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Il terrorismo non è figlio della povertà

novembre 27, 2015

L’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”.

L’ha detto il Papa in visita in Kenya e con queste parole ha rassicurato tutti quelli che qualche dubbio magari se lo erano fatto venire: la povertà alla quale costringiamo una parte del mondo è la causa di tutto, i poveri che noi condanniamo a essere tali ci si rivolgono contro e fanno bene, o almeno “vanno capiti”, perché la colpa è nostra e solo nostra. E’ la morale cattolica che spinge a decriptare il mondo a senso unico: “Sfrutto, non ci penso nemmeno a fare altro e del resto come potrei? Pero’ mi dispiace”. E pero’ no, nessuna esperienza dimostra questo assunto, semmai il contrario.

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Chi non ha niente non ha paura perché nulla ha da perdere. Il terrorismo e la violenza non sono conseguenze logiche della povertà, non lo sono mai state. Non erano né poveri né analfabeti gli ideologhi del terrorismo nero degli anni ’70 in Italia: giornalisti, laureati, studiosi di Julius Evola, provenienti da famiglie aristocratiche, borghesi, ricche. Esattamente come lo furono i leaders del terrorismo rosso negli stessi anni.

Alan Krueger si è a lungo interrogato in merito al terrorismo e alle sue matrici.

Nel 2002, insieme a Jitka Maleckova,  scriveva :

“Che l’investimento nell’istruzione sia fondamentale per la crescita economica, il miglioramento della salute, e il progresso sociale è fuori discussione. Che la povertà sia un flagello che gli aiuti internazionali e i paesi industrializzati dovrebbero impegnarsi a sradicare è anche questo fuori discussione. Non vi è dubbio che il terrorismo sia una piaga del mondo contemporaneo. Ciò che è meno chiaro, tuttavia, è se la povertà e il basso livello di istruzione siano le cause profonde del terrorismoQualsiasi connessione tra la povertà, l’educazione, e il terrorismo è indiretta, complicata, e probabilmente molto debole. Invece di considerare il terrorismo come una risposta diretta alle basse opportunità di mercato  o alla mancanza di istruzione, consigliamo più precisamente di leggerlo come una risposta alle condizioni politiche e ai sentimenti, protratti nel tempo, di umiliazione e frustrazione (percepita o reale) che poco hanno a che fare con l’economia… Il falso collegamento tra terrorismo e povertà serve solo a distogliere l’attenzione dalle vere radici del terrorismo.”

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 Ma andiamo per gradi: Krueger afferma in apertura del suo discorso che povertà e terrorismo non sono conseguenti. La domanda successiva e logica è: Che cos’è il terrorismo? Come possiamo definirlo?
“Questo è un compito notoriamente difficile. Esistono più di un centinaio di definizioni di diplomatici e accademici del termine. I tipi di attività considerateatti terroristici” differiscono sostanzialmente tra loro. Il termine “terrorismo” si è evoluto nel corso del tempo. E’ stato usato per la prima volta in un contesto politico, durante la Rivoluzione Francese, quando è stato utilizzato come accusa nei confronti di chi, come Robespierre, aveva fatto uso della violenza in nome dello Stato. Alla fine del diciannovesimo secolo, tuttavia, gli anarchici russi e francesi orgogliosamente usavano la parola “terrorismo” per descrivere i loro sforzi violenti contro lo Stato. Una parte della difficoltà di definire il terrorismo è che ci sono controversie valide riguardo a quale delle parti sia da considerare governo legittimo. Durante la seconda guerra mondiale, per esempio, le forze di occupazione tedesche etichettavano come terroristi i membri della Resistenza francese.

Esiste una gamma di possibili definizioni .
Il Dipartimento di Stato, che non riconosce nessuna singola definizione di terrorismo come universale, sembra aver scelto la definizione di terrorismo adottata da molti governi e organizzazioni internazionali. Dal 1983, ha impiegato questa definizione a fini statistici e di analisi: “Il termine ‘terrorismo’ significa violenza premeditata, politicamente  motivata, perpetrata contro bersagli non combattenti da parte di gruppi subnazionali o agenti clandestini, di solito destinata a influenzare un pubblico. Il termine ‘terrorismo internazionale’. significa terrorismo che coinvolge i cittadini o il territorio di più di un paese. ” Il Dipartimento di Stato specifica inoltre che “il termine non combattente è interpretato in modo da includere, oltre ai civili, personale militare che, al momento dell’incidente era disarmato e / o non in servizio …. Consideriamo anche come atti terroristici gli attacchi a installazioni militari o al personale militare armato, quando non esiste stato di ostilità militare nel luogo, come ad esempio i bombardamenti contro le basi americane nel Golfo Persico, in Europa o altrove. ”
Le definizioni di terrorismo utilizzate dagli studiosi, al contrario, tendono a porre maggiormente l’accento sull’intenzione dei terroristi di causare paura e terrore tra la popolazione, cioè su un target  notevolmente più ampio rispetto alle vere vittime dei loro attacchi, e di influenzare le opinioni di un grande pubblico. La vittima reale della violenza non è quindi l’obiettivo principale dell’atto terroristico.
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La definizione italiana di terrorismo è abbastanza simile a quella internazionale:
L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e simili.
Krueger evidenzia anche la stretta vicinanza tra “terrorismo” e quelli definiti “crimini d’odio”:
In questo contesto, abbiamo anche analizzato le caratteristiche dei “crimini di odio”, che possono essere visti come i cugini prossimi del terrorismo in quanto l’obiettivo di un reato è scelto a causa della sua identità a un gruppo, non a causa del suo comportamento individuale , e perché l’effetto di entrambi è quello di seminare il terrore in un numero maggiore di persone rispetto a quelle direttamente colpite dalla violenza. Si sta diffondendo nella letteratura delle scienze sociali la tesi che l’incidenza dei crimini d’odio, come i linciaggi di afro-americani o le violenze contro i turchi in Germania, abbia ben poca attinenza con le condizioni economiche.”
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Per le sue tesi Krueger ha scelto di prendere in considerazione il terrorismo palestinese:
Abbiamo preso in considerazione e incrociato i dati di un sondaggio pubblico condotto in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (PCPSR). Nel dicembre 2001, ai palestinesi è stato chiesto se supportavano gli attacchi contro obiettivi civili e militari israeliani, e se li consideravano atti di terrorismo. Disaggregando i dati per livello di istruzione e occupazione il risultato indicava come il supporto alla violenza contro obiettivi israeliani fosse diffuso tra la popolazione palestinese, sia tra chi era in possesso di un’istruzione superiore e standard di vita più elevati, quanto tra i disoccupati e gli analfabeti. Allo stesso modo, una revisione dell’incidenza degli atti terroristici nel corso del tempo, in Israele, e un’analisi che metteva in relazione il numero di atti terroristici di ogni anno con il tasso di crescita economica in quell’anno e nel recente passato, produceva lo stesso scetticismo circa l’idea che la povertà fosse una causa del terrorismoAlla luce dei nostri risultati, esortiamo intellettuali e politici ad esercitare cautela nel presumere che la povertà e l’educazione abbiano un impatto diretto e causale sul terrorismo.”
Continuiamo, sull’esempio scelto da Krueger, a dare uno sguardo al terrorismo palestinese. Krueger analizzava il terrorismo palestinese nel 2001; Bassem Tawil, ricercatore e giornalista, scrive nel 2015:

Negli ultimi giorni, ho avuto occasione di visitare le case di alcuni degli uomini e delle donne palestinesi coinvolti nell’ondata di terrorismo, ancora in corso, contro gli israeliani – quella violenza che alcuni chiamano “intifada”, rivolta.

Quello che ho visto – che chiunque avrebbe potuto vedere – è che nessuno di questi palestinesi aveva sofferto vite dure. Le loro condizioni di vita erano tutt’altro che infelici. In realtà, questi assassini conducevano una vita confortevole, con accesso illimitato alla formazione e al lavoro.

Quattro dei terroristi venivano da Gerusalemme, in possesso di carte d’identità israeliane. Godevano di tutti i diritti di un cittadino israeliano qualunque, tranne che per il voto per eleggere la Knesset – ma è difficile che gli arabi di Gerusalemme uccidano e muoiano perché vogliono votare alle elezioni parlamentari israeliane.

Questi giovani avevano approfittato del loro status di residenti permanenti d’Israele e delle loro carte di identità israeliane che avevano permesso loro di viaggiare liberamente all’interno di Israele, possedevano e guidavano veicoli con targa israeliana. Tutti loro avevano diritto alle prestazioni sociali e all’assistenza sanitaria gratuita concessi a tutti i cittadini israeliani, a prescindere dalla loro fede, colore o etnia.

Nessuno dei giovani palestinesi coinvolti nei recenti attacchi terroristici aveva vissuto in una casa di fango, una tenda, e nemmeno in un appartamento in affitto. Tutti vivevano in case di proprietà delle loro famiglie, e avevano accesso illimitato a Internet. Tutti possedevano smartphone che permetteva loro di condividere le loro opinioni su Facebook e Twitter e, tra le altre cose, di impegnarsi nell’incitamento sfrenato contro Israele e gli ebrei.

Visitando la casa di Muhannad Halabi, ad esempio, il palestinese che ha assassinato due ebrei nella Città Vecchia di Gerusalemme la scorsa settimana, si puo’ scoprire che suo padre è un uomo d’affari che si occupa di impianti di climatizzazione e dispone di una propria attività a Ramallah. La casa di proprietà della famiglia, nel villaggio di Surda, nella periferia nord di Ramallah, sembra  uscita da un film girato a San Diego.

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Di Muhannad Halabi, i suoi parenti dicono fosse un ragazzo viziato che aveva avuto tutto quello che chiedeva. Aveva studiato giurisprudenza presso l’Università di Al-Quds, vicino a Gerusalemme, ed era in grado di viaggiare liberamente tra Ramallah e il campus. Ma la bella vita di Muhannad non gli ha impedito di unirsi alla Jihad islamica e di uccidere due ebrei. Voleva uccidere gli ebrei perché aveva subito il lavaggio del cervello dai nostri leader e media, ed era spinto dall’odio, non dalla miseria e dalle privazioni.

Il caso di Shuruq Dweyat, 18 anni, studentessa del villaggio Tsur Baher a Gerusalemme, non è diverso da quella di Muhannad Halabi. Ora è in cura in un ospedale israeliano, a titolo gratuito, dopo essere stata colpita e gravemente ferita dall’Ebreo che aveva cercato di assassinare all’interno della Città Vecchia di Gerusalemme. Stava studiando storia e geografia presso l’Università di Betlemme, dove si recava quattro volte alla settimana, senza affrontare ostacoli o essere fermata dai soldati israeliani.

Le foto che Shuruq postava sui social media mostrano una donna felice, sorridente, e in posa per “selfies ” fatti con il suo proprio smartphone. La sua famiglia, come quelle di tutti gli altri terroristi, possiede la propria casa e conduce una vita estremamente confortevole. La carta d’identità israeliana di Shuruq le permette di andare in qualsiasi luogo all’interno di Israele, in qualsiasi momento. Ha scelto di approfittare di questo privilegio per cercare di uccidere un Ebreo a caso, per strada. Il motivo? Anche lei, a quanto pare è stata guidata da odio, antisemitismo e intolleranza. Anche lei è stata vittima della macchina di propaganda di massa che demonizza continuamente Israele e gli ebrei.
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Chi avesse incontrato Fadi Alloun, 19 anni, avrebbe visto forse l’uomo più bello di Gerusalemme. Fadi, venuto da Issawiyeh a Gerusalemme, aveva una carta d’identità israeliana ed era in grado di viaggiare liberamente in tutto il paese. La sua famiglia mi ha detto che gli piaceva andare nei centri commerciali e comprare vestiti nelle catene di negozi alla moda come Zara, Renuar, Castro. Con i suoi abiti sgargianti e gli occhiali da sole, sembrava più un modello della moda italiana che il terrorista medio. Anche lui aveva accesso illimitato a Internet e la sua famiglia possedeva la propria casa.

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La buona situazione di Fadi, tuttavia, non gli impedisce di pugnalare il primo Ebreo incontrato per strada. E’ successo la settimana scorsa, quando Fadi ha accoltellato un Ebreo di 15 anni, appena fuori dalla Città Vecchia di Gerusalemme. E’ stato ucciso dai poliziotti israeliani accorsi sul luogo dell’attentato. Fadi non aveva avuto una vita dura. Non aveva accoltellato spinto da miseria e povertà. Aveva quasi tutto ciò a cui aspirava e la sua è una famiglia di benestanti
Gli altri giovani, uomini e donne, responsabili dell’attuale ondata di attacchi terroristici conducevano, allo stesso modo, una vita agiata. Eppure, i loro lussi non hanno impedito loro di partire per uccidere.
Che cosa significa tutto questo? Ciò dimostra che i terroristi palestinesi non sono spinti da povertà e privazione, come molti sostengono. I terroristi palestinesi sono guidati dall’odio per gli ebrei a causa di ciò che i loro leader, i media e le moschee dicono loro: gli ebrei sono il nemico e non hanno il diritto di essere in questa parte del mondo.
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Né Krueger né Bassem Tawil sono stati gli unici a porsi la domanda se davvero ci fosse un nesso diretto tra povertà e terrorismo, ma non sono riusciti, finora, a rompere quella spessa crosta di ipocrisia che ha preferito negare la complessità di un fenomeno, addossandosene, appunto ipocritamente, la responsabilità. Ma questo oltre che essere moralmente scorretto è stato anche causa di notevoli ritardi nell’individuazione di un problema che sembra essere emerso, come per magia, dal nulla. Non è cosi’.

Un rapporto del 2001 di Nasra Hassan, un’operatrice umanitaria pakistana, redatto sulla base di 250 interviste con aspiranti kamikaze palestinesi e con i loro reclutatori ha concluso che “Nessuno di loro era ignorante, disperatamente povero, ingenuo o depresso …. Tutti sembravano del tutto normali membri delle loro famiglie “.

Un sondaggio dello stesso anno del Palestinian Center for Policy and Survey Research ha indicato come i palestinesi con una scolarizzazione superiore ai 12 anni erano molto più propensi a sostenere gli attacchi terroristici che gli analfabeti.

Nel 2002 Alan Krueger aveva dimostrato che i membri del gruppo terrorista Hezbollah, rispetto ad altri libanesi, provengono da famiglie più agiate e in genere hanno ricevuto una formazione scolastica secondaria.

Uno studio del 2004, del Dr. Marc Sageman, psichiatra presso l’Università della Pennsylvania e ex funzionario CIA in Afghanistan durante la fine degli anni 1980, ha concluso che “la maggior parte dei terroristi arabi … sono ben istruiti, uomini sposati della media o alta classe sociale e psicologicamente stabili “.

Per fare un esempio tra centinaia, Muhammad Abu Jamous, che faceva parte di un commando terrorista che  uccise quattro israeliani a Gaza il 9 gennaio 2002, è stato descritto dal New York Times come “un membro della Marina e piccola celebrità tra i palestinesi. Era stato un atleta della squadra nazionale palestinese, gareggiando in Egitto e Arabia Saudita. Si era sposato appena tre mesi prima, e la moglie era incinta di due mesi. ” In altre parole, questo terrorista aveva tutto da perdere, un buon lavoro, una moglie e l’imminente paternità. Eppure, prese una pistola e uscì a uccidere israeliani innocenti.

Un leader di Hamas, intervistato da Nasra Hassan aveva affermato:
Il nostro più grande problema sono le orde di giovani che battono alle nostre porte, chiedendoci a gran voce di spedirli in missioni suicide. È difficile selezionarne solo alcuni.”
I responsabili della pianificazione della jihad dicevano a Nasra Hassan che i potenziali “martiri” erano scelti in prevalenza tra chi non avesse meno di 18 anni, non fosse l’unico sostegno economico della famiglia, non avesse responsabilità familiari. Forse l’eliminazione progressiva di questi “criteri di selezione” è dovuta al fatto che meno “orde” di giovani bussano alle porte dei reclutatori? Adesso accettano anche bambini di 12 anni o vecchie di 74.

L’Occidente si è accontentato di inorridire e definire “barbari” i terroristi, con il risultato di esserseli trovati, dopo una quindicina di anni dall’attacco alle Torri Gemelle, in cucina, tra i membri della propria famiglia. L’Occidente mosso dall’idea che “povertà e mancanza di istruzione” fossero le uniche cause del fenomeno jihadista ha elargito, per anni, milioni di dollari proprio a quelli che stavano “rifiutando orde di giovani” aspiranti “martiri”, a quelli che hanno avvelenato una generazione, quasi due ormai, con l’istigazione all’odio.
Il giornalista arabo Khalid Amayreh, egli stesso proveniente dai Territori, ha  scritto che “è semplicemente una sciocchezza affermare che il terrorismo islamico in Israele, come altrove, sia il prodotto di povertà, arretratezza e ignoranza il fondamentalismo islamico non è un prodotto o sottoprodotto della povertà. Diversi studi hanno dimostrato che la maggioranza sostanziale di islamisti e dei loro sostenitori provengono da ceti socio-economici alti e medi … Il fatto che gli abitanti delle città [in GiudeaSamaria], generalmente più istruiti e  economicamente avvantaggiati, abbiano sempre prestato maggiore sostegno agli islamisti confuta l’ipotesi diffusa che la popolarità islamista viva sulla miseria economica (Jerusalem Post, 21 Febbraio 1995).
Caro Papa, era il 1995, venti anni fa, quando Khalid Amayreh aveva già ben presente questo. Quanto tempo è stato perso in auto-flagellazioni inutili? Quanti soldi ha fruttato alle organizzazioni terroristiche questo eterno “mea culpa”?

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