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Dal nostro inviato a Gaza

agosto 21, 2014

Nino Fezza è un fotografo. Uno dei pochissimi che testimoniano la tragedia siriana, fin dall’inizio, accompagnando le sue bellissime foto con commenti intelligenti. Eppure la sua notorietà è molto limitata. Perché? Perché ha scelto il posto sbagliato: non è a Gaza. 

Mai come durante quest’ultima crisi i reporters esteri e Palestinesi sono stati al centro dell’attenzione, eppure questa volta qualcosa è cambiato. Ireporters, non tutti ma alcuni, una volta usciti da Gaza hanno cominciato a parlare. Il quadro che ne è risultato era facilmente intuibile, ma per la prima volta i diretti interessati lo hanno confermato: a Gaza i media “lavorano” per Hamas. 

Sappiamo che Hamas usa gli scudi umani. Ma perché riportare questa notizia quando si è seduti nel bel mezzo della Striscia di Gaza, circondati da uomini armati di Hamas?”

La domanda che ci si potrebbe porre, all’inverso è: Perché stare a Gaza se non per riportare notizie? Ed in effetti le notizie, questi reporters assetati di notorietà, le danno. Ma quali? Quelle permesse da Hamas. Cosi’, gli scudi umani, metodo collaudato e tranquillamente ammesso da Hamas, diventano “Palestinesi che VOLONTARIAMENTE salgono sui tetti delle case, per difenderle dalle incursioni israeliane”, come suggerito dall’attivista ISM, Rosa Schiano.

scudi

O come il Guardian che presenta l’uso di scudi umani come una tragica ineluttabilità: Che altro potrebbero fare? C’è anche chi si è spinto oltre, come Hillary Clinton che riflettendo sul perché delle postazioni di lancio dei missili, tutte piazzate in zone densamente popolate, si è data la risposta: Dove avrebbero divute metterle? Gaza è cosi’ piccola! 

Dunque, grazie ai media, l’uso di scudi umani, esplicitamente vietato dalla Convenzione di Ginevra, diventa accettabile, anzi! In alcuni casi è ascritto alla fedeltà dei Palestinesi nei confronti dei loro dittatori. 

Ovviamente, affinché la messa in scena risulti appena credibile, le disperate proteste dei Gazawi devono essere completamente ignorate. Non una parola quindi sugli oltre 30 Palestinesi, uccisi senza processo durante una delle “tregue umanitarie” volute da Hamas, con la ridicola accusa di essere “spie di Israele”! Le prove? Carte telefoniche israeliane, “ritrovate” nelle tasche delle vittime. 

E’ la fine che fa chi osa alzare la voce contro Hamas. Dove stavano i solerti reporters? 

Sami Abu Lashin, attivista di Fatah a Gaza, racconta: Il 28 luglio, pochi minuti dopo la chiamata alla preghiera della sera, nel primo giorno della Aid Al Fitr, eravamo riuniti, io e la mia famiglia, quando abbiamo sentito bussare alla porta. Aspettavo un amico e sono andato ad aprire. Mi sono trovato davanti una ventina di uomini incappucciati. Uno di loro si è staccato dal gruppo e mi ha sparato alle gambe, prima alla coscia destra e poi a quella sinistra. Mi accusavano di non aver rispettato l’ordine di non lasciare la mia abitazione, durante le incursioni aeree israeliane. Circa 250 attivisti di Fatah sono stati arrestati da Hamas con la stessa accusa. 125 uccisi subito, per essersi rifiutati di fare da scudi umani. 

La notizia è immediatamente rimbalzata su tutte le testate giornalistiche principali? Ma che! Non una parola. I reporters erano troppo occupati a seguire le direttive di Hamas ed a costruire gli stages preferiti dai loro lettori. Ad esempio a mettere in scena “le bambole di Gaza“, un tema ricorrente e che incontra il gusto dei lettori. Dai cumuli di macerie fumanti dopo i raid israeliani, sbucano sempre bambole intatte e pulitissime, stratagemma veloce e di sicuro impatto. 

Non c’è tempo per mostrare i morti ammazzati o feriti, gli scudi umani incatenati ai palazzi e per raccogliere le voci di chi, a rischio della propria vita, protesta. 

Le prime avvisaglie del ruolo effettivo dei giornalisti embedded con Hamas le dette un giornalista italiano, uno dei tanti free lance che sperano in un “avanzamento di carriera”, facendosi forti dell’esperienza “sul posto”. 

«Lo confermo ora che sono fuori da Gaza: la strage di bambini a Shati non è colpa di Israele». A scriverlo, con un tweet che in pochi minuti è stato fatto rimbalzare oltre 200 volte nella Rete, è Gabriele Barbati, giornalista italiano, corrispondente dalla striscia di Gaza di TgCom24.

“Ma Barbati non è solo. Sempre su Twitter il giornalista del Wall Street Journal, El-Ghobashy ha scritto che le lesioni al muro esterno dell’ospedale di Shati suggeriscono l’ipotesi di “un razzo impazzito” di Hamas. Il tweet, poco dopo la pubblicazione è stato rimosso.” 

Il “massacro di Shati” era stato per giorni uno dei punti di forza delle accuse a Israele. 

Il regista israeliano Michael Grynszpan descriive su Facebook uno scambio avuto con un giornalista spagnolo, appena uscito da Gaza. “Abbiamo parlato della situazione del Paese. Lui era molto cordiale. Ho chiesto come mai non si vedono sui canali televisivi di reporting da Gaza, i militanti  di Hamas: niente uomini armati, niente lanciarazzi, nessun poliziotto. Vediamo solo civili in questi reportages, per lo più donne e bambini. Mi ha risposto francamente:”E” molto semplice, abbiamo visto le rampe di lancio di Hamas, li abbiamo visti lanciare i missili, erano vicino al nostro hotel, ma se mai avessimo osato  puntare la nostra macchina fotografica su di loro ci avrebbero semplicemente sparato e ci avrebbero ammazzati  ‘”

Un editoriale di The Australian  e altre fonti, tra cui The Jerusalem Post, osservava che il giornalista di Nine Network, Peter Stefanovic, dopo aver postato su Twitter l’aver visto razzi lanciati su Israele da vicino al suo albergo, è stato minacciato da tweeter pro-Hamas: “Nella seconda guerra mondiale alle spie sparavano”.

Nick Casey, del The Wall Street Journal, John Reed del The Financial Times, Harry Fear, del Rt sono tutti giornalisti minacciati di morte per aver descritto il lancio di missili da parte di Hamas. Radjaa Abou Dagga, giornalista franco-palestinese, racconta su Libération di come sia stato catturato da militanti di Hamas, portato in uno dei quartieri generali del gruppo terrorista, basato (guarda caso) all’ospedale di Shifa e di come gli fosse intimata la partenza immediata da Gaza se voleva avere salva la vita. Libération ha rimosso, in seguito, il suo articolo. 

Certo, le voci scomode, per quanto flebili, cominciavano a essere troppe e cosi’ la Foreign Press Association (FPA) Associazione della stampa estera, ha dovuto necessariamente rilasciare un comunicato: 

“La FPA protesta energicamente contro i metodi flagranti, incessanti, energici e poco ortodossi utilizzati dalle autorità di Hamas e dai loro affiliati, contro i giornalisti internazionali a Gaza.” 

Ma le intimidazioni non si sono di certo fermate e le notizie, quelle vere, continuano a filtrare attraverso fonti anonime, come Ahmed, pubblicato da Fox News : 

Ahmed racconta in una lettera, di quando, avendo accettato un’offerta di lavoro, venne trasportato in un camion senza finestrini insieme con altri cinque scavatori, costretti come lui a lavorare sottoterra su turni estenuanti. “Viaggiammo per un’ora – dice la lettera – Alla fine ci fermammo e ci portarono in un edificio chiuso. Non sapevamo dove eravamo. Ci mostrarono un buco nel terreno e ci dissero di andare dentro. Camminammo per qualche centinaio di metri e quando arrivammo in fondo, c’erano due membri di Hamas che ci stavano aspettando. Ci diedero degli attrezzi di lavoro e ci dissero cosa dovevamo fare per allungare il tunnel”.

Ahmed spiega nella lettera che aveva accettato di lavorare per Hamas per un disperato bisogno di denaro a seguito alla morte del padre Musa e dopo che Hamas, una volta salita al potere nella striscia di Gaza nel 2006, aveva preso possesso dell’officina meccanica di proprietà della sua famiglia: “Facevano loro gli ordini e stabilivano loro i prezzi”.

“Da quel giorno – racconta – ogni mattina un membro armato di Hamas veniva al negozio e ci ordinava di fabbricare tubi metallici con alette. Avevo subito capito che venivano usati per lanciare razzi. Un giorno arrivò un camioncino e dei membri di Hamas prelevarono mio padre dal negozio. Non l’abbiamo più rivisto. Successivamente ho saputo che l’hanno ucciso e che hanno gettato il corpo in una fossa”.

Secondo testimonianze di Palestinesi citati da Times of Israel, Hamas avrebbe “giustiziato” decine di Palestinesi, che erano stati pagati per scavare i tunnel verso Israele, al minimo sospetto che potessero rivelare agli israeliani la posizione dei tunnel e dei loro sbocchi.

Forse vale la pena comparare l’atteggiamento dei media occidentali con quello di alcuni media arabi

Il vice-direttore del più grande giornale egiziano, Al-Ahram, ha ringraziato il Primo Ministro israeliano su Twitter, per le sue “buone azioni” e ha detto: “Possa il Signore mandare sulla Terra un sacco di persone come voi per eliminare Hamas, e i Fratelli Musulmani, fonte di corruzione, inganno e tradimento.” 

Un altro giornalista egiziano, Hayah al-Dardiri, si scaglia contro Hamas, dicendo: “Il popolo egiziano vuole che le forze armate colpiscano i covi di terroristi nella Striscia di Gaza e distruggano Hamas attraverso dure azioni militari.”

Hamas ha disperato bisogno dell’appoggio morale dell’Occidente, non puo’ permettere che la narrazione de “l’eterna vittima” che cosi’ tanto successo ha ottenuto, sia inquinata dalla verità. Ha bisogno di mostrare solo una popolazione inerme, i danni dei bombardamenti, i lutti, le bambole tra le macerie per allontanare la domanda “Perché?”. Non esiste causa e effetto, gli attacchi israeliani devono essere considerati solo manifestazione della ferocia innata di un popolo. E quindi è necessario non inquadrare mai i militanti che terrorizzano la popolazione, mai le rampe di lancio, mai ammettere quante fra le vittime siano stati “incidenti di percorso” interni. Cosi’ le minacce verso i giornalisti esteri continuano, nonostante le proteste della FPA. E i reporters che accettano? Si sa, il mondo dell’informazione è spietato, non lascia spazio a chi si dovesse porre domande etiche. E’ cosi’ dura la vita! 

6 commenti
  1. tizianamarengo permalink

    Posso riportare il pezzo sul mio blog, citando il link al vostro? grazie

  2. Chi per trenta petroldollari o per vigliaccheria nasconde gli orrori, è un giuda!

  3. laura permalink

    Le bambole, la bambina in minigonna pulitissima in cerca di libri, le scarpe, il sangue.
    Ma c’è chi ancora ci casca?
    perché me lo chiedo?

  4. giuseppe permalink

    finalmente un articolo veritiero, complimenti alla Redazione e inviato.

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  1. ECCO, SE LUI FOSSE | ilblogdibarbara

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