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Le insidie della cucina…

aprile 16, 2013

Sappiamo che attaccare Israele fa vendere. Serve a politici in ribasso, ad artisti che sul viale del tramonto incitano al boicottaggio dei prodotti israeliani, a guitti desiderosi di essere citati fra gli “ebrei buoni”, serve a giornalisti mediocri, a filosofi che non filosofeggiano più. Ma che servisse anche a vendere un libro di cucina, questa è una scoperta!

Il Los Angeles Time riporta una entusiastica recensione del libro: The Gaza Kitchen: A Palestinian Culinary Journey, di Carol J. Williams. Insieme agli autori del ricettario, Laila Haddad e Maggie Schmitt, coglie l’occasione per sfornare (tanto per restare in tema) una serie di false accuse contro Israele (“Per i cuochi di Gaza: due parti di riso, una parte di sfida  “). Nell’introduzione al suo colloquio con Haddad e Schmitt, Williams scrive:

Le truppe israeliane hanno imposto uno stretto cordone intorno ai valichi di frontiera di Gaza, all’accesso al mare e allo spazio aereo, da quando la Striscia è, dal 2007, controllata dal gruppo militante islamico Hamas, paralizzando cosi’ un’economia fragile, dove quasi la metà dei residenti è senza lavoro.

Ciò significa che gli abitanti di Gaza devono affrontare sfide quotidiane per mettere i loro cibi in tavola: l’olio d’oliva di produzione locale è scomparso, gli uliveti una volta risplendenti sono saltati sotto i colpi dell’artiglieria. Il profondo canale di migrazione dei pesci, al largo della costa del Mediterraneo, è ora off limits. Anche la tahina rossa, ottenuta dalla particolare tostaura dei semi di sesamo tostatura, specialità di Gaza,  è sbiadita nella memoria, vittima dei controlli sulle importazioni.

Introduzione “ad effetto” certo, ma falsa. In primo luogo, non vi è assolutamente alcuna restrizione sull’importazione di tahina, o di qualsiasi altro cibo, dal giugno 2010. Il “cordone stretto” non esiste, a Gaza entra di tutto, dal valico di Kerem e dal valico di Rafah, salvo quando l’Egitto blocca le entrate. 

E gli ulivi abbattuti dall’artiglieria?

Prima della presa di potere di potere di Hamas, gli ulivi nella Striscia di Gaza occupavano 10826 dunam di terreno, dando un raccolto di 11181 tonnellate di olive.

Nel 2010, cioè in pieno “blocco strangolatore”, i dati riportano 361.440 alberi di ulivo

Nel 2006 c’erano 15 frantoi nella Striscia di Gaza, tutti operativi. Nel 2010 17, dei quali solo uno chiuso temporaneamente. Olio prodotto nel 2006, 1731,1 tonnellate; nel 2010 1839,2.

Ne 2005, una famiglia media di Gaza (7,5 persone) consumava 0,348 kili di tahina al mese. Nel 2010, calcolando che la famiglia tipo scende a 6,5 persone, il consumo mensile è di 0,386 kili.

Nel suo libro Haddad scrive:

Non c’è più nessuno che utilizza semola nei prodotti da forno. I biscotti tradizionali di Gaza sono fatti di semola, olio d’oliva e pasta di datteri. La maggior parte delle persone ora sostituiscono la semola con la farina bianca, olio di soia e  zucchero bianco – roba che si ottiene dalla distribuzione degli aiuti.

Ma nel 2005, una famiglia media di 7,5 persone, a Gaza consumo’ 0,484 chili di semola. Nel 2010, la famiglia media, 6,6 individui, ne ha consumati 0,458 chili al mese, solo leggermente inferiore a quello delle famiglie di 7,5 persone nel 2005.

Bene, i palestinesi possono continuare a fare i loro makrut tranquillamente con datteri, semola e olio d’oliva. Magari se non ricorressero a certi espedienti per assicurare la vendita dei loro libri ci farebbero migliore figura.

articolo originale QUI

One Comment
  1. pazzesco…la quantità di balle che riescono a creare contro Israele è incredibile!

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