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La nostra nakba privata

novembre 30, 2015

“Nella nostra Nakba, siamo soli. Non abbiamo solo perso le nostra proprietà, lasciate alle spalle nei paesi arabi e che al valore odierno rappresenterebbero centinaia di miliardi di dollari, ma la nostra ricca cultura e il nostro patrimonio.”

Scrive cosi’ Edi Cohen nel giorno che commemora la cacciata degli ebrei da tutti i paesi arabi. Nakba privata, ricordata solo da quelli che furono cancellati dai paesi nei quali vivevano da secoli e che avevano contribuito a far prosperare. Un milione circa di ebrei cacciati, sradicati da paesi che avevano abitato, in alcuni casi, dall’epoca pre-islamica.

Ebrei di Fez, Marocco

Ebrei di Fez, Marocco

Per la Nakba ebraica nessuna agenzia Onu è stata costituita, nessun risarcimento è mai stato neanche lontanamente pensato, nessuna ereditarietà allo status di profugo. Una Nakba privata, silenziosa.

Non successe tutto da un giorno all’altro, come sempre fu preparato, istigato, “consigliato” dalla propaganda anti ebraica delle leadership al potere. Il 23 novembre 1937, il re dell’Arabia Saudita, Ibn Saud, in una conversazione con il colonnello inglese Dickson, ci tenne a ribadire: . Il nostro odio per gli ebrei data dalla condanna di Dio per la loro persecuzione, il loro rifiuto di Isa (Gesù) e il  successivo rigetto per il Profeta scelto da Dio per un musulmano uccidere un Ebreo, o esserne ucciso garantisce una immediata entrata in Cielo, alla augusta presenza di Dio Onnipotente.

 

628x471Certamente la nascita di Israele contribui’ all’aumento dell’antisemitismo nei paesi arabi ma non fu l’inizio della fine delle comunità ebraiche del Medio Oriente. Solo per restare in tempo recenti, ci fu un pogrom di ispirazione nazista  in Algeria, nel 1930, e attacchi contro gli ebrei di Iraq e Libia nel 1940. Nel 1941, 180 ebrei furono uccisi e 700 feriti nel pogrom antiebraico conosciuto come Farhud, in Iraq. Quattrocento ebrei furono feriti in manifestazioni violente in Egitto nel 1945 e le proprietà ebraiche  razziate e saccheggiate. In Libia, 130 ebrei furono uccisi e 266 feriti. Nel mese di dicembre 1947, 13 ebrei furono uccisi a Damasco, tra cui 8 bambini, e 26 feriti. Ad Aleppo, i disordini provocarono decine di vittime ebree, danni a 150 case di ebrei, e l’incendio di 5 scuole e 10 sinagoghe. Nello Yemen, 97 ebrei furono uccisi e 120 feriti.

Pogrom a Hebron

Pogrom a Hebron

I motivi, se mai ci potessero essere motivi alle persecuzioni, sono sempre stati gli stessi: propaganda, blood libel, pregiudizi.

Nel 2003, Raed Salah , leader di quell’Islamic Movement in Israele che ha scatenato le proteste di migliaia di palestinesi quando è stato, recentissimamente,  messo al bando, scrisse una “poesia” sul giornale di riferimento del Movimento:

Voi ebrei siete bombardatori criminali di moschee,
Macellatori di donne incinte e bambini.
Ladri e germi in tutti i tempi,
Il Creatore vi ha condannati ad essere scimmie perdenti,
La vittoria appartiene ai musulmani, dal Nilo all’Eufrate.

Nakba ebraica

Nakba ebraica

 

Prima della creazione di Israele nel 1948, meno di due terzi degli ebrei dei paesi arabi vivevano in territori del Nord Africa controllati dai francesi e dagli italiani, il 15-20% nel Regno dell’Iraq, circa il 10% nel Regno d’Egitto e circa il 7% nel Regno dello Yemen. Altri 200.000 vivevano nell’Iran dello Shah Pahlavi e nella Repubblica di Turchia. Poi ci fu la crisi di Suez, in Egitto, nel 1956. Tutti gli ebrei furono espulsi, anche i divi della musica e dello spettacolo. La presenza ebraica in Egitto fu eradicata.

 

Profughi ebrei

Profughi ebrei

“Dopo lo scoppio della guerra [ nel 1948 ] , mia madre, che era al nono mese di gravidanza , fu arrestata . Volevano ucciderla. Avevano baionette . Abusarono di lei e poi la rilasciarono. Una sera una folla venne con bastoni e qualsiasi altra cosa a portata di mano per uccidere la mia famiglia, perché avevano saputo che eravamo Ebrei . Il portiere giurò che eravamo italiani e quelli allora si limitarono a bestemmiare , circondarono i miei genitori, i miei fratelli, e me che ero solo un bambino piccolo . Il giorno dopo i miei genitori fuggirono . Lasciarono tutto , una pensione , lavoro e una casa e lasciarono l’Egitto .” (Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 219-21; Schwartz, “Hurban,” p. 29)

 

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Nel 1945 gli ebrei di Aden, Algeria, Bahrein, Egitto, Libano, Libia, Marocco, Siria, Tunisia e Yemen erano 862.050: oggi sono circa 5.150. Stessa sorte per altri paesi arabi e islamici. Ecco qui di seguito l’andamento della popolazione ebraica nei paesi arabi:

 

………….1945…..1958….1968….1976….2001….2005
Aden………8000……800…….0…….0…….0……0
Algeria….140000…130000….1500….1000…….0……0
Bahrain…….600……500…..100……50……30……30
Egitto…….63500….40000….1000…..400…..100……100
Iraq…….140000…..6000….2500…..350…..100……60
Libano……6950…..6000….3000…..400…….100……50
Libia…….38000…..3750…..100……40…….0……0
Marocco….270000…200000…50000…18000….5500……3500
Siria…….35000…..5000….4000….4500…..100……100
Tunisia….105000….80000…10000….7000….1500……1100
Yemen…….55000…..3500…..500…..500…..200……200
Altri…..100000………………………….50
TOTALE….. 962050…475550…72700…32240….7530……5190

Silvia:

5 Giugno 1967 – Tripoli, Libia.
Avevo 7 anni.
La paura, l’angoscia… Le urla della folla fuori che cerca di sfondare la porta di casa, mentre noi ci nascondiamo nella stanza sul tetto… Mamma che cerca disperatamente di zittire il pianto di mio fratello neonato. Pianto dovuto alla fame e alla sete nel caldo torrido . Papà che cerca di avere notizie di mia sorella rimasta bloccata a scuola. Poi il fuoco… Tutto intorno brucia. La sinagoga, le case… E nel tardo pomeriggio finalmente arriva la polizia. Ci dicono di uscire di casa. Menomale… Il fuoco e già troppo vicino . Noi contenti, sollevati…la salvezza! La salvezza??? I poliziotti fanno qualche domanda a papa e poi iniziano a picchiarlo. Il mio papà grande e grosso, un metro e ottanta su centoventi chili sballottato da un poliziotto all’altro come un pallone. Mamma la tenevano ferma con una pistola puntata alla testa del mio fratellino. E non finivano mai. Ero scalza perché nella fretta ho perso i sandali. L’asfalto bollente mi bruciava i piedi e il fumo denso mi impediva di respirare.
E loro continuavano ad accanirsi contro papa. Calci, pugni, manganellate… Poi all’improvviso, mia sorella maggiore, uno scricciolo di appena 15 anni, si scaglia contro il comandante della pattuglia. Con tutta la forza della disperazione lo spinge al muro e lo tempesta di calci e di pugni urlandogli di lasciare in pace mio padre. Lui è basito e come lui i suoi uomini. In quel preciso momento arriva la nostra vera salvezza. Un alto funzionario della Polizia, amico di mio padre.
Da quel terribile giorno fummo ospitati, insieme ad altre 36 persone, famiglie intere con bambini e anziani, a casa di una correligionaria che abitava in un quartiere più tranquillo. La nostra presenza in quella casa doveva rimanere segreta, e con regime di coprifuoco non fu cosa semplice. Dopo giorni e giorni di notizie contrastanti, ci comunicarono che potevamo lasciare il paese, con 20 sterline e una sola valigia per famiglia. Nessuno ci pensò due volte e presto partimmo per l’Italia. Profughi e senza alcuna risorsa, ma di noi non si è mai parlato.

David:

Sono un ebreo dimenticato.
Le mie radici hanno quasi duemilaseicento anni, i miei antenati contribuirono a porre pietre miliari nel processo di civilizzazione del mondo e la mia presenza venne sentita tra il nord dell’Africa fino alla terra della luna crescente, ma oggi non esiste quasi più. Vedi, io sono un ebreo del mondo arabo. No, questa definizione non è interamente accurata. Sono caduto in una trappola semantica. Io c’ero già prima della conquista araba di ognuno di questi paesi nei quali ho vissuto.
Quando gli invasori arabi conquistarono il nord Africa, per esempio, io lì ci vivevo già da più di sei secoli. Oggi, non troverai le mie tracce nella maggior parte di questa vasta regione. Prova a trovarmi in Iraq, una nazione che probabilmente avrà un gran bel numero di visitatori stranieri molto presto.
Ricordi l’esilio babilonese dall’antica Giudea, seguendo la distruzione del primo tempio nel 586 prima dell’era comune? Ricordi la vibrante comunità ebraica che emerse là e che produsse il Talmud babilonese? Sapevi che nel nono secolo, sotto il governo musulmano, noi ebrei eravamo costretti ad indossare una pezza di stoffa gialla sui nostri vestiti come un distintivo, un precursore dell’infame marchio
nazista e ci trovammo di fronte altre misure discriminatorie? Oppure che nell’undicesimo e nel quattordicesimo secolo affrontammo tasse onerosissime, la distruzione di molte sinagoghe e una durissima repressione?
E mi chiedo se hai mai sentito parlare del “Farhud”, il capitolare della vita civile e delle leggi, a Baghdad nel 1941. Come riporta la cronaca di uno specialista del comitato ebraico americano,George Gruen:
“In uno spasmo di violenza incontrollata, trai 170 ed i 180 ebrei furono assassinati, più di 900 feriti e 14.500 sopportarono perdite materiali durante le razzie o la distruzione dei loro negozi e delle loro case. Sebbene il governo volesse eventualmente ristabilire l’ordine pubblico… gli ebrei vennero banditi dal pubblico impiego, limitati nelle carriere scolastiche e soggetti al carcere, pesantemente multati, confiscati delle loro proprietà per il più debole sospetto di essere in contatto con gli altri due movimenti banditi (dalla vita politica irachena di quel tempo, n.d.t.). Infatti comunismo e sionismo venivano spesso equiparati per statuto. In Iraq il solo ricevere una lettera da un ebreo nella Palestina di allora (prima del 1948) era sufficiente per sottoporti all’arresto e alla perdita delle proprietà.”
Eravamo in 135.000 ebrei nel 1948, eravamo un fattore vitale ed importante in ogni aspetto della società irachena. Per illustrare il nostro ruolo, ecco
cosa scrisse l’enciclopedia giudaica circa l’ebraismo iracheno: “Durante il ventesimo secolo, intellettuali, autori e poeti ebrei diedero un importante contributo al linguaggio arabo e alla letteratura scrivendo libri e numerosi essays”.
Nel 1950 altri ebrei iracheni ed io affrontammo la revoca della cittadinanza, la confisca delle proprietà e ancor più ignominosa, l’impiccagione pubblica. Un anno prima il primo ministro arabo Nuri Sa’id parlò all’ambasciatore britannico ad Amman di un piano per espellere l’intera comunità ebraica e di piazzarla sui gradini del Giordano. L’ambasciatore raccontò l’episodio nelle sue memorie
intitolate: “From the Wings: Amman Memoirs, 1947-1951”.
Rioters taking to the streets during the Farhud in Baghdad, Iraq, June 1-2, 1941

Rioters taking to the streets during the Farhud in Baghdad, Iraq, June 1-2, 1941

Nel 1951 miracolosamente 100.000 tra noi lasciarono il paese grazie all’aiuto straordinario da parte di Israele, con un po’ meno dei nostri vestiti addosso. Gli israeliani diedero all’operazione di salvataggio il nome di ” Esdra e Nehemiah”.

Quei pochi che restarono, vissero in paura perpetua, paura della violenza e di più impiccagioni pubbliche, come accadde il 27 gennaio del 1969, quando nove ebrei vennero impiccati nel centro di Baghdad sulla base di prove false, mentre centinaia di migliaia di iracheni intorno a loro incitavano selvaggiamente all’esecuzione. Il resto quindi abbandonò l’Iraq in un modo o nell’altro, inclusi alcuni miei amici che trovarono la sicurezza nell’Iran governato dallo Scià.

Adesso non ci sono più ebrei a parlare, tanto meno monumenti o musei o altre forme di ricordo per la nostra presenza sul territorio iracheno durato ventisei secoli.
I libri di testo dell’Iraq riferiscono della passata presenza ebraica in Iraq? Del nostro contributo positivo allo sviluppo della società e della cultura irachena? Neanche per sogno. Duemila e seicento anni sono stati cancellati, completamente sdradicati, come se non fossero mai esistiti. Potete mettervi al mio posto e sentire il dolore bruciante della perdita e dell’invisibilità?
nakba21

Parlare dei pogrom del novembre ’45 e del giugno ’48 era un tabù. Sul terrazzo soprastante la casa in cui abitavo c’era una scritta in gesso bianco: “novembre 1945, giorno della chomata”. Con questo termine due miei fratelli avevano dato un nome al massacro (pra’oth) di oltre trecento persone (secondo i calcoli ufficiali: 167 persone): decine di corpi mutilati, sinagoghe bruciate e profanate, rotoli della Torah calpestati, fatti a pezzi e bruciati, donne incinte, cui era stato squarciato il ventre, bambini con la testa spaccata contro le pareti.Il ricordo di quegli eventi era avvolto in famiglia da un sentimento cupo.  Tutto era avvolto nel mistero: il ricordo vivo della tragedia, come quello della resistenza e del grande esodo che aveva coinvolto la quasi totalità degli ebrei di Libia. Non si poteva parlarne, né chiedere e quando i più anziani lo facevano era con mezzi termini ed io avevo  appreso a riconoscere il significato di certe perifrasi, di certe allusioni, quando il discorso cadeva sul ‘45 e sul ’48.

Al pensiero di quel che era accaduto e avrebbe potuto ripetersi, cercavo con la fantasia di contrapporne altri, di segno opposto, che alleviassero l’angoscia. Cercavo con l’immaginazione le tracce di un’altra storia, dell’autodifesa ebraica che nel ‘45 respinse la folla omicida all’ingresso della Hara (il quartiere ebraico) e nel ’48 arrivò preparata al nuovo tragico appuntamento.

Avrò avuto tre o quattro anni quando fingevo di essere occupato con i miei giochi per meglio ascoltare i discorsi degli adulti e capire il perché dei funerali al buio, con il coprifuoco, lungo un percorso protetto da un cordone di truppe armate che prima non erano intervenute e ora impedivano ai parenti di poter seguire i loro cari verso l’ ultima dimora. Tra i molti indizi che potei cogliere era la fossa comune in una zona appartata del cimitero dove era stata eretta una grande tomba in memoria del signor Fellah Mushi (Moshe). Da ragazzo vi sostavo spesso in preghiera.

Sulla parete del salone d’ingresso di casa, mio padre teneva bene in vista la foto di Muni el Gabbay: un uomo forte, morto in giovane età, che aveva avuto un ruolo di primo piano nella difesa del quartiere ebraico nel ‘45. I suoi lunghi mustacchi estendevano un alone di protezione su tutti noi. A Tripoli lo si ricordava con orgoglio, anche se quando era stato in carcere  pochi si erano preoccupati del fatto che la madre non aveva denaro a sufficienza per preparare il pasto sabbatico. Mia madre ce lo ripeteva spesso con dolore. L’idea che Muni fosse imparentato con mio padre mi dava sicurezza.

Mio padre teneva in casa anche una foto di Napoleone. Sosteneva contro ogni evidenza che fosse ebreo. Non c’era verso di fargli cambiare opinione e solo molti anni dopo ci riuscii.  Secondo  la sua interpretazione Napoleone non lo diceva per non aumentare l’invidia contro il popolo ebraico. Del resto, diceva, non avevano fatto i marrani in Spagna per sfuggire all’inquisizione e per aiutare i loro fratelli più sfortunati? Quando agli indizi, bastava scomporre in ebraico la parola Napoleone per trovare una spiegazione. In ebraico nophel vuol dire cadere. Come ho scoperto molti anni dopo, anche ad un genio come Freud poteva con argomentazioni analoghe, compiere operazioni spericolate e arbitrarie ricostruzioni col nome di Massena per via del’assonanza con l’ebraico Menashè. In seguito Freud si ricredette e in una nota aggiunta all’edizione del 1930 della Traumedutung mise in dubbio l’origine ebraica del maresciallo napoleonico[3]. E’ curioso perché in quegli stessi anni maturava l’idea di scrivere un saggio in cui affermava l’origine egizia di Mosè. Pur nella consapevolezza di non essere in possesso di elementi certi a sostegno della sua bizzarra tesi,a parte il nome e altri indizi secondari,  Freud affermò addirittura che di Mosè dovevano essercene in realtà due: uno egizio di nobile origine e seguace del culto di Aton, e uno ebreo seguace di un culto vulcanico che il testo biblico avrebbe poi riunito in una sola persona. Freud non si preoccupò dispiegare al lettore come mai il primo fosse un nobile egizio per via del nome, anche se non unicamente, mentre il secondo potesse essere ebreo pur avendo un nome egizio.

Messosi a capo di un popolo di schiavi, cui aveva trasmesso importanti verità del  culto monoteistico di Aton (in realtà si trattava di un culto enoteista), il Mosè egizio sarebbe poi stato assassinato nel corso di una rivolta. Starebbero qui, secondo Freud, il segreto archetipico delle caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il profondo senso di colpa depressiva che lo attraversa dalle origini, l’arcano delle sue vette morali e delle sue tragiche peripezie. A differenza degli altri popoli, gli ebrei hanno assunto sulle spalle la colpa delle origini per via archetipica o mediante un insegnamento segreto trasmesso per secoli, di cui il fondatore della psicoanalisi, da ateo conclamato, si considerava in realtà l’erede e il continuatore.

Dopo il grande esodo del 1948-’51, da trentasei – quarantamila, che eravamo, eravamo ridotti a  poco più di quattromila, di cui la metà circa con passaporto straniero. Come sempre a partire per primi erano i più poveri, coloro che avevano perduto ogni avere, e in primo luogo la speranza di tornare alle loro case e nei villaggi, se vivevano all’interno del paese. Ma anche tra quanti erano rimasti, più di un quarto, nei primi anni di vita dello stato libico, era nullatenente. Seppure ridotta di nove decimi la presenza ebraica continuava a costituire un problema. Con l’ascesa del panarabismo e l’acuirsi delle crisi mediorientali era solo una questione di tempo.

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non abbiamo avuto mai il passaporto, non abbiamo mai potuto viaggiare, da nessuna parte potevamo andare perché pensavano che andassimo in Israele a rafforzare il grande esercito israeliano, e quindi se qualche famiglia voleva andare in vacanza, o trovare i parenti all’estero, doveva lasciare un parente, un figlio in ostaggio in Libia, non potevano andare via tutti. Qualcuno doveva rimanere. Altri sono riusciti a eludere la sorveglianza, pagando. E sono partiti tutti.”

“Noi siamo arrivati il 6 giugno [più avanti si correggerà dicendo che arrivò a Roma il 6 luglio], dopo un mese intero che siamo rimasti chiusi in casa senza poter uscire neanche a fare la spesa. Io volevo andare a rifugiarmi nel palazzo dove abitava mio padre. Dopo il pogrom del ‘45 in quel palazzo avevano costruito un portone scorrevole in ferro per difendersi, visto che lì abitavano tutte famiglie ebraiche. Poi, dopo il ’45, il portone però non era stato più usato e si era arrugginito. Quando siamo arrivati lì, pensavamo di essere al sicuro, ma quando scesero per chiuderlo non riuscirono a muoverlo. Ci vollero due giorni di tentativi, con olio, ferri e con la forza per riuscire a muoverlo. Alla fine pensavamo di essere al sicuro, invece ci tiravano pietre alle finestre dal palazzo di fronte. Vivevamo tutto il giorno con le tapparelle abbassate.

Abitavamo in un palazzo nella città nuova, in una stradina, circondati da arabi: potevano spingere la porta e sarebbero entrati in casa senza problemi. Avevamo sentore già da tempo che le cose non stavano andando bene, per cui nottetempo, di nascosto siamo scappati, perché non era molto distante la casa di mio padre. Visto che ci aspettavamo qualcosa di brutto, avevamo già da tempo iniziato a fare scorte in casa… C’era proprio un’atmosfera di piombo… [commenta I.]. io adesso solo a pensarci…

Prima di andare a casa di mio padre,però, siamo stati in casa di un amico. Ci aveva telefonato dicendo di sfondare pure la porta e di entrare, che la casa era vuota. Lì abbiamo sofferto la fame. Noi sentivamo che c’era qualcosa nell’aria e avevamo fatto rifornimenti di tutti i tipi, ma lì non era casa nostra, eravamo scappati di notte, in tutta fretta, non avevamo preso niente con noi. Mio figlio più piccolo aveva 4 mesi, la notte gli tappavo la bocca… la casa era buia e vuota, facevamo finta di non esserci, ma questo bambino piccolo non poteva saperlo e piangeva, e io gli chiudevo la bocca. Poi quando siamo riusciti a scappare e ad arrivare alla casa di mio padre ci sentivamo un pochino più al sicuro, con questo famoso portone di ferro. Anche lì però siamo rimasti senza viveri, senza niente. Le suore, qualche volta, ci portavano qualche cosa, delle galline, dal terrazzo. Credetemi, io un grissino lo dividevo in quattro per darlo ai miei figli; cercavo di farli dormire il più possibile, così almeno non sentivano la fame. Questo era durante la guerra, e per tutto il mese di giugno. No, sono arrivata a Roma il 6 luglio, non giugno… certe cose le ho rimosse veramente.”

“Siamo rimasti chiusi in casa per un mese, non si poteva uscire per nessun motivo, perché si rischiava la morte e se uscivi, ti individuavano subito perché eri vestito all’occidentale. Siamo andati in casa di alcuni amici perché era più sicura e da lì si vedeva il ghetto e vedevamo che andava a fuoco. Lo stato d’animo di preoccupazione dei miei genitori era comprensibile, lì avevamo parenti e amici, ed erano in pericolo. Siamo stati fortunati che in quel palazzo c’era un panettiere italiano che ci portava il pane, perché non avevamo niente da mangiare. Vivevamo in una trincea. Io avevo 12 anni, ero nell’età dell’incoscienza, ma i miei erano più che coscienti, eravamo in 40 persone in una casa. Poi venne la polizia e ci fece i documenti per farci fuggire grazie al decreto del Re.”

“Noi abbiamo invece subito un trattamento diverso, perché siamo andati via subito, grazie all’aiuto di un arabo che ha fatto in modo di farci partire; non si sapeva bene perché ci aiutasse, forse per i rapporti di amicizia e di lavoro che ci legava, forse si sentiva un po’ in dovere o per coscienza, di sicuro non per amore. Non partimmo il giorno stesso, perché il giorno stesso non avevamo i visti; abbiamo aspettato dalle tre del pomeriggio alle undici di sera, poi sono arrivati i documenti ma l’ultimo aereo era già partito. Allora siamo dovuti tornare in città, ma siccome eravamo in quattordici persone e non volevamo separarci, per essere pronti a ripartire l’indomani mattina, siamo andati tutti a casa mia, e abbiamo dormito un po’ sui letti, sui divani, chi sui tappeti. Il ritorno in città è stato una cosa paurosa. Era l’8 giugno, la guerra era in pieno corso, c’era lo scatenamento della gente che gridava “Tel Aviv brucia, Tel Aviv brucia” e noi morivamo di paura. Saliti sull’aereo il 9 giugno e arrivati in Italia, abbiamo letto i giornali; era una gioia leggere che le cose stavano andando al contrario di come ci dicevano in Libia e stavamo vincendo.

La famiglia di mio padre, invece, rimase fino alla fine di giugno, inizi di luglio.”

 

Tripoli, quartiere ebraico

Tripoli, quartiere ebraico

“Ho cercato dappertutto una spiegazione che avesse uno straccio di senso, non ne ho trovata alcuna.”
Anche QUI

 

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