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Unesco e Israele, o dei limiti della cultura

ottobre 15, 2016
Della mozione dell’Unesco sulla gestione dei luoghi sacri a Gerusalemme, si è già parlato abbastanza. Del fatto che in tutta la mozione non siano mai nominati i nomi ebraici dei luoghi ma solo quelli arabi, nonostante Ha’aretz si affanni a negarlo, sappiamo già quasi tutto.
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Potremmo però spendere due parole sulla reazione di Irina Bukova, direttrice dell’Unesco, a questa risoluzione, votata con la maggioranza di tutti i paesi arabi e con l’astensione di 26 paesi, compresa buona parte dell’Europa, Francia e Italia in testa.
Il giorno dopo la fatidica riunione la Bukova ha dichiarato:
“Come ho già detto in molte occasioni, e più recentemente nel corso della quarantesima sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, Gerusalemme è la città sacra delle tre religioni monoteiste – Ebraismo, Cristianesimo e Islam.”
E qui, a questa inaudita concessione, hanno esultato in diversi: Visto! Ha ammesso che Gerusalemme è anche ebraica! Oh! Ma dai! Ma è magnifico!
Andiamo avanti:
“E’ in riconoscimento di questa diversità d’eccezione, di questa coesistenza culturale e religiosa, che è stato iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. L’eredità di Gerusalemme è indivisibile, e ciascuna delle sue comunità ha diritto al riconoscimento esplicito della propria storia e del proprio rapporto con la città. Negare, nascondere o eliminare qualsiasi delle tradizioni ebraiche, cristiane o musulmane mina l’integrità del sito, e va contro le ragioni che hanno giustificato la sua iscrizione nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. In nessun luogo più che a Gerusalemme le eredità e le tradizioni ebraica, cristiana e musulmana condividono lo spazio e s’intrecciano al punto da sostenersi a vicenda. Queste tradizioni culturali e spirituali si basano su testi e riferimenti, conosciuti da tutti, che sono parte intrinseca delle identità e della storia dei popoli. Nella Torah, Gerusalemme è la capitale del re Davide, dove Salomone costruì il Tempio e fu collocata l’Arca dell’Alleanza. Nella Bibbia, Gerusalemme è la città della passione e risurrezione di Gesù Cristo. Nel Corano, Gerusalemme è il terzo luogo più sacro dell’Islam, in cui Maometto giunse dopo il suo viaggio notturno da Al Haram (Mecca) ad Al Aqsa.”
A questo punto corre l’obbligo di una piccolissima nota, ma mica per nulla, solo perché l’Unesco è: L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. Dunque Irina Bukova ci dice che per l’Islam Gerusalemme è sacra perché il profeta Muhammed ci giunse in volo, di notte, dalla Mecca fino ad Al Aqsa. A parte il fatto che non si ritrova mai da nessuna parte notizia della presenza del Profeta a Gerusalemme, la moschea Al Aqsa, “la più lontana” che nessun testo ha specificato mai si trattasse di quella di Gerusalemme, fu costruita nel 705 d.c.; Muhammed mori’ nel 632 a Medina. Non sarebbe importante un simile anacronismo se non fosse stata la direttrice dell’Unesco a citarlo e a farlo indicando l’evento come fondamentale per la testimonianza dell’appartenenza musulmana di Gerusalemme. Va bene, chiusa parentesi.
“In questo microcosmo di umana diversità spirituale, popoli diversi adorano gli stessi luoghi, a volte con nomi diversi. Il riconoscimento, l’uso e il rispetto per questi nomi è di primaria importanza. La Moschea di Al Aqsa / Al-Haram al-Sharif, il sacro tempio dei musulmani, è anche Har HaBayit – o Monte del Tempio – il cui Muro Occidentale è il luogo più sacro del giudaismo, a pochi passi dal Santo Sepolcro e dal Monte degli Ulivi venerati dai cristiani. L’eccezionale valore universale della città, e il motivo per cui è stato iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco, si trova in questa sintesi, che è un appello al dialogo, non allo scontro. Abbiamo la responsabilità collettiva di rafforzare questa convivenza culturale e religiosa, con la potenza degli atti e anche con il potere delle parole. Questo requisito è più forte che mai, per colmare le divisioni che danneggiano il carattere inter-religioso della città vecchia. Quando queste divisioni sono riportate all’Unesco, un’organizzazione dedicata al dialogo e alla pace, ciò ci impedisce di svolgere la nostra missione. La responsabilità dell’UNESCO è quello di favorire questo spirito di tolleranza e di rispetto per la storia, e questa è la mia determinazione quotidiana in assoluto, come direttore generale, verso tutti gli Stati membri. Mi impegno a questo in tutte le circostanze, perché questa è la nostra ragion d’essere -. Ricordare che siamo una sola umanità e che la tolleranza è l’unica via da seguire in un mondo di diversità “
Quindi che cosa vorrebbe dire in pratica la Bukova? Io non c’entro nulla, non c’ero e se c’ero dormivo. C’è chi ha avanzato l’ipotesi che potesse essere in buona fede, che – povera donna – avesse dovuto subire una risoluzione che a lei proprio non andava giù. E allora vediamo gli antefatti, i rapporti dell’Unesco diretto dalla Bukova e Israele/ebraismo mondiale.
Nel gennaio 2014, il professor Robert Wistrich aveva comprato un biglietto per Parigi per partecipare all’inaugurazione di una mostra, della quale era curatore, sulla connessione del popolo ebraico con Eretz Israel, che avrebbe dovuto aver luogo presso la sede dell’UNESCO. Per scoprire invece che la mostra era stata rinviata a tempo indeterminato, senza preavviso, a causa della pressione dei Paesi arabi. E così se ne rimase a Gerusalemme, ma non in silenzio:
“E’ stato un tradimento. E farlo in questo modo è vergognoso “,  Wistrich dirige il Vidal Sassoon International Center,  della Hebrew University per lo studio dell’antisemitismo ed è una delle maggiori autorità mondiali in materia. Un “atto spaventoso,” la cancellazione “ha completamente distrutto qualsiasi pretesa che l’Unesco potrebbe avanzare circa il rappresentare i valori universali della tolleranza, della comprensione reciproca, del rispetto per l’altro e delle narrazioni diverse, e in merito al suo impegno con le organizzazioni della società civile e per l’importanza dell’educazione . Perché c’è uno standard per gli ebrei, e un altro per i non ebrei, soprattutto se sono arabi, ma non solo “.
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La Bokova in quell’occasione disse: Restano“problemi relativi al punto di vista storico del testo e delle rappresentazioni visuali, potenzialmente contestabili e che potrebbero essere considerati dagli Stati membri mettere in pericolo il processo di pace”. “In questo contesto, purtroppo, l’UNESCO ha dovuto rimandare l’inaugurazione della mostra”. In una lettera ai leader del Wiesenthal Center, Bokova ricordò il suo “impegno molto fermo nella costruzione del consenso in tutte le decisioni UNESCO e le risoluzioni adottate dagli Stati membri su le questioni relative al Medio Oriente. ” Che linguaggio ipocritamente doppio, commentò Wistrich, sottolineando che: “L’UNESCO è d’accordo ad organizzare le mostre sulla Shoah… Amano gli ebrei morti. E sono più che pronti nel tracciare la lezione universale di come questo non debba mai accadere di nuovo “. Tuttavia, l’idea” che gli ebrei siano vivi e vegeti e lottino per determinare il proprio destino nella loro stessa patria è qualcosa di molto più difficile da digerire, per motivi politici che conosciamo. “
Sopravvissuti a Buchenwald arrivano a Haifa

Sopravvissuti a Buchenwald arrivano a Haifa

La mostra, in ritardo, si tenne. Fu cancellato dal titolo il nome Israele e sostituito con Terra Santa e la Bokova si rifece un minimo il look che aveva perduto.

Ma cosa disse la Bokova nel 2015, quando le fu sottoposta per la prima volta la mozione che è stata poi presentata ieri?

“Deploro la recente proposta di discussione presentata al Consiglio esecutivo dell’UNESCO” e ho fatto appello affinché siano prese “decisioni che non infiammino ulteriormente le tensioni sul terreno e che incoraggino il rispetto per la santità del luogo sacro.Tutti noi abbiamo la responsabilità come mandato dell’UNESCO nel prendere decisioni che promuovano il dialogo, la tolleranza e la pace” “questo è particolarmente importante per i giovani, che dovrebbero essere nutriti e istruiti per la pace.”

In pratica le stesse cose che ha detto ieri; allora si potrebbe pensare o che la Bokova sia una mera figura di facciata e che nella realtà non conti assolutamente nulla (ma allora ci sarebbe da chiedersi anche: chi è che conta?), oppure ha messo un disco e lo aziona da un anno all’altro.

E come spesso “misteriose” sono le strategie di comunicazione che adottano, altrettanto lo sono gli endorsements che nominano questi importanti personaggi. Per esempio, Irina Bokova si era candidata al posto di Segretario delle Nazioni Unite, dopo Ban Ki Moon. La Bokova è una delle predilette di Putin e con la Russia ha da sempre legami saldi e duraturi, Mosca quindi ne appoggiava la successione a Ban Ki Moon.  Al suo posto alla direzione dell’Unesco la Bokova aveva proposto la candidatura di un rappresentante azero. Ma il progetto fu disturbato da diverse voci critiche, tra le quali quella del European Centre of Press and Media Freedom, il quale fece presente sia le violazioni del governo dell’Azerbaijan in merito alla libertà di stampa, sia ricordò un elogio del 2015 espresso dalla Bokova stessa al governo, nel quale la direttrice dell’Unesco esprimeva: “gratitudine alle autorità della Repubblica di Azerbaigian”. Il Centre of Press sottolineò la stretta collaborazione esistente tra la Bokova e la Fondazione Heydar Aliyev, nonché la partecipazione finanziaria di quest’ultima a progetti comuni, chiedendosi come una simile candidata, così devota a un governo dittatoriale, potesse aspirare alla presidenza dell’Onu. In quell’occasione furono anche avanzati sospetti sulle proprietà della Bokova a Manhattan, immobili per un valore di 3 milioni di dollari. Dall’indagine giornalistica che fu avviata all’epoca, apparve subito evidente che la famiglia Bokova non avrebbe potuto permettersi tali proprietà e però aveva pagato cash due appartamenti a Manhattan per 2,4 milioni di dollari. Secondo questa indagine giornalistica la Bokova avrebbe guadagnato dal suo incarico di direttrice 780.000 dollari, per tutta la durata del suo mandato. Aggiungendoci delle proprietà vendute in Bulgaria, l’indagine stabilì una cifra che sarebbe bastata solo a pagare uno dei due appartamenti a Manhattan.

I giornalisti si spinsero ad analizzare anche le entrate del marito della Bokova, Kalin Mitrev, che per lungo tempo aveva ricoperto il ruolo di rappresentante dell’European Bank for Reconstruction and Development (EBRD) in Bulgaria. Il salario del marito risultò compatibile con quello della moglie. Insomma da dove arrivano tutti questi soldi che permettevano l’acquisto di proprietà favolose, viaggi a Baku frequentissimi e annessi e connessi? E chi sono quelli della Fondazione Aliyev?

La Fondazione Aliyev, nota anche come “il clan Aliyev” è una organizzazione di beneficienza in Azerbaijan, fondata nel 2004 in onore di Heydar Aliyev ex leader dell’Azerbaijan ed è presieduta da Mehriban Aliyaeva, nuora dell’ex leader. Non sono poche le criticità verso la Fondazione che da una parte sponsorizza iniziative dell’Unicef mentre gli stessi personaggi che sono a capo della Fondazione sono anche i leader politici di un Paese, l’Azerbaijan, tra i più repressivi e corrotti del Globo. Così, ad esempio, l’Unicef Azero può tranquillamente sostenere di non aver ricevuto soldi dal governo per finanziare le proprie iniziative, ma non può smentire di averli presi dalla Fondazione a capo della quale ci sono i leader del governo.  Leyla Aliyev, vice presidente della Fondazione, salì alle cronache quando il suo nome comparve nei “Panama Papers“: la sua famiglia gestiva una società di comodo nelle Isole Vergini Britanniche, creata per gestire gli svariati milioni di dollari del  portafoglio immobiliare britannico della famiglia.
Leyla Aliyev e sua sorella Arzu risultarono azioniste di una società chiamata Esaltazione Limited, fondata per gestire proprietà nel Regno Unito. Leyla è anch’essa la fortunata proprietaria di un immobile a Londra stimato 17 milioni di sterline. 
Insomma, la storia personale della Bokova sembra intrecciarsi con quella di banche, proprietari di immobili, società off shore, fondazioni filantropiche.

 

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Ma ancora più meraviglia desta la reazione “del giorno dopo”. Oggi tutti i pezzi da 90 dell’Unesco hanno fatto a gara per smarcarsi da quella ingombrantissima mozione. La Bokova ha addirittura scritto a Tzipi Livni: “Insieme combatteremo la delegittimazione di Israele”! Michael Worbs, Executive Board dell’Unesco ha dichiarato: “Quello che è successo oggi è eccezionale, mi dispiace moltissimo… capisco in pieno i sentimenti di tanti israeliani ma questo non è un dibattito Unesco, l’Unesco è solo il luogo dove il dibattito si svolge”. Cioè, sembrano o no parole di un ostaggio che non può far altro che, a malincuore, obbedire? E se si, di chi è ostaggio l’Unesco?

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