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L’Europa paga, ma siamo sicuri di sapere cosa?

aprile 19, 2016

L’argomento denaro è uno di quelli che riesce a sollecitare anche i cittadini più lontani dalla politica: la crisi economica non è finita, al contrario. Alle già traballanti e boccheggianti economie europee ha dato un ulteriore colpo di grazia la “questione rifugiati” che ha costretto a sborsare milioni di euro per tentare di arginare un “fenomeno” inarrestabile: la fuga biblica di popolazioni intere dalle guerre e dalle carestie, in cerca di rifugio e pane. La Grecia non riesce a far fronte agli arrivi in massa, quotidiani, e chiede soldi all’Europa. La Turchia che strategicamente è la “porta” di ingresso sia di rifugiati siriani e iraqeni, sia di cellule terroristiche in azione, chiede soldi all’Europa per bloccare e rispedire al mittente chi riesce a scampare ai bombardamenti dal cielo ed agli attentati a terra. E lo stesso fa ogni Paese che si trova ad essere sulla linea di transito o di arrivo dei rifugiati: soldi, soldi che non risolveranno nessuno dei problemi sul piatto e che indeboliranno ancora di più le economie europee globali e contribuiranno a formare un “pensiero unico”, ben lontano dagli ideali che l’Unione Europea diceva di voler perseguire. Ed i cittadini reagiscono con sfiducia sempre crescente sia nella politica che nell’idea stessa di cooperazione tra Stati e di solidarietà umana, diventato ormai – quest’ultimo – quasi un concetto sconcio.

 

Homs, Siria

Homs, Siria

Dei soldi che l’Unione Europea spende, cioè che i suoi cittadini sono chiamati a sborsare, sappiamo quasi tutto… quasi appunto, perché ci sono notizie che non riescono a perforare il muro di gomma dell’auto-censura mediatica e che se si affacciano un attimo alla ribalta, benché potenzialmente interessanti, sono subito ricacciate nell’oblio. Una di queste riguarda le varie Panama-papers connections. Sappiamo già (o potremmo/dovremmo sapere) che fin dal 1994, anno dei famosi “Accordi di Oslo”, l’Unione Europea ha gettato soldi nelle tasche di Arafat prima e di Abbas dopo, montagne di soldi che per essere quantificati richiederebbero un esperto contabile. La fortuna accumulata da Arafat servì certamente ad Abbas per farsi un’idea di come conveniva muoversi. Lo scherzetto della benzina acquistata da Arafat a Israele e rivenduta ai palestinesi “allungata” con kerosene e che fu al centro dello scandalo General Petroleum Corporation diventa una barzelletta. Nel 2013 l’Unione Europea si accorge che in quattro anni, dal 2008 al 2012, l’Amministrazione palestinese si è inghiottita due miliardi di euro,  per esempio.  Spariti nel nulla come sempre; gli ispettori europei inviati a Ramallah per tentare di capire che fine avessero fatto quei soldini, restano “sconcertati”: non c’è traccia di nessun tipo di investimento.

 

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Nel 2009 l’impero che Abbas era riuscito a costruire per i suoi figli fu al centro di un’inchiesta della Reuters. Quasi dieci anni prima Yasser, uno dei figli di Abbas, era tornato dall’America, dove aveva studiato, a Ramallah e avviato il suo proprio commercio. Un ramo era costituito dalla Falcon Tobacco, monopolio sulla vendita del tabacco americano nei Territori. I fratelli Abbas sono due tipetti molto intraprendenti; delle proprietà che la famiglia possiede, proprietà sontuose  per un valore di oltre 20 milioni di dollari, a Gaza, in Giordania, in Qatar, a Ramallah, in Tunisia, e negli Emirati qualcosa si sapeva. Ma probabilmente sono dettagli di un ben più ampio “giro di affari”.

Adnan Abu Amer è un giornalista basato a Gaza e quindi si può immaginare che quello che scrive sia “monitorato” e approvato da Hamas. Motivi per dare addosso all’Amministrazione palestinese Hamas ce ne ha. Detto questo resta che il nome di Tareq Abbas, il minore dei figli di Abbas, figura davvero nello scandalo di evasione e riciclaggio di denaro, messo in luce dai “Panama Papers”. Scrive Amer sul giornale on line Al Monitor:

Tareq Abbas, il figlio del presidente Mahmoud Abbas, è tra i nomi palestinesi contenuti nei documenti. Secondo questi documenti, Abbas possiede segretamente, in collaborazione con la PA, una holding del valore di oltre $ 1 milione nelle Isole Vergini Britanniche. Anche Mohammed Mustafa, ex  vice primo ministro palestinese, dimessosi nel 2015 e attuale capo del Palestine Investment Fund (PIF), figura nella lista, così come la palestinese Arab Palestinian Investment Company (APIC), una delle più grandi aziende nei Territori, con più di 1.500 dipendenti. Mohammed Abu GIAB, capo editore della rivista al-Eqtesadia, ha detto ad Al-Monitor, La credibilità dei Panama Papers è indiscutibile – alcune figure palestinesi e collegate con la PA sono implicate nel riciclaggio di denaro. Recentemente ho saputo che sono state intraprese alcune azioni diplomatiche a livello internazionale, in seguito alla divulgazione dei Panama Papers, nel tentativo di indagare il coinvolgimento di queste personalità in questi eccessi. I documenti avranno un impatto drammatico su due livelli. Il primo è politico: la PA potrebbe (il condizionale è d’uopo NdR) dover affrontare le pressioni internazionali riguardanti il suo ruolo nell’uso dei fondi. Il secondo è di natura economica, dato che gli sforzi internazionali per rilanciare l’economia palestinese potrebbero rallentare. Tuttavia, nessuna azione giudiziaria è stata adottata da parte palestinese per indagare su questi fondi.”

 

 

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Anche il giornale Ha’aretz riporta più o meno dettagliatamente le stesse notizie. Quello che resta un po’ ai “margini” è il ruolo dei “donatori” in tutto questo e della Comunità Europea, tra gli altri. Entrambi gli articoli parlano di mancanza di controlli internazionali, la solita “ingenuità” occidentale? Né cifre, né nomi di Paesi, nulla. Vediamo se possiamo saperne qualcosa di più. Global Community si descrive così:

Noi non diciamo alla comunità che cosa fare, è la comunità a dircelo. Global Community è una organizzazione di sviluppo globale, impegnata a lavorare in collaborazione con le comunità in tutto il mondo per realizzare cambiamenti sostenibili di forte impatto che migliorino la vita e i mezzi di sussistenza dei più vulnerabili. Lo sviluppo non è qualcosa che facciamo per la gente; è qualcosa che facciamo con loro. Noi crediamo che le persone che comprendono meglio i loro bisogni siano le persone della comunità stessa.  Facciamo la differenza impegnandoci con le comunità, i governi, il settore privato e le ONG come partner… Siamo una organizzazione non-profit.

Nel 2014, in un articolo datato 27 agosto, da Ramallah, (l’operazione Protective Edge era conclusa da un giorno) scrivevano:

Dato che la situazione umanitaria a Gaza peggiora e le condizioni di vita vanno rapidamente deteriorandosi, Global Community continua a fornire assistenza umanitaria di emergenza per gli sfollati interni a Gaza. Tale assistenza è iniziata nei primi giorni della recente crisi, ed è stata incrementata questa settimana, grazie al contributo di aziende del settore privato palestinese. La Palestine Development Foundation, una sussidiaria del Palestine Investment Fund (PIF) ha donato $ 200.000, e l’Arab palestinian Investment Company (APIC) ha donato $ 50.000…”

PIF e APIC che ora ritroviamo nei Panama Papers, loro. La direttrice della Global Community per la Palestina, Lana Abu Hijleh, si presenta come: Membro dell’Aspen Institute Global Leadership Network, della Leadership Middle East Initiative; membro del Global Young Presidents Organization; Vice Presidente del Partner for New Beginning, sezione Palestina. Opera nella Boards of the Palestine Student Lending Fund, nel Riwaq – the Palestinian Center for Architectural Conservation, nel Palestine Economic Policy Research Institute, El-Funoun Palestinian Dance Troupe, e nel Palestinian Institute for Public Diplomacy. E’ anche un membro dell’ Education for Employment Foundation-Palestine e del Business Women Forum. Una vita piena insomma. Ma quello che Hijleh non dice nella sua presentazione è che fa anche parte del direttivo del PIF.

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Quindi, un giorno dopo la fine dell’operazione Protective Edge la Global Community ha cominciato a gestire i fondi provenienti dal PIF e dall’Apic.  Cifre, almeno quelle iniziali citate sopra, che possono essere considerate “robetta” ma che si sono andate ad aggiungere ad un “paniere” diventato sempre più ricco. Una cosa ovvia viene da chiedersi: come mai, dato che la corruzione dell’Amministrazione Palestinese è nota da decenni e ogni tentativo di controllo dei fondi “donati” o investiti ha messo in luce l’inesistenza dell’attuazione dei progetti per i quali erano stati stanziati, la Comunità europea ha continuato a gettarci soldi a palate? Per esempio: come mai per la ricostruzione di Gaza e gli aiuti alla popolazione dopo la “crisi” del 2014 sono cominciati ad affluire soldi fin dal giono dopo la fine di Protective Edge (come abbiamo visto sopra) e nel 2015 100.000 palestinesi continuano ad essere senza casa? E come mai invece sono ricominciate immediatamente le ricostruzioni dei tunnel? Alla conferenza che si tenne al Cairo, furono decisi inizialmente aiuti per 2,7 miliardi di dollari. In totale, alla fine della discussione, fu sfiorata la cifra di 5,4 miliardi di dollari: il Qatar dette un miliardo; l’Unione Europea 568 milioni; l’America 212 milioni; Turchia e UAE 200 milioni a testa. Né Israele né Hamas furono presenti alla discussione. I primi carichi di materiale arrivarono in Israele la mattina del 14 ottobre. 75 camion che portarono 600 tonnellate di cemento, 400 tonnellate di acciaio, 50 tonnellate di ghiaia. Poi? Poi il “governo di unità” ha ovviamente cominciato a scannarsi per la gestione degli aiuti. L’amministrazione di Abbas si lagnava che Hamas non accettava di gestire la ricostruzione insieme e che senza Anp non avrebbe potuto esserci ricostruzione. Risultato? 42000 domande di ricostruzione cancellate e solo 15600 richiedenti avevano ricevuto effettivamente il materiale necessario. Hamas incamerava il cemento, rivendendoselo a caro prezzo e usandolo per ricominciare la costruzione dei tunnel.

Jonathan Schanzer, Vice Presidente del Research Foundation for Defense of Democracies, Lotta al terrorismo e promozione delle Libertà, nel 2012 scriveva:

Nella mia relazione davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera lo scorso settembre, ho sollevato preoccupazioni circa il Palestine Investment Fund (PIF). Dopo questa relazione, ho ricevuto una lettera un po’ minacciosa dalla sede del Fondo, a Washington. Abbiamo avuto produttive discussioni circa le mie scoperte, di cui una con il capo dell’Investment Fund, che ne parlo’ anche a influenti membri dello staff di Capitol Hill. Senza entrare troppo nel dettaglio, le mie preoccupazioni più gravi derivavano dalla persistente indicazione che il fondo non fosse così trasparente o indipendente come era destinato ad essere. Mentre il PIF insiste sul fatto che rimane trasparente e fedele al suo statuto, Abbas ha ammesso di aver piazzato i suoi stessi alleati, come membri del consiglio, per mezzo del quale egli mantiene un controllo efficace del fondo. (Interview with former Palestinian Authority official, Jerusalem, September 8, 2011)… Infine, anche se il PIF afferma di aver cessato ogni operazione a Gaza dopo che il gruppo terrorista di Hamas si incaricò della gestione del patrimonio nel 2011, ho ricevuto un rapporto secondo il quale  rappresentanti del  PIF vi hanno stabilito una presenza in una scuola elementare. Secondo un funzionario della American International School a Gaza, i rappresentanti del PIF  hanno “Assunto la carica di vice preside.” (Phone interview with an official from the American International School in Gaza, July 5, 2012)   Va notato che PIF possiede la scuola attraverso una delle sue affiliate. Ma se il PIF mantiene una presenza nella Gaza controllata da Hamas questo richiede una spiegazione. Sarebbe anche utile per comprendere la ragione della presenza del fondo in una scuola che riceve assistenza da USAID. In una conversazione avuta prima di presentazione questa relazione, il consiglio del PIF ha indicato volersi occuparsi della questione.

La Jewish Virtual Library, in “Schede informative # 27: Palestinian  Trail Money” il suo sito in sezione (al 29 Settembre, 2006) cita:

“Dalla firma dell’Accordo di Oslo nel 1993, il governo americano ha impegnato più di $ 1,3 miliardi in aiuti economici alla Cisgiordania e Striscia di Gaza. Dalla fine del 2000, gli Stati arabi hanno trasferito alla Autorità Palestinese aiuti finanziari mensili per $ 45 milioni (dall’aprile 2002 tale importo è stato aumentato a $ 55 milioni). L’Unione europea (UE) trasferisce alla PA circa $ 9 milioni al mese. Entro la fine del 2001, i palestinesi hanno ricevuto $ 4 miliardi (la cifra è ora più vicino a $ 5,5 miliardi) dagli  accordi di Oslo del 1993. L’equivalente pro capite è di di 1.330 dollari . In confronto, il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale consistette in $ 272 pro capite (al valore attuale). ”

Per dire, non sono fatti nuovi. Se ne parla già da un bel po’. E tuttavia non è mai cessato il flusso enorme di soldi destinati all’Amministrazione palestinese, come mai? Le incongruenze sono molte, per esempio: mentre il PIF nel suo report annuale presenta i risultati della sua collaborazione con l’Amministrazione palestinese, collaborazione che avrebbe contribuito ad una crescita del benessere economico nei Territori, confermato dal Trading Economic Rate che riporta una crescita del 6,10%, l’Unione Europea assegna, come primo contributo del 2016, 12 milioni di Euro alle “famiglie povere di West Bank e Gaza”.

L’Unione Europea, l’Austria, l’Irlanda e il Portogallo si sono uniti negli sforzi per sostenere il primo pagamento per questo anno delle quote sociali per circa 119.000 famiglie povere, registrate nel programma palestinese di trasferimento di denaro”, ha detto Mr. Ralph Tarraf, il rappresentante dell’UE. ”
Questo pagamento una volta di più dimostra il nostro impegno di lunga data nel fornire un sostegno concreto ai più vulnerabili palestinesi, in collaborazione con il Ministero degli Affari Sociali palestinese.
Questo contributo rappresenta la prima tranche di sostegno dell’Unione europea per il programma di trasferimento di denaro, nel 2016. Più di 42.200.000 € sono stati messi a disposizione per sostenere il bilancio del contante da trasferire al programma di quest’anno, tra cui € 40 milioni dal bilancio dell’Unione europea e contributi dei governi di Austria, Irlanda e Portogallo.

Ma aveva già dato, tre giorni prima, 15,3 milioni di euro per i pagamenti di salari e pensioni all’Amministrazione Palestinese. L’Europa ha davvero un cuor d’oro!

 

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E poi, siccome gli “aiuti” vanno diversificati, ecco che l’Unione Europea finanzia con 600 mila euro i gruppi neo-fascisti europei. Per il 2016, il Parlamento europeo finanzierà con quasi 600mila euro il partito pan-europeo di fascisti, neonazisti e negazionisti fondato da Roberto Fiore e la fondazione ad esso affiliata. È quanto risulta dai documenti ufficiali riguardo ai contributi che ogni anno l’Europarlamento assegna ai partiti politici e alle fondazioni che operano a livello europeo. Secondo i documenti di gennaio 2016, 197.625 euro andranno alla fondazione tedesca Europa Terra Nostra, legata al partito europeo Alliance for Peace and Freedom (Afp). Lo stesso partito risulta poi destinatario di un altro finanziamento, quello per i partiti europei, da 400mila euro. In totale, al partito andranno dunque poco meno di 600mila euro. La decisione è stata presa dal Bureau, cioè il massimo organo decisionale amministrativo del Parlamento, composto dal presidente Martin Schulz, 14 vice presidenti (tra i quali gli italiani Antonio Tajani e David Sassoli) e cinque questori. Il segretario generale del partito è lo svedese Stefan Jacobsson, leader dell’ora defunto partito neonazista svedese, e da sempre militante dei movimenti per la supremazia bianca. Dell’Afp fanno parte anche il belga Hervé Van Laethem, condannato più volte dalla giustizia belga per razzismo e fiero sostenitore della libertà di espressione per il negazionismo, esponenti del partito neonazista greco, Alba Dorata, di cui tre membri siedono al Parlamento europeo e membri del Partito Nazionaldemocratico di Germania, neonazista anche questo, tanto che cinque governatori di altrettanti Stati della Repubblica Federale hanno recentemente deciso di presentare alla Corte costituzionale tedesca la richiesta di metterlo fuori legge.

Un colpo al cerchio e uno alla botte, dentro e fuori i confini. Tanto i cittadini sono troppo impegnati in altre preoccupazioni per farci caso. Evviva l’Europa Unita!

 

 

 

 

 

 

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