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Le bugie d’agosto hanno le gambe nell’acqua

agosto 13, 2013

Quando l’imprenditore Bashar Masri, palestinese educato in quell’Egitto del quale porta il nome (Masri in arabo significa appunto Egitto e per estensione, egiziano) decise di investire in quella zona che alcuni si ostinano a chiamare con il ridicolo nome di West Bank, costruendo una nuova città, chiese alla popolazione di suggerirgli un nome. Un terzo rispose con nomi “rivoluzionari”: Jihad e Arafat erano in buona posizione. Altri optarono per nomi di buon auspicio, come Amal, Speranza. Ma Masri cercava qualcosa di più neutro, e decise per Rawabi, Colline.

La nuova città, fra Ramallah e Nablus, è prevista per accogliere circa 40.000 nuovi residenti. Organizzata sul modello delle città americane, è frutto di una join-venture tra la Qatari Diar, società immobiliare con sede in Qatar e la filiale della Masri Bank, Massar international, con sede nei Territori palestinesi.  Il progetto promette 1.000 unità di appartamenti di lusso e 5.000 case per quella classe media il cui reddito è in crescita, diposta a permettersi pagamenti mensili di mutui da $ 450 a $ 1.000.

L’idea di Masri era quella di una città eco-sostenibile, ad emissione di carbonio  ridotta, con ampi spazi verdi, internet ad alta velocità per permettere il tele-lavoro, tre cinema, una moschea, una chiesa, supermercati: insomma, una città moderna.

Dal dire al fare, pero’, c’è di mezzo il mare. La progettazione della nuova città era prevista utilizzare la tecnologia BIM, mai usata prima nei Territori. Due delle responsabili del progetto, si accorsero ad un certo punto che le maestranze non eseguivano cio’ che stava nel progetto.

Molti degli operai non erano abituati a lavorare con ingegneri di sesso femminile, e quelli  più anziani non accettavano di eseguire idee provenienti da un team di donne.

“Eravamo giovani, donne, e stavamo parlando di qualcosa di nuovo. Gli ingegneri più anziani non hanno capito completamente la nuova tecnologia, non volevano usarla “, dice Shadia Jaradat, a capo del team.  ” Lavoriamo in questo campo da 20 anni e non abbiamo mai avuto bisogno di tecnologia BIM, quindi perché usarla adesso? ”

Dalle società israeliane che avrebbero partecipato al progetto fornendo materiali, Masri pretese un accordo nel quale tali società si impegnavano a non commerciare materiali prodotti negli insediamenti, inclusi quelli di Gerusalemme Est e delle Alture del Golan. Si’, sembra ridicolo che per costruire un insediamento arabo non sia possibile usare materiale proveniente da un insediamento ebreo, ma nella storia della “West Bank” gli aspetti tragi-comici non mancano.

Per esempio, Il sito web di Rawabi incoraggiava gli investitori, proprietari di imprese e residenti, a “crescere un albero in Palestina”, una campagna destinata a simboleggiare la speranza di crescita e di ottimismo per il futuro.

“La Palestina della generazione dei nostri genitori era lussureggiante con frutteti e olivi in fiore, querce, agrumi, noci e varietà sempreverdi che ornavano il paesaggio palestinese”, si legge sul sito. “Oggi, però, la bellezza naturale del terreno si sta perdendo per le devastazioni della guerra, l’abbandono, lo sviluppo e il cambiamento climatico.”

Bello no? Israele lo sta facendo dalla sua nascita; eppure alcuni palestinesi si sono arrabbiati quando hanno appreso che il Fondo Nazionale Ebraico aveva donato alberi a Rawabi. Una agenzia di stampa locale ha pubblicato un pezzo graffiante accusando Masri di implicare Rawabi “nella pulizia etnica della Palestina a fianco del JNF e dell’esercito israeliano”!!!! Eh beh, non sia mai che alberi sionisti tocchino il sacro suolo di Palestina!

E poi? E poi in mezzo a questi problemi ordinari e straordinari arriva Harriet Sherwood, del The Guardian. Anche lei vuol dire la sua su Rawabi e che cosa dice?

L’acqua è stata un’altra grande sfida, sia per la costruzione che per la manutenzione degli edifici finiti. Israele controlla quasi tutte le forniture di acqua; 600.000 coloni israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est consumano quasi sei volte l’acqua di 2,7 milioni di palestinesi.

Ma a quali fonti attinge (per restare in tema) la Sherwood? Ad un articolo della ONG “Al Haq” (la Verità!!!) “Acqua per un popolo solo: Discriminatorio accesso e “apartheid dell’acqua” nei Territori palestinesi”.

Al Haq è una delle OG palestinesi, guidata da Shawan Tabarin, sospetto fiancheggiatore del gruppo terroristico Fronte di Liberazione per la Palestina, capofila nel boicottaggio dei prodotti israeliani. Il budget della ONG Al Haq fu di 1.711,166 mila dollari nel 2009; cio’ che non è molto chiaro è se i donatori, in massima parte stranieri, si siano ben accertati che cio’ che la ONG proclama sia poi in linea con le sue azioni. Al Haq ha partecipato attivamente al Forum delle ONG durante la famigerata Conferenza dell’Onu di Durban nel 2001, ed è un sostenitore della strategia di Durban per l’isolamento internazionale di Israele attraverso l’etichettatura di Stato di “apartheid”, BDS e campagne “lawfare”. Gran parte della retorica di Al Haq rientra nella definizione di antisemitismo di UE e del Dipartimento di Stato americano. Naturalmente fu una delle ONG che partecipo’ alla redazione del falso Rapporto Goldstone. Ma ci ritorneremo in seguito e approfonditamente. Avevamo lasciato la nostra ineffabile Sherwood alle prese con le sue citazioni preferite. Al Haq, in una precedente relazione aveva usato un tono un po’ diverso:

Il risultato della situazione generale è che, in generale, i coloni israeliani in Cisgiordania, che ora assommano a quasi 500.000 persone, consumano circa sei volte l’acqua consumata dai palestinesi

L’immagine dell’acqua rubata fa sempre gola! Ne avevamo già parlato mesi addietro.

Deviazione abusiva nelle condutture dell’acqua

Non sono decine ma centinaia, i punti di deviazione dell’acqua abusivi, utilizzati dai palestinesi. I tubi che i palestinesi collegano ai condotti principali dell’acqua alimentano vasche di irrigazione, serbatoi improvvisati di acqua rubata. I palestinesi usano questi serbatoi per le esigenze agricole. Episodi di questo genere sono stati segnalati nelle condutture Shiloh-Migdalim così come in altri settori. Ogni anno, 3,5 milioni di metri cubi di acqua in Giudea e Samaria vengono rubati in questo modo. Un nuovo studio condotto dal professor Haim Gvirtzman, che dirige l’Hebrew University’s Hydrology Studies Program e la cui relazione è stata pubblicata dal Centro Begin-Sadat per gli Studi Strategici presso la Bar-Ilan University, rivela che Israele perde circa 10 milioni di metri cubi di acqua all’anno in questo modo. In pieno giorno, i palestinesi trapanano illegalmente senza ricevere le necessarie autorizzazioni da parte della commissione dell’Autorità israelo-palestinese che gestisce le questioni idriche congiuntamente. Ramallah ignora volontariamente questi incidenti o tacitamente li approva. Israeliani e palestinesi sono impegnati nel gioco del gatto e del topo .. Quando Israele arresta una perforazione abusiva, purtroppo, un’altra si apre.

Yigal Klein, presidente del segretariato al Hever insediamento PNEI, ha detto a Ynet. “I palestinesi si connettono a dei tubi con camion o attraverso un sistema illegale di tubi, e non abbiamo acqua al mattino. I bambini vogliono lavarsi la faccia prima di andare a scuola, ed i rubinetti sono vuoti. Anche una tazza di caffè diventa una merce rara. ”

Il fenomeno, secondo l’Israel Water Authority, ha già raggiunto le proporzioni di un problema serio. “Il pompaggio di queste trivellazioni illegali arriva a una quantità enorme, qualcosa come 10 milioni di metri cubi di acqua l’anno”, ha detto un funzionario di alto livello. “I palestinesi si connettono illegalmente alle linee di alimentazione di Mekorot e stanno causando una carenza di acqua a Hebron, Kiryat Arba, Yatta, e villaggi circostanti.”

“Fenomeni di questo genere si verificano in tutta la Giudea e la Samaria. Il furto d’acqua dai tubi israeliani costa i milione di shekel ogni anno.”

Il prof. Gvirtzman, che ora lavora per l’Autorità delle Acque, rivela che “il comitato congiunto israelo-palestinese ha concesso quasi 80 permessi di trivellazione ai palestinesi, la maggior parte dei quali per attingere l’acqua dalla falda orientale. Eppure, i palestinesi utilizzano meno della metà di questi permessi “, preferendo invece perforare senza permesso nella falda acquifera di montagna, soprattutto nel settore settentrionale nella zona di Jenin, e nel quartiere occidentale circostante Qalqilyah e Tul Karem. “Come risultato, Israele è stato costretto a ridurre la portata di acqua alle pompe di questa falda, al fine di evitarne la salinizzazione. ”

Gvirtzman ha anche scoperto che dei 52 milioni di metri cubi di acque reflue che i palestinesi producono ogni anno, solo due milioni sono trattati nell’impianto di depurazione che hanno costruito in Al-Bireh. “Il resto del liquame scorre negli affluenti e inquina l’ambiente e il terreno “, scrive. E’ un allarme conosciuto da tempo e finora ignorato dall’Autorità palestinese.

Diciassette milioni di metri cubi di acque reflue attraversano la linea verde. La maggior parte di questa acqua viene assorbita e trattatain Israele, ma solo dopo che ha danneggiato l’ambiente e inquinato le falde acquifere. Questo stato di cose si trova in totale contraddizione con gli accordi che i palestinesi hanno firmato con Israele. Ci sono piani (rimasti sulla carta) per la costruzione di decine di impianti di depurazione in città come Nablus, Hebron, Betlemme e Tul Karem. Tutti questi progetti sono sovvenzionati dai paesi donatori, ma ora i palestinesi hanno deciso che non vogliono costruire nelle aree A e B, ma nell’ Area C (che è sotto il pieno controllo militare amministrativo israeliano).

Gli effetti si vedono a occhio nudo: l’affluente Hebron sembra un angolo pastorale che la natura ha concesso. Il flusso d’acqua è cosi’ abbondante che si sente da lontano, ma chi si avvicina al torrente scopre un fetore insopportabile. Le acque reflue non trattate di Hebron, che comprendono i rifiuti industriali e i residui prodotti dalla lavorazione del metallo, delle fabbriche di olio di oliva e della lavorazione della pietra di cava, hanno reso il corso d’acqua una schiuma di rifiuti.

Il suo affluente gemello a Nablus ha visto un simile destino. Le acque reflue scorrono verso ovest in direzione di Tul Karem e del fiume Alexander. Nel suo scorrere verso ovest, il suo colore cambia da schiumoso a verde dopo che comincia a filtrare nelle rocce che si trovano nella falda acquifera condivisa da Israele e palestinesi. Il Magistrato alle Acque e l’Amministrazione Civile hanno calcolato 178 km di flusso delle acque reflue, la maggior parte di esse attraverso aree controllate dall’Autorità Palestinese.

Sono note queste realtà a chi scrive in merito a “l’apartheid dell’acqua”? Ma certo! Certo che sono note! Ci sono decine di documenti dettagliatissimi in merito. E allora perché Avaz diffonde una storia , il 1 agosto, che suona cosi’:

E ‘stata la più calda settimana dell’anno. Tutto cio’ che Fadel Jaber voleva era un pò d’acqua per la sua famiglia. Ma Fadel vive nella Cisgiordania occupata, dove il governo israeliano ha reindirizzato i tubi dell’acqua per fornire piscine ai coloni ebrei e rubinetti vuoti per i palestinesi come Fadel.”

E’ una domanda retorica, il perché lo si conosce benissimo. C’è una bella differenza tra raccontare la storia del povero Fadel, arrestato sotto gli occhi del figlioletto (anche questo di cinque anni, ormai è un must), solo per aver preteso un po’ di acqua per la sua famiglia e spiegare invece che il furto d’acqua mette a rischio tutto un ambiente e tutta una comunità. Poi c’è la “ciliegina sulla torta” che non fa mai male: i “coloni” hanno le piscine e Fadel muore di sete! Eh è dura la vita per un palestinese che abita vicino alle piscine dell’Haddad Village, a Jenin

Haddad Tourist Village a Jenin

O al Ein Almarj Tourist Resort in Ramallah:

O al Palestinian Park

o ad una qualsiasi di queste piscine:

Al-Karmel Swimming Pool & Park, Beit Kahil, Hebron

Al-Antoori Swimming Pool & Park, Sofin, Qalqilia

Al-Batroun Swimming Pool & Park, Al-libban Al-gharbi, Ramallah

Al-Dhahiriya Swimming Pool & Park, Jorat Al-dammeh, Al-dhahiriya

Al-Nakheel Swimming Pool & Park, Main St., Downtown, Jericho

Al-Qarawan Swimming Center, Al-Mal’ab St., Zoo, Ghayyadha, Qalqilia

Al-Qemmah Swimming Pool & Park, Jericho, Jericho

Al-Shaghour Swimming Pool, Main St., Beit Iba, Nablus

Al-Snowbar Diving Pool, Restaurant & Resort Near Y-College, Al-masayef, Ramallah

Al-Waha Swimming Pool & Park, Al-Quds St. Downtown, Jericho

Al-Waha Swimming Pools & Park, Qalqilia St.,Far’un Crossroad, Far’un, Tulkarm

Aroos Al-Shamal Park, Swimming Pool & Hall, Nablus St.,Near Al-Quds Open University Al-sweitat, Jenin

Beit Ummar Swimming Pool & Park, Municipality St.,Near Beit Ummar Municipality Beit Ummar, Hebron

Besan Swimming Pool & Park, Ein Al-Sultan St. Ein Al-sultan, Jericho

Dream Land Tourist Resort & Swimming Pool Nuba, Hebron

Dream Restaurant & Swimming Pool Main St. Jifna , Ramallah

Howara Country Swimming Pool, Howara, Nablus

O anche al Jericho Investment & Tourism ( Banana Land ) Al-Mo’arajat Road Ein Al-dyouk, Jericho

Ni’lin Tourist Park & Swimming Pool, Main St. Ni’lin , Ramallah

Stars Swimming Pool & Park, Main St.,Town Entrance Arraba, Jenin

Tal Al-Marah Swimming Pool & Restaurant, Qoseen Crossroad, Beit Iba, Nablus

Tal Al-Rabee’ Swimming Pools, Ezbit Naser, Tulkarm

The Swimming Pool , Park & Restaurant of ” Ean El-Hammam “, Behind Birzeit Municipality, Birzeit, Ramallah

Wahat Al-Bathan Swimming Pool & Park, Al-bathan, Nablus

Ah ma non sono posti di “coloni”? Sono tutte piscine e resort palestinesi? E allora come mai Fadel ha sete?

(Grazie a Elder of Zyon per l’articolo su Avaz)

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