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Dimenticare, è un’arte dell’Occidente

novembre 5, 2015

Il meccanismo di difesa, nell’uomo, si definisce come una reazione ad esperienze penose vissute, ma anche nei confronti di situazioni relazionali comuni, che però creano difficoltà nell’integrare la sfera delle pulsioni e quella morale. Per estensione in psicologia si intendono tali tutti i meccanismi psichici, consci e inconsci, messi in atto dall’individuo per proteggersi da situazioni ambientali, esistenziali e relazionali dolorose o potenzialmente pericolose.

Quindi, davanti a certe esperienze si è portati a dimenticare, a rimuovere. Ma una delle spiegazioni di questa facilità dell’individuo a dimenticare puo’ forse essere imputata anche all’enorme mole di informazioni, o presunte tali, che ogni giorno si riversano nel nostro cervello, creando serie difficoltà a tenerle tutte in ordine, catalogate, negli scaffali del nostro cervello.

Senza contare le situazioni nelle quali dimenticare diventa una scelta politica, un escamotage per insabbiare qualcosa di scomodo, di indifendibile. Un’ipotesi non esclude le altre: forse gli individui che utilizzano la rimozione come sistema di difesa, sono quelli più coinvolti negli avvenimenti traumatici da dimenticare, di quanto lo siano coloro che non ricordano per sovra-affaticamento cerebrale o per opportunismo politico.

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Quindi, ad esempio, la facilità con la quale l’opinione pubblica sembra propensa a dimenticare le parole di Abbas, parole ufficiali, pronunciate quasi sempre in occasioni “solenni” e spesso precedute da un clima di “suspence”, funzionale a richiamare l’attenzione ed a creare un clima di “attesa dell’evento”, si puo’ spiegare con le due ipotesi sopra: non farcela a seguire tutti gli sviluppi della “questione medio-orientale” oppure scegliere di dimenticarle, sperando che il tempo e gli avvenimenti incalzanti vi gettino sopra la coltre dell’oblio. Quest’ultima soluzione sembra essere quella adottata dall’Assemblea generale dell’Onu, ad esempio, altrimenti sempre molto attenta a quello che succede nell’eterno conflitto israelo/arabo, solo per quanto riguarda Israele pero’. E la stessa formula sembrano aver adottato i leaders politici occidentali, soprattutto europei, per i quali è “sempre la prima volta”.

Gli israeliani invece spesso tentano di dimenticarle come meccanismo di difesa e non ci riescono quasi mai, le ricordano tutte.

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Che sia solo una questione di esercizio? E allora proviamo a ricordarne alcune?

Dagli inizi di settembre 2015, fin dalla prima settimana, Mahmud Abbas comincia a far circolare la voce in merito a una “notizia bomba” che avrebbe cambiato i rapporti tra Amministrazione palestinese e Israele. Definisce questa azione “drastici passi”. Nonostante il tentativo di creare suspence e curiosità intorno alla natura di questa “bomba”, cio’ che trapela da subito è chiaro: Abbas dichiarerà nulli gli accordi di Oslo.

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In realtà più che di una bomba sembra trattarsi di un petardo, nel senso che nella pratica gli Accordi sembrano essere morti e defunti da un bel pezzo. Di sicuro nessuno, da ambo le parti, li considera più un primo, importante, passo verso la pace. Ma annunciarlo ufficialmente, davanti all’Assemblea Onu di fine settembre, puo’ avere comunque risvolti imprevedibili.

Già che c’è non perde occasione, nelle interviste che rilascia prima di parlare all’Assemblea dell’Onu, per paragonare “lo stato ebraico allo stato islamico, Daesh: Se Israele vuole essere uno stato ebraico, fornisce cosi’ la legittimità ad ISIS e altri che cercano di stabilire uno stato islamico in Siria, Egitto e Gaza“. Abbas non ricorda, evidentemente, che il 50% del suo governo è GIA’ rappresentato da un’associazione terroristica islamista che ha GIA’ instaurato la shari’a a Gaza e che il migliore alleato di Israele contro Daesh è l’Egitto. Come dimentica che la Siria è il cane da guardia di una Repubblica islamica. Pero’ l’equivalenza piace, come sono piaciute molte altre sue trovate, e il web si impossessa subito della frase che diventa addirittura ovvia, come ovvi sono i suoi sviluppi: Daesh=Israele= Israele ha inventato Daesh.

 

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Ci mette anche la riproposizione di quella favoletta macabra, escogitata da quel burlone di hajj Amin El Hussein, a partire dal 1928,  che è costata la vita a migliaia di ebrei: Israele vuole attaccare Al Aqsa, distruggerla e costruire il Terzo Tempio.

E comunque lo fa, dice davvero che l’Amministrazione palestinese non riconosce più Oslo e considera tutta la Palestina, occupata. E’ il 30 settembre.

Il 13 settembre, Alexander Levlovitz, 64 anni, è attaccato a colpi di pietra e ucciso, mentre sta tornando a casa, in auto, dalla festa di Rosh HaShanah. Abbas “predicava” il suo “Tutta la Palestina è occupata” da una decina di giorni.

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E’ la polizia israeliana ad arrestare gli assassini, tutti di età compresa tra i 17 ed i 19 anni, residenti a Gerusalemme est. Abbas tace.

Questo di dichiarare finiti gli accordi di Oslo è uno dei suoi bluff preferiti. Somiglia ai gelatai di un tempo che arrivavano sulle spiagge e per invogliare i bambini a comprare i loro gelati urlavano “Vado viaaaa” e stavano sempre li’.

Questa volta l’effetto immediato ottenuto è stata la ricompensa dell’Onu che, dopo il suo discorso, ha innalzato la bandiera palestinese sul suo quartier generale.

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Gaudio e gioia tra i palestinesi; se non proprio un punto intero a suo favore Abbas ne segna almeno un quarto. Ma poi sa benissimo che le sue boutades devono essere dimenticate al più presto, tanto la sua bella figura l’ha già fatta. Il 30 ottobre, ad un mese esatto dai suoi bellicosi propositi, va a Scheveningen, vicino l’Aja, in Olanda, e dice ai membri del Center for Information and Documentation on Israel: “Non abbiamo mai detto che stavamo per annullare gli Accordi di Oslo; non abbiamo intenzione  di annullare, non annulleremo nulla”.  Ecco, è tanto semplice! Né visto, né sentito. Nulla.

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Quando il direttore del CIDI, Hanna Luden, lo interpella in merito agli incitamenti alla violenza, compreso il suo, per esempio sulla falsità della volontà di Israele di costruire il Terzo Tempio, Abbas risponde di essere pronto ad “affrontare l’incitamento alla violenza, sia quello da parte israeliana che palestinese”. Ma il 18 settembre 2015, cinque giorni dopo l’omicidio di Alexander Levlovitz, Abbas aveva dichiarato: “Salutiamo ogni goccia di sangue che sarà versato a Gerusalemme. E’ sangue puro, sangue pulito, sangue sulla via di Allah. Con l’aiuto di Allah ogni martire sarà in paradiso ed ogni ferito avrà la sua ricompensa… “.

La “ricompensa” ai feriti probabilmente la pagano gli occidentali, con i loro “aiuti”.

“Stiamo lavorando per diffondere la cultura della pace e della coesistenza, tra il nostro popolo e nella nostra regione”, aveva detto all’Onu, il 30 settembre.

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Ma il 18 settembre aveva anche detto: “Al Aqsa è nostra e la Chiesa del Santo Sepolcro è nostra. Tutto è nostro. Loro (gli ebrei) non hanno nessun diritto di dissacrarli con i loro sporchi piedi e non lo permetteremo”. Teniamo sempre a mente – siamo qui per questo no? per esercitare la memoria – che dieci giorni dopo queste parole l’Onu l’ha premiato con la bandiera innalzata sul suo quartier generale.

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Nell’incontro con il CIDI, Abbas ha dichiarato che l’Amministrazione palestinese non ha mai chiesto di boicottare i prodotti israeliani, ma “solo” quelli prodotti nelle “colonie”.

In un articolo apparso su Wafa news agency, il 10 agosto 2014, si leggeMahmoud Al-Habbash, il Supremo Giudice della Shari’ah [e consigliere di Abu Mazen ‘per gli affari religiosi e islamici], ha invitato la nostra gente, ovunque si trovi, a boicottare i prodotti israeliani di tutti i tipi, ed a sostenere le industrie alimentari palestinesi in tutti i modi possibili e con tutti i mezzi disponibili. Inoltre, in una dichiarazione alla stampa che ha fatto oggi, ha chiesto di disertare tutti i negozi palestinesi che rifiutano di rispettare la richiesta di boicottaggio. Egli ha osservato che il boicottaggio [dei prodotti israeliani] è un dovere religioso, nazionale e morale, e che è uno dei mezzi legittimi di resistenza, garantita da tutte le leggi e le convenzioni [internazionali], per raggiungere gli obiettivi del nostro popolo, forzare l’occupazione di Israele, mettere fine alla sua brutale aggressione contro la Striscia di Gaza ed aderire immediatamente alle richieste della nostra gente … Ha chiesto che i predicatori, nelle moschee e sui media locali, agiscano per spiegare l’importanza del boicottaggio, e per pubblicizzare i prodotti locali. Egli ha anche notato che i palestinesi devono capire che i soldi che spendono in prodotti israeliani diventano l’arma con cui i loro fratelli saranno uccisi.” 

No, non l’ha chiesto lui il boicottaggio, l’ha fatto chiedere a chi ha molto più seguito di lui ed è sperimentato nell’uso dei sermoni a scopo bellicistico.

Sempre a Schevenengen Abbas ha poi affrontato la questione dei “profughi”:

Non chiedo il diritto al ritorno dei sei milioni di palestinesi; voglio una soluzione per loro .

Ma i punti sui quali Abbas non ha mai voluto trattare e che gli hanno permesso di far fallire i tentativi di discussione con Israele, negli ultimi anni, sono:

1) Israele deve ritirarsi nelle linee precedenti la guerra dei sei giorni;

2) uno stato palestinese deve essere creato con Gerusalemme come capitale;

3) a tutti i rifugiati palestinesi del 1948 e del 1967, insieme con i loro milioni di discendenti, deve essere consentito di tornare a dove avevano vissuto fino al 1947.

La pretesa del ritorno di tutti i “profughi” palestinesi (notare che in Olanda Abbas ha usato una cifra-simbolo, che non corrisponde ai numeri reali, ma è molto evocativa: sei milioni!) è stato uno dei nodi inestricabili nel “processo di pace”. Eppure nel 2011, il 15 settembre, l’ambasciatore palestinese in Libano, Abdullah Abdullah, dichiaro’ da Beirut:

«Sono palestinesi, è la loro identità,” “Ma … non sono automaticamente cittadini.”
Questo non solo a proposito dei profughi nei paesi come il Libano, l’Egitto, la Siria e la Giordania o gli altri 132 paesi in cui Abdullah dice i palestinesi risiedano:

anche i rifugiati palestinesi che vivono (nei campi profughi) all’interno dello stato (di Palestina), resteranno ancora rifugiati. Essi non saranno considerati cittadini.

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Il 5 settembre 2015, Abbas si rivolse alle Nazioni Unite affinché facessero pressione su Israele e permettessero ai profughi palestinesi in Siria di trovare rifugio nei Territori:

“Il presidente Abbas ha chiesto al rappresentante palestinese alle Nazioni Unite di attuare il più rapidamente possibile, in coordinamento con il segretario generale delle Nazioni Unite, le misure per il ritorno dei profughi palestinesi dalla Siria nei territori palestinesi”.

Ma quando il 22 gennaio 2013, Israele chiese ad Abbas di permettere ai profughi siriani di mettersi in salvo, proponendo un numero di 150.000 persone, il portavoce di Abbas, Nabil Abu Rudeina, fece presente che il presidente respingeva la proposta “categoricamente”: 

“La questione dei rifugiati palestinesi e il loro diritto al ritorno è relativa allo status finale, e non si puo’ agire contro le risoluzioni internazionali che prevedono il ritorno in patria e alle loro case, da dove sono fuggiti; in particolare la risoluzione 194, che prevede il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. “

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Il 15 ottobre 2015, Abbas,in un discorso alla tv palestinese, accusa Israele di aver ucciso “a sangue freddo” un “nostro bambino”, il tredicenne Ahmed Manasrah, “giustiziato” dall’esercito israeliano. Manasrah, insieme al cugino, aveva prima accoltellato una persona, poi era andato in cerca della prossima vittima e l’aveva trovata a Pisgat Ze’ev: un suo coetaneo che usciva da un negozio di dolci.

Ma soprattutto, mentre Abbas si dava da fare a gettare benzina sul fuoco, Manasrah se ne stava in un ospedale israeliano, curato ed accudito.

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Bene, queste sono solo le più recenti situazioni ambientali, esistenziali e relazionali dolorose o potenzialmente pericolose che piacerebbe agli israeliani dimenticare. Il resto del mondo sembra riuscirci benissimo.

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  1. Un mese | Bugie dalle gambe lunghe

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