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Ripartono i colloqui di pace: la follia dei media occidentali

luglio 31, 2013

Sembra sia proprio vero: Abbas ha accettato di riprendere i negoziati di pace. Puo’ essere che la caduta in disgrazia dei Fratelli Musulmani egiziani abbia fatto pensare a John Kerry di sfruttare il buon momento; puo’ darsi che Abbas vi sia stato costretto dall’enorme deficit nelle casse dell’Amministrazione palestinese. Secondo Nabil Qassis, Ministro delle Finanze, il deficit del 2012 ammontava a 1 miliardo di dollari.

La colpa? Mori’ fanciulla. Note sono le dimissioni del ministro Salam Fayyad che se ne è andato denunciando la spaventosa corruzione dell’ANP; note sono le dimissioni di chi gli è succeduto – Rami Hamdallah – dopo solo due settimane dall’incarico. Hamdallah in sintesi ha dichiarato di non sapere dove mettere le mani per tentare di sanare l’insanabile. I Palestinesi di Cisgiordania non hanno dubbi in merito alla farsa del loro governo: “Non esiste sistema”, ha detto Basem Zubeidi, un professore di scienze politiche all’università di Bir Zeit. “Tutti sanno che non ci sono ministri né governo perché non c’è un mandato reale per poter fare qualcosa. Non vi è alcuna autorità, non ci sono soldi, non c’è niente. ” Di elezioni nella West Bank ormai non si parla nemmeno più. Il mandato di Abu Mazen è scaduto da cinque anni.

Di certo c’è che il Qatar fa un passo indietro, dopo aver promesso soldi mai arrivati, e si fa avanti l’Arabia Saudita, con 100 milioni di dollari che pero’, come al solito, bastano appena ai pagamenti dei salariati dell’Amministrazione palestinese. Di certo c’è che in una riunione tenutasi il 19 marzo a Bruxelles, il Comitato Ad Hoc Liaison (AHLC) dei paesi donatori ha adottato l’impegno di offrire $ 1,2 miliardi nel 2013. Catherine Ashton, responsabile della politica estera dell’Unione europea, ha promesso che l’UE continuerà a pagare 389.000 mila dollari, oltre a circa $ 32 milioni, nel supporto diretto per il bilancio. Di certo c’è che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato – mentre era a Ramallah – che l’amministrazione statunitense rilascerà aiuti del valore di $ 500 milioni,  precedentemente congelati dal Congresso. Di questi, 170 milioni saranno destinati al sostegno diretto del bilancio. Sempre le famose “spese di gestione del personale”.

Come spesso succede, quando si parla della politica di ANP si finisce per parlare di dollari. O almeno, cosi’ è se non ci si vuole accontentare della vuota retorica che si esaurisce tutta nelle due parolette magiche: “occupazione”, “entità sionista”. E quindi, a costo di essere noiosi, dobbiamo dare uno sguardo al bilancio previsto per il 2013:

Entrate pubbliche:

Sono stimate a 2,88 miliardi di dollari, con un incremento di 413 milioni dollari dallo scorso anno. Le Entrate pubbliche hanno registrato un costante aumento dal 2009, passando da 1,6 miliardi di dollari l’anno, a 1,88 miliardi di dollari nel 2010, 2.045 miliardi di dollari nel 2011 e 2,24 miliardi di dollari nel 2012. Le entrate pubbliche provengono dalle tasse – stimate in 598 milioni dollari – e dai trasferimenti di compensazione che valgono 1.722 milioni di dollari.

Il costante aumento delle entrate pubbliche è attribuito al significativo miglioramento dei metodi di raccolta e alla lotta contro il contrabbando di merci, provenienti da Israele nei territori palestinesi. Nel frattempo, però, questo è stato uno dei motivi che stanno dietro alle manifestazioni che hanno interessato tutto il territorio negli ultimi anni.

Spesa pubblica:

Secondo il bilancio 2013, la spesa pubblica totale raggiungerà 3.538 milioni di dollari, di cui $ 1,880 milioni sono stanziati per gli stipendi, cioè il 53% delle spese totali, mentre per le altre spese correnti sono stati stanziati 1,577 milioni di dollari, cioè il 45%. Il bilancio 2013 prevede un aumento salariale di 111 milioni di dollari e un aumento delle spese correnti di funzionamento per 94 milioni di dollari. La dichiarazione di bilancio non include informazioni dettagliate sui componenti del tasso di cambio di cui al presente titolo, nonostante la loro importanza. Inoltre, non affronta il numero e il tipo di nuovi dipendenti in un momento in cui il governo sta lottando per pagare gli stipendi dei suoi 160.000 dipendenti.

Deficit:

Il deficit ammonta a 1,05 miliardi di dollari, escluso il costo dei progetti di sviluppo. Questo deficit sale a 1,4 miliardi di dollari se si aggiungono i 350,000,000 di dollari riservati ai progetti di sviluppo. Lo stesso importo è stato destinato a tale voce nel bilancio dello scorso anno. Il bilancio mostra un disavanzo complessivo di 1,4 miliardi dollari che puo’ essere coperto solo con il sostegno arabo e internazionale. Il sostegno europeo è coerente e può essere fatto valere, mentre il sostegno degli Stati Uniti e Paesi Arabi è irregolare e fortemente influenzato dalla politica.

La situazione è questa. Quindi è possible che Abu Mazen abbia ceduto alle pressioni americane ed è possibile che, almeno per una volta,  gli sia stato chiesto qualcosa in cambio dei dollari: tornare ai negoziati. E come lo fa? Deve almeno salvare la faccia davanti alla sua opinione pubblica; lo fa imbronciato, di malavoglia, avanzando le solite richieste assurde, urlando i soliti proclami: “Non accetteremo un solo israeliano nei nostri territori”.  “Gerusalemme Est è la capitale dello stato della Palestina … se ci saranno scambi (di terra) uguali per dimensioni e valore, siamo pronti a discutere di questo – né più né meno”. “Congelamento completo delle costruzioni negli insediamenti, ritorno alle “linee del 67″, rilascio dei detenuti”. Israele ha accettato quest’ultima richiesta ed ha rilasciato 104 delinquenti, attualmente detenuti nelle carceri del Paese. Netanyahu ha dovuto spiegarlo ai suoi cittadini e lo ha fatto con una lettera aperta.  E a questo punto parte la follia dei cosi’ detti media occidentali. La Sherwood, del The Guardian, è maestra in questo genere di cose. Il 29 luglio scrive:

“…la questione delle frontiere è relativamente semplice rispetto a quelle che sembrano essere le lacune incolmabili riguardanti Gerusalemme, che entrambe le parti vogliono come capitale, ma la cui divisione o la condivisione è categoricamente rifiutata da Israele, e la questione di almeno alcuni dei 4,9 milioni di palestinesi profughi in Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est e nella diaspora, ai quali permettere di tornare alle loro case di prima del 1948, come i palestinesi insistono a chiedere….”

E il 30 luglio:

“…Altri, ancora più difficili, temi – come il futuro di Gerusalemme, che entrambe le parti vogliono come capitale, e il ritorno di almeno alcuni dei 4,9 milioni di profughi palestinesi, le case dei quali ora sono in territorio israeliano – dovrebbero essere affrontati nel corso del prossimi mesi….”

Cioè, la Sherwood si affanna a ficcare bene nel cervello dei suoi lettori che i profughi sono 5 milioni, non 750.000 come ormai tutti sanno. Parla di “loro case” riferito a gente che non ha mai messo piede in quel territorio “ora israeliano”. E naturalmente si guarda bene dal citare le parole di Abbas, che per bocca dei suoi diplomatici, in più di un’occasione ha dichiarato: “I profughi non avranno mai la cittadinanza di un futuro Stato di Palestina.”

E poi il ghiottissimo argomento dei “prigionieri”. E’ cosi’ che li descrive, ad esempio, The Indipendent “prigionieri politici”, nonostante tutti siano stati incarcerati per atti di terrorismo violento.  Alle proteste di Cifwatch, l’Indipendet ha corretto la definizione, ad aprile, ma il 28 luglio, Alistair Dawber ci riprova:

Poi l’articolo originale finisce nella cache

ed è sostituito da uno più neutro:

La BBC si accontenta di un “prigionieri palestinesi”, senza dare importanza ai reati per i quali sono stati incarcerati e condannati all’ergastolo, definizione che in Italia è del resto “normale“. L’Internazionale se la cava prendendo a prestito la definizione dalla BBC; invece la Reuters in lingua italiana fa tutto da sola, come ADN Kronos.  Come del resto fa la stampa francese.

Intanto, solo in pochi hanno dato risalto alle manifestazioni avvenute a Ramallah, domenica 28 luglio, contro la decisione di Abbas di tornare ai tavoli ed al netto rifiuto di ripresa dei negoziati da parte di Hamas .

Chi accoglierà le parole dell’ambasciatore israeliano in Italia, Gilon?

«In questo momento storico è importante incoraggiare proprio le forze che sostengono la pace e il dialogo, evitando invece di fiancheggiare esponenti estremisti, aventi come obiettivo quello di infiammare l’odio e la violenza».

Come potrà trovare spazio il buon senso quando in un Paese come l’Italia c’è chi puo’ dire tranquillamente , come Salvatore Mandarà, reporter del Movimento Cinque Stelle: “La Bonino è a favore di Israele, e io non sopporto lo Stato di Israele”  o come l’on. Di Stefano che in una conferenza stampa alla Camera, in occasione del suo ritorno dal viaggio-studio di 24 ore in Israele dice: Il “problema israeliano” può “ledere la comunità ebraica” perché la sua “immagine può essere compromessa da alcune azioni” del governo di Tel Aviv”. E notare, “il governo di TEL AVIV”!!! Come sperare nel buon senso, dove di senso non ce n’è?

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