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Un Rapporto dopo l’altro…l’Onu va

giugno 28, 2015

La Commissione dell’Onu incaricata di stilare un Rapporto sull’operazione militare “Tzuk Eitan”, meglio conosciuta come Protective Edge,  che Israele ha dovuto combattere nell’estate 2014, dopo 50 giorni di attacchi massicci da parte di Hamas, ha presentato le sue conclusioni. La Commissione guidata dal giudice Mary McGowan Davis, incaricata in sostituzione di William Schabas, risultato inattendibile per le sue consulenze prestate all’Anp, ha sostanzialmente messo sullo stesso piano Hamas e Israele, accusando entrambi di “crimini di guerra“.

Mary McGowan Davis

Mary McGowan Davis

“L’entità della devastazione e della umana sofferenza a Gaza è senza precedenti e influenzerà le generazioni a venire” si legge nel Rapporto. Forse le generazioni a venire saranno influenzate anche da una dittatura che ha usato il suo popolo come scudo umano, che ha represso, torturato, ucciso e ha fatto del terrore il suo metodo politico, e non solo dagli scontri del 2014.

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In quanto ad Hamas, il Rapporto ammette il lancio verso obiettivi esclusivamente civili e che questo ha “spaventato” la popolazione israeliana. Stress, terrore, spavento… a fronte di centinaia di morti, tutti contati come “civili”, dato che nella guerra asimetrica identificare un soldato di un esercito regolare è facile, ma identificare un terrorista tra i civili lo è un po’ meno.

Nemmeno una parola sull’uso di scudi umani da parte di Hamas e un richiamo allo “Stato di Palestina” (nato per l’occasione?) che suona più o meno cosi’: Ragazzi smettetela di torturare i palestinesi e di tirare missili su Israele e collaborate con le investigazioni palestinesi! Ma non sono LORO le investigazioni palestinesi? Non sta Hamas nel “Governo di Unità”?  Qual è quell’organo indipendente palestinese in grado di indagare su Hamas e Anp?

Gadi Yarkoni ha perso entrambe le gambe per un proiettile di mortaio

Gadi Yarkoni ha perso entrambe le gambe per un proiettile di mortaio

Il giudice Mary McGowan Davis, invitata alla tv israeliana Arutz 2, ha poi insistito sull’equivalenza Israele-Hamas, chiamando sempre questi ultimi “gruppo armato” e non terroristi: “Non mi piace utilizzare il termine terrorista” ha precisato. In un’intervista rilasciata al giornale Ha’aretz, la McGowan Davis ha dichiarato che “l’esito del Rapporto sarebbe stato molto diverso se Israele avesse collaborato”! Cioè, non è la verità quella che ha presentato?

Niente di nuovo sotto il sole; è il massimo che l’Onu riesce a fare: mettere sullo stesso piano aggressore e aggredito. La McGowan Davis aveva già partecipato al “Rapporto Goldstone”, non è alla sua prima esperienza. Eppure le testimonianze in merito ai “sistemi” di Hamas sono tante e a volte i palestinesi rischiano la loro vita per rendere noti i fatti.

Ma forse anche questa volta, come già per il Rapporto Goldstone, potrebbe essere interessante avere un’idea di quali sono state le ONG che hanno collaborato alla stesura del nuovo Rapporto.

La più citata è B’tselem che compare nel Rapporto 69 volte. B’tselem, dal 27 dicembre 2008,  ha pubblicato oltre 35 comunicati stampa e “testimonianze” sulla Guerra di Gaza, la maggior parte delle quali non verificate. Nessuna testimonianza delle vittime israeliane degli attacchi di Hamas è stata pubblicata.
Le accuse che B’tselem muove a Israele sono sempre le stesse: “Gravi violazioni del diritto umanitario internazionale”, “L’uso sfrenato della forza letale” e “la forza sproporzionata che nuoce ai civili. ”
Nel dicembre 2008, la Ong accuso’ l’esercito israeliano di prendere deliberatamente di mira i civili.

I genitori di Daniel Tragerman, 4 anni, morto in un attacco missilistico

I genitori di Daniel Tragerman, 4 anni, morto in un attacco missilistico

Il linguaggio che B’tselem usa nei confronti di Israele è largamente popolare: “apartheid“, “crimini di guerra“, “pestaggi e abusi“, “deportazione“, “punizione“. Nell’aprile 2010, l’attivista Lizi Sagie, facente parte della Ong, si dimise dopo il clamore che suscitarono le sue dichiarazioni, apparse sul suo blog personale, : “L’IDF Memorial Day è un circo pornografico di glorificazione del dolore e per far tacere le voci”, “Israele sta commettendo le peggiori atrocità nei confronti dell’umanità… Israele sta dimostrando la propria devozione ai valori nazisti … Israele sfrutta la Shoah per trarne vantaggi internazionali “.

Chi finanzia B’tselem? Unione Europea, Francia, DanChurch Aid (Denmark), Diakonia (Sweden), Norway, Christian Aid Ireland, EED (Germany), UNICEF, Catholic Relief Services (US), World Vision, Human Rights and International Law Secretariat (fondi governativi congiunti di Svezia, Svizzera, Danimarca e Olanda), ICCO (Olanda), Trocaire (Irlanda), UK, the Ford Foundation e il New Israel Fund.

La Fondazione Ford eroga circa 500 milioni di dollari all’anno attraverso 13 uffici in tutto il mondo, in decine di paesi. Ogni anno, la Fondazione, con una cifra stimata di 10 miliardi di patrimonio, elargisce circa 2.500 “premi” nei campi dell’arte, dell’educazione, dello sviluppo e della giustizia sociale. Per far questo Ford esercita la globalizzazione come farebbe una multinazionale commerciale, per mezzo di un’abile tessitura di movimenti di denaro, dentro e fuori dei suoi uffici e verso i destinatari, in una complessa rete di finanziamenti. Ma il prodotto della Fondazione Ford non è commerciale – è filantropico. La parte maggiore di tale spesa filantropica annua è dedicata a ciò che è definito “i diritti umani e la giustizia sociale” – cioè non i tradizionali programmi di aiuto, ma per difesa legale, attivismo, e “agit prop”. Non è semplice verificare quanti soldi della Fondazione Ford siano investiti nella propaganda anti-israeliana e nei gruppi di pressione palestinesi, nonché nelle organizzazioni non governative o ONG. Questo perché sostanziosi fondi e programmi di incentivi sono canalizzati anche attraverso altri gruppi no profit e agenzie governative, anche all’estero. Ad esempio, la relazione annuale 2002 dell’Advocacy Institute, con sede a Washington definisce la rete delle ONG palestinesi, o PNGO , “partner”. La Fondazione Ford finanzia anche a Washington il New Israel Fund per le sue attività di sostegno e promozione per il cambiamento sociale in Israele. Dal 1988, la Fondazione Ford ha fornito più di 5 milioni di dollari al New Israel Fund, una coalizione di israeliani, nordamericani e di europei che dovrebbe promuovere i diritti umani e la giustizia in Israele. Ford ha appena annunciato di voler aumentare il finanziamento ai “gruppi di pace e giustizia sociale” in Israele, attraverso il New Israel Fund con una concessione $ 20.000.000 per cinque anni, amministrato da una joint venture Ford-NIF. La Ford Foundation finanzia anche l’ISM, una delle organizzazioni più ferocemente anti israeliane esistenti, che recluta i suoi attivisti principalmente nei campus americani e li addestra a trasformarsi in “scudi umani”, nonostante la pratica sia unanimamente condannata. Come B’tselem, l’Ism si definisce “indipendente e pacifista” ma non esita a incitare apertamente alla violenza. Il suo sito web afferma che riconosce “il diritto palestinese a resistere alla violenza israeliana e l’occupazione tramite legittima lotta armata”. Il 25 aprile 2003, il fondatore della Ong ha ospitato un gruppo di 15 persone nel suo appartamento. Inclusi in questo gruppo erano Mohammad Asif Hanif e Omar Khan Sharif, cittadini britannici. In seguito hanno partecipato a varie attività programmate dall’ ISM. Cinque giorni dopo, i due hanno eseguito un attentato suicida in un pub popolare accanto all’ambasciata americana a Tel Aviv, frequentato da personale dell’ambasciata. Hanif e Sharif erano entrati in Israele con il pretesto di essere “attivisti per la pace” e fare “turismo alternativo” – forse un riferimento al precursore dell’ISM, il “Gruppo turistico alternativo” (Andrew Friedman, “I Partigiani “neutrali “,” The Review, luglio 2003). ISM nega la responsabilità delle azioni dei kamikaze britannici.

Henry Ford riceve l’onoreficienza nazista “Ordine dell’Aquila tedesca”

Henry Ford riceve l’onoreficienza nazista “Ordine dell’Aquila tedesca”

Andiamo avanti; nel Rapporto 2014, OCHA è menzionato 60 volte. The United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) è il coordinamento che erogo’ 300 milioni di dollari alle ONG attive nel conflitto arabo-israeliano durante e dopo la guerra di Gaza il 2014. Dall’inizio del conflitto, un certo numero di queste ONG, tra cui B’Tselem e Centro Palestinese per i Diritti Umani, avviarono una campagna per l’UNHRC volta a creare una commissione di “inchiesta” che avrebbe dovuto indagare sui presunti “crimini di guerra” di Israele a Gaza, ispirandosi allo screditatissimo rapporto Goldstone. Inoltre, OCHA, 2014, ha fornito a circa 195 milioni dollari  all’UNRWA. Qui la lista ufficiale dei soldi erogati.

Amnesty International compare 53 volte nel Rapporto. Nell’ultimo conflitto hanno avuto il merito di alzare la voce sui crimini commessi da Hamas, una novità!

Smoke from flares rises in the sky in Gaza City, in the northern Gaza Strip, Thursday, July 17, 2014. Israel launched a large-scale ground offensive in the Gaza Strip Thursday, escalating a 10-day military operation to try to destroy Hamas' weapons arsenal, rocket firing abilities and tunnels under the Palestinian territory's border with Israel. It was the first major Israeli ground offensive in Gaza in just over five years. (AP Photo/Lefteris Pitarakis)

(AP Photo/Lefteris Pitarakis)

 

Il Palestinian Centre for Human Rights compare 50 volte. Loro, alle solite accuse di apartheid e crimini di guerra, aggiungono anche la “giudaizzazione di Gerusalemme“! Come chiamare crimine la francesizzazione di Parigi o l’inglesizzazione di Londra. Per loro, ovviamente, gli attacchi a Israele sono “resistenza”. Chi li paga?  Unione Europea, UN OCHA ($577,000 nel 2014), Irlanda, Danimarca, Norvegia, Human Rights and International Law Secretariat (fondi governativi congiunti di Svezia, Svizzera, Danimarca e Olanda), Open Society Foundations (US), Christian Aid (UK), Grassroots International (US), Kvina Till Kvina (Svezia), Al-Quds Association Malaga (Spagna), Oxfam Novib (Olanda), e DanChurchAid (Danimarca).

Al Mezan, contrariamente a cio’ che prevede la legge sulla trasparenza, non rende noti i suoi bilanci e i suoi finanziatori. E’ nominata nel Rapporto 29 volte. Sono basati a Gaza e quindi si possono permettere toni “un po’ più forti”, come massacri, macelli, disprezzo della vita umana.

Human Rights Watch è citata 22 volte. Parteciparono alla vergogna di Durban:

Nell’agosto del 2001, migliaia di attivisti per i diritti umani, provenienti da tutto il mondo, si  riunirono a Durban, Sud Africa, per una conferenza delle Nazioni Uniteper denunciare l’ingiustizia razziale che affligge l’umanità, dal Ruanda allo Sri Lanka, fino agli Stati Uniti. Ma dopo più di un anno di conferenze preparatorie tenute in Iran, Svizzera, Cile, Francia e Senegal, divenne chiaro ai funzionari israeliani ed ebrei che le organizzazioni non governative ed i loro alleati, avevano manipolato l’ordine del giorno trasformandolo in un atto di accusa mirata contro Israele

Anche in quell’occasione la Fondazione Ford spese largamente per sostenere la manifestazione. Nota di colore: nel 2009 Marc Garlasco fu cacciato dalla Ong per aver manifestato la sua ossessione nazista:

“That is so cool! The leather SS jacket makes my blood go cold it is so COOL!”  –Flak88 (aka Marc Garlasco), wehrmacht-awards.com, 2005

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El Haqq è nominata 19 volte. Basati a Ramallah, sostenitori del boicottaggio, presenti anche loro alla Conferenza di Durban, anche loro non rendono noti i loro introiti finanziari.

Physicians for Human Rights-Israel, sono citati 16 volte. Nel 2009 il dottor Yoram Blachar, presidente della World Medical Association, defini’ PHR-I ” un gruppo politico radicale, travestito da organizzazione medica.” Hanno collaborato attivamente con Occupied Palestinian Territories,  ricevono soldi da Commissione Europea, Diakonia (Svezia), Medico International (Germania), Medico International- Switzerland, EED (Germania), Olanda, e HEKS-EPER (Svizzera).

Al Dameer sono nominati 14 volte. Si occupano di carceri e chiamano i terroristi “martiri” proclamando il loro “diritto alla difesa”. Anche loro non rendono noti i loro conti. Buffo no? che le associazioni palestinesi siano quelle che se ne fregano della legge sulla trasparenza.

Poi c’è Hamoked, citata 12 volte. Petizioni regolarmente presentate alla High Court of Justice con affermazioni contro Israele come “apartheid”, “deportazioni”, “tortura” e “trasferimenti forzati”. I loro finanziatori: Broederlijk Delen (Belgio), CCFD (Francia), Ford Israel Fund (USA), The French Consulate, Misereor (Germania), gli olandesi New Israel Fund, Human Rights e International Law Secretariat (fondi congiunti di Svezia, Svizzera, Danimarca e Olanda), Norwegian Refugee Council, Oxfam Novib (Olanda), Royal Norwegian Embassy, Sigrid Rausing Trust (UK), Sivmo (Olanda), Trocaire (Irlanda), Spanish International Development Cooperation Office (AECID), UNDP e altri.

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L’UNRWA è citata 8 volte e su questa organizzazione che lucra da decenni sulla pelle dei palestinesi, che non fiata quando Hamas mette i missili e le rampe di lancio nelle sue scuole e ospedali, che rende a Hamas i missili quando li trova, non c’è molto da aggiungere. Dei soldi che maneggiano è noto se non tutto, molto.

Breaking the Silence, associazione che si dichiara formata da soldati dell’IDF, “pentiti” per le continue violazioni dei diritti umani. Nessuna delle denunce presentate alla stampa porta una firma, nessuno dei soldati che sostengono di aver assistito di persona a queste violazioni, ha mai pensato di denunciarle in altre sedi che nei mass media. Mikhael Manekin : Questa è la nostra posizione. Consideriamo noi stessi più come un’agenzia media. Lo scopo è quello di generare una discussione pubblica intorno a quello che sta succedendo lì … (BBC World Service Radio, 15 luglio 2009)

Bene, se sono anonimi i nomi dei denunciatari, un po’ meno anonime sono le fonti di finanziamento di Breaking the Silence. Follow the money, è il brutto ma efficacissimo sistema per cercare di capirci di più, in mancanza di altri elementi. Breaking the Silence figura come una società per azioni senza scopo di lucro e non una organizzazione senza scopo di lucro. Perché? Che differenza c’è fra le due formule? La differenza è che un’associazione senza scopo di lucro è tenuta, per legge, a dichiarare pubblicamente l’identità dei suoi donatori. Una società per azioni non è sempre tenuta a farlo. “Dal nostro lavoro, passando per decine di associazioni israeliane non profit, riteniamo che gruppi come questo che non sono elencati [come] organizzazioni senza scopo di lucro sollevino diversi allarmi”, ha detto il Prof. Gerald Steinberg, il capo della NGO Monitor. In risposta a quanto affermato, Breaking the Silence ha presentato il post con l’elenco dei donatori per il 2008. L’Ambasciata britannica a Tel Aviv ha dato all’organizzazione NIS 226.589, l’Ambasciata Olandese ha donato  19.999 NIS, e l’Unione europea ha dato a Breaking the Silence  43.514 NIS. La ONG ha anche ricevuto un finanziamento del New Israel Fund, per un importo di 229.949 NIS. Nel 2007, Breaking the Silence ha ricevuto un totale di NIS 500.000, e nel 2008 è riuscita a raccogliere NIS 1,5 milioni. “Non abbiamo nulla da nascondere”, ha detto Yehuda Shaul, uno dei capi di Breaking the Silence. “Siamo aperti ad una piena trasparenza e siamo pronti a condividere queste informazioni con il pubblico.” Ricevono da: Unione Europea, Misereor (Germania), Broederlijk Delen (Belgio, Norvegia, AECID (Spagna), Dan Church Aid (Danimarca), ICCO (Olanda), CCFD (Francia), Human Rights and International Law Secretariat, Sigrid Rausing Trust (UK), SIVMO (Olanda), Rockefeller Brothers Fund, Open Society Institute, New Israel Fund, e altri. Sono citati nel Rapporto 8 volte.

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Adalah, sono quelli che a dispetto di cio’ che la maggioranza dei diretti interessati pensava e voleva, hanno fatto fallire il piano noto con il nome di Prawer-Begin che intendeva migliorare le condizioni di vita dei cittadini israeliani Beduini, offrendo loro la possibilità di servizi, in collaborazione stretta e continua con i capi tribù. Il 25% circa della popolazione totale del Negev è formata da Beduini; circa 180.000 persone. Attualmente, circa la metà della popolazione Beduina in Israele, vive in sette comuni, il resto in villaggi non riconosciuti. Mantengono il tasso di natalità più alto al mondo. Il tasso di criminalità è molto alto e cosi’ l’abuso di sostanze.

La sostanza della legge includeva:

1. Riconoscere alcuni dei villaggi attualmente non riconosciuti che si trovano all’interno di una zona a nord-est di Beersheba, nota come il Siyag

2. Trasferimento di quasi 30.000 Beduini dai villaggi non riconosciuti situati al di fuori del Siyag e demolizione in sette comuni all’interno del Siyag

3.Risarcimento per i Beduini reinsediati, fino al 50% del valore originario della terra.

Il Governo riteneva necessarie misure che permettessero alle comunità Beduine l’accesso a servizi quali strade, acqua, elettricità, mettendo le popolazioni sulla via della modernità. Per anni, lo Stato ha cercato, e non è riuscito, di creare infrastrutture per i Beduini del Negev. Parte della popolazione si trasferì in città riconosciute come Rahat o Lakiya, ma gli insediamenti non riconosciuti e illegalmente costruiti hanno continuato a diffondersi in tutta l’area. Il governo ha cercato di demolire le costruzioni abusive, senza riuscire a risolvere il problema. L’unico modo che è sembrato percorribile è stato risolvere le controversie in corso, riguardanti la proprietà Beduina della terra. Non tutte le comunità Beduine, ovviamente, si oppongono al piano di “modernizzazione”. A Lakiya ad esempio, vicino la città di Be’er Sheva, sono in atto due progetti che vedono protagoniste le donne Beduine: “Desert Embroidery ” e “Desert Weaving “. Il Ministero del Turismo ha recentemente riconosciuto i progetti realizzati dalle donne Beduine della zona come siti turistici. Al momento, più di 250 donne vi sono impiegate.

Ci sono diversi esempi di come il piano Prawer è stato attuato finora (giugno 2013): dopo una serie di complicati accordi con lo Stato, tutto il clan Beduino dei Tarabin si è trasferito in un sito espressamente costruito: il  Tirabin al-Sana. Allo stesso modo, il clan Beduino di al-‘Azazme ha partecipato alla progettazione di un nuovo quartiere, a ovest di Segev Shalom, in collaborazione con l’Autorità per la regolamentazione . Nel 2008, è stata inaugurata una stazione ferroviaria nei pressi della più grande città Beduina nel Negev, Rahat (Stazione Lehavim-Rahat), migliorando notevolmente la possibilità di spostamento.Dal 2009, gli autobus Galim sono operativi a ​​Rahat.

Ogni anno, tra il 5% -10% dei Beduini si arruola volontario nell’esercito israeliano. Circa 1.600 sono attualmente i militari in servizio attivo, i due terzi dei quali provenienti dal nord. “Grazie” a Adalah il piano che avrebbe permesso ai Beduini una vita più facile, è fallito. Cosi’ potranno continuare a accusare Israele di tenere una parte dei suoi cittadini in condizioni deplorevoli.

Adalah prende soldi da: Unione Europea, Svizzera, Germany (via EED and Medico International), Spagna (via ACSUR), Human Rights and International Law Secretariat , Broederlijk Delen (Belgio), Oxfam-Novib (Olanda), Christian Aid (UK), UN Development Programme (UNDP), New Israel Fund, Ford Foundation, e Open Society Institute. E’ nominata otto volte nel Rapporto.

Queste sono le Ong (insieme a altre minori) che hanno partecipato alla redazione del Rapporto Onu che sembra il fratello gemello dell’altro, Goldstone. Chissà quanti anni ci vorranno prima di veder ritrattare anche questo?

Grazie a NGO Monitor per le accurate informazioni

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