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Chi guadagnerà da questo accordo, oltre l’Iran?

luglio 17, 2015

Abbiamo accennato alla sponsorizzazione da parte dell’Iran ai gruppi terroristici mondiali; vediamo, in breve – data la complessità dell’argomento, gli interessi economici che stanno dietro e potremmo dire, davanti,  questo “deal”. A cominciare dalla “pacifica” ed economicamente piccola, Italia.

In pole-position il grande ritorno dell’Eni. L’Eni, ex Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), è un’azienda multinazionale creata dallo Stato Italiano, come ente pubblico, nel 1953, sotto la presidenza di Enrico Mattei che ne fu presidente fino alla sua morte, nel 1962; l’Ente fu poi convertito in società per azioni nel 1992. Saltiamo a piè pari tutta la vicenda Mattei-Cefis-Sette Sorelle; diciamo solo che, nonostante la sua presenza in Iran non sia mai cessata, per una trentina d’anni (dagli anni ’70 al 2000) l’Eni ha “lavorato sotto traccia”, dichiarando di non voler firmare più nuovi contratti, limitandosi agli accordi già presi.  Qualcosa di ben diverso da “l’indipendenza Eni” alla quale lavoro’ Enrico Mattei fino alla sua morte. Nel 2010, l’Iran era il quarto fornitore di greggio all’Italia, dopo Libia, Russia e Arabia Saudita. Per questo Ahmad Ed-Din Nejad ripeteva spesso che “l’Italia è un paese amico, il più amico di tutti, e l’Iran è la nazione più sicura di tutte per gli italiani”.

Esecuzioni di massa in Iran

Esecuzioni di massa in Iran

Quindi, fino al 2011, anno nel quale furono imposte le sanzioni, l’Italia ha continuato a essere uno dei principali partner commerciali di Teheran. Ora il Ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, spera di essere in grado di riallacciare tutti i legami che si erano forzatamente allentati. A tal fine, il suo ministero è pronto per organizzare una missione di sviluppo del business nelle prossime settimane. Per l’Italia, ha detto la signora Guidi, l’accordo con l’Iran offre un modo nuovo in un mercato “che oggi ha quasi ottanta milioni di potenziali consumatori”, aggiungendo che l’accordo “è un passo fondamentale verso la stabilità nell’area”. Eh già, “non lo faccio per amor mio ma per amore del buon Dio”.

Prima delle sanzioni, i grandi gruppi come Eni, Danieli, Pirelli, Tecnimont e Technip sono stati particolarmente attivi in Iran. Più indietro, negli anni Settanta, quando Shah Reza Pahlavi era ancora al potere, il portafoglio d’Italia comprendeva grandi progetti come il porto di Bandar Abbas (e il conseguente contenzioso che si è trascinato per due decenni). Durante le trattative di questi giorni, il petrolio è stato all’ordine del giorno; Eni ha definito l’accordo: “una tappa incoraggiante. Se le sanzioni internazionali saranno revocate e il governo iraniano dovesse proporre un nuovo quadro contrattuale più in linea con gli standard internazionali e meno pregiudizievole per le compagnie petrolifere e del gas, si potrebbero prendere in considerazione nuovi investimenti nel paese “.

Graffiti anti-regime, apparsi a Berlino nel 2010

Graffiti anti-regime, apparsi a Berlino nel 2010

Quindi, il ritorno in pompa magna dell’Eni. Poi? La Piaggio. La Piaggio,  quella della Vespa, è pronta ad investire in Iran, da dove l’azienda è stata assente per più di due decenni, “se saranno annullate le sanzioni”, ha detto il presidente Roberto Colaninno. “L’accordo apre la porta di un paese di grandi dimensioni … e Piaggio sicuramente trarrà vantaggio da questa nuova opportunità di crescita”, ha detto Colaninno  ai giornalisti, a margine di un evento per lanciare il primo servizio di “scooter condiviso” a Milano.

“Una graduale revoca delle sanzioni all’Iran potrebbe aumentare le esportazioni italiane verso il paese asiatico di circa 3 miliardi di euro (3,3 miliardi dollari) nei prossimi quattro anni” ha dichiarato l’agenzia di credito all’esportazione in Italia SACE .

Secondo “ASRE Khodro“, “Riconquistare quote di mercato perse in Iran non sarà facile visto che concorrenti come la Cina, l’India, la Russia e il Brasile hanno avuto meno vincoli negli ultimi anni”, ha aggiunto SACE, via e-mail. “Anche se l’inasprimento delle sanzioni a fine 2011 ha penalizzato in modo significativo il commercio, l’Italia rimane uno dei principali partner commerciali per l’Iran”, aggiungendo che il petrolio e il gas, l’industria automobilistica, la difesa, i trasporti, l’immobiliare e il settore delle costruzioni potrebbero offrire le migliori opportunità.

Iran prima della Rivoluzione Islamica

Iran prima della Rivoluzione Islamica

La Santa Sede plaude all’accordo. I rapporti tra la Roma d’oltretevere e Teheran sono saldi e di lunga data. Solo lo scorso febbraio, il Papa aveva ricevuto in udienza privata la vicepresidente della Repubblica islamica iraniana, Shahindokht Molaverdi, la quale s’era detta entusiasta del colloquio a tu per tu: “E’ stato un momento indimenticabile; la famiglia ha innanzi a sé sfide globali, comuni, che richiedono una collaborazione congiunta, soprattutto con un paese come la Repubblica islamica d’Iran”. Non a caso, quasi in contemporanea, il Pontificio consiglio per la famiglia faceva sapere che una delegazione iraniana sarebbe stata presente all’Incontro mondiale delle famiglie, fissato in calendario per il prossimo settembre a Philadelphia. Nell’occasione, il capo del dicastero, mons. Vincenzo Paglia, s’era detto “particolarmente lieto” della scelta di Teheran, dal momento che “la famiglia non è un patrimonio cattolico”, bensì “dell’umanità”. I rapporti tra la Chiesa di Roma e l’islam sciita sono buoni, come dimostrano le lettere scambiate anni fa tra Benedetto XVI e Mahmoud Ahmadinejad. In un commento di qualche tempo fa apparso sul portale americano Crux, il vaticanista John Allen osservava che “Papa Francesco ha un’abbondanza di capitale politico” che gli consente “di essere percepito come un’autorità morale”. Rilevante, poi, il fatto che l’autorità suprema iraniana sia un membro del clero, e un dialogo con Teheran è più facile se ci si rapporta su un piano spirituale.

Dopo

Dopo

In America, gli automobilisti aspettano il Labour Day: “Passato il Labour Day, dovremmo vedere il prezzo del gas scendere dai 10 ai 15 centesimi al mese,” ha dichiarato Tom Kloza, capo analista per il petrolio per la Information Service Oil. “Entro dicembre un mucchio di posti vedranno la benzina a $ 2 o meno.”
L’Iran non ha potuto vendere petrolio agli Stati Uniti dal 1995.

Secondo Mehrdad Emadi, del London’s Betamatrix, il commercio dell’Iran con l’Unione europea, pari a € 7.600.000.000 (8,3 miliardi dollari) l’anno scorso, potrebbe lievitare del 400% entro la metà del 2018.

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Riassumendo, chi guadagnerà da questo accordo, oltre l’Iran? Apple Inc. è in contatto con potenziali distributori iraniani. Boeing ha iniziato a vendere i manuali degli aeromobili e grafici a una compagnia aerea iraniana lo scorso anno, le sue prime vendite iraniane in più di tre decenni.

Un portavoce di Boeing ha detto che “stiamo rivedendo l’accordo e fino a quando il governo degli Stati Uniti non ci darà ulteriore assenso, sarebbe prematuro commentare”. Anche il portavoce di Apple ha rifiutato di commentare. General Electric Co. è già limitatamente presente. La società distribuisce attrezzature mediche come le macchine MRI e CT scanner in Iran. GE opera “nel pieno rispetto delle leggi che disciplinano le sanzioni,” ha detto un portavoce in una e-mail martedì. “Non vediamo l’ora di rivedere i dettagli dell’accordo raggiunto e analizzare il panorama normativo che potrebbe aprirsi.” Prodotti farmaceutici occidentali, dispositivi medici e importazioni alimentari hanno continuato ad arrivare alla spicciolata, anche se i controlli statunitensi li hanno mantenuti su volumi bassi. Ora potrebbe essere facilitato il rientro per alcune marche, se l’affare si rivelasse durevole. Coca Cola già vende i suoi prodotti in Iran, da quasi due decenni opera sotto licenza dell’ufficio del governo degli Stati Uniti Office of Foreign Assets Control . Al colosso della distribuzione è consentito pero’ solo vendere tramite un imbottigliatore indipendente, ma il gigante delle bevande con sede ad Atlanta non riscuote alcun interesse di proprietà dall’ imbottigliatore iraniano. “La licenza è molto restrittiva e prevede solo di vendere la base delle bevande, e occuparsi del monitoraggio della qualità e della tutela del marchio, ” ha affermato Coca-Cola,  in una dichiarazione scritta. Un portavoce dell’azienda ha rifiutato di commentare su come il “deal” iraniano potrebbe influenzare il business.

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Per le imprese europee il business è stato un po’ più semplice. “Per mia esperienza so che gli iraniani apprezzano la lealtà”, ha dichiarato Nigel Kushner, amministratore delegato di W Legale Ltd., specializzata nel commercio e nelle sanzioni internazionali. “Le società occidentali che hanno conservato un rapporto stretto durante il regime di sanzioni saranno probabilmente le prime a raccoglierne i frutti.” Il gruppo industriale tedesco BDI ha previsto esportazioni tedesche verso l’Iran in salita a oltre € 10.000.000.000 (11,3 miliardi dollari) nel medio termine, da 2.400.000.000 € dell’anno scorso. “I produttori di macchine e impianti, potrebbero vendere attrezzature per l’industria petrolifera iraniana”, ha detto il presidente BDI Ulrich Grillo. “L’Automobilistica, l’industria chimica, l’assistenza sanitaria e l’espansione delle energie rinnovabili offrono all’industria tedesca molte opportunità”.

L’accordo di martedì “consente un significativo passo avanti nelle nostre discussioni in corso”, ha detto Jean-Christophe Quemard, direttore della casa automobilistica francese PSA Peugeot Citroën di SA per l’Africa e il Medio Oriente. L’azienda sta discutendo i piani con un partner di joint-venture per riprendere il montaggio auto in Iran. L’Iran era il secondo più grande mercato di Peugeot prima del 2012.

Un portavoce della tedesca Bayer AG ha detto, “naturalmente, il potenziale c’è”, in particolare “, date le dimensioni della popolazione iraniana”. Ma ha ammonito che, con l’accordo non ancora attuato, è “probabilmente troppo presto” per prevedere come la società potrebbe beneficiare del mercato iraniano.

Con la promessa della revoca dell’embargo sulle vendite del petrolio, Teheran potrebbe eventualmente cercare aiuto straniero per i suoi sistemi di pompaggio . Produttori di energia europei, come Eni SpA, Statoil ASA e Total SA hanno lavorato in Iran  prima delle sanzioni, e si dicono desiderosi di tornare. Le vaste riserve del paese sono state a lungo attraenti per BP PLC e Royal Dutch Shell PLC.

Il mese scorso, l’amministratore delegato della Shell,  Ben van Beurden, ha incontrato il ministro del Petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, a Vienna, prima di volare da un gruppo di funzionari di Teheran per discutere le potenziali aree di cooperazione tra le imprese, una volta revocate le sanzioni.

“Siamo impegnati con i governi interessati a comprendere l’impatto immediato e a lungo termine dell’ultimo accordo sul regime di sanzioni”, ha detto un portavoce di Shell Martedì. BP ha rifiutato di commentare.

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Exxon Mobil Corp. sperava di trasferirsi in Iran alla fine del 1990 prima che il governo degli Stati Uniti annullasse la trattativa. Exxon ha rifiutato di commentare.

Mehdi Hosseini, un consigliere superiore per il ministero del petrolio iraniano, ha detto che “le imprese [petrolifere] europee vanno e vengono a Teheran,” ma “non siamo in trattative con una società statunitense.”

Il Vice Capo della Camere dell’Industria e del Commercio tedesca, ha espresso la volontà degli investitori tedeschi di investire in moderne tecnologie iraniane e nelle industrie automobilistiche. “Siamo interessati a cooperare con l’Iran per il trasferimento di tecnologie, soprattutto macchinari di produzione e automobili, nonché prodotti medici”, ha detto Trayer in un incontro con il Presidente della Camera di Commercio iraniano Gholam-Hossein Shafeyee a Teheran. “Le aziende tedesche vedono l’accordo come un segno incoraggiante,” secondo Felix Neugart, un esperto di commercio estero della Camere di Commercio e dell’Industria in Germania.

L’argomento è davvero vasto! Quello che si puo’ commentare anche dopo uno sguardo molto sommario come questo, è che l’accordo con l’Iran sembra essere stato atteso e desiderato da tutto il mondo e che la “corsa al nucleare” da parte del regime iraniano potrebbe, tutto sommato, essere considerato un “equo scambio” dalle potenze occidentali. E allora, buon “deal” a tutti!

Grazie a Progetto Iran, informare per non dimenticare e a Wall Street Journal

 

 

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