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Sei Israeliano e vuoi la pace??? E ce ne sono tanti come te???

novembre 15, 2013

Un giorno come un altro, in un’università francese. Ce lo raccontano Coolisrael.com e Desinfos.com

E’ un giorno di scuola qualsiasi, anzi no: è un lunedi’ mattina e gli studenti non sono ancora del tutto svegli, dopo una domenica passata a preparsi le lezioni per la settimana entrante. Il brutto tempo ha anche contribuito a togliere la voglia di uscire.

Per presentarmi diro’ che sono giovane; normale – mi direte voi – per uno studente, piuttosto simpatico, abbastanza socievole e soprattutto di spirito aperto. Porto al collo una Stella di David. C’è stato chi mi ha chiesto se non avessi paura a portare un segno del genere al collo. Ho sempre risposto: La indosso con molta discrezione, come altri portano una croce appesa al collo. Nessuna provocazione da parte mia, solo mi piace portare addosso un simbolo del mio popolo, della mia religione.

E’ la prima settimana del corso; sono iscritto al primo anno del collegio universitario. I volti dei miei compagni non mi sono ancora del tutto familiari, alcuni mi sono proprio sconosciuti. Provo la stessa fifa di qualunque studente si trovi a iniziare una scuola nuova, dove 7000 studenti di tutti i corsi si mescolano tra loro. Non è ancora arrivato il momento dei grandi dibattiti in merito ai temi di politica mondiale, ma non tarderà: frequento la facoltà di Scienze politiche.

Quel giorno ero seduto alla “Péniche”, all’entrata principale della scuola. E’ il posto nel quale gli studenti si trovano per preparare i lavori di gruppo, per sgranocchiare un panino tra una lezione e l’altra, per presentare le attività delle loro associazioni, per fare pubblicità prima delle elezioni di Istituto o semplicemente per chiacchierare e scambiarsi le ultime notizie ed ogni genere di storie.

Una ragazza bruna e sorridente mi guarda da lontano mentre sono impegnato a discutere con altri studenti della mia classe di differenti nazionalità e religioni. Lei frequenta il secondo anno, non porta addosso nessun segno distintivo. Mi saluta, anzi! mi bacia ma poi si accorge della Stella di David al mio collo e il suo viso cambia d’espressione. I toni si fanno improvvisamente seri e la prima domanda che mi rivolge è: Sei tu che vieni da Tel Aviv? Ho una domanda da farti: Che ne pensi della politica aggressiva dell’esercito israeliano?

Resto di sasso! Non le interessa sapere chi sono, come vanno i miei studi, come mi trovo a Parigi, se sono nato in Israele o in un altro Paese. Non è minimamente interessata a fare la mia conoscenza. Sono aperto di spirito ma molto cosciente delle mie responsabilità quando il mio Paese e l’esercito sono chiamati in causa. Cosi’ le rigiro immediatamente la domanda: Cosa vuoi dire con “politica offensiva” di Tzahal?

Senza nemmeno stare a riflettere mi risponde: Beh l’esercito possiede aerei, missili, armi ultra moderne e Iron Dome.

Le rispondo che veramente Tzahal è innanzi tutto un esercito di difesa e colgo l’occasione per spiegarle che Israele – in appena 65 anni di esistenza – ha già conosciuto molte guerre, durante le quali sono morti più di 23.085 soldati. Le spiego che il diritto stesso di esistere è, per il mio Paese, continuamente rimesso in discussione e che non c’è altra scelta che dotarsi di armi sofisticate, non per attaccare civili Palestinesi – come lei cercava di insinuare – ma per difendersi dai continui attacchi terroristici. Le ricordo i 14000 razzi sparati da Gaza in meno di dieci anni; gli attentati suicidi iniziati nel 2001 e durati cinque anni. Le armi servono per distruggere i depositi di munizioni pronte a essere usate contro Israele. Se non ci fosse stato l’esercito, non ci sarebbe più Israele.

Quando la ragazza mi ha nominato Iron Dome non ho potuto fare a meno di sorridere, forse anche arrogantemente. Ho ben compreso che sapeva esattamente a che cosa Iron Dome serve. Mi ha attaccato come se a uno Stato (solo a QUELLO Stato) fosse proibito possedere armi di difesa.

Le chiedo allora, abbastanza ingenuamente, se si è mai figurata l’ipotesi di una città francese quasi quotidianamente attaccata da razzi e se si sarebbe detta d’accordo con un’eventuale politica del suo governo che cercasse di mettere al riparo scuole, ospedali e civili o se invece avrebbe, nel caso, protestato.

Si irrita e cambia soggetto di conversazione. Saremo stati a parlare una ventina di minuti, durante i quali la ragazza ha avuto modo di accusare Israele di rifiutare ogni accordo di pace e di qualificare l’esercito di “criminale”. L’incomprensione davanti ai miei tentativi di spiegazione, della necessità della “barriera difensiva” e delle batterie anti-missile è totale. Cio’ che più mi ha shoccato è stata questa frase da lei pronunciata: In definitiva, voi avete aerei, un esercito organizzato… è perfettamente naturale che i Palestinesi si facciano saltare nei ristoranti!

Com’è possibile che una ragazza giovane, l’élite di domani, possa mettere sullo stesso piano terroristi che attaccano civili e un esercito che difende la popolazione? Come osa definirsi pro-palestinese e non fare differenza tra i Palestinesi e i terroristi? Quando ho cercato di farle notare la confusione incredibile del suo discorso è arrossita ed ha messo fine alla conversazione: le lezioni cominciavano.

Una volta rimasto solo mi sono posto delle domande: Che cosa sapeva esattamente la ragazza della storia del conflitto israelo/palestinese? Da dove traeva i suoi pregiudizi? Le hanno fatto un lavaggio del cervello o semplicemente non è interessata ad approfondire l’argomento? Perché s’immagina che solo gli Israeliani e solo gli Ebrei israeliani non siano interessati alla pace? Com’è possibile che una studentessa della prestigiosa Facoltà di Scienze Politiche rifiuti in questo modo di ascoltare un altro punto di vista?

Devo suggerirle di andare a vedere di persona per rendersi conto della situazione? E’ vero, un esercito puo’ commettere degli eccessi, soprattutto in tempo di guerra o di conflitti intensi. E’ vero che ogni vittima è da piangere, anche quando si è fatto di tutto per evitarla. Quale altro esercito nel mondo avverte la popolazione dell’imminenza di un attacco a postazioni terroristiche, spesso piazzate in luoghi abitati? Quale altro Paese da ordine al proprio esercito di contattare la popolazione per telefono, per dare modo di mettersi al riparo? Israele è il solo Paese al quale è proibito difendersi? Nel quale la popolazione deve aspettare attacchi terroristici senza reagire?

Sono Ebreo e vivo in Israele. I giovani israeliani danno tre anni della loro vita per proteggere il loro Paese e i suoi abitanti. Continueranno poi ad essere richiamati, anno dopo anno, per periodi nei quali saranno separati dai loro cari. Non aspiro che a una sola cosa: che possa esistere la pace tra Israele e i suoi vicini, che ognuno possa vivere in pace e che i bambini Palestinesi possano un domani essere amici di quelli israeliani. Quando ho detto questo alla mia interlocutrice, mi ha guardato sorpresa. E questo è stato cio’ che di più mi ha rattristato.

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