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Ma il rapporto della Banca Mondiale di che Paese parla?

novembre 28, 2013

Sta tornando in auge, on line, il report della Banca Mondiale (ottobre 2013) che avrebbe individuato la causa della critica situazione dell’economia Palestinese: Israele. Ci si sono buttati a pesce quasi tutti, giornali arabi ed occidentali.

Al Arabiyah sceglie questa immagine per illustrare la crisi economica palestinese (???)

A parte il fatto che non si capisce come mai nel 2011, il Washington Institute dava l’economia palestinese in forte crescita, ovviamente Gaza esclusa, quando cio’ che la Banca Mondiale sembrava rilevare era come il tasso di crescita fosse strettamente connesso ai “doni” internazionali: diminuiti i “doni”, la crescita era scesa dell’11%  nel 2010. Problema che era già stato affrontato nel 2012, quando la Banca Mondiale dichiarava che uno Stato non puo’ fondare la sua redditività sugli aiuti economici esterni. E qui, inoltre, potrebbe aprirsi il capitolo dei “doni” astronomici gettati al vento, o comunque finiti non si dove. L’economia palestinese scendeva di pari passo alla crescita di un immenso impero economico della famiglia Abbas.

Comunque, la colpa è di Israele, ripartiamo da qui. Anzi seguiamo Cifwatch, come sempre prezioso nel monitorare il modo di riportare le notizie da parte dei media europei. L’analisi si incentra su un articolo di Harriet Sherwood (eh si’ sempre lei!) del The Guardian.

La Sherwood scrive: il controllo israeliano della West Bank costa ai palestinesi miliardi di dollari.

Il suo articolo si basa sullo studio di 72 pagine della Banca Mondiale su  West Bank e Gaza – “Area C e il futuro dell’economia palestinese”. Sherwood cita Mariam Sherman, World Bank Country Director per la Cisgiordania e Gaza:

“Liberare il potenziale da quella ‘terra ristretta’ … e permettere ai palestinesi di utilizzare queste risorse, fornirebbe interi nuovi settori di attività economica e imposterebbe l’economia sulla strada di una crescita sostenibile”.

Bene, vediamo che cosa dice il rapporto.

Il rapporto della Banca Mondiale e l’articolo di Sherwood si basano sul fatto che Israele mantiene irragionevolmente il controllo sull’ Area C. Sherwood ripete la falsa affermazione che tutti gli insediamenti israeliani sono illegali:

“Tutti gli insediamenti israeliani, illegali secondo il diritto internazionale, sono situati in Area C.”

In realtà, Israele si sta comportando in conformità all’Accordo Interinale del 1995, deciso con l’Autorità palestinese che accetto’ di cedere il controllo ad interim dell’ Area C a Israele e non limitandone l’attività di ‘insediamento’. Quindi è importante capire come l’Area C è entrata in essere e perché Israele ne mantiene il controllo, qualcosa che Sherwood ignora o non capisce.

L’Area C è stata creata come risultato dell’accordo interinale del 1995, la relazione è chiara nella sua descrizione al Par. 8 di Pag 3:

La divisione della Cisgiordania in zone A, B e C risale all’accordo interinale del 1995 tra la Organizzazione per la Liberazione Palestinese (OLP) e il governo di Israele. La  Zona A comprende la maggior parte delle grandi aree urbane palestinesi pre-esistenti, copre il 18% della Cisgiordania ed è sotto la piena giurisdizione palestinese. L’Area B consiste in gran parte delle aree urbane e delle piccole città, comprende il 21 per cento della Cisgiordania ed è sotto il controllo civile palestinese e il controllo della sicurezza di Israele. L’Area C è stata definita nell’ambito dell’accordo interinale come “aree della West Bank di fuori delle zone A e B, che, fatta eccezione per le questioni che saranno negoziate sullo status permanente e saranno progressivamente trasferite alla giurisdizione palestinese, in conformità del presente accordo”.

Quindi, i palestinesi hanno convenuto che l’Area C sarebbe rimasta sotto il controllo israeliano, almeno fino a quando i negoziati finali avrebbero stabilito confini certi tra Israele e un futuro Stato palestinese.

Yasser Arafat accetto’ questo accordo, in cambio del controllo delle aree densamente popolate della Cisgiordania (controllo completo di Area A, il controllo civile di Area B). Così la premessa di base del rapporto della Banca Mondiale, fedelmente ripetuto da Sherwood, che “il controllo di Israele di una gran parte della Cisgiordania sta costando all’economia palestinese $ 3,4 miliardi l’anno”, rappresenta un travisamento. L’economia della Cisgiordania palestinese, fino al raggiungimento di un accordo definitivo, può essere considerata solo dove include le aree A e B.

Quanti arabi della West Bank vivono in Area C?

Secondo Sherwood, il rapporto dice che circa 180.000 arabi della Cisgiordania vivono in Zona C. In realtà, è un po ‘più complicato di così, e stranamente questa cifra proviene da una ONG israeliana in gran parte finanziata dall’UE, la Bimkom (specializzata nel fornire assistenza per la pianificazione delle comunità arabe in Area C), piuttosto che da una fonte palestinese. La stima di Bimkom è nella nota 66 a pagina 18 del rapporto:

“La popolazione palestinese situata in Area C è stimata dall’organizzazione Bimkom essere 180.000 (compresi quelli la cui casa si trova in Area C, ma che sono parte delle comunità divise tra l’Area C e le Aree A e / o B); circa 113.000 persone vivono in comunità interamente situate in Area C.”

Quei 180.000 arabi nell’Area C rappresentano circa il 6,6% della popolazione araba della Cisgiordania. In altre parole, circa il 93,4% di tutti gli arabi in Cisgiordania vivono nelle zone A e B la cui economia è controllata dall’Autorità palestinese.

Ci sarebbe anche da notare, volendo, che Israele ha un PIL di circa 80 volte superiore a  3,4 miliardi dollari e che  forse un aumento di 3,4 miliardi di dollari, anche per un territorio piccolo come quello palestinese, magari non sarebbe proprio la panacea.  Se $ 3,4 miliardi in un anno rappresentano il 35% del Pil palestinese, il Pil delle aree A e B (e possibilmente Gaza) deve essere di circa 10 miliardi di dollari al massimo. In effetti, la figura 1 della relazione mostra che il Pil palestinese attuale è di $ 10 miliardi.Dieci miliardi di dollari (US) sono una cifra incredibilmente bassa per una popolazione di 2,5 milioni di persone (esclusa Gaza), e ancora di più per 4 milioni di persone, se la cifra di 10 miliardi di dollari include Gaza. Si tratta di circa 2.500 dollari pro capite (il Pil prevede 1.687 dollari pro capite e per confronto, il PIL israeliano è di circa 13.800 $ pro capite) e un terribile atto d’accusa alla performance economica della PA (e Hamas). Viene inoltre illustrato come sono stati sprecati miliardi di aiuti che sono stati versati in “Palestina”.

E’ vero che la relazione valuta globalmente una varietà di attività diverse  che potrebbero aggiungere valore – l’agricoltura (a condizione che vi fosse acqua quasi illimitata), il turismo presso il Mar Morto e le spiagge di Gaza, l’aggiunta di antenne di telefonia cellulare per migliorare la copertura e aumentare l’uso del telefono cellulare, pietra di cava, ecc Stranamente, i parametri di riferimento  prendono per le loro stime le attività israeliane e il successo in ognuno di questi settori. Deve essere sicuramente possibile creare ricchezza in molti di questi settori già nelle Aree A e B (e Gaza). Tuttavia, la relazione vorrebbe far credere che il 94% della popolazione araba in Cisgiordania può generare solo 10 miliardi di dollari di PIL o meno, perché Israele controlla l’Area C.

Si può incolpare il controllo di Israele del territorio conteso fino a un certo punto, ma l’idea che la ricchezza fluirà dalle colline brulle in gran parte della Cisgiordania e dalle spiagge di Gaza se Israele lasciasse l’Area C è, francamente, abbastanza incredibile. Si consideri l’affermazione alla luce delle precedenti performance economiche nei Territori, e i miliardi di aiuti sprecati e rubati. Infine, la relazione sembra partire dal presupposto che se Israele abbandonasse l’area C il cambiamento sarebbe rapido! Ci sono voluti 65 anni a Israele  per raggiungere la sua attuale prosperità in molti dei settori che la Banca Mondiale pensa potrebbero essere copiati in Area C. L’aggiunta del 35% al PIL  in realtà potrebbe richiedere decenni. Quindi, i titoli a tutta forza dell’articolo del Guardian dovrebbero sicuramente essere ridimensionati. L’enfasi su l’Area C è un altro diversivo dai problemi fondamentali palestinesi – l’eccessiva dipendenza dagli aiuti stranieri che distorce la loro piccola economia, maschera la massiccia corruzione e la promozione di una cultura di incitamento e di “capro espiatorio”, in contrasto con i valori necessari per il progresso sociale ed economico.

Nulla nella relazione dimostra meglio a che punto i palestinesi sono essi stessi responsabili della loro situazione del paragrafo che elenca le prospettive di una industria turistica basata su siti religiosi e storici (per lo più ebrei), il turismo del Mar Morto, e le spiagge di Gaza:

42. Il turismo attualmente fornisce un contributo esiguo all’economia palestinese, meno del 3 per cento del PIL e circa il 2 per cento dell’occupazione totale. A seguito di un forte calo durante il secondo anno d’intifada, l’industria del turismo palestinese ha recuperato capacità ed è stata ampliata: negli ultimi 3 anni ci sono stati una media di oltre 500.000 arrivi, con soggiorni complessivi di oltre 1,2 milioni di pernottamenti all’anno, ben al di sotto di 50.000 arrivi nel 2000-2002.

seconda intifada

Dice il rapporto:

Liberare il potenziale di quella ‘terra ristretta,’-il cui accesso è attualmente vincolato da restrizioni – e consentire ai palestinesi di mettere queste risorse al lavoro, fornirebbe interi nuovi settori di attività economica e impostarebbe l’economia sulla via della crescita sostenibile.

Sarà così? Forse. Ma ci vorranno decenni, se mai sarà possibile, e le stime del contributo che l’Area C potrebbe apprtare sono grossolanamente esagerate in base al rendimento precedente.

Il problema non è la mancanza di Area C – è ciò che accade nelle Aree A e B, e Gaza.

Grazie ancora a Cifwatch!

7 commenti
  1. Reblogged this on Federazione Sionistica Italiana and commented:
    Bugie dalle Gambe lunghe, la Banca Mondiale e l’economia palestinese

  2. sulley m. permalink

    Israele ha molte ragioni ma la politoca delle colonie è semplicemente INDIFENDIBILE ed ha il chiaro intento di impedire uno stato palestinese contiguo. Almeno finisse l’ipocrisia, lo si dicesse chiaro e tondo: niente stato e fuori dai coglioni.

    • E davvero pensi che una questione cosi’ complessa come quella delle “colonie” possa essere risolta cosi’, con due parolette? Mi sembra impossibile! Intanto quali “colonie”? Quelle giudicate illegali da Israele? Quelle giudicate illegali dall’opinione pubblica? Dall’Onu? Perché vedi, se tu dai uno sguardo a certi quartieri di Gerusalemme ovest, costruiti dopo il ’67, sulla linea verde (non al di là), per lo stesso quartiere trovi la definizione di “no man land” sulle pagine Onu, e di “insediamento” su Wikipedia. Non è cosi’ semplice. Ci sono stati degli accordi presi dalle due parti, per esempio quelli di Oslo, che hanno diviso la Giudea Samaria (nessun arabo o israeliano, qualunque sia la sua inclinazione politica, la chiama West Bank) in “zone”: A, B e C, sempre in vista di futuri, eventuali, accordi definitivi e confini certi. Puo’ essere stata una cattiva idea, un’idea ingenua, criticabilissima, ma nell’accordo di Oslo stipulato tra Rabin e Arafat nessun vincolo fu deciso per le costruzioni future nelle zone divise tra le due differenti amministrazioni. Hai mai sentito dire che i palestinesi costruiscono nuove colonie? Eppure lo fanno, non solo insediamenti, ma città intere, dal nulla, come Rawabi.
      https://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2013/08/13/le-bugie-dagosto-hanno-le-gambe-nellacqua/
      Diresti che Rawabi è stata costruita con il chiaro intento di impedire la soluzione “due popoli due stati”? Beh Israele non l’ha detto: ha offerto piante per arredare la città, anche se sono state rifiutate perché “sioniste”. I palestinesi costruiscono, espandono le loro città (Ramallah ha raggiunto dei prezzi da città europea), aprono nuove strade, costruiscono città dal nulla e nessuno se ne accorge. eh si’ decisamente la questione è parecchio più complicata

  3. sulley m. permalink

    È ovvio che le colonie sono fatte per togliere terrotorio ai palestimesi. Domani al tavolo delle trattative si dice “ok, è al di là della linea ma questa zona è abitata da israeliani, vi diamo in cambio un area equivalente di DESERTO DEL NEGEV”. Perchè i nuovi insediamenti sono costruiti al di là e non ql di qua della linea verde?

    • Come dicevo, la fai un po’ troppo facile. Intanto, gli insediamenti costruiti su territori non contesi non fanno notizia, quindi parli di “al di là”, ma al di là di cosa? E di dove? La “linea verde” non significa nulla, è solo una linea armistiziale. Armistizio ad una guerra contro chi? Contro Israele. Scatenata da chi? dai paesi arabi: Egitto, Giordania, Libano e Siria, guerra del 1948. Segna anche i territori conquistati con la guerra del 67. Guerra contro chi? Contro Israele. Scatenata da chi? Egitto, Giordania, Siria, Iraq. Ora, tu dici con sicurezza: “È ovvio che le colonie sono fatte per togliere terrotorio ai palestinesi”. E’ un presupposto assurdo almeno per due motivi: 1) Quale era il “territorio palestinese” e chi lo aveva definito e quando? 2) Quando Israele si è ritirato da Gaza, per esempio, ha spostato i residenti ma le infrastrutture sono rimaste intatte, finché Hamas non le ha distrutte. Quindi, eventualmente ci fosse un “lieto fine” ai colloqui di pace e finalmente dei confini certi per due stati, dove starebbe l’ostacolo degli insediamenti? Come è già successo, se dove adesso ci sono insediamenti ebraici fosse deciso ci dovessero essere insediamenti arabi (la situazione opposta la concepiresti come possibile?) la popolazione sarebbe spostata e le infrastrutture resterebbero. Non so se la citazione del Negev è nelle tue intenzioni ironica; a me fa solo capire che non conosci il DESERTO DEL NEGEV, dove vivono centinaia di ebrei. O credevi stessero tutti a Tel Aviv?

      • sulley m. permalink

        Cioè quindi i palestinesi si dovranno accontentare del 39% di un territorio già arido e senza sbocco sul mare. Ovviamente di Gerusalemme est manco a parlarne e il futuro eventuale stato dovrà essere smilitarizzato. Il che vuol dire: status quo, che magari un giorno si stancheranno e se ne andranno in Giordania.

      • Ma guarda, sei una sagoma, te lo dico senza offesa! Stiamo alla fase di sperare che Abbas si degni di ritornare ai tavoli delle trattative, che le sue pretese per farlo abbiano una fine (soldi, detenuti liberati ecc) e tu invece conosci già i termini delle offerte e i punti deboli delle stesse!!! Complimenti! E come li hai saputi, dato che non esistono? Te li sei sognati? Nemmeno dalle offerte passate puoi averlo dedotto! A parte che cio’ che è stato rifiutato in passato difficilmente potrebbero tornare in auge oggi, fu offerta metà Gerusalemme, fu offerto molto più del 50% del territorio e fu rifiutato. Dai uno sguardo, dato che vedo ti interessa l’argomento (o almeno sembra) alle offerte Barak e Olmert, sdegnosamente respinte. La tua visione di cio’ che sono accordi politici fa tenerezza, ma non è attinente alla realtà. Non è che dei milioni di persone un giorno “si stancano e vanno”. La Giordania finora delle trattative se ne è lavata le mani e non si capisce perché, dato che è stata responsabile (insieme agli altri stati) delle guerre di aggressione a Israele e le ha perse, e dato che il territorio che tu credi appartenesse, in un tempo che non è mai esistito, ai palestinesi, era stato occupato dalla Giordania e perso. Inoltre giordani sono la maggior parte di quelli che hanno continuato a ereditare per discendenza (unico caso al mondo) lo status di profugo, nonostante siano nati, cresciuti ed abbiano cittadinanza in Giordania. Finora nessun paese arabo ha voluto aver a che fare con i palestinesi, né la Siria (Assad li considera un peso sullo stomaco e il campo di Yarmuk è stato più volte bombardato, ma anche i “ribelli” non li amano di certo), né l’Egitto che si è stufato del contrabbando di droga, armi, persone e carburante e ha chiuso i tunnels da Rafah, né tantomeno il Libano, dove esistono i campi palestinesi più orrendi del medio oriente. Ora, ma proprio a livello di “voci di corridoio”, sembrerebbe che il re di Giordania fosse disposto a prendersi la sua parte di responsabilità; ovviamente qualcosa in cambio gli sarà stato promesso. Quindi non affrettarti nelle congetture, è inutile. In Medio Oriente le congetture hanno sempre portato male.

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