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Differenze

giugno 25, 2015

Scrive la sempre attiva Harriet Sherwood, su “Comment is free”, blog del The Guardian: “Il boicottaggio puo’ scuotere gli israeliani dalla loro sonnolenza nei confronti della Palestina.” Secondo la Sherwood solo la paura di perdere soldi (ma guarda!) puo’ scuotere gli israeliani di Tel Aviv e Haifa che lei immagina “in un altro pianeta rispetto alla West Bank” e si affretta a farci sapere che il “buon” Abu Mazen ha specificato di non avercela assolutamente con TUTTI i prodotti israeliani ma SOLO con quelli prodotti nelle malefiche “colonie”. Ci dice anche che per questo il “povero” (si fa davvero per dire!) Mahmud Abbas è stato chiamato “traditore”.

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La Sherwood ha mancato l’annuncio che l’Autorità Palestinese fece nel febbraio del 2015, quando dette due settimane di tempo ai negozianti della West Bank per disfarsi di tutti i prodotti israeliani. In quell’occasione fu incaricato Mahmoud Al-Aloul, capo del Comitato Centrale di Fatah, di vigilare a che fosse eseguito l’ordine.  Mahmoud Al-Aloul disse che quello sarebbe stato il primo passo per un’azione a lungo termine che avrebbe bandito tutti i prodotti israeliani dalla West Bank. I vertici di Fatah, dell’Anp e il Palestinian Journalists Syndicate furono perfettamente d’accordo con questa idea. Del resto non nuova: già nel 2011 Sabri Saydam consigliere di Mazen, disse che la strategia sarebbe stata quella di usare i social media per imporre il boicottaggio di TUTTI i prodotti israeliani e non solo delle industrie collocate nella famosa “green line”.

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Non deve essere stata impresa facile: i palestinesi preferiscono consumare prodotti israeliani. Ne sa qualcosa Imad che vende saponi a Beth Lehem. Quando in un afflato di patriottismo sostitui’ i marchi israeliani con quelli made in Palestina, perse la metà dei clienti e fu costretto ad ammettere che i consumatori preferivano spendere qualcosa di più ma avere in cambio prodotti di qualità. Scettici anche i produttori israeliani, che forniscono il 70% dei beni alimentari consumati nei Territori: “Questo boicottaggio imposto penalizza solo loro stessi”.

A Beth Lehem, città “faro” dell’attivismo cristiano nel boicottaggio, i prodotti israeliani abbondano, cioè “armiamoci e partite” sembra essere il motto giusto, dato che mentre incitano al boicottaggio internazionale, non smettono di acquistare cio’ che hanno sempre acquistato e che è largamente venduto nei supermercati e nei negozietti di prossimità.

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Una nota di colore: forse i solerti boicottatori europei (i palestinesi, come abbiamo visto, tanto solerti non sono) non hanno fatto caso a questo gustoso particolare che Barbara ci segnala :

Ops! Chi ha prodotto le magliette dei boicottatori?

Ops! Chi ha prodotto le magliette dei boicottatori?

Ma torniamo alla Sherwood che si preoccupa di scuotere il “distratto” pubblico di Tel Aviv, quello che “vive in un altro mondo”. Non si chiede la nostra Harriette in che cosa differiscano i due mondi paralleli che, secondo lei, non si incontrano mai. Lo da per scontato. E forse proprio per questo non si sente in dovere di mostrare ai suoi lettori un esempio semplice e significativo di questa differenza cosi’ abissale. Eppure la storia di Ayman Mahareeq su alcuni giornali (pochi) è apparsa.

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Ha 24 anni, è un ragazzo magro in blue-jeans e T-shirt, chiamato a comparire nella sala di udienze del tribunale di Ramallah. Ayman è chiamato a rispondere dell’accusa di offesa a pubblico ufficiale per aver postato alcune frasi ritenute insultanti, sul suo profilo Facebook.

“In alcuni dei miei post raccontavo come le forze di sicurezza palestinesi agiscono quando le forze israeliane entrano nella West Bank”, dice Mahareeq. “Si ritirano e si nascondono.” Questo è stato ritenuto imperdonabile! Ma c’è di peggio! In un altro post Mahareeq aveva scritto “Possa cadere il governo dell’Anp”. La polizia palestinese l’ha cercato e trovato in un bar, è stato condotto in prigione, picchiato e incarcerato per un mese.

Ipocritamente la legge palestinese da un lato promette libertà di espressione e dall’altro arresta chi la pratica. Mahareeq non è l’unico a essere stato arrestato per cio’ che scriveva su Facebook. Mohammad Zaki, uno studente universitario,  ha subito la stessa sorte. Cinque giorni di galera con interrogatori continui. “”Il primo giorno, tutti gli interrogatori erano su cio’ che avevo scritto su Facebook”, dice lo studente . “Il giorno dopo, il procuratore mi ha accusato di aver insultato funzionari palestinesi. Il terzo giorno, quarto e quinto si sono focalizzati sulle attività politiche all’università.” Zaki è stato condannato a un anno di prigione e a un’ammenda. Ha chiuso il suo profilo Facebook perché, anche una volta scontata la pena, ridotta a tre mesi e 125 dollari di multa, i funzionari della polizia lo continuavano a interrogare in merito a messaggi che lui credeva privati. Anche Mahareeq ha chiuso il suo profilo Facebook ed è in attesa di un’altra udienza di processo, la quarta. Hamas avrà buon gioco con questi ragazzi, quando appoggerà la loro frustrazione nei confronti di un potere che vieta loro di esistere. Capito Sherwood dove sta la differenza?

 

From → media, Palestinesi

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