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Gaza, dove le macerie sono oro

luglio 12, 2015

E’ passato un anno dalla “guerra di Gaza”; un anno fa Israele, dopo 50 giorni e 50 notti sotto i missili, decise di reagire e entro’ con le truppe di terra a Gaza. Inutile  ribadire l’orrore della guerra, di tutte le guerre. Inutile ricordare che in guerra si muore, colpevoli e innocenti. Inutile anche sottolineare che nessun Paese al mondo accetterebbe supinamente un attacco cosi’ massiccio e prolungato senza reagire. Lo sappiamo, lo dovremmo sapere tutti. Vorrei invece accennare alla retorica che si sta scatenando in quest’occasione. Nulla di nuovo, certo, ma ogni volta fa una certa impressione. Per esempio, ascoltare lo “Speciale Gaza” di France24 che inizia dicendo che “il fuoco alla miccia lo mise il rapimento di tre ragazzi israeliani”, cercando di spacciare l’intervento come “vendetta” e non come reazione all’attacco (anche se nel testo dell’articolo sono usate parole diverse da quelle del video) e sentire che “la guerra continua ancora oggi”, la dice abbastanza lunga sul livello di informazione europea.

La Croce Rossa non è da meno: ignorando le indagini che hanno stabilito la responsabilità di Hamas per le morti più eclatanti, fingendo che non ci fossero state cause, si dedica esclusivamente alla conta dei morti, diventati ovviamente tutti civili. A margine ci sarebbe una domanda: ma nessuno si chiede CHI ha sparato migliaia di missili in quei 50 giorni se tutti i morti e, più in generale, tutti gli abitanti di Gaza sono civili innocenti? Evidentemente questa è giudicata una domanda troppo banale per essere posta.

Ma sono ancora una volta le foto a farla “da padrone”. Questa in particolare, replicata in tutte le angolazioni ma sempre la stessa: la distruzione del quartiere Shujaia, sede principale dei depositi di armi e postazioni di lancio di Hamas.

gaza-israel-palestine2

 

La foto è vera, non è un foto montaggio; anche se è presentata come “Gaza” si vede benissimo che si tratta di una piccola parte della città, un quartiere. Sullo sfondo case e palazzi sono intatti. Ma la domanda è: perché Shujaia è ancora, dopo un anno, in questo stato? Forse gli “aiuti” promessi non sono arrivati? E’ la tesi Al Jazeera, che chiama l’operazione Protective Edge “assalto israeliano a Gaza”: i soldi non sono stati dati, le promesse non mantenute. E’ vero? La BBC dice che dei 440 camion giornalieri di materiale da costruzione necessari, Israele ne fa passare solo 33 al giorno. I dati, dice, provengono dal Norwegian Refugee Council; è vero? Intanto definiamo le fonti: il Norwegian Refugee Council non è altro che una Ong, non un organismo statale. Per i loro progetti in Israele, West Bank e Gaza, hanno percepito, nel 2013, 9,1 milioni di dollari, quasi 2 milioni in più dell’anno precedente e 3 in più del 2010. Sono partner di quel Palestinian Centre for Human Rights del quale parlammo poco tempo fa. Sono quelli che sistematicamente usano chiamare Israele “paese di apartheid”, accusandolo di “crimini di guerra” e di “genocidio”. Un avvocato affiliato a Norwegian Refugee Council ha dichiarato che l’obiettivo delle cause intentate contro Israele (677 nel 2013)  è “provare ogni possibile misura legale per perturbare il sistema giudiziario israeliano … quando un alto numero di cause sono intentate, la maggior parte delle quali saranno oggetto di ricorso, il carico di lavoro dei tribunali e della Corte suprema israeliana potrebbe produrne il blocco.” Nei loro report durante Protective Edge non menzionano mai i lanci di missili di Hamas ma si concentrano solo sulle azioni israeliane. Questo tanto per definire le fonti della BBC.

Che dice invece il governo israeliano? Dice che dalla scorsa estate sono entrati in Gaza 1,2 milioni di tonnellate di materiale da costruzione, e che 800 camion di aiuti varcano giornalmente il confine.

Entry of material into the Gaza Strip, fonte COGAT

Entry of material into the Gaza Strip, fonte COGAT

E allora? Allora le nazioni “donatrici” avevano chiesto rassicurazioni in merito alla cessazione del fuoco da parte di Hamas e garanzie che i loro soldi non fossero spesi per altri motivi, diciamo meno umanitari. Alla conferenza tenutasi il 12 ottobre 2014, fu quindi deciso che sarebbero stati erogati un po’ meno dei 4 miliardi di dollari domandati. Alla conferenza che si tenne al Cairo, furono decisi inizialmente aiuti per 2,7 miliardi di dollari. In totale, alla fine della discussione, fu sfiorata la cifra di 5,4 miliardi di dollari: il Qatar dette un miliardo; l’Unione Europea 568 milioni; l’America 212 milioni; Turchia e UAE 200 milioni a testa. Né Israele né Hamas furono presenti alla discussione. I primi carichi di materiale arrivarono in Israele la mattina del 14 ottobre. 75 camion che portarono 600 tonnellate di cemento, 400 tonnellate di acciaio, 50 tonnellate di ghiaia. Poi? Poi il “governo di unità” ha ovviamente cominciato a scannarsi per la gestione degli aiuti. L’amministrazione di Abbas si lagnava che Hamas non accettava di gestire la ricostruzione insieme e che senza Anp non avrebbe potuto esserci ricostruzione. Risultato? 42000 domande di ricostruzione cancellate e solo 15600 richiedenti avevano ricevuto effettivamente il materiale necessario. Hamas incamerava il cemento, rivendendoselo a caro prezzo e usandolo per ricominciare la costruzione dei tunnel.

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Naturalmente, siccome cercare i perché oltre il pregiudizio è faticoso, giornali come The Economist hanno pensato fosse più semplice addossare la responsabilità della mancata ricostruzione a Israele. Per costruire un tunnel ci vogliono 350 camion di materiali,  lo stesso materiale necessario per costruire 86 case, 7 moschee, 6 scuole e 19 ospedali.

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Ma a Gaza sono le macerie a essere oro.

7 commenti
  1. Giulio permalink

    Anche Arafat “sistemava” a modo suo (Svizzera) gli aiuti internazionali. Sono decenni che i Palestinesi ricevono sostegno dall’estero, ma tuttora vivono in mezzo alle macerie. Il Qatar foraggia i “ribelli” contro Sadat (fonte RSI), la Svizzera pure ha assunto un atteggiamento politico di deriva a “sinistra”. La Croce Rossa è in fase di “marketing” avanzato per problemi finanziari. I Francesi sono sotto pressione per via dei terroristi islamici: come potrebbero mai prendere posizione a favore di Israele, senza subire altre ritorsioni? A mio modesto modo di vedere le cose, è solo una questione di danaro per i faziosi, una sorta di “prostituzione” finanziaria per alcuni, una ragione per continuare ad esistere, per altri.

  2. giuseppe permalink

    Quando i cittadini di Gaza insorgeranno e cacceranno il Movimento di Resistenza Islamico-Hamas? solo cosi’ potranno vivere in Pace con Israele, e senza sparare il primo colpo, come hanno sempre fatto!

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