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I “ragazzi della jihad”

febbraio 16, 2015

Non è solo la ferocia inaudita a caratterizzare il movimento dell’Isis, Is o Daesh che dir si voglia: la grande novità, mai verificatasi prima con tale ampiezza, è la partecipazione di “occidentali”, giovani europei, americani, australiani che lasciano le loro comode vite e si uniscono a dei tagliatori di teste, perché?

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Intanto un po’ di numeri:

dalla Germania sembra siano partiti almeno 1800 cittadini tedeschi per raggiungere Isis in Siria e le cifre sembrano in rialzo.

In Francia sono stimati dai 200 ai 700 i cittadini che sono partiti per raggiungere Isis, ma il ministro degli Interni Bernard Cazeneuve parla di 900 persone.

Il Belgio sembra contare 250 cittadini in Siria e la Gran Bretagna 400.

In totale sono stimati circa 3000 gli europei che hanno raggiunto i gruppi terroristi e diversi tra loro sono donne o meglio, giovani ragazze.

l’islam ci ha reso la nostra dignità perché la Francia ci ha umiliati 

Mehdi Nemmouche, 29 anni, originario di Tourcoing, doppia nazionalità franco-algerina, condannato cinque volte per reati comuni, mentre scontava la sua condanna più lunga (cinque anni) incontra detenuti salafiti a caccia di proseliti e si unisce a loro. Appena scontata la pena, parte per la Siria e si unisce a una fazione di Isis. Ci resta un anno, poi torna in Europa e compie il massacro al museo ebraico di Bruxelles. “Buon allievo”, “Servizievole”, “Educato”, “Con una infanzia difficile”. E’ il ritratto-tipo più comune del jihadista europeo. La religione come “riscatto”, la ferocia che prende il posto della comunicazione, il mezzo di espressione: “Era un tipo che si teneva tutto per sé”, dicono di lui i parenti.

Omar Abdel Hamid el-Hussein, individuato come responsabile degli attentati al centro culturale Krudttønden e, poche ore dopo, alla sinagoga di Copenaghen, ucciso dalla polizia, aveva 22 anni, conosciuto dai servizi segreti danesi, era uscito da pochi giorni di prigione, dove era stato rinchiuso per aver accoltellato un uomo su un autobus. Due morti e cinque feriti il risultato della sua “impresa”. Tutto quello che sappiamo è che avrebbe voluto emulare i fatti di Parigi. Non risulta fosse tra i volontari partiti per addestrarsi in Siria o Iraq, ma probabilmente era stato influenzato dalla propaganda terrorista on line e poi in prigione.

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Areeb Majeed è un ingegnere 23 di Mumbai. Sognava un futuro “eroico”: partecipare in prima persona alla conquista del mondo. Le sue aspettative sono state frustrate: niente azioni gloriose, nessuna preghiera che gli infondesse coraggio e motivasse la sua scelta. Lo avevano messo a pulire i cessi. “Non c’era né una guerra santa né alcuna predicazione del libro sacro”. Cosi’ ha scritto alla mamma di voler tornare. Ha rifatto la sua strada al contrario e a Mumbai è stato arrestato dal National Investigation Agency che lo stava aspettando.

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Come lui altri, partiti per “farsi un nome” e che una volta messi di fronte alla realtà, hanno cercato disperatamente di tornare. «Sta arrivando l’inverno, qui comincia a fare veramente freddo». «Il mio iPod si è rotto». «Mi fanno fare solo il lavapiatti, non ne posso più». «Voglio tornare a casa».

Scrive Mordechai Kedar a proposito di questi giovani musulmani, di origine o convertiti, che partono per raggiungere i terroristi:

“Molti di loro sono convinti che l’islam sia una religione di pace, amore e di amicizia, basata sulla generosa ospitalità e la calorosa accoglienza che ricevono dagli amici musulmani nel loro nuovo ambiente sociale.
Spesso, un giovane nato in una società individualista, fredda e alienante, pensa che quella musulmana offra – al college o in un centro sociale – una calda accoglienza, una buona parola, incoraggiamento e aiuto, quelle cose che mancano nella società da cui proviene.
Il fenomeno è più evidente fra chi è cresciuto in famiglie disadattate o divorziate, dove i genitori sono alcolisti, tossicodipendenti, violenti, che hanno abusato dei figli, o li hanno sfruttati, senza aver dato loro né un adeguato equilibrio emotivo né un modello di regole da seguire.”

Quindi, una delle motivazioni potrebbe essere la solitudine, il senso di isolamento, il bisogno di empatia, di solidarietà. Ma è sufficiente come spiegazione? Perché cercare vicinanza umana proprio dove appare evidente essere l’ultimo dei sentimenti che anima i terroristi di Isis? Perché non cercarla, per esempio, in uno dei tanti gruppi di volontariato sociale, magari anche a ispirazione religiosa? Perché non cercarla nello sport, nella musica, nell’arte? Che cosa hanno fatto finora le associazioni e Ong che avrebbero avuto proprio questo come compito: indirizzare giovani disadattati, in cerca di una propria identità, verso la costruzione, piuttosto che la distruzione.

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Ancora Kedar:

“A volte la conversione all’islam è una forma di ribellione verso i genitori. Spesso, per la scelta fatta, il convertito è respinto dalla sua famiglia e dalla società cui appartiene, ma questa stessa ostilità nei confronti dell’Islam manifestata dal suo ambiente, in realtà si traduce nel convincimento che la sua conversione è una necessità. Tutto quel che è detto contro la conversione viene interpretato come razzismo ingiustificato e islamofobia priva di fondamento.” “I convertiti all’islam riferiscono che la lettura del Corano e le preghiere, aggiungono un significato spirituale alla loro vita, dopo anni di stagnazione intellettuale, vuoto spirituale e  stile di vita materialista ed edonista. Descrivono la conversione all’Islam in termini di risveglio da un brutto sogno, come se si trattasse di un rito di passaggio dagli anni della loro insulsa adolescenza.”

Trovare un senso, interpretare la necessità alla violenza come “rito di passaggio”, “mettersi alla prova”, in definitiva: esistere, essere contrapposto al non-essere di una società che sembra non aver nessun bisogno di “conquista”, nella quale tutto, anche per i ceti più disagiati, sembra a portata di mano. Ordine, dove regnava il disordine. Giustamente a Kedar viene in mente l’esempio della conversione all’Islam degli afro-americani, i Black Muslims che attraverso la religione cercavano il riscatto sociale dalla società bianca, cristiana, schiavista. Kedar sottolinea come l’evidenza del razzismo arabo nei confronti degli africani sub-sahariani e l’attività schiavista dei musulmani del Nord Africa, fosse completamente ignorata. Anche i Black Muslims si radicalizzavano in prigione, dove trovavano leaders carismatici che mostravano loro il modo di “mettere ordine” nelle loro vite, abbandonando alcool e droghe, per esempio e predicando la superiorità del popolo africano su quello bianco. Malcom X fu uno dei leaders più influenti del movimento.

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Kedar:

“Le donne giovani sono attratte verso l’Islam perché offre loro una società che abbraccia morale e modestia, qualcosa spesso inesistente nella loro vita precedente. Sono stanche di una vita permissiva, promiscua, edonistica, di droga e alcol, tutte caratteristiche della vita che hanno vissuto fino a quel momento. L’Islam propone loro una vita pulita, sana, ordinata e morale, qualcosa che a loro mancava. Le regole dell’Islam richiedono la separazione tra i sessi e a loro questo piace, dopo anni di comportamento sessuale senza regole o limiti.
Le giovani donne che sono state vittime di abusi sessuali trovano conforto nell’Islam, con l’onore e l’apprezzamento, in contrasto con l’umiliazione che hanno vissuto prima di essersi convertite.”

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Sabina Selimovic, 15 anni, e Samra Kesinovic, 17, austriache di origine bosniaca, cresciute in ambiente completamente laico, devono aver provato questa voglia di apprezzamento, quando hanno cominciato a frequentare siti islamisti on line e arrivare alla decisione di lasciare le famiglie e unirsi all’Is:

“Non cercateci. Andremo a servire Allah e moriremo per lui”.

Servire e morire per Allah, piuttosto che prendersi una cotta per un ragazzino della loro età. Incinte e disperate, utilizzate da Is come “ragazze immagine”, quindi rese note nel mondo, hanno cercato di rientrare in patria, inutilmente. L’Austria ha chiuso loro le porte.

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Non solo “disadattati sociali”, intesi come provenienti da famiglie disgregate o in condizioni economiche disastrose, nelle file dei volontari Is. Il Rand National Defense Research Institute, già nel 2010, aveva presentato una ricercaAn Economic Analysis of the Financial Records of al-Qaeda in Iraq, che gli analisti considerano valida anche per Is, dalla quale si evinceva che i volontari al contrario di quanto si potrebbe immaginare, sono persone con un buon livello di istruzione e con un patrimonio personale che esclude la tentazione “venale” della scelta.

Il terrorismo ci ha mostrato quanto e fino a che punto sappia usare i moderni strumenti di comunicazione: facebook, youtube, twitter. Scrivono Marco Strano e Mark Palermo:

“L’attività di reclutamento, in base alle prime analisi effettuate, non avviene più solo attraverso individui che orbitano  nelle tante moschee presenti in Occidente. Secondo gli studi più recenti sono invece i social media (facebook, twitter, istagram, blog, chat ecc.) che forniscono una finestra – non filtrata – per operare il reclutamento dei giovani combattenti. Un largo numero di foreign fighters riceve infatti le informazioni sul conflitto attraverso canali non ufficiali. In rete ci sono migliaia di siti che veicolano la propaganda jihadista in varie lingue e che permettono anche ai potenziali simpatizzanti jihadisti di comunicare tra loro attraverso forum e chats e di trovare così un rinforzo psico-sociale. Alcuni di questi siti sono riconducibili ai gruppi jihadisti “ufficiali” altri sono invece stati creati da “cani sciolti” che però nel tempo hanno conquistato una certa credibilità tra gli utenti. L’approccio è spesso anche quello dell’adbusting, soprattutto quello che propone colori, sensazioni e ambientazioni tipiche dei moderni videogames e dell’architettura web (logica ed estetica) dei social network che va per la maggiore. Recentemente è stato anche diffuso dalle organizzazioni terroristiche un video su youtube realizzato modificando un famoso gioco di guerra che si chiama Grand Theft Auto molto diffuso tra i giovani occidentali. Alla fine del trailer, appare la significativa scritta “quello che voi fate per gioco noi lo facciamo veramente sul campo di battaglia”.”

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Cancellare la differenza, già labile a seconda di come si percepiscono gli avvenimenti, tra fiction e realtà. Mescolare al sangue finto, quello vero.

“La strategia di avvicinamento è elementare quanto maledettamente efficace. L’I.S.I.S. sfrutta inoltre abilmente la diffusione “virale” velocissima (e a costo zero) di messaggi di testo e di immagini che vengono commentate e condivise sui social network. I post/contenuti più efficaci per questo scopo sono quelli a forte carica emotiva come i video delle esecuzioni e le immagini di sangue che vengono diffusi dagli utenti primariamente per esorcizzare l’orrore e per dissipare l’ansia ma che raggiungono in tal modo anche individui che possono manifestare reazioni di attrazione verso tale messaggi. L’attività di manipolazione e di indottrinamento iniziale non sembra comunque essere particolarmente sofisticata poiché le avanguardie dell’ISIS possono sfruttare la fisiologica fragilità delle classi giovanili e la loro facile infatuazione verso messaggi forti e ricchi di simbologia. La sensazione tra gli esperti di comunicazione è che la diffusione di messaggi culturali patogeni sia inizialmente indeterminata e con diffusione casuale e che possa però trovare numerosi recettori tra le aree giovanili “perennemente in attesa” di contesti in grado di fornirgli una identità. E’ quella che viene definita “tecnica del ragno” dove i messaggi appetibili vengono costruiti e diffusi in attesa che qualcuno psicologicamente predisposto vi rimanga impigliato. Ma le tecniche di reclutamento classico face-to-face sono comunque ancora presenti nella dinamica di inserimento dei giovani foreign fighters, nella comunità terroristica. I reclutatori “facilitatori” operano anche nei luoghi di culto musulmano e nei quartieri periferici delle grandi città occidentali, osservando e selezionando i potenziali nuovi aspiranti jihadisti europei. I reclutatori sono uomini di esperienza che vivono da molto tempo in occidente ma che mantengono stretti contatti con l’organizzazione “madre” in medioriente. Forniscono consigli su come ottenere i visti e su come raggiungere la Siria o l’Iraq e spesso organizzano il viaggio fornendo biglietti aerei, mail e numeri di telefono per contattare i gruppi combattenti.”

“Da un primo sguardo sommario (effettuato purtroppo solo attraverso i media) le caratteristiche dei foreign fighters sembrano essere abbastanza comuni e diffuse anche nella maggior parte dei giovani che scelgono viceversa una “esistenza normale” e che non manifestano attrazione nella guerra santa. L’emarginazione, il disagio sociale, l’incertezza per il futuro, la crisi di identità personale, il bisogno di appartenenza, il fascino per l’ignoto e l’avventura, rappresentano infatti attualmente categorie psico-culturali universalmente diffuse nella classe di età post-adolescenziale che racchiude la maggior parte degli individui che hanno ceduto alle tecniche di reclutamento dell’ISIS (milioni di soggetti in tutta Europa). Comunque, nell’ipotesi di un approccio deterministico multifattoriale, eventuali fattori predisponenti da collocare in una ipotetica griglia interpretativa (diagnostico-predittiva) dovrebbero necessariamente essere individuati nelle seguenti dimensioni:

  1. sociale (risorse, aspettative)
  2. psicosociale (appartenenza, identità)
  3. psicologica (personologica)
  4. psicopatologica (disagio, disturbi in asse I e II)
Ma nelle complesse dinamiche che possono condurre un giovane occidentale ad abbracciare una fede islamica radicale ed estrema e a recarsi nelle aree di conflitto in Siria e Iraq divenendo “foreign fighters” possono rivestire un ruolo determinante – così come in ogni dinamica umana – anche fattori casuali e addirittura fattori intangibili e oscuri. Non solo quindi la fede religiosa (probabilmente relegata in un secondo piano) ma diverse variabili psicologicamente significative dovrebbero essere sondate rispetto alla vulnerabilità ai messaggi dell’ISIS.

Tra questi, ad esempio, un ruolo chiave potrebbe essere ricoperto da:

  • Il fascino della partenza e dell’avventura
  • Il fascino delle armi
  • La presenza di un sé fragile e dai contorni sfumati
  • Uno stato d’ansia nel soggetto
  • Il disagio e l’emarginazione
  • La bassa tolleranza alle frustrazioni
  • La voglia di rivalsa autodistruttiva
  • La difficoltà economica e l’incertezza per il futuro
  • L’interesse per la sessualità predatoria apparentemente prospettata dalla Jihad
  • L’inclinazione all’aggressività e alla violenza”

Chi sono quelli che comunemente chiamiamo “i giovani”, viene da chiedersi a questo punto. I giovani tutti, anche quelli che non partirebbero mai per addestrarsi con Is.

Scrivono David Thomson, Alain Rodier, Samir Amghar e Frédéric Pichon in merito ai foreign fighters:

“Dopo aver scoperto questa visione riduttrice dell’islam attraverso il net, i giovani si isolano, si rinchiudono, frequentano altri giovani che condividono la loro stessa esperienza, e arrivano a persuadersi che sia vitale, per loro, partire e difendere la loro visione dell’Islam. Aderiscono a Is come altri giovani aderiscono a una setta, sulla base di una fede molto canalizzata, ristretta, senza distanza né riflessione. Scelgono l’IS che sembra loro la via più giusta, anche se il 90% tra loro non parla una sola parola d’arabo”

Palermo e Strano:

“La cultura occidentale ha da sempre trasferito nelle nuove generazioni un rapporto psicologico culturale con la guerra “altalenante” e incongruente dove, parallelamente all’orrore per la morte e la violenza, si radica tutto sommato una dimensione positiva e “onorevole”. I telefilm a ispirazione militare hanno invaso la cultura occidentale degli ultimi 30 anni e vengono notevolmente fruiti dalla popolazione giovanile. Molti giovani aspirano infatti a intraprendere una carriera “forte”, nelle forze armate o in altri contesti dove possono auto-percepirsi come “i buoni” che combattono “i cattivi”. Tale dimensione sembra essere sfruttata dall’ISIS nelle sue campagne di fascinazione e reclutamento che sovente mostrano campi di addestramento militare e scene di combattimento, con una qualità di immagini e di “regia” che consente facilmente ai “riceventi” di assimilare percettivamente questi video-clip a scene filmiche. In tal senso, la possibilità di trovarsi velocemente in uno scenario di combattimento dove si delinea una controparte aggressiva, dove si indossa una uniforme militare, dove esistono comandanti e ordini, può rappresentare per alcuni individui un’atmosfera per certi versi surreale ma eccitante e idonea a soddisfare queste istanze psico-simboliche tipiche delle menti semplici. Non vi è dubbio che l’eversione e l’estremismo in generale, prenda in modo particolare su assetti cognitivi semplificati. Ma anche rigidi. Solo la rigidità infatti è compatibile con i livelli di determinazione necessaria allo scopo del terrorista o del “guerriero” che non può e non deve essere distratto dalla sua missione.”

“Quello che voi fate per gioco noi lo facciamo veramente sul campo di battaglia”.”

One Comment
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    and will come back from now on. I want to encourage that you continue your great job, have a nice morning!

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