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Come mantenere la presenza dei terroristi nella società… e in un museo

giugno 15, 2013

Ahlam Shibli è una fotografa palestinese. Il Museo di Arte contemporanea Jeu de Paume, a Parigi, ha avuto la “bella” idea di darle la soddisfazione di inaugurare una sua mostra fotografica, una trilogia: Trackers, Foyer Fantôme e Death, quest’ultima interamente dedicata ai “martiri” e alla loro commemorazione nella società palestinese. Dal 28 maggio 2013 si possono “ammirare” al Museo le foto di appartenenti alle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, per esempio o delle Brigate Izz-ed-Din al Qassam, formazione di Hamas o del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. Tutte organizzazioni considerate terroristiche dall’Unione Europea. E’ il Comune di Parigi che paga la mostra.

Foyer Fantôme” si propone di presentare alcune categorie di “esclusi”: ritratti di omosessuali e transgender costretti a fuggire da Pakistan o dal Libano, per esempio, a causa del loro orientamento sessuale. Ma in filigrana a questa denuncia di sradicamento e persecuzione c’è di più. Un’intenzione, uno “sguardo” che si palesa già nel  testo di introduzione della serie “Trackers” , dal 28 maggio al 1 settembre 2013, al Museo Jeu de Paume, che recita:

“Serie realizzata nel 2005, tratta dei Palestinesi di origine beduina che hanno servito o servono ancora come volontari nell’esercito israeliano. Questo progetto si interroga sul prezzo che una minoranza colonizzata è obbligata a pagare alla maggioranza composta da coloni; forse per farsi accettare, forse per cambiare identità, forse per sopravvivere, forse per tutte queste ragioni e per altre ancora”.

Una delle foto della serie “Trackers”

Le foto mostrano palestinesi sradicati ma soprattutto forzati o traditi. I loro volti, le loro labbra semiaperte, i colori sul loro viso ricordano qualcuno che è stato travestito suo malgrado, cambiato, prostituito.

Trackers

Ed arriviamo a “Death”, dedicata agli shahid. Dice la fotografa nell’introduzione a questa serie:

“Questo lavoro tratta del riconoscimento nato dalla Seconda Intifada, la rivolta popolare palestinese contro la potenza coloniale, nei territori occupati da Israele dal 1967. La Seconda Intifada, che è durata dal 2000 al 2005, ha fatto migliaia di morti tra i palestinesi. Death mostra il modo di ritrovare la presenza di quelli che non ci sono più:  combattenti palestinesi, caduti durante la resistenza armata alle incursione israeliane, vittime dell’esercito israeliano uccise in circostanze diverse, (martiri) militanti che hanno compiuto azioni nelle quali erano certi di perdere la loro vita; uomini e donne carichi di esplosivo che si sono fatti saltare per uccidere israeliani (istishadi=testimonianza del martirio); e infine i prigionieri.  I primi sono morti, gli ultimi vivi, condannati alla prigione per il resto della loro vita o quasi. 

Queste rappresentazioni fanno di ogni persona che ha perduto la vita a causa dell’occupazione israeliana in Palestina, un martire. “Death” si limita a rappresentare in qualche modo i martiri e i detenuti… Ognuna di queste rappresentazioni proviene dalle famiglie, dagli amici e dalle associazioni dei combattenti.”

Una delle foto della serie “Death”

E’ cosi’ che Ahlam Shibli ci mostra foto di uomini in atteggiamento di Rambo, assassini che hanno ucciso davvero, glorificati e ingigantiti in una mostra che esalta le loro “gesta”, che li eleva al rango di “combattenti”. Ci mostra il “culto dei martiri” nelle case palestinesi, le loro gigantografie davanti alle quali i bambini sono costretti a crescere, prendendoli ad esempio. Senza una parola di critica o di biasimo. Una delle foto porta scritto:

«La sorella del martire Khalil Marchud spolvera la sua foto nel soggiorno di casa. Il ritratto, dono delle Brigate Abu Ali Mustafa, Marchud è presentato come segretario generale delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Balata.»

Foto di Khalil Marchud

Ecco fatto! Nella trilogia tutti vittime, tutti perseguitati: omosessuali in fuga da regimi omofobi e l’occupazione nazista in Francia, gli orfani abbandonati e i soldati beduini che “per farsi accettare” dai coloni entrano nell’esercito israeliano e e ne restano stravolti, sradicati culturalmente e i terroristi combattenti, morti o imprigionati, che devono restare in qualche modo vivi all’interno delle loro comunità.

Dopo le proteste del Crif, l’ondata di sdegno per questa operazione alla quale il Museo Jeu de Paume si è prestato, ha raggiunto Israele, a seguito della visita dell’ambasciatore israeliano a Parigi. La direzione del Museo si è trovata in un certo imbarazzo:

«Il Jeu de Paume rifiuta fermamente le accuse di apologia o di compiacimento del terrorismo, e denuncerà tutti coloro che hanno indirizzato minacce al Museo. Ahlam Shibli, artista internazionalmente riconosciuta, propone una riflessione critica sul modo di reazione di uomini e donne di fronte alla privazione di un focolare che li costringe a costruirsi, costi quel che costi, altri luoghi di appartenenza.  Nella serie “Death”, concepita specialmente per questa retrospettiva, l’artista Ahlam Shibli presenta un lavoro sulle immagini che non costituisce né popaganda né apologia del terrorismo, contrariamente a certi messaggi che il Museo ha ricevuto e che cio’ lasciavano intendere. Come spiega l’artista stessa: “Non sono una militante (…) Il mio lavoro è mostrare, non denunciare né giudicare “. “Death” esplora il modo con il quale i Palestinesi scomparsi – i martiri, secondo il termine usato dall’artista-  sono rappresentati negli spazi pubblici e privati (affissioni e/o graffiti per le strade, iscrizioni sulle tombe, altari nelle case…) per mantenere cosi’ una loro presenza nella comunità .»

QUI

From → E in Europa?

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