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Il New York Times e lo scambio di vittime

novembre 21, 2013

Eden Atias, soldato di leva, anni 19, è stato ammazzato da Muhammed Juwadra, Palestinese di anni 16 che, approfittando del fatto che Eden si era addormentato sul pulman di linea Nazareth-Tel Aviv, l’ha accoltellato più volte, mettendo cosi’ in atto il suo fermo proposito di “ammazzare un Israeliano”, uno a caso, il primo che fosse stato a tiro.

Eden Atias

Che foto sceglie il New York Times per illustrare la notizia? Quella della madre piangente dell’assassino.

Margaret Sullivan, editore del giornale, riconosce che è stata “una pessima scelta“:

“Centinaia di lettori mi hanno scritto in questi ultimi giorni per protestare contro l’uso di una fotografia che accompagnava un articolo del Times, giovedi scorso. La fotografia era un ritratto emotivo ed empatico di una donna palestinese sconvolta, il cui figlio aveva ucciso un ignaro giovane soldato israeliano su un autobus pubblico. Anche se l’immagine era forte, è stata una scelta sbagliata, perché non focalizzava l’attenzione nel posto giusto. Allan Lieberman di Long Island ha espresso indignazione e ha accusato il Times di parzialità, come hanno fatto molti altri lettori. “Agli occhi del The New York Times, le vittime israeliane del terrorismo sono mere note di una narrazione unilaterale della sofferenza palestinese e della responsabilità israeliana per quella sofferenza,” scrive in una e-mail. Freya Morrison di Toronto ha scritto: “L’utilizzo di una foto della madre dell’assassino, scelta per rappresentare l’aggressione fatale a Eden Atias, è l’epitome di un giornalismo schierato e di cattivo gusto. Il soldato israeliano è la vittima. Come si osa far sembrare il contrario? ”

E allora, se lo sbaglio (chiamiamolo indulgentemente cosi’) è stato riconosciuto, perché il NYT non ha provveduto a rimediare? La foto è rimasta al suo posto; chi gettasse un occhio per avere le prime informazioni sommarie in merito alla storia, vedrebbe una madre Palestinese distrutta dal dolore. Nulla di più. Eppure in questo caso non c’era da interrogarsi più di tanto in merito. Sullivan ha precisato che la foto era stata scelta per “tentare un equilibrio”, là dove un equilibrio sarebbe stato impossibile.

La madre di Eden Atias

E’ un tentativo di “equilibrio” ben noto. Lo stesso che fa scegliere ai media di tutto il mondo di “svegliarsi” solo quando Israele decide di rispondere ai lanci di missili da Gaza. Risposta che in certi casi arriva dopo centinaia di lanci, protratti negli anni. Cosi’ chi legge, è informato solo dell”azione di Israele ma non di che cosa quell’azione ha provocato.

Cio’ che Sullivan ha ammesso: “è stato un tentativo di equilibrare..”, per coloro che comprendono il potere dei mezzi di comunicazione di plasmare le opinioni in merito a Israele e al Medio Oriente – questa è una dichiarazione grande e importante. Questo riconoscimento non solo parla dell’irruzione dei valori relativistici post-moderni nella presentazione delle notizie di attualità: parla anche al cuore di ciò che molti media stanno cominciando a comprendere: la possibilità che vi sia un diritto e un torto. In altre parole, che per la verità oggettiva c’è posto nelle redazioni. La notizia è questa.

Diluire le responsabilità, cercando di “consolare” il lettore offrendogli un “equilibrio forzato”. Questa volta non ha funzionato, i lettori hanno reagito. E la loro reazione è stata una scossa per il giornalismo che ci è imposto da ormai quasi un secolo. La verità puo’ essere oggettiva, la neutralità in alcuni casi puo’ essere sbagliata. Il giornalista puo’ dire la verità, anche se questa contraddice quella “ufficiale” imposta? Era la domanda già sollevata dal precedente editore del NYT, Arthur Brisbane, quando il columnist del NYT, Paul Krugman, rivendico’ la libertà di chiamare una notizia bugia, quando ne fosse perfettamente convinto. I lettori risposero senza tentennamenti: Simo stanchi di leggere i “il tale dice, la tale afferma” spacciati come notizie.

Il professore Jay Rosen, docente alla Facoltà di Giornalismo dell’Università di New York, scrisse:

“Sarebbe come dire che i medici non si preoccupano più di  ‘salvare vite umane’ o assicurare ‘la salute del paziente’ ma di assicurare le indennità delle compagnie di assicurazione. Mette la menzogna al centro del congegno. Devasta il giornalismo come servizio pubblico e l’onorabilità della professione. ”

In “Losing the News: Il futuro delle notizie che alimenta la democrazia”, pubblicato dalla Oxford University Press, Alex S. Jones, nel 1982 membro della Nieman Fellow e direttore del Joan Shorenstein Center sul Press, Politics and Public Policy presso l’Università di Harvard, descrive nel suo prologo lo scopo e gli intenti di quella che chiama una vera e propria “crisi” di notizie. «Non si tratta di un pregiudizio verso la stampa, anche se è così che la maggior parte delle persone sembrano vederlo”, egli sostiene. “Piuttosto, si tratta della crisi di quantità e qualità, di morale e di senso della missione, di valori e di leadership.”

Ma la verità dove sta? La risposta sta nei fatti,  nient’altro che i fatti e tutti i fatti, scrive Inmartin sul suo blog: I giornalisti hanno dimenticato la vecchia massima della sala stampa: se tua madre dice che ti ama, lo verifichi? Non sanno che i giornalisti non dovrebbero mai prendere nulla per oro colato?

Nel loro libro The Elements of Journalism, Bill Kovach e Tom Rosenstiel individuano i principi fondamentali nelle pratiche del giornalismo:

Il primo obbligo del giornalismo è la verità. La buona scelta redazionale dipende dalle persone che hanno affidabili fatti precisi, messi in un contesto significativo. Il giornalismo non persegue la verità in senso assoluto o filosofico, ma in una qualità che è più terra terra. “Tutte le verità – anche le leggi della scienza – sono soggette a revisione, ma ce ne serviamo perché sono necessarie e funzionano,” scrivono nel libro Kovach e Rosenstiel . Il giornalismo, continuano, mira pertanto a “una forma pratica e funzionale della verità.” Non è la verità in senso assoluto o filosofico o scientifico, ma piuttosto una ricerca della “verità con la quale siamo in grado di operare  giorno per giorno “. Questa “verità giornalistica” è un processo che inizia con la disciplina professionale di montaggio e di verifica dei fatti. Poi i giornalisti cercano di trasmettere un conto equo e affidabile del loro significato, oggetto di ulteriori indagini.

Il fotoreporter Ruben Salvadori da tempo scrive in merito al “potere manipolatorio delle immagini”. 

“Ruben, il tuo video descrive le caratteristiche della foto ideale per gli editor. Puoi dirci qualcosa su questo? Come funziona? Come influenza il contenuto delle foto?” Salvadori: “Più precisamente, il mio progetto descrive le caratteristiche della foto ideale per il mercato dei media, che va da chi produce l’immagine, fino al visualizzatore. Ciò che da noi (fotogiornalisti, editori, enti pubblici) ci si aspetta è il produrre una fotografia “drammatica”, che semplifichi concetti complicati in un singolo fotogramma. Al fine di abbattere una situazione complessa in solo una foto, siamo costretti a utilizzare stereotipi.

I media non hanno tempo, tutto deve essere immediato, e gli stereotipi fanno il loro lavoro. Ma l’obiettivo principale del mio progetto è il fatto che il mercato si aspetta di produrre immagini molto forti. E ‘un mercato molto competitivo nel quale dobbiamo costantemente confrontare il nostro lavoro con altri professionisti e quindi dobbiamo produrre immagini che siano in accordo con le scelte di altri fotografi, non del pubblico in generale…”

Il New York Times ha riconosciuto “l’errore”, ma non ha sostituito la foto. Chi volesse informarsi in merito all’omicidio a sangue freddo di Eden Atias, troverebbe una foto che parla d’altro, più un atto d’accusa che il racconto dei fatti. Sarà irreversibile questa tendenza? Dipende molto da noi lettori. Rifiutiamo questo genere di “errori”.

QUI e QUI

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