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La solitudine dei palestinesi

ottobre 12, 2012

di Efraim Karsh  (The New York Times, 2 agosto 2010)

[traduzione italiana: Fabrizio Comolli]

Si ritiene e si afferma comunemente che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese sia un prerequisito per la pace e la stabilità in Medio Oriente. Dal momento che gli arabi e i musulmani sono così appassionati alla causa palestinese, sostiene questa tesi, lo stallo del conflitto israelo-palestinese alimenta la rabbia e la disperazione regionale, garantisce una base più ampia ai gruppi terroristici come Al Qaeda e ai ribelli in Iraq e ostacola la formazione di una coalizione regionale che aiuti a bloccare lo sviluppo di armi nucleari da parte dell’Iran.

 

Ma alla luce di questa tesi come si dovrebbe interpretare un recente sondaggio svolto dal network televisivo Al Arabiya, dal quale è risultato che uno sbalorditivo 71% degli intervistati arabi non nutre alcun interesse per i colloqui di pace israelo-palestinesi? “Questo è un indicatore allarmante”, si lamenta Saleh Qallab, editorialista del quotidiano panarabo Al Sharq al Awsat. “Gli arabi, sia gli individui sia i regimi, sono sempre stati interessati al processo di pace, al suo sviluppo e ai suoi dettagli, come sono stati sempre impegnati per la causa palestinese in sé.”

Ma la verità è che le politiche arabe, dalla metà degli anni Trenta del XX secolo, suggeriscono il contrario. Mentre la “questione palestinese” è stato a lungo al centro della politica inter-araba, in concreto gli Stati arabi hanno mostrato per il benessere dei palestinesi una preoccupazione molto inferiore a quella per i propri interessi.

Per esempio, era noto a tutti che nel maggio 1948 l’invasione pan-araba dello Stato nascente di Israele era più una lotta per contendersi il territorio palestinese che non una lotta per i diritti nazionali dei palestinesi. Come il primo segretario generale della Lega araba, Abdel Rahman Azzam, una volta ha ammesso a un giornalista britannico, l’obiettivo di re Abdullah di Transgiordania “era di fagocitare le regioni collinari centrali della Palestina, con l’accesso al Mediterraneo a Gaza. Gli Egiziani avrebbero preso il Negev, mentre la Galilea sarebbe andata alla Siria, tranne la parte costiera fino ad Akko, che sarebbe stata annessa al Libano”.

Nel ventennio dal 1948 al 1967, mentre l’Egitto e la Giordania governavano rispettivamente i palestinesi della Striscia di Gaza e in Cisgiordania, gli Stati arabi non posero alcuna base per un processo di identità nazionale palestinese. Essi anzi dimostrarono scarso interesse a proteggere i diritti umani dei palestinesi o addirittura a migliorare la loro qualità di vita – motivo principale per cui 120.000 palestinesi della Cisgiordania (West Bank) traslocarono sulla sponda orientale (East Bank) del fiume Giordano e circa altri 300.000 emigrarono all’estero. “Non ce ne può fregare di meno se anche tutti i profughi muoiono”, disse una volta un diplomatico egiziano, “Ci sono già abbastanza arabi qui intorno.”

Non a caso, gli Stati arabi non hanno mai esitato a sacrificare i palestinesi su vasta scala ogni volta che rispondesse alle proprie convenienze. Nel 1970, quando il suo trono finì sotto la minaccia dell’OLP, l’affabile e completamente occidentalizzato re Hussein di Giordania ordinò l’uccisione di migliaia di palestinesi, evento tragicamente noto come “Settembre Nero”.

Sei anni più tardi, milizie cristiane libanesi, sostenute dall’esercito siriano, massacrarono circa 3.500 palestinesi, la maggior parte civili, nel campo profughi di Beirut (Tel al-Zaatar). Queste milizie di nuovo sterminarono centinaia di palestinesi nel 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila, questa volta sotto l’occhio vigile di Israele. Nessuno degli Stati arabi venne in soccorso dei palestinesi.

Peggio ancora, a metà degli anni ’80, quando l’OLP – ufficialmente designata dalla Lega Araba come “unico rappresentante del popolo palestinese” – cercò di ristabilire la sua presenza militare in Libano, venne espulsa senza tanti complimenti dal presidente siriano Hafez al-Assad.

Questa storia dei leader arabi intenti a manipolare la causa palestinese per i propri fini, ignorando la sorte dei palestinesi, va avanti costantemente. Saddam Hussein, nel tentativo di nobilitare i suoi disegni predatori, nell’agosto 1990 affermò che non avrebbe preso in considerazione la cessazione della sua invasione del Kuwait senza “il ritiro immediato e incondizionato di Israele dai territori arabi occupati in Palestina.”

Poco dopo la Guerra del Golfo, i kuwaitiani decisero di punire l’OLP per il suo sostegno a Saddam Hussein: tagliarono i finanziamenti, espulsero centinaia di migliaia di lavoratori palestinesi e ne ammazzarono alcune migliaia. La loro ritorsione fu così dura che Arafat fu costretto a riconoscere che “ciò che il Kuwait ha fatto al popolo palestinese è peggio di quello che è stato fatto da Israele ai palestinesi nei territori occupati.”

In questo contesto, è un segno positivo che tanti arabi siano apparentemente cresciuti così apatici verso il conflitto israelo-palestinese. Infatti, se l’interventismo egoistico dei regimi arabi ha negato per decenni ai palestinesi il diritto di determinare il proprio destino, allora la migliore, anzi la sola speranza di pace tra arabi e israeliani sta proprio nel ripudiare questo spurio, fasullo legame tra la questione palestinese e gli altri problemi regionali e globali.

 

Prima i palestinesi riconosceranno che la loro causa è solo loro, prima avranno la chance di conciliarsi con l’esistenza dello Stato di Israele e di capire la necessità di una soluzione negoziata.

 

Efraim Karsh, direttore del Middle East Quarterly, è titolare della cattedra di Studi sul Medio Oriente e sul Mediterraneo presso il King’s College di Londra e autore di svariate opere tra cui, recentemente, il volume “Palestina Betrayed” (Palestina tradita).

 

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