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I bambini assassini

gennaio 23, 2016

Stamani, 23 gennaio, una ragazzina di tredici anni, Ruqayya Abu, una palestinese di Anata, è uscita di casa con un coltello in tasca, decisa a uccidere e morire. Ad uccidere ci ha provato e non è riuscita. A morire invece sì. Pochi giorni fa un ragazzino di quindici anni ha ucciso Dafne Meir di 38, davanti ai suoi sei figli. Due cugine di quattordici e sedici anni hanno cercato di ammazzare un uomo, uno a caso, con un paio di forbici, nel mercato di Gerusalemme. L’uomo sebbene ferito gravemente non è morto. Una delle due ragazzine sì. Due erano i ragazzini, cugini anche loro, di dodici (!!!) e quindici anni che accoltellarono un loro coetaneo a Pisgat Ze’ev.

Hanno chiamato questi ultimi attacchi terroristici che hanno insanguinato Israele da settembre scorso “Intifada dei coltelli”; sarebbe più giusto chiamarla “Intifada dei bambini”, dato che la maggior parte degli attacchi sono stati compiuti da bambini e adolescenti appena al di sopra dell’età infantile. E’ un orrore nuovo, aver paura del bambino assassino, essere costretti ad uccidere il bambino assassino per non farsi uccidere da lui.

Che cosa sta succedendo?

Nel 2003 il il Dott Shafiq Massalha, uno psicologo palestinese di Gerusalemme est, sosteneva che più della metà dei bambini palestinesi di età compresa tra 6-11 anni sognava di diventare attentatore suicida: “tra 10 anni circa, una generazione omicida raggiungerà la maggiore età, piena di odio e pronta a morire in missioni suicide”. Il dott. Massalha aveva presentato il suo studio sulla generazione che rischiava di diventare assassina sotto forma di un filmato, Semi d’odio, al United Nations North American NGO Symposium on the Question of Palestine, alla sede Onu di New York, nel 1995: “In una società nella quale la legittimazione dei bambini assassini  è diventata una parte della sua ideologia, la comune moralità umana non esiste più. Quali regole morali hanno questi bambini da trasmettere ai loro figli, quando a loro volta diventeranno genitori? ” Nel filmato uomini arabi gridano, tenendo in mano pezzi di organi umani e la voce eccitata di un bambino in background dice: “Mangerò la carne del mio vincitore.”

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“Tutto questo è stato orchestrato abbastanza metodicamente dall’Autorità palestinese”, dice la voce narrante ne film. “Che tipo di governo esorta i suoi cittadini a diventare killer senza compromessi, pur presentandosi al mondo come vittima che lotta solo per la pace? Questa ipocrisia insostenibile non dovrebbe essere tollerata da una civiltà illuminata – ma questa è la realtà di quanto sta accadendo qui e ora “.

Ecco, come spesso accade la società “illuminata” della quale parlava il dott. Massalha nel 1995 finge di non aver mai saputo nulla prima, di non avere avuto sentore di cosa stava accadendo, di non essersi accorta.

Eppure nel 2001 era già apparso uno studio che trattava dei sogni dei bambini palestinesi durante la Prima Intifada e nei seguenti scoppi di violenza. Una bambina di 11 anni sognava di andare in un mercato imbottita di esplosivo, contava fino a dieci e si faceva saltare. Dieci, come gli anni che aveva vissuto.

Il 78% dei sogni registrati erano a soggetto politico e violenti. Il 15% dei bambini presi in esame voleva morire “martire” sull’esempio del “piccolo Al Dura”, il bambino che servì a Charles Enderlin di France2 per montare l’infame falso del suo assassinio a sangue freddo da parte dei soldati dell’IDF e che “ispirò” decine di fatti di sangue, dall’omicidio in suo nome del giornalista ebreo americano Daniel Pearl, in Pakistan, a quello di Mohammed Merah a Toulouse che disse di essersi radicato nei suoi propositi dopo aver visto la fine del “nostro piccolo martire”.

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I “martiri” erano gli idoli dei bambini diceva Massalha. “Mi piacerebbe andare in Paradiso“, un bambino ha scritto. Un altro è stato più specifico: Il 4 maggio, voglio diventare un martire”. Le conclusioni di Massalha a questo suo lavoro furono tetre:

“Ogni esperienza, soprattutto quella fortissima e inusuale, non è mai completamente cancellata“, disse Massalha. Se la situazione continua così com’è, il trauma crescerà. Se si ferma e una nuova realtà prenderà il sopravvento, ci vorrà ancora un sacco di tempo e fatica per superare la diffidenza e l’odio .

Il giornale arabo stampato a Londra, Al-Sharq Al-Awsat, pubblicò nel 2003 un articolo dello psicologo dottor Ahmed Najam A-Din, il quale affermava che i terroristi suicidi hanno una “malattia psicologica”, ed invitava la società araba ad affrontarla come avrebbero combattuto qualsiasi altra malattia.
“Il suicidio è una malattia, e [i capi terroristi] lo utilizzano per fini politici perversi”, ha detto. “Le azioni suicide in aumento, che ricevono sostegno e ammirazione tra i giovani musulmani in generale e tra quelli palestinesi in particolare, sono diventate uno dei nostri fenomeni sociali e psicologici più pericolosi. … ” A-Din disse che “come psicologo, posso dire chiaramente che il profilo psicologico degli assassini suicidi è quella di una persona malata di mente in tutti i sensi.” Invece di essere trattati, ha detto, “ci sono gruppi all’interno delle società palestinese e araba che li incoraggiano non solo a continuare su questa strada, ma anche ad ampliare i ranghi e convincere gli altri a unirsi alla loro ‘malattia’”.

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No, la società araba e quella palestinese in particolare non hanno trattato questo come una malattia, ma anzi l’hanno incoraggiato, portato a esempio, fino a farlo diventare aspirazione sociale. Per una parte dei bambini palestinesi il “rito di passaggio” dall’infanzia al mondo dei grandi è marcato dalla loro attività terroristica, dal loro “coraggio” nel tentare omicidi, dal loro morire. Il padre dell’adolescente che ha ucciso Dafna Meir si è dichiarato “molto orgoglioso di suo figlio”.

Secondo il Coordinator of Government Activity in the Territories (COGAT) “i terroristi non sono motivati dai social media e dalla religione, quanto da ragioni personalifamiliari”. Tra i motivi  scatenanti i così detti lupi solitari”, lo studio del COGAT elenca la violenza domestica e i sentimenti di alienazione, la vendetta per l’uccisione di un amico o un parente e il rifiuto di riconoscere le istituzioni consolidate, come Hamas e Fatah.

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Justus Reid Weiner e Michael Sussman scrivevano nel 2005:

L’idea di shahid (martire) è diventata così radicata nella cultura palestinese che si tratta di un tema importante nell’educazione formale, nei valori della famiglia, nelle pratiche religiose, nelle trasmissioni televisive, nei manifesti, nelle eulogie pre-suicidio, nelle figurine, nelle feste di famiglia, nei film, nella musica, nei giochi e nei campi-vacanza estivi. Uno studio condotto dalla psichiatra ed esperta di Medio Oriente, Dr. Daphne Burdman, ha correlato questa forma disfunzionale dell’educazione infantile con un disturbo di personalità conosciuto come disturbo di personalità narcisistico – considerato un antecedente di comportamento terrorista. Secondo il Dr. Burdman, come risultato di questo “forte attaccamento a sistemi di credenze culturali e ad una varietà di meccanismi psicologici profondi … ci saranno notevoli difficoltà ad invertire la loro propensione nei confronti del terrorismo”. Il tema del martirio è da anni sfruttato dalla Tv dell’Amministrazione Palestinese. Molte delle trasmissioni del palinsesto culturale sono caratterizzate da elementi che glorificano la violenza. È un luogo comune per “emittenti televisive includere canti e danze accompagnate da fotografie di violenza, tutte sottolineando come nobile sia morire per amore di Allah.” In un episodio di un programma educativo palestinese  i giovani ragazzi con braccia alzate cantavano “noi siamo pronti con le nostre armi, rivoluzione fino alla vittoria”.

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Il portale Memri e Palwatch da anni documentano come i soldi dell’Occidente, versati per l’istruzione dei bambini di Gaza e dei Territori, amministrati dall’UNRWA, agenzia dell’Onu, siano spesi in questo folle elogio del martirio. Niente che non sia più che risaputo. E perché gli unici tentativi fatti nell’analizzare questa evidenza risalgono tutti almeno a dieci anni fa? Perché poi è sceso il silenzio, e le uniche voci fuori dal coro sono state sommerse da quella che Shelby Steele ha chiamato “la realtà poetica dell’eterna vittima”?

Scrive Steele:

“Ascoltate il loro linguaggio, è il linguaggio dell’ oppressione coloniale. Il leader palestinese Mahmoud Abbas sostiene che i palestinesi sono stati occupati per 63 anni. Il termine oppressi è costante, abusato. In questo, c’è una verità poetica, simile alla licenza poetica, una verità poetica di uno scrittore che piega i ruoli per essere più efficace. Vi darò un esempio di una verità poetica che viene dal mio gruppo, i neri americani. Prendiamo le seguenti rivendicazioni: l’America è una società profondamente, irriducibilmente razzista. Potrebbe non essere così evidente oggi come lo fu in passato. Tuttavia, è ancora oggi strutturalmente e sistemicamente presente, e impedisce di realizzare il sogno americano.

Per contraddire questa affermazione, si possono presentare prove che suggeriscono che il razzismo in America oggi si trova circa al 25° posto nella lista dei problemi dei neri americani. Si può raccontare una delle grandi storie taciute d’America, vale a dire la crescita morale e l’evoluzione distanti da questo problema. Questo non significa che il razzismo sia completamente spento, ma che non impedisce il progresso di un nero negli Stati Uniti. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario. Tuttavia, questa affermazione è ancora centrale nell’identità del nero americano – l’idea che siamo vittime di una società fondamentalmente, incurabilmente razzista.

Verità poetiche come questa sono meravigliose perché nessun fatto e nessuna ragione potrà mai penetrarle. I sostenitori di Israele sono di fronte ad una verità poetica. Si continua a colpirla con tutti i fatti. Continuiamo a colpirla con l’ovvia logica e con la ragione . E siamo talmente ovvi e talmente nel giusto da supporre che questo abbia un impatto che invece non ha.

E perché no? Perché queste narrazioni poetiche, queste verità, sono la fonte del loro potere. Concentrandosi sul caso dei palestinesi, che sarebbero stati se non fossero vittime della supremazia bianca? Sarebbero solo povera gente medio orientale. Sarebbero rimasti indietro. Indietro rispetto a Israele in ogni modo. Quindi questo racconto è la fonte del loro potere. È la fonte del loro denaro. Il denaro proviene da tutto il mondo. E’ la fonte della loro autostima. Senza di essa, sarebbero stati in grado di competere con la società israeliana? Avrebbero dovuto affrontare la loro inferiorità nei confronti di Israele – come la maggior parte delle altre nazioni arabe, avrebbero dovuto affrontare la loro inferiorità ed esserne responsabilizzati. L’idea che il problema sia Israele, che il problema siano gli ebrei, protegge i palestinesi dal dover affrontare tale inferiorità e di fare qualcosa per superarla. L’idea palestinese di essere vittime significa per loro più di ogni altra cosa. E’ tutto. E’ il fulcro della propria identità ed è il modo con il quale si definiscono come esseri umani nel mondo. Non è una cosa folle. I nostri fatti e la nostra ragione non riusciranno a penetrare facilmente tale definizione o fare alcun passo avanti.”

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Com’è possibile che il mondo occidentale abbia accettato questa “narrazione dell’eterna vittima” e l’abbia anzi incoraggiata, alimentandola con cospicui aiuti in dollari, fino a che è diventata parte integrante di una cultura? Com’è possibile che sia stato pienamente accettato il “martirio” dei bambini e addossato esclusivamente a fattori di povertà e all'”occupazione”? Come è possibile che l’Occidente abbia accettato questo modo di rivendicazione?

Alan Krueger si è a lungo interrogato in merito al terrorismo e alle sue matrici.

Nel 2002, insieme a Jitka Maleckovascriveva :

“Che l’investimento nell’istruzione sia fondamentale per la crescita economica, il miglioramento della salute, e il progresso sociale è fuori discussione. Che la povertà sia un flagello che gli aiuti internazionali e i paesi industrializzati dovrebbero impegnarsi a sradicare è anche questo fuori discussione. Non vi è dubbio che il terrorismo sia una piaga del mondo contemporaneo. Ciò che è meno chiaro, tuttavia, è se la povertà e il basso livello di istruzione siano le cause profonde del terrorismoQualsiasi connessione tra la povertà, l’educazione, e il terrorismo è indiretta, complicata, e probabilmente molto debole. Invece di considerare il terrorismo come una risposta diretta alle basse opportunità di mercato  o alla mancanza di istruzione, consigliamo più precisamente di leggerlo come una risposta alle condizioni politiche e ai sentimenti, protratti nel tempo, di umiliazione e frustrazione (percepita o reale) che poco hanno a che fare con l’economia… Il falso collegamento tra terrorismo e povertà serve solo a distogliere l’attenzione dalle vere radici del terrorismo.”
L’istruzione, certo. Ma se i canali preposti alla formazione sono gli stessi che incitano al jihad e al martirio?

Scrive Bassem Tawil, attivista palestinese per i diritti umani:

“Mandano i minori a fare il loro lavoro sporco , ben sapendo che probabilmente saranno uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Come possiamo giustificare noi stessi? Come abbiamo permesso che accadesse questo dei buoni sentimenti che Allah ci aveva dato? Che fine ha fatto il nostro senso morale? E’ straziante vedere come questi ragazzi siano trasformati in scarti di nessun valore. Sono bambini sacrificati cinicamente da una leadership cinica, che promuove una cultura oscura di omicidio e di morte. Se i palestinesi hanno davvero  scelto di combattere Israele, perché mandano i bambini a combattere una “guerra santa” invece di combatterla da soli, come fanno gli uomini? Nulla di buono è venuto – né verrà – da queste morti da entrambe le parti. La situazione di Al-Aqsa è “migliorata?” Ora non c’è più “pericolo?… La società palestinese sembra regredire verso l’epoca oscura della jahiliyyah, prima che l’Islam ci  portasse la luce. Invece di educare i nostri figli, come fanno in Occidente, a far parte della generazione futura, seguiamo gli esempi dell’Africa più buia, dove i bambini sono armati con Kalashnikov e mandati a uccidere altri bambini. Siamo diventati niente di meglio degli iraniani, che inviavano i  bambini, armati di “Chiavi del Paradiso” di plastica a smantellarei campi minati,  durante la guerra Iran-Iraq. Questi non sono “crimini di guerra”?”

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L’11 giugno 2012, il Palestinian Media Watch denunciava due ONG palestinesi per incitamento all’odio e alla violenza anti-israeliana e antisemita, in programmi per bambini: Burj Luq-Luq Social Center Society, co-finanziato dal ministero palestinese della Gioventù e dello Sport, dalle Nazioni unite, dal Consolato di Francia a Gerusalemme, dall’Unione delle Istituzioni italiane, dall’Agenzia di sviluppo Svizzera, dall’Unesco, ecc. e PYALARA, finanziato dall’Unione europea o “Save the Children” , hanno presentato dei terroristi, alcuni dei quali “shahid” (bombe umane), come modelli da seguire. Un sito è stato chiuso e « Save The Children » ha aperto un’inchiesta. Ma che fanno gli altri donatori? “Il fumo non ci aiuta a diventare uomini, come molti credono, Gerusalemme non ha bisogno di giovani che tengono sigarette. Ha bisogno di uomini che tengono mitragliatrici. “Gerusalemme, dove, dice un pupazzo,” vengono uccisi i nostri giovani dagli ebrei.” Con questo video, che mostra uno spettacolo di burattini per bambini, pubblicato sul suo sito web, la ONG Burj Luq Luq Social Center Society, i cui obiettivi dichiarati sono quelli di aiutare i giovani palestinesi in difficoltà, commette due volte  prevaricazione: da un lato  incoraggia i bambini a odiare gli ebrei e Israele, dall’altro, li sprona a combattere con le armi in mano, mettendo la loro vita a rischio.

 

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Perché l’Occidente inorridisce dei bambini killer di Daesh e sponsorizza invece l’addestramento e l’indottrinamento di quelli palestinesi?

Ancora Weiner e Sussmann:

“Nel sistema scolastico palestinese, i libri di testo che venerano l’odio per Israele e per gli ebrei, e glorificano la morte nel jihad, sono anche una delle principali fonti di incitamento. Un libro di testo per il settimo grado afferma: “Il musulmano sacrifica se stesso per la sua fede, e  si impegna nel jihad per Allah. Non vacilla  perché sa che la sua morte come shahid sul campo di battaglia è preferibile alla morte nel suo letto.”.  Un testo di lettura per il decimo grado: “i martiri combattenti nel  Jihad sono le persone più onorate, dopo i profeti.”

Anche prima che la violenza scoppiasse nel 2000, un giornalista del New York Times aveva osservato come i campeggi estivi palestinesi mettevano in scena il rapimento di leader israeliani, lo smontaggio e il rimontaggio di fucili d’assalto Kalashnikov, e insegnavano a compiere agguati. Ai giovani partecipanti erano date uniformi mimetiche e imitazioni di fucili. Sfilavano in formazione militare e strisciavano sulla pancia attraverso gli ostacoli.”
Si chiamano campi paramilitari. Ne abbiamo documentazione da anni: foto, reportage, filmati… Perché si è finto di non sapere?

 

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La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del Bambino afferma: “il bambino per lo sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un clima di felicità, di amore e di comprensione.” L’Amministrazione Palestinese ha chiaramente violato questa norma quasi universale.
Nonostante la negligenza della comunità internazionale nell’affrontare questi abusi sui minori alcuni, coinvolti nel lavoro sulla salute mentale dei bambini,  hanno preso una posizione e fatto alcune raccomandazioni per limitare gli effetti dell’incitazione all’interno della società palestinese. Anche se un articolo intitolato “Come i media influenzano la concezione dei bambini suicidi” non condanna l’incitamento anti-israeliano / antisemita diffuso attraverso i media, esso raccomanda che i bambini palestinesi possano ricevere spiegazioni per distinguere tra fantasia e realtà, e imparare le ramificazioni sociali ramificazioni del comportamento violento, la mancanza di efficacia del raggiungere i propri  obiettivi attraverso comportamenti violenti, e le alternative alla violenza.

Nel ” The Child Soldiers Global Report” sono stati monitorati 194 paesi e documentato l’uso odierno dei bambini soldato. Ironia della sorte, il modello palestinese della propaganda è stato lasciato fuori e Israele è invece stato condannato.
Un ostacolo importante alla risoluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese resta l’indottrinamento dei bambini a fini politici nel jihad. 

Tante domande, tante evidenze nascoste o minimizzate, tanta tristezza di fronte a una generazione che si sta perdendo. Chi mai aiuterà i bambini palestinesi a disintossicarsi dall’odio che li ha nutriti fin dalla nascita?

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