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Le “ghiotte occasioni”

maggio 1, 2013

Evyatar Borovsky aveva 31 anni. Era un attore della compagnia Ar El Group, padre di cinque figli, ortodosso, abitava in quella zona che tutti si ostinano a chiamare West bank, forse in attesa che con eventuali confini certi arrivi anche una denominazione sicura. Aspettava il suo amico Oshri Maimon, direttore della compagnia, a Tapuach, nel posto di attesa stabilito per chi cerca un passaggio. Dovevano studiare una nuova pièce di quelle che mettevano in scena come supporto psicoterapeutico a chi era stato vittima di traumi.

Ma mentre aspettava l’amico, un appartenente alle Brigate Al Aqsa gli si è avvicinato e l’ha pugnalato al petto, finendolo poi a colpi di pistola. Di Evyatar chi lo conosceva diceva che avrebbe potuto fare il clown, per quel sorriso che aveva sempre stampato sulla faccia. Anche di lui, come di Udi Fogel, di Asher Palmer e di centinaia di altri uomini, donne e bambini non sapremo mai i particolari della sua vita. Per lui, come per Udi, c’è uno sbrigativo “morto un colono” che taglia la testa al toro. Morto per nulla, morto a causa di un odio invincibile. Chi lo ha ucciso non lo conosceva, eppure abitava vicino a lui.

Poche ore prima, a Roma, in un contesto completamente diverso, un uomo sparava a due carabinieri, a sangue freddo, prendendo bene la mira, dopo un viaggio dalla Calabria, con una pistola in tasca. Il ferito più grave rischia di rimanere paralizzato, nel caso ce la faccia a scampare la morte. Aveva perso la moglie da pochi mesi. Nemmeno quello che gli ha sparato lo conosceva. All’arresto ha farfugliato di “ingiustizia sociale”, di “disperazione”. Forse anche il terrorista di Al Aqsa l’ha fatto; avrà forse parlato di “occupazione” e di “resistenza”. E come ha reagito la “società civile”? Nel caso di Evyatar si è ripetuto un copione già visto: due parolette, quell’appellativo “colono” che già da solo è una condanna. All’assassino di Roma hanno dedicato gruppi di sostegno sui social network. I più “moderati” si sono spinti a dispiacersi che ci fosse andato di mezzo un lavoratore innocente, mentre la vittima “giusta” avrebbe dovuto essere un politico.

L’assassino di Evyatar sappiamo chi lo ha armato, conosciamo bene la pedagogia dell’odio praticata nelle scuole della “West Bank”, quelle amministrate da un leader che ha ricevuto pochi giorni fa, dal sindaco di Napoli, la cittadinanza onoraria, definita da De Magistris “occasione ghiotta per Israele” per emendarsi e prendere esempio dall’educazione alla pace praticata dal cittadino onorario.

Dello sparatore di Roma non sappiamo ancora molto, salvo che definirlo sbrigativamente un “disoccupato disperato”, lui, giocatore compulsivo e forse consumatore di cocaina, sembra un po’ troppo semplicistico.

Invece dell’assassino di Evyatar abbiamo visto la foto e l’elogio sulla pagina Facebook di Fatah, quell’organizzazione che fa capo al “cittadino onorario di Napoli”.

Al Zaghal è uno dei detenuti rilasciati nello scambio con Gilad Shalit. Dunque, la politica italiana si sta interrogando per capire se i proclami d’odio e di incitamento alle divisioni sociali che alcuni partiti hanno utilizzato per accrescere il loro bacino di elettori, siano in qualche modo responsabili di fatti come quello di Roma. I politici palestinesi sembrano avere meno dubbi e si affidano direttamente ai social network per far conoscere la loro posizione. Poi ci sono i casi eclatanti, gli outsider, come il sindaco De Magistris che, non solo (forse) si interroga in merito all’utilità dell’odio eletto a propaganda politica in Italia, ma si permette anche di premiare e onorare chi l’odio l’ha scelto come arma da sempre, a duemila e più km di distanza da Napoli. Chissà se il sindaco De Magistris si sarà degnato di dare un’occhiata alla pagina del suo nuovo “cittadino onorario” ed avrà visto gli incoraggiamenti dedicati a Al Zaghal. Chissà se saprebbe definire con parole sue qual è la “ghiotta occasione” da non lasciarsi scappare.

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