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Il socialismo degli imbecilli

maggio 7, 2016

Il 24 agosto 2015, a Grenoble, Jean -Luc Melenchon, durante un raduno pubblico di militanti del suo partito, rivolgendosi al Crif – la comunità che rappresenta gli ebrei francesi e quindi agli ebrei stessi, disse: “La Repubblica è il contrario di quelle comunità aggressive che danno lezione al resto del Paese”. E: “Noi non crediamo a Popoli superiori ad altri”, postulando poi che il terrorismo palestinese altro non sia che una reazione alla pretesa ebraica di essere un “popolo eletto”.

Populismo certo, ottusità sicuramente, ma il discorso antisemita che la sinistra non si vergogna di manifestare apertamente, mascherandolo da antisionismo e quindi, oltre tutto, ammantandolo di buoni principi, non si può ignorare. Non si può ignorare perché stringe chi per cultura, religione o nascita si sente coinvolto ed emotivamente vicino alle sorti dello Stato ebraico, in un isolamento senza scampo. Riprendiamo il discorso iniziato nell’ultimo articolo e cerchiamo di analizzarne le implicazioni, utilizzando i numerosi contributi disponibili.

 

socialisme

Scriveva David Meghnagi, storico, psicanalista e direttore del Master post-universitario per la Didattica della Shoah, nel 2009: Sono convinto che all’antisemitismo vecchio si è aggiunto uno nuovo. Il fenomeno ha avuto una lunga incubazione di almeno 40 anni ed ha avuto come sfondo il rifiuto dell’ebreo come nazione e come Stato. Le vecchie demonologie antisemite del passato si sono trasferite su Israele. Si tratta di un processo dissociativo in cui l’ebreo è accettato e idealizzato come nazione morta, e di fatto rifiutato come nazione viva.
Il problema è complicato dai cambiamenti che stanno avvenendo nella stessa Europa, per la presenza sempre più ampia di immigrati di terza generazione di origine araba e islamica che proiettano sul conflitto mediorientale il senso di alienazione e di non appartenenza con cui vivono il loro nuovo rapporto con i paesi in cui i genitori e i nonni si sono stabiliti.

Vi è il rischio del trasferimento del conflitto mediorientale dentro, nel cuore dell’Europa, con tutti i pericoli che comporta rispetto alla prospettiva di un nuovo antisemitismo. ll pericolo più grande è che il sentimento di alienazione e di protesta contro il mondo occidentale, diffuso nelle periferie parigine e in settori dell’èlite di terza generazione dell’immigrazione, si saldi con una nuova ideologia antisemita. Su questo c’è un grave ritardo politico e culturale. Si tratta di un cambiamento epocale in cui il vecchio antisemitismo di matrice europea si congiunge con quello islamista di natura politica e religiosa. Ho fatto una ricerca sulla stampa araba degli ultimi 40 anni ed ho raccolto mille vignette. Studiandole si ha la sensazione netta che sia in atto un processo di demonizzazione e che la rappresentazione della realtà del conflitto non sia più di natura politica, ma abbia assunto progressivamente dei connotati demonologici, ovvero una demonizzazione del nemico che ricorda non pochi aspetti della simbologia antisemita degli anni Trenta”.

Esempio di vignetta

Esempio di vignetta

Scriveva Ivan Riouful, sul Le Figaro del 16 febbraio 2015:

“Le cose sarebbero talmente semplici se fosse l’estrema destra ad essere dietro agli atti antisemiti che si moltiplicano in Francia ed in Europa! I professionisti dell’antirazzismo avrebbero buon gioco a chiamare a manifestare ed esigere il rigetto collettivo di un tale movimento ripugnante. Ma la loro logica ideologica non funziona più: si rivela inadatta a descrivere la realtà. Essi fanno credere che il fondamentalismo islamista (che ha fatto ancora una volta scorrere sangue a Copenhagen, questo week-end), sia la fonte del nuovo odio anti-ebraico e anti-occidentale.

Questo antisemitismo, apparso nelle periferie francesi già all’inizio del 2000, non suscita l’indignazione delle “coscienze” che hanno preso sotto le loro ali la minoranza musulmana, anche nei peggiori avvenimenti. Né l’assassinio atroce di Ilan Halimi , nel 2006, né gli omicidi abietti di Merah, contro due soldati e alla scuola ebraica di Toulouse, né quelli compiuti da Nemmouche, al museo ebraico di Bruxelles, hanno indotto le “anime belle” a scendere in piazza e manifestare. Gli assassinii commessi da Coulibaly all’Hipercasher di Parigi non avrebbero avuta eco se non fossero stati preceduti da quelli nella redazione di Charlie Hebdo. L’antisemitismo che ha fatto fuggire alcuni ebrei francesi è tanto più scandaloso quando è edulcorato da quelli che trovano scusanti a queste barbarie, ritenendone responsabili la Francia o Israele: la prima accusata di favorire l’apartheid, il razzismo, le ghettizzazioni. Il secondo colpevole di aver voluto rinascere ed esistere ancora. Chi fa questo è tutta una parte della sinistra che si trova così ad appoggiare un nazi-islamismo che rifiuta di vedere.”

 

esempio di vignetta spacciata come "legittima critica a un governo"

esempio di vignetta spacciata come “legittima critica a un governo”

 

La “questione” dell’antisemitismo che alberga in una parte della sinistra (e notamente di quella che rivendica la legittimità dell’appartenenza, distinguendosi dal centro-sinistra europeo) è minimizzata, sottaciuta, evitata accuratamente, addirittura utilizzando il tentativo di giustificare questa inerzia con il rischio che, dando troppa importanza a “settori” che sono sempre disperatamente descritti come “marginali”, non sia la destra e l’estrema destra ad esserne favorita. Il dibattito in merito sembra soprattutto essere all’ordine del giorno in Francia; altri Paesi come l’Italia e l’Inghilterra per esempio (ma forse anche la Germania) preferiscono ignorare il problema e considerarlo, appunto, marginale e quindi innocuo.

La rivista Mondialisme.org, sito collettivo di contributi di estrema sinistra e anarchici, sembra invece rendersi ben conto dello stato dell’arte dell’antisemitismo di sinistra e anche del suo mascheramento “anti-sionista”, individuando alcuni punti-chiave:

La non conoscenza della storia, della cultura e della religione ebraica, riassunta nella rozza teoria del “popolo eletto”, ignorando completamente l’esistenza di una teoria della liberazione ebraica, mentre la stessa riferita a cristiani e musulmani è tenuta in massimo conto.

La demonizzazione dei media nei confronti degli ebrei presentati sempre come capitalisti e sfruttatori, anche quando sono solo intellettuali come B.H. Levy o Elisabeth Badinter.

La sottovalutazione dell’antisemitismo islamico e della sua influenza sui paesi occidentali; del ruolo attivo dei regimi arabi nell’espulsione degli ebrei medio-orientali.

L’inganno della nozione linguistica di “popoli semiti”, trasposta erroneamente nel campo dell’antropologia, al fine di convincere dell’impossibilità di un antisemitismo arabo, in quanto arabi ed ebrei entrambi popoli semiti.

Il tentativo di sbarazzarsi dell’ingombrante fardello della Shoah, relegando l’antisemitismo a un passato lontano, quasi arcaico e inimmaginabile nei tempi attuali.

L’associare nell’immaginario il sionismo al nazismo, coniando l’orrendo termine “nazi-sionismo” o esagerando il ruolo di alcune formazioni armate che operavano prima della nascita dello Stato di Israele, come la Banda Stern, per “dimostrare” che Israele sarebbe nato da formazioni di destra.

Lo spacciare il timore e l’allarme per l’antisemitismo rivitalizzato per “paranoia ebraica”, sottolineando che questa tecnica è sempre stata usata per accusare le vittime di razzismo e di oppressione, di “mania di persecuzione”.

La ripresa dei temi antisemiti/antisionisti cari allo stalinismo ed ai regimi est-europei: “sono i regimi stalinisti e i loro alleati nazionalisti di sinistra, prima nei Paesi dell’Est, poi in quelli arabi ed infine a livello planetario che hanno fatto del termine “sionismo” un’ingiuria sul piano politico, diabolico sul piano religioso e comodo per rimpiazzare il termine “ebreo” e quindi dissimulare l’antisemitismo”.

Il ruolo dei “nuovi storici” come Ilan Pappè, Benny Morris, Seguev e di accademici come Sand, che si definiscono post-sionisti.

E così via. C’è quasi tutto, anche se – molto comprensibilmente, data la loro estrazione politica – quando si tratta di analizzare le politiche dell’attuale governo israeliano non lesinano termini come “criminale”.

 

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Basterebbero questi punti fondamentali per convincere la sinistra europea ad avere il coraggio di aprire un dibattito serio in merito. Anche in alcuni Paesi arabi, molto lentamente, si affaccia la stessa esigenza.

Il quotidiano libanese in lingua francese “L’Orient Le Jour” pubblica un articolo dal titolo “L’antisemitismo di sinistra” e parte, nella sua analisi, dalla situazione inglese. Ricorda le parole di Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, laburista, che gli sono valsi l’espulsione dal partito: “Hitler prima di divenire matto e massacrare sei milioni di ebrei” avrebbe avuto “solo” l’intenzione di spedirli nella Palestina geografica, il che basterebbe, secondo Livingstone, a fare di lui un sionista. Ian Buruma scrive su “L’Orient Le Jour”:

“Da un punto di vista storico ciò è aberrante. Hitler non ha mai individuato nella Palestina uno Stato ebraico e metterlo sullo stesso piano degli ebrei che cercavano di sfuggire alle violenze antisemite è perlomeno choccante.”

Buruma continua:

“E’ comunemente ammesso, tra i militanti di sinistra europei, che i pregiudizi razziali, tra i quali l’antisemitismo, siano propri ai partiti di destra. Tale punto di vista risale senza dubbio a “l’affare Dreyfus”, nel Diciannovesimo secolo, che divise la Francia in due, tra colpevolisti, appartenenti per lo più all’area conservatrice e innocentisti. I conservatori erano in maggioranza ferventi cattolici, a disagio con la nuova repubblica laica, associata ai liberali ed agli ebrei.”

Buruma ricorda poi come gli stessi risentimenti abbiano trovato una eco profonda nell’Europa del Ventesimo secolo, tra i nazionalisti nazisti, i cristiani di destra e gli anti-bolscevichi fanatici. Ma, osserva, questo ha avuto la conseguenza di far  scordare o minimizzare l’antisemitismo di sinistra, anch’esso storicamente sempre stato presente. Ricorda, ad esempio, che Stalin chiamava gli ebrei “cosmopoliti senza radici”, considerandoli, per loro stessa natura, agenti del capitalismo e traditori dell’Unione Sovietica. E di come Marx, che sottovalutò gli effetti dell’antisemitismo, scriveva che “il denaro è il dio geloso di Israele”.

 

Propaganda russa antisemita

Propaganda russa antisemita

 

Nel ’48, alla fondazione dello Stato di Israele, Buruma scrive che non era ancora necessario, per la sinistra mondiale, definire il sionismo “tossico” né associarlo all’apartheid sud-africano, quindi non c’era l’esigenza di demonizzare “l’ebreo in Israele”. La svolta, come sappiamo, avvenne dopo la guerra dei Sei Giorni. Dopo due intifade e la perdita di importanza della sinistra sulla scena politica israeliana, Israele cominciò ad essere considerato l’incarnazione di tutto quanto la sinistra si considerava in obbligo di combattere: colonialismo, oppressione, militarismo, chauvinismo.

Ed è a questo punto, dice Buruma, che quelli che fino a poco tempo prima sarebbero stati annoverati fra le correnti “anti-dreyfusiane” cominciano a diventare “gli amici di Israele”, applaudendo alla linea dura,  o così percepita, del governo nei confronti dei palestinesi. Trasferendo quelli stereotipi che hanno utilizzato nei confronti degli ebrei ai cittadini europei di origine musulmana e araba: mentono di natura, non potranno mai essere cittadini leali, aspirano alla dominazione mondiale. Buruma li chiama “anti-dreyfusiani dei tempi moderni”: “Niente di tutto ciò scusa il linguaggio infame di Livingstone e di altri. L’antisemitismo di sinistra è altrettanto tossico che quello di destra. Ma la collocazione di Israele nel dibattito politico occidentale mostra come i pregiudizi possano passare da un gruppo a un altro, quando i sentimenti soggiacenti sono esattamente gli stessi.”

 

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