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La verità? Sì ma quale?

aprile 16, 2016

L’omicidio di Giulio Regeni ha scatenato, nei media occidentali, un attacco al governo egiziano mai visto prima. Mai visto durante i lunghi anni di “reggenza” Mubarak, mai visto durante il breve, ma intenso, periodo di governo Morsi, l’uomo dei Fratelli Musulmani. Perché? Fin dalle prime ore dal ritrovamento del cadavere la stampa si è schierata nell’accusare il governo, senza esitazioni e senza avere uno straccio di prova per poterlo fare. Perché? Eppure particolari, in questa vicenda, che avrebbero potuto sollevare dubbi ce ne sono a iosa e sono apparsi immediatamente; il più eclatante riguarda il tempismo: il cadavere di Regeni è stato fatto ritrovare proprio mentre il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, accompagnata da una folta rappresentanza di imprenditori italiani, era in visita di affari al Cairo. Affari sostanziosi (si parla di miliardi di dollari) che avrebbero fatto la differenza per entrambi i paesi. In particolare in merito allo sfruttamento dell’enorme giacimento di gas rinvenuto nelle acque adiacenti il Paese, ed al quale sono interessati Eni, Technip, Ansaldo, Edison tanto per fare i nomi più conosciuti e rappresentativi.

 

Mercato al Cairo

Mercato al Cairo

 

La prima domanda che si porrebbe anche il più sprovveduto tra quelli che seguono gli avvenimenti internazionali è: Che convenienza avrebbe avuto il governo egiziano, proprio mentre discuteva di affari così importanti, a “guastare” l’idillio facendo ritrovare il corpo di un cittadino italiano, connazionale della delegazione di imprenditori? Perché gettarlo sul ciglio di una strada super-trafficata come quella che collega Il Cairo ad Alessandria, se non per avere la certezza che sarebbe stato ritrovato, quando invece potevano “sbarazzarsene” agevolmente in mille modi diversi? E perché proprio nel giorno nel quale ricorreva l’anniversario della cacciata del governo Morsi? Eppure queste domande ovvie non devono aver sfiorato la mente dei giornalisti nazionali ed europei. Ciò che a tutti i media è sembrato interessante rimarcare è stata la violazione dei diritti umani ed il carattere dittatoriale del governo di Abd El Fattah Al Sisi. Lasciando un attimo da parte la questione “diritti umani”, questa banderuola che dovrebbe coprire e giustificare le scelte geopolitiche più mirabolanti, ripulendole dai loro reali connotati e rivestendole del manto virtuoso della “difesa”; questo feticcio da esibire quando e come fa comodo, riponendolo nelle più nascoste pieghe della politica quando invece sarebbe d’intralcio; questa bugia che ha accettato fossero Gheddafi e Assad i rappresentanti della sua legittimità, quando sono stati eletti proprio alla Commissione Diritti dell’Uomo dell’Onu; questa ipocrisia che fa “passare sopra” alle violazioni delle più fondamentali libertà quando è il caso (vedi affari con Libia e Iran), lasciamola da parte un attimo e invece occupiamoci del “carattere dittatoriale” del governo di Al Sisi.

 

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Nel 2014 il generale al Sisi si presenta come candidato alla presidenza dell’Egitto, dopo che una sollevazione popolare aveva chiesto la cacciata del presidente Morsi, rappresentante dei Fratelli Musulmani, gruppo islamista avversato da ogni amministrazione politica avvicendatasi nel Paese da oltre settant’anni: da Nasser a Sadat a Mubarak, l’accusa è sempre stata la stessa: i Fratelli musulmani vogliono imporre il loro clerico-fascismo all’Egitto.

 

 

E dopo oltre settant’anni i progetti politici dei Fratelli non sono cambiati. Gli egiziani, dopo aver dato la vittoria ai Fratelli, con elezioni a dir poco controverse e sull’onda dell’emozione per la caduta del governo Mubarak, davanti al progetto di Morsi di accentrarsi tutti i poteri, cambiare la costituzione e governare il Paese tramite la shari’a (stessi identici progetti che già Nasser sbeffeggiava) si ribellarono e chiesero, come da tradizione, l’aiuto dell’esercito. In Egitto, dalla dissoluzione della monarchia, hanno sempre governato militari. Dall’inizio di quella che fu definita “primavera araba” sono morti 924 egiziani durante gli scontri.

Alla fine degli scontri furono indette elezioni, il 26 maggio 2014, dopo un periodo di governo ad interim di Adly Mansour, capo della Suprema Corte Costituzionale egiziana. Le elezioni furono monitorate da 80 organizzazioni egiziane e 6 internazionali. Fra queste ultime c’erano rappresentanti dell’Unione Europea, dell’Unione Africana, dell’Organizzazione internazionale per la Francofonia i quali dichiararono: “l’impressione generale degli osservatori UE EOM è stata che il personale militare e di polizia abbia rispettato le linee guida PEC”. Il 94,5% degli egiziani espatriati votò a favore del governo Al Sisi e quasi il 97% degli egiziani residenti nel Paese espresse le stesse preferenze.

Eppure per i media occidentali Al Sisi è il nuovo Hitler, l’incarnazione del dittatore, il più atroce violentatore dei diritti umani. Se per l’Italia è valso il “caso Regeni” a riscaldare gli animi, la paternità di questa demonizzazione non sembra sia da attribuire al Bel Paese che semmai si è per così dire “allineato” ad una certa politica americana.

25 marzo: il New York Times pubblica un editoriale che è una vera e propria richiesta al presidente degli Stati Uniti Barack Obama di abbandonare l’alleanza degli Stati Uniti con l’Egitto. Perché? Un gruppo “bipartisan” di “esperti di politica estera” che si definiscono il “Gruppo di lavoro sull’ Egitto” denuncia le violazioni dei diritti umani (eccolo qua il feticcio sempre utile!) da parte del governo del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi; il gruppo di lavoro esorta Obama a legare l’assistenza finanziaria e militare destinata all’Egitto alla “protezione delle ONG che operano in Egitto”, vale a dire: se dai i soldi a lui dalli almeno anche a noi.

L’autoproclamato gruppo di esperti è co-presieduto da Robert Kagan della Brookings Institution e Michele Dunne della Carnegie Endowment for International Peace. Tra i suoi esponenti di spicco ci sono Elliott Abrams, Ellen Bork, Reuel Gerecht, Brian Katulis, Neil Hicks e Sarah Margon.

Chi sono? Che storia ha il gruppo? Questo gruppo fu quello che nel gennaio 2011 sollecitò Obama a forzare l’allora presidente egiziano Hosni Mubarak a dimettersi dalla carica. Obama li ascoltò ed ebbe il loro endorsement, tagliando i legami con uno dei paesi più strategici in Medio Oriente e favorendo la risorgenza della Fratellanza Musulmana da anni costretta, da tutti i governi egiziani che si erano succeduti, alla clandestinità e all’esilio. Anche allora la motivazione ufficiale fu la difesa dei diritti umani. Già nel 2011 Israele fece presente che la caduta di Mubarak avrebbe comportato l’ovvia ascesa dei Fratelli Musulmani, furono completamente d’accordo su questo sia la destra che la sinistra israeliana.

Perché l’amministrazione Obama appoggiò così decisamente il ritorno dei Fratelli? La motivazione ufficiale fu che avrebbero potuto fare da argine a gruppi islamisti “peggiori”, come per esempio Al Qaeda e Daesh. La politica di sostegno ai Fratelli Musulmani fu delineata in una direttiva segreta chiamata direttiva-11 Presidential Study, o PSD-11. La direttiva fu prodotta nel 2011 e delineava il supporto amministrativo per le riforme politiche in Medio Oriente e Nord Africa, secondo i funzionari che hanno familiarità con lo studio classificato. Così mentre Arabia Saudita, Egitto e UAE classificavano la Fratellanza come organizzazione terroristica, per l’amministrazione Obama era al contrario una risorsa. Patrick Poole, analista dell’anti-terrorismo, dichiarò: “La fallimentare Dottrina Obama secondo la quale i così detti “islamisti moderati” avrebbero inaugurato una gloriosa epoca di pace e democrazia in Medio Oriente è stata adottata dal governo perché è ciò che vuole la politica estera risalente all’amministrazione Bush, presa a Vangelo.”

 

“E adesso vediamo come risultato l’Egitto combattere una campagna di terrore da parte dei ‘moderati’ Fratelli Musulmani… Questa politica estera pericolosa è stata lanciata dal PSD-11 ed ha abbracciato apertamente l’amministrazione dei Fratelli Musulmani, e ora possiamo vedere il suo effetto catastrofico“, ha aggiunto Poole.

Scrive Caroline B. Glick sul Jerusalem Post:

Gli avvertimenti israeliani furono ignorati in nome della magnifica democrazia che sarebbe emersa nel dopo-Mubarak. I sermoni di Al Qaradawi che poco tempo dopo si sentivano nelle strade del Cairo confermarono che non era propriamente la democrazia l’obiettivo dei Fratelli.

Gli americani ci guadagnarono come prima cosa la richiesta della scarcerazione di Omar Abdel Rahman, il cosiddetto Sceicco Cieco che ideò gli attentati del 1993 al World Trade Center . Dall’elezione di Morsi il governo egiziano ospitò l’allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad al Cairo, lasciò che navi da guerra iraniane attraversassero il Canale di Suez e divenne un alleato strategico di Hamas. Permise il flusso di armi libiche attraverso l’Egitto dirette in Siria, trasformando la guerra in Siria da una controversia locale nell’ incubatrice per lo Stato islamico – il Sinai diventò il loro campo di addestramento, in collaborazione con Hamas. Ma gli americani non si ricredettero, non tornarono indietro sulle loro decisioni.

Morsi si dette da fare, nel breve tempo della sua carica, anche a distruggere la già debole economia egiziana, portando il paese alla fame.”

 

No, nei cinque anni post-Mubarak l’Egitto non era diventato quella splendida democrazia che aveva previsto il gruppo di “esperti”.

Al Sisi, nominato inizialmente da Morsi, per la prima volta nella storia dell’Egitto non scarica la colpa all’esterno ma dice agli imam de l’Azhar: Noi, ci dobbiamo pensare noi. Ed è la prima volta. Nasser, Sadat, Mubarak avevano combattuto i Fratelli Musulmani, li avevano sbeffeggiati, incarcerati, esiliati ma non avevano mai detto: NOI, dobbiamo metterci una pezza noi:

“Abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa. Rispettabili Imam siete responsabili di fronte a Dio. Il mondo intero si aspetta da voi la vostra parola
perché questa Umma (nazione) è a brandelli. La nazione è in fase di distruzione.
La nazione sta perdendo la sua strada e questa perdizione è fatta con le nostre mani, la stiamo perdendo…”

Gli “esperti” che avevano consigliato di rovesciare Mubarak ora consigliano di abbandonare al Sisi. E vediamoli questi esperti. Chi sono? Caroline Glick fa un nome: “Working Group on Egypt.” Il gruppo afferisce al Carnegie Endowment for International Peace; è sulla pagina del CEIP che appare il testo della lettera scritta a Obama per convincerlo a tagliare fondi e sostegno politico a Al Sisi; nella lettera la parola “diritti umani” appare 13 volte, a scanso di equivoci in merito alla motivazione.

Uno degli esperti del gruppo è Cornelius Adebahr, un giovane analista politico che vanta già una prestigiosa carriera. Relaziona alla Commissione Europea in merito a difesa e politica estera; lettore dal 2011 alla Willy Brandt School of Public Policy alla Erfurt University e membro del team della Commissione Europea. Grande sostenitore dell’accordo con l’Iran: “L’ Iran è molto di più che un controverso programma nucleare, ed è per questo che l’Unione Europea dovrebbe cercare il profilo generale di impegno.” Adebahr ancora una volta vuol far credere che sia la difesa dei “diritti umani” il vero scopo dei rapporti con gli ayatollah e che gli affari sarebbero solo la “carota” da agitare loro davanti per indurli ad “aprire” le loro politiche. Il colmo dell’ipocrisia! Non sono i mullah ad avere bisogno di questi “affari” più di quanto ne abbiano bisogno gli occidentali che non hanno la forza per imporre assolutamente nulla.

 

Khamenei Twitter feed 2

James M. Acton, anche lui nel gruppo CEIP è uno scienziato, co-direttore del Nuclear Policy Program, quindi lui la “questione Iran” l’affronta dal punto di vista della minaccia nucleare. E’ uno di quelli che sostiene che concordare con l’Iran i limiti della loro ricerca nucleare, cioè permettere agli ayatollah di proseguire nel programma nucleare, sia senz’altro meglio che non lasciarli costruire la bomba “en cachette”, senza controlli. Sostiene la sua tesi citando sei paesi che hanno reagito alle sanzioni sul nucleare costruendosi di nascosto i loro armamenti. Sì, esatto, sono le tesi che poi sentiamo riproporre dal Presidente degli Stati Uniti.

Andiamo avanti; altra esperta è Michele Dunne, anche lei del CEIP, esperta di Medio Oriente. Che dice?

“Molte persone parlano di Sisi come un nuovo regime di Hosni Mubarak, ma questo è molto più brutale. Questo regime è salito al potere attraverso un colpo di stato militare. E’ diverso da Mubarak, che ha affrontato l’opposizione, ma non con una tale ferocia. Qualunque siano i loro errori e le azioni antidemocratiche, i Fratelli Musulmani, sono un movimento significativo. La deposizione di Morsi ha causato la resistenza dei suoi elettori negli ultimi due anni. E ai servizi di sicurezza è stato dato molto più margine di manovra per perseguire gli oppositori del regime.”

“Deponendo il presidente Morsi e dichiarando la Fratellanza Musulmana un movimento terrorista, l’Egitto ha complicato la sua capacità di mediare con Hamas, perché è affiliato con la Fratellanza. In Libia e in Siria, l’Egitto avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediazione, ma non avrà nulla a che fare con alcuni attori politici significativi perché sono islamisti.”

La Dunne sembra decisa: se un movimento islamista cerca di imporsi nel suo paese introducendo la shari’a, accentrandosi tutti i poteri, favorendo tutti i gruppi terroristi della regione va comunque tenuto da conto perchè “significativo”. Per chi? Quando nel 2014 cercò di entrare senza visa in Egitto e fu respinta, strumentalizzò l’episodio raccontando che le era stato impedito l’ingresso “senza spiegare perché” nonostante le dichiarazioni abbastanza precise del Ministero degli Esteri egiziano.

Sul blog di Daniel Pipes  un lettore commenta così il mancato ingresso in Egitto della Dunne: “Gli egiziani si fanno domande legittime: Ben sapendo che lavora come “studiosa” presso il Carnegie Endowment for International Peace, chi sta pagando il conto per il suo lavoro? Forse gli emiri del Qatar?”

La Dunne ha molto utilizzato questa sua esclusione ma non ha mai risposto a questa domanda. Dunne è caldeggiata da David Kirkpatrick, chi è? E’ quello che martella i suoi lettori del NYT con il mantra che i Fratelli Musulmani non c’entrano nulla né con il terrorismo interno né con quello esterno. Uno dei giornalisti più odiati in Egitto.

Intervistata dalla CNN in merito all’uso di scudo umani da parte di Hamas, la Dunne coerentemente con la sua difesa a spada tratta dei Fratelli e delle loro emanazioni rispose: “E’ impossibile a questo punto dire quanta verità ci sia in questa tesi”.

Anche la referente accademica di Giulio Regeni sembra essere della stessa opinione della Dunne in merito a terrorismo e Fratellanza Musulmana: Il 4 novembre 2015, due giorni prima dell’arrivo di Abd al-Fattāḥ Al Sisi a Londra, Anne Alexander prende la parola sul palco di una manifestazione che vuole boicottare la visita del presidente egiziano. La referente accademica di Giulio Regeni attacca senza mezzi termini il capo di stato bollandolo come “assassino”. 

In piazza i manifestanti esultano e sventolano le bandiere gialle con la mano nera dei Fratelli musulmani. Il comizio della docente di Cambridge viene ripreso da un telefonino e postato su YouTube.

Nella veste di attivista, la professoressa spiega che “abbiamo fatto campagna per i prigionieri politici in Egitto, per i diritti dei sindacati, contro gli attacchi alla libertà degli accademici e continueremo a farlo fino a quando al-Sisi se ne andrà a casa”. Regeni è al Cairo da due mesi a portare avanti la sua ricerca proprio sui sindacati, che si oppongono al governo egiziano con i contatti forniti da Alexander. La Alexander è una che quando parla di terrorismo islamista lo mette sempre fra virgolette e più o meno le sue tesi sono quelle della Dunne:

“Ogni passo verso la frantumazione della Fratellanza restringe lo spazio politico per tutti e apre la strada per la repressione di tutti. Si tratta di un errore strategico di tacere sulla repressione nei confronti della Fratellanza, o non riuscire a dire che la loro difesa a fronte della dittatura brutale è parte integrante della lotta per la democrazia e per il ritorno della rivoluzione egiziana “. Per la Alexander i nemici sono Mubarak prima e Al Sisi dopo, non di certo la Fratellanza. Sogna una rivolta socialista medio orientale in contrapposizione all’imperialismo occidentale e considera l’Intifada palestinese paradigma di questa lotta araba:

“In Medio Oriente nel corso degli ultimi dieci anni, due grandi correnti hanno tentato di dare una sorta di leadership politica alle lotte dei popoli della regione. In primo luogo, la crisi in Palestina rappresenta il lavoro incompiuto dai movimenti di liberazione nazionale degli anni 1950 e 1960. L’intifada rinnovata, e il ruolo chiave svolto da Fatah, il più grande blocco nazionalista dell’OLP, dimostrano la risonanza persistente di idee nazionaliste. In secondo luogo, il movimento islamista ha risposto alla crisi dell’imperialismo con una sorta di internazionalismo islamico, che contrappone gli attivisti islamici direttamente alle forze ‘crociate’ dell’imperialismo.

Di tutti i conflitti in Medio Oriente, nessuno simboleggia la lotta impari contro l’imperialismo meglio che l’intifada palestinese. L’immaginario della intifada – bambini contro carri armati, gli scontri nelle strade di Gaza e della Cisgiordania, i funerali e le manifestazioni di massa – è stato bruciato nei ricordi di una generazione in tutto il Medio Oriente. Per un gran numero di gente comune, l’impotenza dei regimi arabi di fronte l’aumento dei livelli di brutalità da parte delle forze israeliane di occupazione è solo uno specchio della propria umiliazione.

Capire come l’intifada si collega alla lotta più ampia in Medio Oriente è una parte vitale per cogliere il vero potenziale di resistenza all’imperialismo occidentale e la repressione in casa propria. La debolezza della borghesia palestinese, e la superiorità militare ed economica completamente schiacciante di Israele hanno fatto sì che il movimento di liberazione nazionale palestinese non sia ancora riuscito a creare uno stato a sé stante. In molti modi l’esperienza della lotta palestinese è una testimonianza della capacità di recupero dei movimenti di liberazione nazionale, in quanto è il coraggio e la creatività del popolo palestinese comune. Eppure il corso dell’intifada dell’ultimo anno dimostra anche l’impotenza finale della lotta nazionale.”

Questa è stata la referente di Giulio Regeni, quella che gli ha facilitato i contatti in Egitto.

Fra i nomi fatti dalla Glick figura anche quello di Brian Katulis del Center for American Progress. Anche lui sostiene la tesi che Obama ha fatto sua: meglio i Fratelli che altri, combattere i Fratelli potrebbe creare problemi ancora maggiori di quelli che l’organizzazione potrebbe provocare:

“Alla lunga, la sconfitta della violenza terroristica non arriverà solo attraverso punizioni più severe ma anche attraverso una strategia politica che offra spazio per altri tipi di dissenso. Contrastare il fascino delle ideologie estremiste violente richiede un dibattito più aperto della guerra di idee che esiste in Egitto come parte di una strategia globale antiterrorismo.”
L’Italia non ha inventato nulla, ha solo recepito (in ritardo) delle direttive ed ha aspettato a farlo quando ha dovuto sotterrare un proprio cittadino. Verità per Giulio Regeni, ovviamente, ma che sia la verità vera, anche se dovesse dispiacere a qualcuno.
One Comment
  1. Elisabetta permalink

    Questo articolo dovrebbe essere ampiamente divulgato. Tra l’altro finalmente ho per la prima volta potuto leggere del referente di Giulio Regeni. Una delle prime domande che qualunque persona di buon senso si è fatta è chi (e perché) ha mandato un giovane ricercatore senza nessuna forma di tutela in un paese come l’Egitto a occuparsi di questioni interne.

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