dell’Onu, siano spesi in questo folle elogio del martirio. Niente che non sia più che risaputo. E perché gli unici tentativi fatti nell’analizzare questa evidenza risalgono tutti almeno a dieci anni fa? Perché poi è sceso il silenzio, e le uniche voci fuori dal coro sono state sommerse da quella che Shelby Steele ha chiamato “la realtà poetica dell’eterna vittima”?

Scrive Steele:

“Ascoltate il loro linguaggio, è il linguaggio dell’ oppressione coloniale. Il leader palestinese Mahmoud Abbas sostiene che i palestinesi sono stati occupati per 63 anni. Il termine oppressi è costante, abusato. In questo, c’è una verità poetica, simile alla licenza poetica, una verità poetica di uno scrittore che piega i ruoli per essere più efficace. Vi darò un esempio di una verità poetica che viene dal mio gruppo, i neri americani. Prendiamo le seguenti rivendicazioni: l’America è una società profondamente, irriducibilmente razzista. Potrebbe non essere così evidente oggi come lo fu in passato. Tuttavia, è ancora oggi strutturalmente e sistemicamente presente, e impedisce di realizzare il sogno americano.

Per contraddire questa affermazione, si possono presentare prove che suggeriscono che il razzismo in America oggi si trova circa al 25° posto nella lista dei problemi dei neri americani. Si può raccontare una delle grandi storie taciute d’America, vale a dire la crescita morale e l’evoluzione distanti da questo problema. Questo non significa che il razzismo sia completamente spento, ma che non impedisce il progresso di un nero negli Stati Uniti. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario. Tuttavia, questa affermazione è ancora centrale nell’identità del nero americano – l’idea che siamo vittime di una società fondamentalmente, incurabilmente razzista.

Verità poetiche come questa sono meravigliose perché nessun fatto e nessuna ragione potrà mai penetrarle. I sostenitori di Israele sono di fronte ad una verità poetica. Si continua a colpirla con tutti i fatti. Continuiamo a colpirla con l’ovvia logica e con la ragione . E siamo talmente ovvi e talmente nel giusto da supporre che questo abbia un impatto che invece non ha.

E perché no? Perché queste narrazioni poetiche, queste verità, sono la fonte del loro potere. Concentrandosi sul caso dei palestinesi, che sarebbero stati se non fossero vittime della supremazia bianca? Sarebbero solo povera gente medio orientale. Sarebbero rimasti indietro. Indietro rispetto a Israele in ogni modo. Quindi questo racconto è la fonte del loro potere. È la fonte del loro denaro. Il denaro proviene da tutto il mondo. E’ la fonte della loro autostima. Senza di essa, sarebbero stati in grado di competere con la società israeliana? Avrebbero dovuto affrontare la loro inferiorità nei confronti di Israele – come la maggior parte delle altre nazioni arabe, avrebbero dovuto affrontare la loro inferiorità ed esserne responsabilizzati. L’idea che il problema sia Israele, che il problema siano gli ebrei, protegge i palestinesi dal dover affrontare tale inferiorità e di fare qualcosa per superarla. L’idea palestinese di essere vittime significa per loro più di ogni altra cosa. E’ tutto. E’ il fulcro della propria identità ed è il modo con il quale si definiscono come esseri umani nel mondo. Non è una cosa folle. I nostri fatti e la nostra ragione non riusciranno a penetrare facilmente tale definizione o fare alcun passo avanti.”

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Com’è possibile che il mondo occidentale abbia accettato questa “narrazione dell’eterna vittima” e l’abbia anzi incoraggiata, alimentandola con cospicui aiuti in dollari, fino a che è diventata parte integrante di una cultura? Com’è possibile che sia stato pienamente accettato il “martirio” dei bambini e addossato esclusivamente a fattori di povertà e all'”occupazione”? Come è possibile che l’Occidente abbia accettato questo modo di rivendicazione?

Alan Krueger si è a lungo interrogato in merito al terrorismo e alle sue matrici.

Nel 2002, insieme a Jitka Maleckovascriveva :

“Che l’investimento nell’istruzione sia fondamentale per la crescita economica, il miglioramento della salute, e il progresso sociale è fuori discussione. Che la povertà sia un flagello che gli aiuti internazionali e i paesi industrializzati dovrebbero impegnarsi a sradicare è anche questo fuori discussione. Non vi è dubbio che il terrorismo sia una piaga del mondo contemporaneo. Ciò che è meno chiaro, tuttavia, è se la povertà e il basso livello di istruzione siano le cause profonde del terrorismoQualsiasi connessione tra la povertà, l’educazione, e il terrorismo è indiretta, complicata, e probabilmente molto debole. Invece di considerare il terrorismo come una risposta diretta alle basse opportunità di mercato  o alla mancanza di istruzione, consigliamo più precisamente di leggerlo come una risposta alle condizioni politiche e ai sentimenti, protratti nel tempo, di umiliazione e frustrazione (percepita o reale) che poco hanno a che fare con l’economia… Il falso collegamento tra terrorismo e povertà serve solo a distogliere l’attenzione dalle vere radici del terrorismo.”
L’istruzione, certo. Ma se i canali preposti alla formazione sono gli stessi che incitano al jihad e al martirio?

Scrive Bassem Tawil, attivista palestinese per i diritti umani:

“Mandano i minori a fare il loro lavoro sporco , ben sapendo che probabilmente saranno uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Come possiamo giustificare noi stessi? Come abbiamo permesso che accadesse questo dei buoni sentimenti che Allah ci aveva dato? Che fine ha fatto il nostro senso morale? E’ straziante vedere come questi ragazzi siano trasformati in scarti di nessun valore. Sono bambini sacrificati cinicamente da una leadership cinica, che promuove una cultura oscura di omicidio e di morte. Se i palestinesi hanno davvero  scelto di combattere Israele, perché mandano i bambini a combattere una “guerra santa” invece di combatterla da soli, come fanno gli uomini? Nulla di buono è venuto – né verrà – da queste morti da entrambe le parti. La situazione di Al-Aqsa è “migliorata?” Ora non c’è più “pericolo?… La società palestinese sembra regredire verso l’epoca oscura della jahiliyyah, prima che l’Islam ci  portasse la luce. Invece di educare i nostri figli, come fanno in Occidente, a far parte della generazione futura, seguiamo gli esempi dell’Africa più buia, dove i bambini sono armati con Kalashnikov e mandati a uccidere altri bambini. Siamo diventati niente di meglio degli iraniani, che inviavano i  bambini, armati di “Chiavi del Paradiso” di plastica a smantellarei campi minati,  durante la guerra Iran-Iraq. Questi non sono “crimini di guerra”?”

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L’11 giugno 2012, il Palestinian Media Watch denunciava due ONG palestinesi per incitamento all’odio e alla violenza anti-israeliana e antisemita, in programmi per bambini: Burj Luq-Luq Social Center Society, co-finanziato dal ministero palestinese della Gioventù e dello Sport, dalle Nazioni unite, dal Consolato di Francia a Gerusalemme, dall’Unione delle Istituzioni italiane, dall’Agenzia di sviluppo Svizzera, dall’Unesco, ecc. e PYALARA, finanziato dall’Unione europea o “Save the Children” , hanno presentato dei terroristi, alcuni dei quali “shahid” (bombe umane), come modelli da seguire. Un sito è stato chiuso e « Save The Children » ha aperto un’inchiesta. Ma che fanno gli altri donatori? “Il fumo non ci aiuta a diventare uomini, come molti credono, Gerusalemme non ha bisogno di giovani che tengono sigarette. Ha bisogno di uomini che tengono mitragliatrici. “Gerusalemme, dove, dice un pupazzo,” vengono uccisi i nostri giovani dagli ebrei.” Con questo video, che mostra uno spettacolo di burattini per bambini, pubblicato sul suo sito web, la ONG Burj Luq Luq Social Center Society, i cui obiettivi dichiarati sono quelli di aiutare i giovani palestinesi in difficoltà, commette due volte  prevaricazione: da un lato  incoraggia i bambini a odiare gli ebrei e Israele, dall’altro, li sprona a combattere con le armi in mano, mettendo la loro vita a rischio.

 

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Perché l’Occidente inorridisce dei bambini killer di Daesh e sponsorizza invece l’addestramento e l’indottrinamento di quelli palestinesi?

Ancora Weiner e Sussmann:

“Nel sistema scolastico palestinese, i libri di testo che venerano l’odio per Israele e per gli ebrei, e glorificano la morte nel jihad, sono anche una delle principali fonti di incitamento. Un libro di testo per il settimo grado afferma: “Il musulmano sacrifica se stesso per la sua fede, e  si impegna nel jihad per Allah. Non vacilla  perché sa che la sua morte come shahid sul campo di battaglia è preferibile alla morte nel suo letto.”.  Un testo di lettura per il decimo grado: “i martiri combattenti nel  Jihad sono le persone più onorate, dopo i profeti.”

Anche prima che la violenza scoppiasse nel 2000, un giornalista del New York Times aveva osservato come i campeggi estivi palestinesi mettevano in scena il rapimento di leader israeliani, lo smontaggio e il rimontaggio di fucili d’assalto Kalashnikov, e insegnavano a compiere agguati. Ai giovani partecipanti erano date uniformi mimetiche e imitazioni di fucili. Sfilavano in formazione militare e strisciavano sulla pancia attraverso gli ostacoli.”
Si chiamano campi paramilitari. Ne abbiamo documentazione da anni: foto, reportage, filmati… Perché si è finto di non sapere?

 

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La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del Bambino afferma: “il bambino per lo sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un clima di felicità, di amore e di comprensione.” L’Amministrazione Palestinese ha chiaramente violato questa norma quasi universale.
Nonostante la negligenza della comunità internazionale nell’affrontare questi abusi sui minori alcuni, coinvolti nel lavoro sulla salute mentale dei bambini,  hanno preso una posizione e fatto alcune raccomandazioni per limitare gli effetti dell’incitazione all’interno della società palestinese. Anche se un articolo intitolato “Come i media influenzano la concezione dei bambini suicidi” non condanna l’incitamento anti-israeliano / antisemita diffuso attraverso i media, esso raccomanda che i bambini palestinesi possano ricevere spiegazioni per distinguere tra fantasia e realtà, e imparare le ramificazioni sociali ramificazioni del comportamento violento, la mancanza di efficacia del raggiungere i propri  obiettivi attraverso comportamenti violenti, e le alternative alla violenza.

Nel ” The Child Soldiers Global Report” sono stati monitorati 194 paesi e documentato l’uso odierno dei bambini soldato. Ironia della sorte, il modello palestinese della propaganda è stato lasciato fuori e Israele è invece stato condannato.
Un ostacolo importante alla risoluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese resta l’indottrinamento dei bambini a fini politici nel jihad. 

Tante domande, tante evidenze nascoste o minimizzate, tanta tristezza di fronte a una generazione che si sta perdendo. Chi mai aiuterà i bambini palestinesi a disintossicarsi dall’odio che li ha nutriti fin dalla nascita?

Le Ong contro Israele, un settore che non conosce crisi

La genesi e lo sviluppo delle Ong “specializzate” nella difesa dei diritti dei Palestinesi (o che almeno così si definiscono) “causa” che coincide sempre, ovviamente, con la condanna di qualunque governo israeliano, è affascinante.

Il loro numero, tra quelle “operanti” in Israele, nei Territori e poi nel mondo, è talmente elevato ed in continua crescita da aver richiesto degli studi specifici e dei database che si arricchiscono di sempre nuovi risultati. Sono coccolate, sono chiamate a redigere documenti Onu, senza contraddittorio, i loro report sono sempre presi per oro colato, almeno finché qualcuno di buona volontà non si mette a smontarli punto per punto e anche in quel caso ciò che resta impresso nella memoria dell’opinione pubblica è il loro punto di vista iniziale, non certo la smentita. Israele si estende per 22.072 km, comprese Gerusalemme est e le Alture del Golan; i Territori palestinesi, Gaza compresa, occupano un’area di 6220 km. Questo grafico illustra le proporzioni delle Ong impegnate in Israele e nei Territori e quelle nel resto dei Paesi del Medio-Oriente.

 

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Sono affascinanti e misteriose queste Ong, delle quali non si sa mai abbastanza, né in merito all’entità dei loro finanziamenti né all’identità dei donatori. E come sappiamo, l’aver pensato ad una legge che le obblighi a dichiarare i loro finanziamenti esteri ha scatenato le loro ire e ha dato loro l’estro per poter trionfalmente “dimostrare” quanto sia censorio e razzista lo Stato di Israele.

Però è sempre interessante dare uno sguardo più da vicino all’argomento del quale ci si interessa; NGO Monitor ha pubblicato il Rapporto annuale 2012-2014 in merito a Ong e “gruppi di pressione” che hanno per focus Israele e Palestinesi. E’ un lavoro impegnativo, vediamone alcune parti.

Cominciamo dal gruppo +972 Magazine, un blog nato nel 2010 che si avvale dei contributi di scriventi da Israele ma anche dall’America. Si descrivono come una rivista che ha: “un ethos giornalistico non ortodosso: tutti i blogger della rivista hanno completa libertà di scrivere ogni volta che vogliono e quello che vogliono.” Naturalmente questo loro ethos non ortodosso lo dimostrano spesso. Il loro linguaggio è quello classico della delegittimazione: apartheid, razzismo, pulizia etnica, confisca, e così via. Per esempio difendono a spada tratta Ezra Nawi che chiamano “prominente attivista anti-occupazione”. Noam Sheizaf, redattore capo della rivista, chiamava Gerusalemme “città di apartheid” e gratificava chi gli muoveva delle critiche dell’appellativo di “KKK ebraico“. Per loro Netanyahu violenta Obama:

 

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Ovviamente sostengono il boicottaggio dei prodotti israeliani, tutti. Collaborano strettamente con Electronic Intifada, e già il nome dovrebbe essere sufficiente a descriverli. Certo nulla di nuovo, nulla che non sia già stato visto e digerito ma un blog di questo genere, talmente schierato e parziale da dichiararlo con orgoglio e che comunque per diffusione e influenza non è minore di un quotidiano accreditato, deve essere sponsorizzato da uno Stato europeo? Un magazine così smaccatamente anti-israeliano deve ricevere finanziamenti pubblici da uno Stato estero? Sì, li riceve, dalla Germania: 164500 NISn una cifra non irrisoria in Israele. Perché la Germania ha interesse a finanziare un blog di questo tipo? E comunque sono i “parenti poveri” nella galassia delle Ong miliardarie.

 

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Andiamo avanti. ACRI, Association for Civil Rights in Israel, fondata nel 1972, di base a Tel Aviv ma con sedi a Be’er Sheva e Nazareth. Manco a dirlo anche loro esistono per promuovere “diritti umani, libertà civili, eguaglianza” ecc. L’Onu si serve dei loro report, incontrano funzionari pubblici e diplomatici. E la solita solfa: accuse di razzismo, apartheid, punizioni collettive, e tutto il trito e tristo solito bagaglio di terminologie diffamatorie. Sono quelli che hanno montato la campagna contro la legge Prawer-Begin che proponeva una collocazione della popolazione beduina del Negev più consona per cittadini israeliani a pieno titolo quali sono. Beduini che fra l’altro avrebbero anche accettato in maggioranza e di buon grado di avere elettricità, acqua corrente e scuole. Si opposero alla messa al bando dei simboli nazisti dichiarando che ” La questione della legittimità sociale del simbolismo dell’olocausto nel discorso politico e pubblico è grande questione che merita di essere pienamente e liberamente diffusa e discussa tra il grande pubblico.” C’è da notare che in questo Stato così oscurantista, repressivo, fascista, associazioni che apertamente lo accusano sono libere non solo di continuare a farlo, ma di mettersi in tasca diversi soldoni privati e pubblici. Non male per un regime eh? E ACRI di appoggi ce ne ha e tanti. Li finanziano, sempre parlando di Stati esteri e lasciando perdere i privati: Inghilterra, Svezia, Norvegia, Olanda, America, Unione Europea, Germania, Danimarca, Svizzera, Nazioni Unite; moltissimi finanziamenti statali passano dalle Chiese di tutta Europa, con Diakonia in testa. Le cifre questa volta sono da capogiro: 164.589.120.326! Roba da bilancio statale.

 

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Adalah, anche loro mirano ai Beduini, ma non solo. Durante la guerra di Gaza 2014, Adalah ha presentato una comune dichiarazione scritta, insieme ad altre Ong, il 22 luglio, al UNHRC , accusando Israele di “prendere di mira i civili“, il che potrebbe costituire gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e del diritto penale internazionale e potrebbe configurarsi come crimine di guerra e crimine contro l’umanità.” Invitano l’UNHRC a “ condannare la deliberata, sistematica e diffusa pratica di mirare ai civili palestinesi” e chiedono di “stabilire una commissione d’inchiesta internazionale indipendente, con il mandato di individuare e indagare su tutte le violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario commessi nel contesto dell’operazione Protective Edge nella Striscia di Gaza.

Loro li finanziano: Svezia, Spagna, Belgio, Inghilterra, Unione Europea, Onu, Svizzera, Danimarca, Olanda (in modo massiccio), Germania. Molte Chiese europee. Il totale dei loro finanziamenti in due anni è di 8.029.585 NIS. Non male, affatto. Diciamo un appartamento di lusso a Tel Aviv centro.

 

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Bimkom, promuovono “I valori della giustizia sociale, del buon governo, l’uguaglianza e la partecipazione della comunità” per avanzare “nello sviluppo di politiche e pratiche di pianificazione che siano più giuste e rispettose dei diritti umani, e che rispondano alle esigenze delle comunità locali.” Presentarono una dichiarazione alla Commissione Goldstone (30 giugno 2009), nella quale non c’era traccia dei crimini di Hamas ma che accusava Israele di violazione dei diritti umani.  Nel documento Bimkom e le altre Ong sostenevano la tesi de “l’operazione punitiva, il cui scopo principale non era il raggiungimento di obiettivi militari reali, ma l’infliggere danno intenzionale come deterrente e misura punitiva

Bimkom sono sostenuti da Unione Europea, Svezia, Olanda, Svizzera e Danimarca, Norvegia, Inghilterra, Francia, Irlanda, Germania, Spagna e Belgio, per un totale di 1.0229.493 NIS; buono!

Di Breaking the Silence sappiamo quasi tutto, quasi perché ciò che resta misteriosa è l’identità dei militari ed ex-militari che accusano l’IDF delle peggiori nefandezze. E’ fra le top ten delle Ong più sostenute, moralmente ma anche finanziariamente, dall’Europa. Ricevono soldi da tutti gli Stati Europei, molti dei quali tramite le Chiese locali.

B’tselem, altra diva fra le Ong, ha al top dei suoi donors gli Stati Uniti, tramite le varie Chiese, ma riscuotono anche dal Foreign and Commonwealth Office – UK, dalle Commissioni Europee, dall’Ambasciata Norvegese, dalla Svezia tramite la Diakonia già nominata sopra, dal Consolato di Francia, dalla Chiesa scozzese, dalle Nazioni Unite, dall’Unicef, dalle Chiese danesi, dalla Chiesa Irlandese. Anche B’tselem è molto conosciuta ma le sue imprese meritano un capitolo a parte e qualcosa si può leggere QUI e QUI

 

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Insomma, vale la pena di leggerselo tutto il rapporto di NGO monitor, dal quale si può trarre un buon auspicio per il futuro: in un’epoca di crisi economica, di licenziamenti, di disoccupazione, di tasse e balzelli ormai diventati l’incubo quotidiano delle famiglie, c’è un settore che non è mai in crisi ma che anzi, continua a fare affari un anno dopo l’altro, quello delle ONG contro Israele.

Barghouti è un assassino, non il Mandela arabo

Reporters sans Frontière organizza per il 27 gennaio,  in collaborazione con il quotidiano Libération, un’asta di beneficenza per finanziarsi; dove? A Parigi. La mostra avrebbe messo in vendita alcune prime pagine di Libération, rivisitate da artisti.

Fra le altre, la prima pagina di un numero del 2004  annunciava il funerale di Yasser Arafat, con una kefiyah e la scritta “E ora?” interrogandosi su quale esponente palestinese avrebbe  potuto succedergli. L’artista Ernest Pignon-Ernest ci ha aggiunto un ritratto di Marwan Barghouti con la didascalia: “Quando nel 1980 feci il ritratto a Mandela mi dissero che era un terrorista.”

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L’Ambasciata israeliana in Francia lo ha ritenuto inaccettabile, ed ha chiesto che la copertina non fosse esposta. La casa d’aste ha ritenuto fondata la richiesta ed ha tolto il ritratto dalla vendita. Reporters sans Frontières per protesta ha ritirato tutte le altre “opere” esposte. Il quotidiano Le Monde chiama “censura” l’accaduto e sottolinea l’ironia del fatto che proprio una censura abbia interrotto una raccolta di fondi in favore della libertà di espressione. Precisa che mai, in passato, l’esposizione di opere di artisti come Jacques Villeglé, Laurent Grasso, Tania Mouraud, Robert Combas, Jean-Michel Alberola, Jean-Michel Othoniel, Invader, Zevs, Nils-Udo,  Joana Hadjithomas & Khalil Joreige abbiano subito un simile trattamento e descrive Marwan Barghouti come “figura emblematica”, laica (è sempre utile sottolinearlo, come mettesse al riparo da ogni sospetto) che lotta da sempre per “il ritiro completo di Israele dai territori occupati nel ’67”.

 

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Chi è questa “controversa e laica” figura di combattente? Barghouti è nato a Ramallah nel 1959 e fin da giovanissimo entra a far parte di Fatah. A 18 anni il primo arresto. Partecipa alla prima intifada del 1987. E’ espulso in Giordania e torna in Israele dopo gli accordi di Oslo, nel 1994.

Nel 2000, la sera prima della famosa “passeggiata” di Sharon al Monte del Tempio, ottusamente considerata dall’Occidente la causa della seconda intifada, come fosse possibile organizzare “spontaneamente” un evento del genere, Marwan Barghouti apparve nella sua veste di capo del gruppo armato Tanzim, alla televisione palestinese, annunciando l’inizio della seconda intifada. La moglie di Arafat, Suha, lo confermò il 16 dicembre 2012, alla tv di Stato di Dubai: “La seconda intifada era stata preparata da mesi, da Arafat” e da Barghouti che in diverse occasioni aveva cercato di accusare Arafat di voler “normalizzare” i rapporti con Israele.

 

Nel 2004 Barghouti è condannato all’ergastolo per cinque omicidi compiuti direttamente e come ideatore e pianificatore della seconda intifada. Nell’attacco da lui condotto nel giugno 2001 a Ma’ale Adumim restò ucciso un monaco greco; compì personalmente l’attacco del 2002 a Givat Ze’ev, ad una stazione di benzina, quello al ristorante del mercato del pesce di Tel Aviv nel marzo 2002, dove rimasero uccise tre persone, e un attacco con un’auto bomba a Gerusalemme.
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Questo è colui che “l’artista” aveva paragonato a Nelson Mandela e che Le Monde chiama “controversa figura”. Terrorista signori, Barghouti è un terrorista.
Per i dettagli della biografia e della condanna QUI e QUI

Il senso della UE per il ridicolo

Dunque, che c’è di nuovo sul “fronte occidentale”? Non gran cosa, tutte le peggiori previsioni in merito al futuro dell’Europa sembrano avverarsi puntualmente. La crisi economica ha fatto stare con il fiato sospeso per la sorte della Grecia e di conseguenza per tutta la zona euro; ora non se ne parla più, sotterrata dall’emergenza rifugiati, diventata lo spettro quotidiano intorno al quale si vanno a infrangere gli intenti costitutivi:

” L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori, enunciati nell’articolo I-2, sono comuni agli Stati membri. Inoltre, le società degli Stati membri si caratterizzano per il pluralismo, la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà e la parità tra uomini e donne. Tali valori svolgono un ruolo importante, e soprattutto in due casi concreti. In primo luogo, il rispetto di questi valori è una condizione preliminare per qualsiasi adesione di un nuovo Stato membro all’Unione secondo la procedura enunciata all’articolo I-58. In secondo luogo, la violazione di tali valori può comportare la sospensione dei diritti di appartenenza di uno Stato membro all’Unione (articolo I-59). ”

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Le ultime “crisi” hanno, fra l’altro, messo in luce come il concetto di democrazia possa essere interpretato in modo diverso a seconda che lo si intenda dall’Europa Occidentale o da quella Orientale: Paesi come l’Ungheria e la Polonia per esempio, non vedono in contrasto con il concetto di democrazia l’accentramento dei poteri nelle mani di un partito solo, il controllo censorio di stampa e media, il controllo della magistratura. E questo è già un bel problemino da affrontare per un’Europa Unita che si impegnava a essere

«aperta a tutti gli Stati europei che rispettano i valori dell’Unione di cui all’articolo I-2». Rispetto alla versione preesistente, il suddetto articolo include tuttavia alcuni criteri supplementari, che comprendono anche la dignità umana e l’uguaglianza, nonché i diritti delle persone appartenenti a una minoranza. Inoltre, tale articolo precisa come le società degli Stati membri debbano essere caratterizzate «dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini ».

Ma è sulla “questione” dei rifugiati, sulle misure da adottare per proteggersi o per accogliere che la rottura è totale. L’Europa dell’Est ha continuato a battere cassa anche solo per permettere ai rifugiati di transitare sul proprio territorio, vedi la Macedonia; altri Paesi, come l’Ungheria per esempio, si sono sigillati all’interno dei muri che hanno eretto alla bisogna. Chiusi i confini con Serbia e Croazia, chiuso il confine con la Slovenia: alto quattro metri, lungo 175 km il muro tra l’Ungheria e la Serbia, 102 km quello con la Slovenia. La Bulgaria ne sta costruendo uno di 82 km per chiudere il confine con la Turchia.

La Croazia ha chiuso i valichi con la Serbia ed ha sospeso il servizio ferroviario con Zagabria quando si è accorta che i rifugiati ripiegavano sui suoi confini dopo essere stati scacciati altrove.

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In Germania invece li hanno accolti con fiori e peluche per i bambini, dolci e abbracci ma è bastato l’incidente di Colonia per cambiare immediatamente le carte in tavola. Ora a Colonia e in tutta la Germania se hai la pelle un po’ più scura rischi il pestaggio “Su Facebook hooligans hanno lanciato una “caccia all’uomo nel centro di Colonia” e ieri notte effettivamente nel piazzale della stazione, dove la notte del 31 si erano verificate le aggressioni, gruppi di teppisti si sono scatenati contro siriani e pachistani.”

E poi la crisi, che non è passata di certo, non è scampato il pericolo, non è aumentata miracolosamente l’occupazione e dopo il braccio di ferro della Grecia anche altri Stati, per esempio l’Italia, cominciano a chiedere a Berlino “flessibilità”. E da non dimenticare la paura terrorismo che dopo i fatti di Parigi è diventata qualcosa di più che una paranoia senza fondamento. Ormai gli Europei vivono in una situazione “israelizzata”: check point, polizia in assetto di guerra per le strade, porte blindate, cancellazione di eventi pubblici “a rischio”; la Francia ha istituito lo “stato di emergenza”, mai più utilizzato da dopo la guerra in Algeria, che in pratica autorizza la detenzione amministrativa e l’intervento della polizia e dell’esercito senza bisogno del mandato del magistrato. Agli Europei sta succedendo proprio quello che agli Israeliani succede da decenni, e stanno reagendo proprio nella stessa maniera che hanno finora condannato da parte di Israele.

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“Vuoi vedere che finalmente in Europa si sono resi conto? Che ora manifesteranno solidarietà a chi vive la stessa situazione da sempre? ” Ma non diciamo sciocchezze per favore! Che cosa preoccupa l’Europa più di qualunque altra emergenza? Che cosa spinge i rappresentanti europei a riunirsi per emanare le loro indignate “raccomandazioni”? Vediamo… forse hanno deciso una serie di richieste da presentare all’Iran in merito ai diritti umani violati? Forse hanno deciso che la condizione preliminare per i rapporti commerciali con l’Iran, che scalpitano di poter finalmente condurre alla luce del sole, dopo averli portati avanti “en cachette”, a causa delle sanzioni, sia dare conto dei duemila detenuti impiccati in due anni, in esecuzioni pubbliche e quasi tutti uccisi a causa della loro dissidenza con il regime? O pretenderanno che gli ayatollah smettano di finanziare il terrorismo mondiale? No, no non ci siamo. L’Europa ha una sola e unica ossessione: ISRAELE. Solo lo Stato ebraico può spingerli a “lavorare”, solo Israele è la spina nel fianco europeo che toglie il sonno e l’appetito.

E quindi ecco qua:

Conclusioni del Consiglio sul processo di pace in Medio Oriente-
Conclusioni del Consiglio (18 gennaio 2016), il nuovo capolavoro partorito dalla Ue, perché una volta che si è preso un impegno si deve portare avanti. E mica qualcuno avrà pensato che si potessero accontentare della doppia etichettatura vero? Ma vediamolo questo monumento all’ipocrisia europea:
1. Il Consiglio nutre profonda preoccupazione per le gravi perdite di vite umane verificatesi negli ultimi mesi in Israele e nel territorio palestinese a causa della perdurante spirale di violenza.
Oh! Si sono perse delle vite umane! E dove? E come? Ah ma certo! In Israele, a differenza dell’Europa, il terrorismo prende il nome di “spirale di violenza”. Ecco, giusto! E’ una spirale, un gorgo che se per disgrazia ci finisci dentro perdi le vite umane. Non si chiamano assassinii, accoltellamenti, schiacciamenti, incitazione all’odio, no! E’ una spirale, un vortice, un evento.
L’UE rammenta la particolare importanza dei luoghi santi e invita a mantenere
lo status quo introdotto nel 1967 per il Monte del Tempio/Haram al-Sharif, in linea con le precedenti intese e con riguardo al ruolo speciale della Giordania.
Ovvio! I “luoghi santi” sono in pericolo e la UE non riposa bene al pensiero. Quindi, che resti tutto come è stato finora, così per esempio
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2. L’UE esorta tutte le parti ad astenersi da azioni che possano aggravare la situazione mediante istigazione alla violenza o provocazioni e invita le parti a condannare gli attacchi al loro verificarsi e ad attenersi rigorosamente ai principi di necessità e proporzionalità nell’uso della forza.

Ma sì, “l’uso della forza” che senso ha di fronte a continui attacchi terroristici? E mica si pretende di fermarli gli attentati! Basta che li si condanni. Ecco, che continuino pure ad accoltellare, che non sia usata la forza per fermarli, ma siano verbalmente condannati. E non istigate cribbio! Ma chi istiga?
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Per la UE poi esiste UN fatto rilevante e UN responsabile: la strage di Duma e i “coloni”. Gli omicidi di Duma hanno orripillato l’intera Israele, ma non sono stati gli unici spargimenti di sangue. L’ultima vittima, la ventottesima, era una donna, Dafna Meir, uccisa a sangue freddo nella sua casa, davanti ai suoi sei figli, da un quindicenne, il padre del quale si è detto orgoglioso di quanto compiuto dal figlio. Dopo mesi di indagini serrate lo Shin Bet ha arrestato un gruppo di persone accusate degli omicidi della famiglia Dawabsh. Non si conoscono arresti dell’Autorità palestinese in merito a tutti i fatti di sangue compiuti da settembre, per restare nei fatti recenti, da persone che vivono in territori da Abbas controllati.
L’UE si compiace per i progressi compiuti nelle indagini sui fatti di Duma e invita Israele a fare in modo che tutti i coloni responsabili delle violenze siano chiamati a rendere conto delle proprie azioni. L’UE invita inoltre entrambe le parti a lottare in maniera congiunta e con risolutezza contro l’istigazione e l’incitamento
all’odio, ad esempio istituendo un meccanismo di consultazione in materia di istigazione secondo le linee stabilite negli impegni assunti in precedenza
Ecco,  rispettiamo le regole in materia di istigazione. Dalal Mughrabi ha ammazzato 37 persone in un attentato, per Fatah è un modello da prendere ad esempio:
Dalal Mughrabi era il comandante e il modello … Molte, tra le donne di Fatah,  cercano il martirio. La donna era armata, aveva resistito all’occupazione e fatto esplodere bombe.”
E Fatah non è “il braccio armato” di Abbas? Non è la sua polizia?
3. L’UE è convinta che solo con il ripristino di un orizzonte politico e la ripresa del dialogo sarà possibile fermare le violenze. Da sole, le misure di sicurezza non possono arrestare la spirale di violenza.
Vero, le violenze non si fermeranno con le sole misure di sicurezza. Ma come si fa a “ripristinare un orizzonte politico” con chi non ne vuol sapere nulla?
“Ho chiesto al presidente Abbas di riprendere immediatamente i negoziati, senza condizioni. Anche subito, mentre ne stiamo parlando, ci potremmo incontrare. Non ho alcun problema. Penso che dovremmo interrompere immediatamente questa ondata di incitamento contro Israele e questi attacchi … Sono disposto a incontrarlo, lui non è disposto a incontrare me “. «E’ a me che chiedi in merito alla ripresa dei negoziati? Andiamo, cerca di capire la cosa. Queste persone non vogliono negoziati. Incitano alla violenza. Falla a loro la tua domanda.”
Già, alla UE deve essere sfuggita questa evidenza: Abbas da mesi rifiuta qualunque incontro, mentre benedice “ogni goccia di sangue versato a Gerusalemme”. Infatti l’idea della UE in merito al “ripristino dell’orizzonte politico” è semplice:
Un cambiamento radicale della politica di Israele riguardo al territorio palestinese occupato, in particolare il settore C, aumenterà in misura significativa le opportunità economiche, responsabilizzerà le istituzioni palestinesi e rafforzerà la stabilità e la sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi
Ecco, la zona C, a seguito dei trattati di Oslo, firmati da Rabin e Arafat, è a pieno controllo israeliano. Tutti gli insediamenti, quelli considerati da Israele legali e quelli ritenuti illegali, si trovano in questa zona. Quindi, ancora una volta: non il terrorismo impedisce la pace, ma la politica israeliana nella zona C. Non le costruzioni altrettanto abusive, ma non considerate tali dalla comunità internazionale, palestinesi, in zona C e B, quest’ultima a pieno controllo palestinese. Solo quelle nella zona C.
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Il punto 4 “ribadisce”, “auspica”, esorta Israele affinché  “ponga fine all’occupazione iniziata nel 1967 ” e precisa le intenzioni europee:

“A tale scopo l’UE continuerà a seguire da vicino gli sviluppi sul terreno e le loro
implicazioni più ampie e prenderà in esame ulteriori azioni per salvaguardare la fattibilità della soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati, fattibilità che è costantemente minacciata da nuovi eventi in loco.”
L’Europa ci prova. Ci ha provato Erdogan con gli arabi, ci ha provato la Russia, ci ha provato l’America, ci ha provato l’Egitto ad impersonare il ruolo di mediatore centrale del conflitto. E perché non ci può provare anche l’Europa?
Infatti al punto 5:
“UE, anche tramite l’azione del suo rappresentante speciale, collaborerà attivamente con tutte le parti interessate (ivi compresi i partner del
Quartetto, in particolare gli Stati Uniti) nella regione e in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, al fine di conseguire un rinnovato approccio
multilaterale al processo di pace.

L’UE ricorda la propria volontà di impegnarsi ulteriormente in un dialogo con i partner regionali in base all’iniziativa di pace araba, che presenta elementi chiave per la risoluzione del conflitto arabo-israeliano nonché l’opportunità per costruire un quadro di sicurezza regionale”

Sì, certo, è abbastanza chiara la volontà di non rimanere al palo nella nuova suddivisione “regionale” che si sta precisando con le guerre in Siria e Iraq, ma quali sono i successi europei nella regione che possono giustificare tale ambizione?

 

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Il punto 6 è quasi comico:

“L’UE esorta a tutelare i minori, anche garantendo il diritto all’istruzione in un ambiente scolastico sicuro e protetto…”

Come per esempio le scuole UNRWA?

 

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O come i libri di testo nelle scuole dell’Amministrazione palestinese?

 

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Il punto 7 entra nel vivo:

7. “Rammentando che gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale, ostacolano la pace e minacciano di rendere impossibile la soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati, l’UE ribadisce la sua ferma opposizione alla politica in materia di insediamenti e alle azioni intraprese in questo contesto da Israele, come la costruzione della barriera di separazione al di là della linea del 1967, le demolizioni e le confische- anche di progetti finanziati dall’UE-gli sfratti, i trasferimenti forzati anche di beduini, gli avamposti illegali e le restrizioni riguardo alla circolazione e all’accesso. Invita Israele a porre fine a tutte le attività di insediamento e a smantellare gli avamposti costruiti dopo il marzo 2001, in linea con obblighi precedenti. Le attività di insediamento a Gerusalemme est mettono gravemente a rischio la possibilità che Gerusalemme funga da futura capitale di entrambi gli Stati”

Un capolavoro di ipocrisia e arroganza. Ci sarebbe da scriverci un trattato. Dunque, la UE chiede che sia smantellata la barriera difensiva, subito, non una volta che ci fossero almeno dei piccoli segnali che facessero ben sperare in merito alla sua obsolescenza. No, subito, smantellare. Ma nello stesso tempo non reagire con la forza ad eventuali attacchi, resi ancora più facili da attuare. In merito ai beduini, abbiamo già scritto abbastanza in precedenza QUI e QUI; si potrebbe solo aggiungere la constatazione di quanto siano sfruttate e manipolate alla bisogna le minoranze israeliane.

Il ‘documento” UE continua in un crescendo parossistico di arroganza e irrealtà:

10. “L’UE chiede a tutte le parti di adottare iniziative rapide per consentire un cambiamento radicale della situazione politica, economica e di sicurezza nella striscia di Gaza, inclusa la revoca della chiusura dei valichi e una loro totale apertura, tenendo conto nel contempo delle

preoccupazioni legittime di Israele in materia di sicurezza. I recenti lanci di razzi da parte di gruppi militanti sono inaccettabili e sottolineano ancora una volta il rischio di escalation.

L’Autorità palestinese deve riprendere appieno le sue funzioni di governo nella striscia di Gaza, in quanto questa costituisce parte integrante di un futuro Stato palestinese.”
Hamas ha smesso, nell’immaginario dei funzionari UE, di essere il 50% del Governo di Unità palestinese; i lanci di missili sono compiuti da “militanti”… militanti di chi? Di che cosa? Il “povero” Abbas incitato a tornare a Gaza e “riprenderne possesso”! Come? La UE auspica un’altra guerra civile come quella del 2006?
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Ecco, in sintesi questo è il “documento”. La prima domanda che viene in mente è: ma a chi parlano? A chi è destinato questo cumulo di sciocchezze? A chi si rivolge l’Unione Europea con questo rozzo elaborato? Non di certo alla popolazione israeliana, sulla quale queste “ammonizioni” avranno impatto pari allo zero. Non di sicuro al governo israeliano; nemmeno la signora Mogherini che non brilla per perspicacia arriverà a immaginare, all’indomani di questo “lavoro”, schiere di operai che si affrettano a demolire la barriera difensiva. E nemmeno immaginerà un Abbas che si reca, armi in pugno, a riprendersi Gaza. E allora a chi? E perché? E’ lampante che la UE non ha intenzione di restare al palo nella spartizione del “nuovo” medio oriente. Ma quali sono i successi che può vantare nella regione, tali da giustificare un simile tono arrogante?
Il Primo ministro italiano Matteo Renzi, si è lasciato andare a dire che “la Mogherini è ormai fuori controllo”; si riferiva anche a questo documento?
Oppure la molla che ha fatto reagire l’UE può essere stato il giro di vite che Israele ha iniziato a compiere in merito alla tracciabilità dei finanziamenti alle Ong anti israeliane (e in alcuni casi apertamente antisemite), tutte finanziate anche dall’Unione Europea?
Vedremo, per il momento resta la vergogna di un “documento” inutile e irrealistico. Tutto il contrario di ciò che ci si vorrebbe augurare da parte dell’Europa.

Le Ong, gli attivisti umanitari e il boia

Come sappiamo, in Israele una proposta di legge riguardante le Ong ha cominciato il suo iter parlamentare per l’approvazione. Nonostante tutte le strumentalizzazioni, le distorsioni dei fatti, le levate di scudi, i pianti e gli alti lai che sempre accompagnano qualunque fatto avvenga in Israele la legge, se approvata, imporrebbe alle Ong che ricavano più del 50% dei loro benefit da “donatori” esteri di palesarlo sui propri documenti pubblici e di indossare una targhetta con il nome dell’associazione che rappresentano, quando relazionano alla Knesset. Nulla di tragico, nessun “bavaglio”. La legge, se sarà approvata così com’è al momento, prevede che siano i fondi “donati” dagli Stati esteri a dover essere esplicitati e perché? Perché una legge che obbliga a dichiarare chiaramente i fondi ricevuti da privati, esteri e non, esiste già; mentre se il “dono” proviene da uno Stato estero è molto meno tracciabile. E perché dovrebbe essere tracciabile? Per trasparenza e per mettere in luce quali Stati esteri ingeriscono nelle politiche israeliane così pesantemente da sovvenzionare Ong israeliane che spesso agiscono in modo diciamo “disinvolto”.

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Ovviamente nessuna imposizione di cessazione di attività a queste Ong che ricevono spesso cifre astronomiche, nessuna punizione, nessuna restrizione di attività. Ma siccome queste organizzazioni interessate si definiscono “per i diritti umani” e si impegnano, anche con “prove” farlocche, ad alimentare la demonizzazione di Israele nell’opinione pubblica mondiale, la proposta di legge ha fatto scandalo. I detrattori non si sono limitati ad una più che legittima critica che si preoccupasse di restare nei limiti del reale e della decenza, no. E’stata impunemente presentata come fascista, illiberale, repressiva, lesiva appunto dei “diritti umani”, fino ad arrivare alla vergogna di paragonare un cartellino identificativo dell’associazione con la stella gialla nazista. In effetti gli interessi toccati sono vasti e complessi. La galassia delle Ong in Israele è affollata; sono circa 30.000 quelle costituite, in un territorio grande come una piccola regione italiana. Più di 70 di queste si occupano specificatamente di relazionare in merito al “conflitto”, spesso in sinergia con l’altrettanto enorme numero di quelle che “operano” a Gaza e nei Territori (solo a Gaza e solo per quanto riguarda il “lavoro” con i bambini, sono venti). Il totale delle NGO nei Territori e a Gaza è stimato in 1400!!! Piatto ricco mi ci ficco…

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Ci vorrebbe un’enciclopedia per evidenziare molto del “prodotto” di queste Ong, finora. Si possono velocemente ricordare le passioni naziste di Marc Garlasco, Human Rights Watch, le “denunce” anonime di Breaking the Silence, ma seppur anonime non per questo meno pesanti, quel “capolavoro” di menzogne che è stato il Rapporto Goldstone, pietra miliare nella costruzione dell’odio mondiale per Israele e la smentita tardiva che non riuscì di certo ad annullarne i venefici effetti, il ruolo di queste NGO nell’infame congresso a Durban, dove quello che doveva essere un raduno contro il razzismo si trasformò in un parossistico attacco a Israele ecc. ecc.

Molti dei finanziamenti a queste Ong provengono dalla Ford Foundation:

Non è semplice verificare quanti soldi della Fondazione Ford siano investiti nella propaganda anti-israeliana e nei gruppi di pressione palestinesi, nonché nelle organizzazioni non governative o ONG. Questo perché sostanziosi fondi e programmi di incentivi sono canalizzati anche attraverso altri gruppi no profit e agenzie governative, anche all’estero.
Ad esempio, la relazione annuale 2002 dell’Advocacy Institute, con sede a Washington definisce la rete delle ONG palestinesi, o PNGO “partner“. (QUI)

B’tselem è forse la Ong più “importante” in termini di organizzazione capillare sul territorio e senz’altro la più conosciuta:

Rilevante è anche il budget annuale, 3 milioni di dollari, in gran parte proveniente da istituzioni pubbliche internazionali o fondazioni (brilla la Fondazione Ford, un nome che ha lasciato tracce nella storia dell’antisemitismo americano), i privati partecipano solo al 20%. Non sempre le denunce di B’Tselem sono prive di fondamento, gli eserciti di difesa non si occupano di tè benefici, quando c’è una guerra, quando si spara perchè si è in zona di fuoco, è probabile che vengano commessi degli errori, ma la specialità del nostro centro è quella di fare in modo che venga alla luce solo il risultato e non le condizioni che l’hanno determinato. Gaza, per esempio. Israele ne è uscita in modo completo e definitivo nell’agosto 2005, ma secondo il punto di vista di B’Tselem è ancora Israele il responsabile di quanto accade nella striscia. Lanciare missili su Israele non è una attività da elogiare, ma non vale la pena citarla, quello che interessa ai nostri ricercatori sono le attività brutali e violente dell’esercito israeliano. (QUI)

Come abbiamo visto, i finanziamenti ad un’organizzazione importante come B’tselem provengono in massima parte da Stati, solo una piccola parte da privati. Ed è questo che la legge in discussione vorrebbe evidenziare: perché uno Stato estero si preoccupa di finanziare Ong israeliane o israelo-palestinesi, specializzate nella diffamazione di Israele? Da tenere conto che Israele non è la Korea del Nord o l’Iran, dove la comunicazione mediatica libera è inesistente. In Israele esistono già agenzie di informazione che non si mettono i guanti quando c’è da criticare il governo in carica, di qualunque colore sia, o aspetti della società problematici, basti pensare al giornale Ha’aretz. E allora perché un Paese come il Belgio, per esempio, sente il bisogno di spendere 800.000 euro in tre anni per finanziare Ong israeliane, delle quali “il 90% fa propaganda contro Israele”? E lo stesso hanno fatto e fanno Irlanda, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, ecc. ecc. Ma come dicevamo ci vorrebbe molto tempo e spazio per evidenziare tutte le incongruenze e le anomalie di queste Ong, così coccolate dagli Stati europei.

Poi ogni tanto uno “scandalo” ripropone tutte quelle domande che sarebbe intelligente porsi anche senza aspettare fatti clamorosi. L’ultimo in ordine di tempo è quello che ha coinvolto Ezra Nawi, attivista dell’associazione israelo-palestinese Taayush. L’associazione, fondata nel 2000, dice di combattere il “razzismo e la segregazione”:

costruendo una vera e propria partnership arabo-ebraica. Insieme ci impegniamo per un futuro di uguaglianza, giustizia e pace, costruito ogni giorno, attraverso le azioni non violente di solidarietà, per porre fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi e raggiungere la parità civile completa per tutti. 
Certo, belle parole.
freinds1-150x150Taayush non è nemmeno registrata come Ong e quindi non fornisce alcuna informazione in merito ai suoi finanziamenti. Secondo NGO Monitor Ta’ayush è sponsorizzata da Alliance for Global Justice , un’organizzazione no-profit americana. In questo modo Ta’ayush riceve donazioni esentasse negli Stati Uniti. La loro “filosofia” è abbastanza bene riassunta in una dichiarazione di un esponente di spicco, Neve Gordon, rilasciata al Los Angeles Time:
Quindi, se la soluzione a due stati è il modo per fermare lo stato di apartheid, allora come si fa a raggiungere questo obiettivo? Sono convinto che la pressione esterna è l’unica risposta E’ quindi chiaro che l’unico modo per contrastare la tendenza di apartheid in Israele è attraverso forti pressioni internazionali Ho quindi deciso di sostenere il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che è stato lanciato da attivisti palestinesi nel luglio del 2005 e da allora ha raccolto un ampio sostegno in tutto il mondo .
Ecco. Ma veniamo alla cronaca. Che è successo? E’ successo che Ezra Nawi, ebreo israeliano, figura di spicco dell’associazione, è stato filmato a sua insaputa mentre spiegava che cosa fa e come per portare avanti la sua politica “contro l’apartheid israeliano”. Dunque, Nawi fa così: si spaccia per un acquirente ebreo che vorrebbe comprare terra ai palestinesi dei Territori e aspetta di incontrare qualcuno disposto a venderla. Forse alcuni lettori di questo blog non sanno che la vendita di terra agli ebrei è punita, dalla legge dell’Amministrazione palestinese, con la morte. La pena massima non è stata comminata, ufficialmente, da alcuni anni e i giudici si sono “limitati” alla galera, ma i “colpevoli” di tale reato poi morivano senza che nessuno si preoccupasse di indagare sui loro omicidi.
Quindi, questo Nawi cerca qualcuno che sia disposto a vendere la sua terra a un ebreo e lo denuncia all’Autorità palestinese:
“Do‘ le loro foto e numeri di telefono immediatamente al Servizio di sicurezza preventiva (palestinese)“, dice Nawi nella registrazione. L’Autorità li acciappa e li uccide. Ma prima di ucciderli danno loro un sacco di botte.

Ahahaha! Ma che bel giochino eh? Che paladino dei diritti umani!

In un’altra registrazione, Nawi è sentito parlare di un palestinese che ha fatto affari con i coloni.” Il palestinese, dice Nawi, “ha lasciato ai coloni le terre dei suoi zii, in cambio della coltivazione di altre terre.” Nawi continua dicendo che ha consegnato il nome del palestinese ai servizi di sicurezza palestinesi, e che il palestinese dopo “ha subito una bella battuta.”

Nawi è stato aiutato in questo suo utile “lavoretto” da un affiliato di B’tselem, altro caritatevole attivista. Quindi, se un palestinese avesse avuto intenzione di vendere la sua terra per impossibilità a lavorarla, o per bisogno di soldi, ecco che Nawi e B’tselem si preoccupano di consegnarlo nelle mani del boia. Buono no? La domanda che so in molti si porranno è: Ma da quale fonte arrivano queste notizie? Le fonti sono varie, ma qui si è scelto di citare Ha’aretz che non rischia di essere tacciato né di “propaganda di destra”, né di appoggio all’attuale governo. Allora, è inutile monitorare strettamente queste Ong e associazioni? Davvero? E quanti altri Nawi ci sono che “lottano per i diritti umani” in questo modo?

Libri al rogo? Ma no!

Evviva! Un nuovo scandalo colpisce Israele! Yuhm… piatto ricco mi ci ficco! E cosa è successo questa volta? Di cosa si è macchiato nuovamente questo Stato mascalzone tra i mascalzoni? Beh, ha evidenziato il suo razzismo CENSURANDO un libro che parla dell’amore tra una donna ebrea e un palestinese musulmano!

 

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E quindi il libro è stato messo all’indice? Ritirato dalle librerie? Distrutto? L’autrice incarcerata? Ma no, ma certo che no. Gli israeliani possono andare liberamente in qualunque libreria del paese e comprarsi “Borderlife,” di Dorit Rabinyan. Fra l’altro sembra stia vendendo benissimo. Gli studenti possono prenderlo a prestito nelle librerie e portarselo a scuola, e gli insegnanti israeliani possono assegnarlo come compito a casa. Eppure tutti i giornali occidentali hanno titolato “Censura!”
Quindi, cosa è successo? E’ successo che il Ministero dell’Istruzione non ha ritenuto di doverlo inserire tra i libri di testo delle scuole superiori.

E’ una cosa che avviene continuamente in tutto Occidente. Facciamo degli esempi? In America? Brave New World, by Aldous Huxley; Le Avventure di Huckleberry Finn, Il Buio oltre la siepe, di Harper Lee; Il Giovane Holden, di Salinger; Harry Potter; Uomini e Topi di Steinbeck e molti altri, secondo l’American Library Association (ALA) che ha stilato una lista dei top 100 censurati, cioè rimossi fisicamente da qualunque scuola, perché giudicati “non idonei”.
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In Italia? 49 libri di testo messi al bando percé considerati “pericolosi veicoli di teorie” a favore dell’omosessualità.
In Russia, da Lolita alle Avventure di Sherlock Holmes, a Cent’anni di solitudine. Poi In India, un capolavoro come An Area of Darkness, di Naipal insieme a molti altri, ritenuti “pericolosi e offensivi”. Non sono nemmeno da citare le innumerevoli censure dei Paesi arabi nei confronti di libri che vanno da la Bibbia, fino a Salman Rushdie, accompagnate da fatwa che chiedono la morte di chi li ha scritti e di chi si azzardasse a leggerli.
Questo solo per dire che non tutti i libri censurati hanno ricevuto la stessa attenzione di uno che censurato non è stato.
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Con che motivazioni il Ministro dell’Educazione ha ritenuto inadatto il libro destinato alle scuole? Ritrae i soldati israeliani come criminali di guerra sadici” è stata una motivazione. Poi, ritenendo necessario mantenere l’identità e il patrimonio degli studenti in ogni settoree che “le relazioni intime tra ebrei e non ebrei minacciano le distinte identità, “i giovani in età adolescenziale non hanno una visione sistemica che includa le considerazioni in merito al mantenimento dell‘identità delle persone e del significato di assimilazione“; “I ragazzi israeliani avrebbero letto un libro in cui i soldati sono equiparati ai terroristi di Hamas e che descrive una relazione tra un detenuto palestinese  in un carcere di sicurezza e una donna israeliana .
Chi scrive non ha letto il libro e non puo’ che basarsi su ciò che ne viene detto. Sono d’accordo su questa esclusione? No, meglio sarebbe stato, forse, permetterne l’inclusione e eventualmente criticarlo laddove se ne fosse sentita l’esigenza.
Ma la censura, quella vera, che mette al rogo i libri scomodi, è un’altra cosa.
Grazie a UKmediawatch

Dove Babbo Natale è cattivo

Come sono andati quest’anno i festeggiamenti del Natale in quei territori nei quali si trovano le “città sante” al cristianesimo mondiale: Nazareth e Beth Lehem? La prima evidenza è che anche quest’anno i turisti sono stati pochi; impauriti da tre mesi di violenze che spesso hanno avuto proprio queste due città come basi di partenza per gli attacchi terroristici, hanno evitato ed hanno scelto altre mète. Ma anche l’anno scorso fu la stessa cosa: dopo cinquanta giorni di attacchi terroristici e missili da Gaza i pellegrini se ne stettero alla larga. Sebbene Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme,  nella sua omelia natalizia abbia invitato a “pensare alle case demolite a Gerusalemme e in Palestina, ai terreni espropriati e agli uomini colpiti dalla punizione ingiusta delle demolizioni collettive”, e abbia fatto venire gli sbrilluccichi di commozione negli occhi di Abu Mazen che assisteva alla cerimonia,  addossando la mancanza di introiti derivanti dal turismo religioso a Israele che “espropria, colpisce e punisce collettivamente”, c’è chi ha ben chiare le cause di questa defezione: Ali Salam è il sindaco arabo di Nazareth. In una intervista ha accusato Ayman Oudeh, della Lista Araba Unita, di fomentare la violenza e l’odio che allontanano i turisti stranieri e israeliani.

 

Del resto non è che faccia proprio allegria vedere l’arcivescovo di Gerusalemme, Atallah Hanna, posare insieme al muftì di Beth Lehem, Sheikh Abdel Majid Amarana, accanto ad un albero di Natale “ornato” dalle foto degli assassini che in questi tre mesi hanno insanguinato le strade di Israele. Non mette di buon umore vero? Anche l’estetica non ne gode.

 

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Quindi, prima considerazione: terrorismo e turismo non vanno d’accordo. Chi pretenderebbe di intascare da tutte e due queste “attività” si illude, fa male i suoi conti.

“L’albero degli assassini” non è stata l’unica pensata palestinese per festeggiare questi “santi giorni”. Consapevoli, o almeno speranzosi, di avere un po’ di attenzione da parte dei media occidentali, alcuni hanno pensato potesse essere una buona idea andare a tirare molotov e pietre a soldati e polizia  travestiti da Babbo Natale. Ghghgh… ti immagini che belle foto verranno fuori? Soldati che si scontrano con innocenti Babbi Natali! Eh si’, il livello di fantasia è questo:

 

 

Mica nulla di nuovo eh? La stessa cosa fecero un anno fa e visto il successo ottenuto hanno fatto il bis.

 

 

Ma chi le organizza queste simpatiche manifestazioni? Perché mica avvengono così, per caso! Bisogna pensarci, organizzarsi, spendere nei costumi, scegliere il momento, tenere pronte le telecamere… un lavoro insomma! Beh le organizzano le Ong “per la pace”. Che non si limitano di certo a questo, specialmente in periodo natalizio. E chi sono queste organizzazioni che “lavorano per la pace” scegliendo questi mezzi? Per esempio Sabeel Ecumenical Liberation Theology Center, che nel suo messaggio natalizio scrive:

Alcune delle potenze occidentali hanno permesso l’ascesa di ISIS e il mondo sta raccogliendo ciò che è stato seminato. Il governo di Israele ha permesso l’emancipazione dei coloni estremisti e molti palestinesi e israeliani sono diventati le vittime. L’occupazione illegale dei territori palestinesi non accenna a diminuire; il desiderio di Israele per la terra e il regolamento edilizio è inesorabile; e la monopolizzazione e giudaizzazione di Gerusalemme continua incontrollata. Tali tragici fatti non possono essere trascurati, ma devono essere affrontati, ammessi, e presi in considerazione….

Eh sì! In effetti l’idea di giudei a Gerusalemme è qualcosa di tragico, inaudito e atroce!

Nel 2012 quelli di Sabeel denunciavano un introito in donazioni di NIS 1,870,203 da parte di, fra gli altri, Diakonia,  Presbyterian Church USA; Presbyterian Church of Canada; United Church of Christ; Canadian Catholic Organization for Development and Peace; Friends of Sabeel chapters in North America, UK, Norway.

Sostengono il boicottaggio e il disinvestimento. Sostengono la “soluzione” bi-nazionale“La soluzione ideale e migliore è sempre stata di prevedere in definitiva uno Stato bi-nazionale PalestinaIsraele Uno Stato per due popoli e tre religioni.” Naturalmente promuovono la teoria secondo la quale i palestinesi sarebbero tanti Gesù reincarnati.  Naim Ateek, direttore di Sabeel, è uno che sostiene che: “La creazione di Israele è un  ricadere nei concetti più primitivi di un Dio tribale esclusivo.” Ateek fu uno dei firmatari dell’infame Kairos per la Palestina. Oltre a predicare l’equivalenza tra stato israeliano e stato di apartheid sud-africano, Ateek ebbe il coraggio, nel 2002, di incolpare Israele per gli attacchi suicidi: “E’ nel crogiolo dell’occupazione che sono stati modellati e formati. E se Israele li etichetta come terroristi, sono, dopo tutto, il suo stesso prodotto.

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Altra “associazione per la pace”: la Al Quds University dove è stato allestito l’alberello allegro di cui sopra.
Poi, Kairos Palestine, già citato sopra. Appoggia il boicottaggio, nega le radici storiche e religiose ebraiche di Israele. Tra le loro “produzioni” un opuscolo di “allerta” per il Natale 2015 nel quale, tra l’altro, si legge uno status del cardinale Sabah:
La geografia non è cambiata dai tempi di Gesù Cristo. C’è ancora una barriera di odio tra ebrei e samaritani. Oggi c’è anche una barriera economica e militare oltre a quella di odio. Abbiamo bisogno di essere liberati da entrambi …” E poi Cristo ai checkpoints ecc. ecc. tutta la triste, trita e melensa retorica in salsa catto-araba.

Ripresa da Amos Trust, altro “ente pacifista”, Ong con base in Inghilterra:

Se Gesù fosse nato oggi a Betlemme, i Magi avrebbero trascorso diverse ore in coda per entrare in città. I pastori, pur essendo residenti di Betlemme, avrebbero fatto fatica a pascolare le pecore, perché la loro terra sarebbe stata separata dal Muro ” Parlano di Beth Lehem non come la città violenta che è e che è sempre stata da almeno la prima Intifada, ma così:

Un saluto a voi in questo periodo di Natale dalla piccola città di Betlemme. Questa piccola città, il luogo dove è nato il Principe della pace, continua ad affrontare difficoltà quotidiane. Basta sapere che solo quest’anno, nei bellissimi villaggi circostanti, centinaia se non migliaia di ulivi sono stati bruciati dai coloni israeliani illegali per assolutamente nessuna ragione se non quella di umiliare e danneggiare la fonte di sostentamento di centinaia di famiglie palestinesi.
A proposito della “piccola, ridente cittadina di Beth Lehem” consiglio il bellissimo film “Beth Lehem” del 2013, che racconta gli anni dal 2007 al 2013, durante la guerra Hamas/Martiri di Al Aqsa/Israele. Il quadro che ne esce della realtà di Beth Lehem è un pochino diverso.
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Poi Pax Christi, della quale ormai tutto è già stato detto. Ricordiamo solo questo articolo pubblicato il 4 Gennaio 2012:
 Dalla sezione “parole in primo piano”, Palestina,
Articolo firmato da (fd), pubblicato il 4 gennaio 2012: L’ACCUSA A ISRAELE: SFRUTTAMENTO DELLA SHOAH – NESSUN LEGAME EBRAICO CON LA PALESTINA
L’articolo si apre con un’accusa: nessuno parla del primo olocausto, quello armeno. Il secondo paragrafo cita l’archeologo Israel Finkelstein che sostiene la tesi secondo cui l’industria della Shoah è stata iniziata per zittire chi denuncia i crimini israeliani. Altresì si sostiene che gli ebrei di oggi non abbiano legami genetici coi palestinesi di Palestina. Sotto una struggente immagine di una profuga, si difendono Saddam Hussein e Gheddafi.
Quest’anno Pax Christi ha prodotto un report che calca ancora la mano sul “muro di annessione” e un “BethLehem story” nel quale la fuga dei cristiani dalle città cristiane è imputata ovviamente a Israele.

E poi a pioggia le cartoline di auguri natalizi; quelle di Adalah
adalahDi War on Want, campioni nella campagna di boicottaggio, £1,816,009 di incassi dichiarati nel 2014; cartolina anti-israeliana a modiche 3, 95 sterline
three_wise_men_xmas_cardICAHD, Israeli Committee against House Demolitions, non si sa quanto incassano perché, nonostante sia reato, non hanno comunicato le cifre. Anche i “donatori” sono stati resi noti solo in parte. Hanno scelto la bella cartolina della bambina (palestinese?) in kefiyah. “Pacchetto di cinque solo 5sterline, due pacchetti 9, 3 pacchetti 13… ” and so on.
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 L’inglese PSC, Palestine Solidarity Campaign, tre sterline il pacchetto, sconti per acquisti maggiori
PSC-Xmas-pic-2013-2-211x300If Americans Knew, nome evocativo per un gruppo che si definisce “indipendente” (ahaha) e che tra quelli che chiama “materiali” mettono in vendita articoli come “Uccidere bambini è permesso se sono palestinesi” nel quale si affannano a cercare giustificazioni per la strage di Itamar; oppure “Negare le connessioni nazi-sioniste“; o appassionate difese della politica anti-semita di Helen Thomas; o “La vera storia della creazione di Israele” dove si esplicita il ruolo delle “lobbies sioniste” nel fare pressione sulla politica americana dell’epoca e così via. La loro cartolina è classica, con colori alla colossal Ben-Hur; 7,50 dollari per dieci cartoline
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E il presepino del Bethlehem Bible College, 140 dollari, inclusa la “spiegazione”:
“Questo presepe è stato aggiornato per riflettere il moderno conflitto in Terra Santa, in particolare aggiungendo il muro di separazione al design classico.”
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Invece quei brutti ebrei di Gerusalemme si sono limitati a regalare abeti ai cristiani che li richiedevano
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e ad Haifa hanno fatto un albero più bello di quello di tante città europee, in concomitanza con la tradizionale Festa delle Feste che celebra ogni anno le tre religioni monoteiste.
Holiday of Holidays Festival in Haifa celebrates 20 years

Holiday of Holidays Festival in Haifa celebrates 20 years

Senza chiedere nulla in cambio, senza voler vendere nulla. Poi dicono che gli ebrei sono avari! Buone feste anche a voi!

Grazie a NGO monitor per le info sulle associazioni

 

 

 

I compagni, il terrorismo palestinese e la destra

La storia è come un immenso puzzle, del quale ogni tanto alcune tessere si perdono, senza che sia data loro grande importanza perché il disegno generale, comunque, ci sembra sufficiente a farci un’opinione. Ma quando quelle piccole tessere perdute riappaiono, a meno che una solerte pulizia non le abbia distrutte, sono capaci – a volte – di rivoluzionare un quadro che ci sembrava compiuto.

Proviamo a mettere insieme alcune tessere, senza pretesa di trarre conclusioni, ma solo per riconnettere i fatti tra loro, in modo da poter formulare delle domande.

Stiamo vivendo un periodo storico caratterizzato dalla paura; paura dell’incertezza economica, paura di non riuscire più a riconoscerci nelle società che credevamo di conoscere bene, paura di scomparire, paura delle guerre… Tutto questo si riassume nella paura del terrorismo, questa guerra asimmetrica che cosi’ duramente ha colpito l’Europa al suo “cuore”: Parigi.

 

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Il terrorismo, cosa nuova per l’Europa, una novità che ci coglie impreparati. Cosa nuova? Non proprio.

Dal 23 luglio 1968 al 18 febbraio 1969, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina si dedico’ a tre dirottamenti di aerei El Al. In tutti e tre gli episodi i responsabili furono velocemente rimessi in libertà. Quello del 18 febbraio 1969 fu compiuto da cinque palestinesi: una donna facente parte del commando fu subito liberata, un terrorista ucciso. Le spese del processo dei tre che furono arrestati furono sostenute da Francois Genoud, banchiere svizzero che il London Observer descriveva come “uno dei capi del nazismo mondiale”. Genoud aveva aiutato sia i nazisti del Terzo Reich in cerca di rifugio sicuro, sia i nazionalisti arabi. Fu lui a creare l’associazione “Arabo-Africa”, costituita da ex nazisti e collaboratori. Il suo nome è legato a quello di Fathi el-Dib, collaboratore di  Nasser e capo, all’epoca, dei servizi segreti egiziani; a quello di Waddi Haddad, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina; a quello di Carlos lo Sciacallo, a quello di Bruno Bréguet, anch’esso del FPLP, il quale arrestato in Israele per il possesso di due kg di esplosivo e condannato a quindici anni di carcere, fu liberato in anticipo per la grande campagna in suo favore promossa da Genoud e firmata, tra gli altri, da Noam Chomski, Sartre, De Beauvoir e Moravia.

Tra i contatti di Genoud, l’iraniano Wahid Gordji, implicato in un’ondata di attentati; Magdalena Kopp, moglie di Carlos e nel suo stesso gruppo terrorista; Paul Dickopf, ex Abwehr che diventerà, dopo la guerra, capo della polizia criminale tedesca e poi presidente dell’Interpol; Ahmed Ben Bella, del quale Genoud contratto’ la liberazione dopo la sua incarcerazione in Francia. Genoud, da Hitler a Carlos,  al movimento di “lotta” palestinese.

Leila Khaled, una delle "icone" del terrorismo palestinese.

Leila Khaled, una delle “icone” del terrorismo palestinese.

La strage di Monaco del 1972 fece diciassette morti. La responsabilità fu del gruppo palestinese Fatah, appoggiato (ora lo sappiamo) dai neo nazisti tedeschi:

“Gli uomini che furono arrestati nella casa di Monaco di un ex membro delle Waffen-SS, Charles Jochheim, il 27 ottobre 1972, erano armati come soldati che andavano al fronte. In una valigia, la polizia trovo’ tre fucili automatici Kalashnikov, sei caricatori, 174 munizioni, due pistole, un revolver e sei bombe a mano di fabbricazione belga.”

15 settembre 1974, Parigi, attacco del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, in seguito dichiarato organizzazione terroristica. Una bomba esplode al Drugstore Saint Germain, locale alla moda sulla Rive Gauche di Parigi, uccidendo due persone e ferendone 34.

20 maggio 1978, 4 morti e tre feriti per un attentato del FPLP ai passeggeri che stavano per imbarcarsi su un aereo El Al.

Il 27 luglio 1980, a Antewerp, in Belgio, un palestinese lancia una bomba a mano contro un gruppo di scolari ebrei, in partenza per una vacanza, uccidendone uno e ferendone altri 20. L’attaccante, Said Al Nasr, è successivamente arrestato ma nel 1991 Nasr è liberato in cambio del rilascio di una famiglia franco-belga rapita in Libia, dietro richiesta dell’organizzazione di Abu Nidal.

29 marzo 1982, Ambazac, Francia, attentato sul treno Parigi-Toulouse, responsabile Carlos lo Sciacallo, 5 morti e 27 feriti.

22 aprile 1982, Parigi, un’auto bomba esplode in pieno centro. Responsabile Carlos lo Sciacallo. Un morto e 47 feriti.

9 agosto 1982, Parigi, due terroristi assaltano il ristorante Chez Jo Goldenberg; sei morti e 22 feriti. L’attacco è rivendicato da Abu Nidal, “ala” di Fatah.

 

L'attacco al ristorante in Rues des Rosiers

L’attacco al ristorante in Rues des Rosiers

Il 9 ottobre del 1982 a Roma, cinque palestinesi attaccano con granate e armi da fuoco gli ebrei che stazionano fuori dalla sinagoga. Nell’attacco muore Stefano Gaj Taché, di due anni e 37 persone restano ferite.

7 novembre, 1983, Atene, Grecia. Un commando di Abu Nidal assalta l’Ambasciata giordana; 1 morto, 1 ferito.

31 dicembre 1983, Una bomba esplode nelle due vetture di prima classe della locomotiva AGV diretta a nord, verso Parigi, dalla Gare de MarseilleSaint-Charles. Anche se il treno stava viaggiando a circa 100 miglia all’ora, non deraglia. 2 passeggeri morti e 20 feriti, 5 dei quali in modo graveMezz’ora dopo, una seconda bomba esplode nel guardaroba del bagagliaio della sala principale alla Gare de MarseilleSaint-Charles, uccidendo 2 persone e ferendone almeno 38. Gli attentati sono opera di Carlos lo Sciacallo. 

Il 7 gennaio 1984, Hezbollah ammazza in centro a Parigi un generale e un colonnello iraniani, Gholam-Ali Oveissi e suo fratello.

L’8 febbraio 1984, un affiliato del gruppo di Abu Nidal spara e uccide l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti, Khalifa Ahmed Abdel Aziz al-Mubarak, a Parigi, vicino la Tour Eiffel.

Il 28 marzo 1984, Abu Nidal attacca invece a Atene. Due diplomatici inglesi sono uccisi mentre si trovavano a bordo della loro auto, a Atene.

22 luglio 1985, scoppia una bomba a Copenaghen, negli uffici della Northwest Orient Airlines. Rivendicata da gruppi palestinesi, 1 morto e 27 feriti.

25 settembre 1985, Roma, una bomba esplode in un ufficio della British Airways, in Via Bissolati, nei pressi della Piazza Barberini, uccidendo una persona e ferendone altre 14. Quattro delle vittime erano dipendenti italiani della compagnia aerea, mentre il resto erano clienti. Rivendicata dal gruppo di Abu Nidal.

27 dicembre 1985, Roma, alle 08:15 quattro uomini armati si avvicinano alla biglietteria condivisa da El Al Airlines e Trans World Airlines, presso l’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino, alle porte di Roma, con fucili d’assalto e granate attaccano la in attesa di imbarco. Fanno 16 morti e 99 feriti prima che tre degli assalitori siano uccisi, mentre il quarto, Mohammed Sharam, è ferito e catturato dalla polizia italiana. Il gruppo fa capo ad Abu Nidal.

Il 20 marzo 1986 una bomba esplode in un centro commerciale di boutique di lusso, sugli ChampsÉlysées, a Parigi, uccidendo 2 persone e ferendone 28. Un secondo ordigno, trovato su un treno della metropolitana, è disinnescato dagli artificieri prima che potesse esplodere. Una organizzazione terroristica che si fa chiamare il Comitato di solidarietà con i prigionieri politici arabi e mediorientali (CSPPA) rivendica la responsabilità dell’attacco in una lettera scritta a mano e inoltrata presso l’Ufficio di Beirut di un’agenzia di stampa occidentale.

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

La stessa organizzazione colpisce ancora il 9 settembre, 1986, ancora a Parigi. Una bomba che scoppia in Municipio uccide una persona e ne ferisce 18. E ancora il CSPPA colpisce il 15 settembre 1986, con una bomba nella sede della polizia di Parigi. Un morto e 51 feriti.

E il 17 settembre 1986, ancora il CSPPA, ancora a Parigi, una bomba lanciata da un’auto in corsa esplode di fronte al grande magazzino Tati, sulla Rive Gauche, uccidendo almeno 5 persone e ferendone circa 50. L’esplosione, si verifica verso le  17:30, e distrugge l’intero fronte dell’edificio di sette piani, in rue de Rennes.

11 luglio 1988, Atene, Grecia, tre uomini armati salgono a bordo della nave Città di Poros, e attendono che la nave abbia lasciato il porto e si trovi a tre miglia dalle coste prima di attaccare. Utilizzano armi automatiche e bombe a mano nascoste, aprono il fuoco sui passeggeri. In preda al panico molti saltano in mare e muoiono finendo nelle eliche della nave. Nove turisti sono uccisi e circa 100 feriti. Il giorno dell’attacco  c’erano 471 persone a bordo della nave. In precedenza, lo stesso giorno dell’attacco, il molo al quale solitamente la nave Città di Poros si ancorava, al Pireo, era scosso dalla detonazione fortissima di un’autobomba. Il gruppo che rivendico’ gli attentati era quello di Abu Nidal. 

19 aprile 1991, a Patros, Grecia, il gruppo di Abu Nidal fa esplodere una bomba nascosta in un pacco, negli uffici di un corriere, uccidendo sette persone e ferendone altre sette. Sei dei morti erano dipendenti e l’altro un cliente. L’edificio bombardato ospitava anche gli uffici di una azienda americana, la United Parcel internazionale, e si trovava  vicino al consolato britannico.

Due attacchi del Gia, in Francia, il 25 luglio 1995 e il 3 dicembre 1996, a Parigi. Nel primo attacco otto persone uccise e 150 ferite in un’esplosione di una bombola di gas compresso con chiodi e bulloni su un treno regionale, presso la stazione ferroviaria Gare de SaintMichel-Notre-Dame. Il secondo, un’esplosione su un treno in direzione sud, della stazione di Port Royal, della rete espresso regionale, sulla Rive Gauche, più di 85 feriti e tre morti. La bomba era fatta con una bombola di gas da 28 chili, piena di chiodi.

Poi l’11 marzo 2004 uno degli attentati più terribili avvenuti nell’Unione Europea. Madrid, Spagna, 191 persone uccise e più di 600 ferite quando dieci bombe furono fatte esplodere, sulla linea ferroviaria. Almeno una di queste bombe esplose a El Pozo, una piccola stazione di pendolari a Madrid. Le bombe furono fatte esplodere da telefoni cellulari e lasciate in zaini. La Brigata Abu Hafs al-Masri  rivendico’ la responsabilità per conto di Al Qaeda.

 

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Al Qaeda colpi’ anche a Londra, il 7 luglio 2005, su un autobus e su una metropolitana. 52 morti e oltre 700 feriti. Furono i primi attacchi suicidi in Europa.

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Il secondo attacco suicida avvenne a Stoccolma, l’11 dicembre 2010. Una bomba e in contemporanea una macchina esplosiva. Nel primo attacco muore 1 persona e due restano ferite. Gli attentati sono rivendicati da Taimour Abdulwahab al-Abdaly, una sigla islamista.

2 marzo 2011 Francoforte, Germania, sparatoria all’aeroporto. Due morti e due feriti. Responsabile Arid Uka, di una fazione islamista kosovara.

Poi gli assassinii compiuti da Mohammed Merah, a Montauban e Toulouse, in Francia, il 15 marzo e il 19 marzo 2012. Nel primo attentato Merah uccide due soldati e ne ferisce un terzo. Nel secondo attentato spara davanti alla scuola ebraica Ozar HaTorah, uccidendo un insegnante, i suoi due figli e la figlia del preside della scuola che Merah insegue e dopo tenuta per i capelli la uccide, sparandole a sangue freddo nella testa. I bambini uccisi hanno tre, sei e otto anni. Un altro ragazzo di 17 anni resta gravemente ferito ma si salva.

 

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Hezbollah colpisce a Burgas, Bulgaria, il 18 luglio 2012. Un attentatore suicida fa esplodere un ordigno esplosivo su un autobus che trasportava 42 turisti israeliani vicino all’aeroporto di Burgas. L’esplosione uccide l’autista del bus e cinque israeliani. I feriti sono circa 30.

Il 24 maggio 2014, un uomo armato apre il fuoco al Jewish Museum del Belgio a Bruxelles, uccidendo quattro persone. Tre muoiono sul posto; il quarto in ospedale, il 6 giugno. Il terrorista è Mehdi Nammouche, legato a Daesh.

Ed arriviamo alla cronaca recente: Parigi, assalto alla redazione di Charlie Hebdo e al negozio kasher Hypercacher, il 7 gennaio 2015 e 9 gennaio 2015. 20 morti e 22 feriti nel primo; cinque morti e nove feriti nel secondo. Entrambi compiuti in nome di Daesh.  E l’ultimo eccidio, il 13 novembre 2015, a Parigi, 130 vittime, 368 feriti.

 

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Allora? E’ fatto nuovo il terrorismo arabo in Europa, prima palestinese, poi di Hezbollah e infine di Daesh? E’ una novità davanti alla quale l’Europa si trova ancora impreparata? Quasi cinquant’anni di morti, di depistaggi, di coperture, popolati dai personaggi tra i più neri della storia europea che hanno appoggiato, protetto, nascosto e favorito il terrorismo islamista. Dai neo nazisti che aiutarono e coprirono i terroristi della strage di Monaco, al nazista Genoud che da amico di Hajj Amin El Hussein, il mufti’ amicone di Hitler, e dal suo ruolo di banchiere del Terzo Reich, passo’ con disinvoltura  a sostenitore del terrorismo palestinese, islamista e iraniano, a Giorgio Freda che nel lontano ’69 organizza con Fatah a Padova una manifestazione a favore della resistenza palestinese ed offre la sede alla nascente associazione Italia-Palestina. Secondo Freda, si tratta della “prima dimostrazione pubblica contro i crimini del sionismo”. “Nel corso dell’anno l’atmosfera politica si surriscalda con l’inizio della strategia della tensione: tra aprile e ottobre si registrano una quindicina di attentati dinamitardi (riusciti o falliti) che provocano danni e anche feriti.” Dai neonazisti inglesi, che manifestano con la bandiera palestinese in mano a Forza Nuova che perora la “causa palestinese”.

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Nel 1980, l’allora ministro israeliano degli Esteri, Yitzhak Shamir, chiese alla Germania di indagare sui legami tra movimenti pro-palestinesi e neo nazisti tedeschi. Tutte le indagini sul terrorismo arabo convergono in un punto: i loro legami con le estreme destre europee.

Charlie Hebdo, le armi della strage di Parigi fornite da un ex del Fronte National

Scrive l’Espresso:

Un ex mercenario di estrema destra ed ex funzionario del Fronte National ha contribuito ad armare gli stragisti islamici che hanno terrorizzato Parigi nello scorso gennaio. Gli ultimi sviluppi nell’indagine sull’assalto alla redazione parigina dello scorso gennaio sembrano usciti dalla trama di una fiction televisiva. Ma i provvedimenti della magistratura francese adesso sembrano confermare i sospetti che circolavano da mesi: un kalashnikov e quattro pistole usate da Amedy Coulibaly sono passati dalla rete di Claude Hermant un personaggio dai mille misteri e una sola certezza, l’odio xenofobo.  Tutta la storia di quest’uomo ha aspetti romanzeschi, ricostruiti da una lunga inchiesta di “Liberation”. È stato paracadutista, congedandosi con il grado di sergente nel 1982. Ma negli anni di attività militare avrebbe operato anche con i servizi segreti francesi. Viene segnalato come mercenario in Angola. Poi ricompare nella guerra jugoslava, combattendo con la legione croata che aveva richiamato volontari neofascisti da tutta Europa.  Quindi nel 1999 finisce in cella in Congo, con il sospetto di avere partecipato a un complotto contro le autorità locali. Ma viene rilasciato, per un intervento delle autorità francesi che ha fatto ipotizzare come in realtà fosse in missione per conto degli 007 di Parigi.
Non solo. Tra il 1994 e il 1999 è stato membro del servizio d’ordine del Fronte National. Lui stesso nel 2001 disse di avere fatto parte di una cellula clandestina creata dal partito nel 1997 per alimentare la rivolta nelle banlieu. Il compito del gruppo era di infiltrarsi nelle periferie, prendere contatto con le bande criminali e giovanili, condizionandole e incitandole alla rivolta. Tutto questo per alimentare un senso di insicurezza che avrebbe permesso al Fronte di ottenere consensi. Rivelazioni smentite dai vertici del movimento nazionalista.
Nel 2008 assieme a un altro ex del Fn crea a Lille l’associazione di estrema destra “La maison du peuple flamand”, facendosi notare per una serie di iniziative contro i musulmani, caratterizzate dalle grigliate in piazza di carne di maiale. È anche l’animatore dei “Campi di Ares”, dal nome greco del dio della guerra, dove si insegnavano tattiche militari ai giovani neofascisti. Nell’ottobre 2011 organizza una manifestazione a Lille con Serge Ayoub, il leader della Terza posizione francese, sciolta dopo l’omicidio dell’antifascista Clement Meric. Anche “La maison” è stata chiusa nel 2012.
Alcuni commenti a questa notizia, pubblicata il 15 dicembre, hanno insinuato si tratti in realtà di un tentativo di discreditare il Front National, a causa del largo consenso ottenuto alle elezioni. No, non è cosi’. In Italia l’indagine è stata resa nota ora; ma in Francia i giornali hanno pubblicato l’arresto di Claude Hermant a gennaio, accusato di traffico di armi. Il 3 maggio le indagini sulla strage a Charlie Hebdo e Hypercacher convergevano su di lui.

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Quindi, se la prima domanda era “perché l’Europa, nonostante tutte le indagini lo indicassero, non ha indagato a fondo e smantellato la rete neonazista che ha appoggiato il terrorismo islamista”? La seconda immediatamente dopo è “come è successo, quando e perché la “resistenza palestinese” è diventata icona di sinistra, se invece fin dalle sue remotissime origini è stata appoggiata, finanziata e incoraggiata dalla destra estrema?

 

 

Consigli per gli acquisti

Sempre per restare in tema natalizio: i regali. Croce e delizia di ogni festività, i regali che si fanno, per piacere o per dovere, richiedono sempre un certo impegno nella scelta. Che cosa le farà piacere? Cosa lo farà sorridere di gioia? Che cosa donare ai figli, alla compagna, al compagno, ai genitori, agli amici a testimonianza di come siano nei nostri pensieri nei momenti dedicati alle feste?

A Gaza si sono orientati sul fashion maschile. Nei negozi “Hitler” e “Hitler2” eleganti manichini sfoggiano T-shirt, blue-jeans stretti, kefiyah e coltelli in mano.

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Hijaz Abu Shanab, un cliente di 20 anni, ha detto: “Il nome del negozio è Hitler e mi piace perché era la persona più anti-ebraica. Quello che ci hanno fatto è sbagliato, hanno preso i nostri diritti in questa terra e ci hanno lasciato senza niente. E’ meglio per noi andare a morire, stiamo vivendo come i morti. Mi piacciono i vestiti e il nome, è fantastico.
Il simpatico Hijaz non ha tenuto conto del fatto che chi lo lascia “come morto” non sono gli israeliani né gli ebrei in generale, dato che li’ dove lui vive, non ce n’è nemmeno l’ombra e che la “sua terra” è nelle mani di gente che si definisce come lui, palestinese. Sottigliezze.

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Immad Mharib, 20 anni: “Ho visto un annuncio su Facebook così sono passato dal negozio perché il coltello, la kefiyah e la maschera sono ormai simboli dell‘intifada di Al-Aqsa.  Voglio comprare in questo negozio; mi piace l’idea di sostenere la nostra gente a Gerusalemme e in Cisgiordania .

Agli “amministratori” di Immad deve essere piaciuto un po’ meno “sostenere la loro gente in Cisgiordania e a Gerusalemme” dato che quando presero il potere massacrarono tutti gli appartenenti o i sospetti simpatizzanti di Fatah.
E questa già è un’indicazione di acquisto preziosa.
Poi le signore, come non pensare a loro? La proposta arriva ancora da Gaza: un profumo in elegante ed eloquente confezione ed il nome è evocativo: Il pugnale. Sarà da intendersi come un profumo capace di trafiggere i cuori degli amati?
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Manico in argento, inserti di perle rosse, a evocare ovviamente il sangue, un venditore spiega: “ La fragranza è dedicata ai martiri“, e ha lo scopo di aiutare le persone a ricordare il “valore della vendetta e a continuare i combattimenti.” Il prezzo elevato rende ancora più importante questo prezioso manufatto.
Il profumo è il regalo per eccellenza, niente come una buona fragranza riesce a far rivivere il ricordo degli avvenimenti importanti. Per questo, durante l’operazione “Pilastro di Difesa”, nel 2012, fu la volta, sempre in periodo natalizio, della fragranza al limone “M-75“, profumo per uomo e per donna, che doveva il suo nome ai missili che Hamas lanciava su Israele.

Spero che il profumo sia forte abbastanza per loro da arrivare a Tel Aviv e ricordare agli ebrei della vittoria palestinese”, Ahmed Hassan, un cliente del vicino Egitto, disse, mentre comprava 30 flaconcini di profumo come souvenir, in un negozio di Gaza City .

Rajaey Odwan, direttore della Continental Style, società di Gaza che commercializza profumi importati e imitazioni locali, disse che pensava di dare ai clienti la possibilità di odorare il profumo della vittoria e “trasformarlo in un profumo.” Vendeva  i 60 ml (2 oz) di bottiglie di  bianche e verdi, a base di  arancio, limone e altri profumi di erbe raccolte a Gaza, per circa $ 13 a testa. “Le vendite sono alle stelle“, disse.

Monumento al missile M-75

Monumento al missile M-75

E come dimenticare i bambini quando si parla di regali? Questa volta la proposta ci arriva dai Territori amministrati dall’Autorità Palestinese: la dogana israeliana ha scoperto 4000 bambole “dell’intifada”, provenienti dagli Emirati Uniti e dirette a Ramallah. Le bambole, vestite con i colori palestinesi rosso, verde, nero e bianco, e la solita kefiah sul volto, portavano slogan come “Gerusalemme è  nostra,” e “Gerusalemme, stiamo arrivando“. Con la loro pietrina in mano, servivano a ricordare ai bambini palestinesi che andare ad ammazzare ed a farsi ammazzare è un loro diritto.

 

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Per ora ci fermiamo qui, mancano ancora diciassette giorni a Natale, un tempo sufficiente a queste menti eccelse per escogitare qualche altra brillante trovata!