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Do you like dhimma?

luglio 30, 2012

Quante volte abbiamo sentito dire che “dato che anche gli arabi sono semiti, com’è possibile siano antisemiti”? E’ una  distorsione semantica che ignora (o preferisce ignorare) la realtà di discriminazione e ostilità araba nei confronti degli ebrei. Gli arabi, come ogni altro popolo, possono infatti essere anti-semiti.

Il termine “antisemita” è stato coniato in Germania nel 1879 da Wilhelm Marr, in riferimento alle manifestazioni anti-ebraiche del periodo e pr dare all’odio per l’ Ebreo un nome che suonasse più scientifico (vedi, Vamberto Morais, A Short History of Anti-Semitism, (NY: W.W Norton and Co., 1976), p. 11; Bernard Lewis, Semites & Anti-Semites, (NY: WW Norton & Co., 1986), p. 81. “Anti-semitismo” è termine accettato per intendere l’odio verso il popolo ebraico.

Mentre le comunità ebraiche nei paesi arabi e islamici se la sono cavata complessivamente meglio rispetto a quelle in terre cristiane d’Europa, gli ebrei non sono rimasti estranei alla persecuzione e alle umiliazioni da parte di arabi e musulmani. Come lo storico Bernard Lewis, della Princeton University,  ha scritto: “L’Epoca d’Oro  della parità dei diritti è  un mito”

Muhammad, il fondatore dell’Islam, si reco’ a Medina nel 622 dC per attrarre seguaci alla sua nuova fede. Quando gli ebrei di Medina rifiutato di convertirsi e respinsero Muhammad, due delle più importanti tribù ebraiche furono espulse;. nel 627, i seguaci di Maometto uccisero tra 600 e 900  uomini, e si spartirono le donne e i bambini ebrei sopravvissuti tra di loro (Bat Ye’or, The Dhimmi, (NJ: Fairleigh Dickinson University Press, 1985), pp. 43-44.)

L’atteggiamento musulmano verso gli ebrei si riflette in molti versetti del Corano, il libro sacro della fede islamica. “Loro [i figli di Israele] sono stati consegnati all’umiliazione e alla miseria. Hanno attirato l’ira di Dio su di loro,  perché hanno negato i segni di Dio e ucciso i suoi profeti ingiustamente e perché hanno disobbedito e furono trasgressori.” (Sura 2: 61). Secondo il Corano, gli ebrei cercano di introdurre la corruzione (5:64), sono sempre stati disobbedienti (5:78), e sono nemici di Allah, il Profeta e degli angeli (2:9798).

Dhimmi

Eppure, in quanto “gente del Libro”, gli ebrei (e i cristiani) sono protetti dalla legge islamica. Il concetto tradizionale di “dhimma” (“atto di protezione”) è stato esteso dai conquistatori musulmani ai cristiani e agli ebrei, in cambio della loro subordinazione ai musulmani. Popoli soggetti al dominio musulmano di solito avevano la scelta tra la morte e la conversione, ma gli ebrei e cristiani, che hanno aderito alle Scritture, furono autorizzati allo status di dhimmi (persone protette) per praticare la loro fede. Questa “protezione” ha fatto poco, però, per assicurare il benessere di ebrei e cristiani soggetti ai musulmani. Al contrario, un aspetto integrante della dhimma era che, essendo un infedele, era necessaria l’aperto riconoscimento della superiorità del vero credente – il musulmano.

Nei primi anni della conquista islamica, il “tributo” (o jizya), pagato come tassa pro-capite annuale, era il simbolo della subordinazione del dhimmi. Più tardi, la condizione d’inferiorità di ebrei e cristiani fu rafforzata attraverso una serie di norme che regolavano il comportamento del dhimmi. Al dhimmi, pena la morte, era vietato deridere o criticare il Corano, l’Islam o Maometto, fare proselitismo tra i musulmani,  toccare una donna musulmana (ma ad un uomo musulmano era permesso prendere una non-musulmana come moglie).

I dhimmi erano esclusi dai pubblici uffici e dal servizio militare, era loro proibito portare armi. Non era loro permesso  cavalcare cavalli o cammelli, costruire sinagoghe o chiese più alte delle moschee,  costruire case più alte di quelle dei musulmani o di bere vino in pubblico. Non erano autorizzati a pregare o piangere a voce alta, cosa che avrebbe potuto offendere i musulmani. Il dhimmi doveva mostrare deferenza in pubblico nei confronti dei musulmani, sempre cedendo il centro della strada. Al dhimmi non era permesso  testimoniare in tribunale contro un musulmano, e il suo giuramento era inaccettabile in un tribunale islamico. Per difendere se stesso, il dhimmi doveva acquistare testimoni musulmani a caro prezzo. Questo impediva in pratica al dhimmi di ricorrere alle vie legali qualora fosse  vittima di un musulmano. (Bat Yeor, pp. 30, 56-57; Louis Gardet, La Cite Musulmane: Vie sociale et politique, (Paris: Etudes musulmanes, 1954), p. 348.)

I dhimmi erano costretti a indossare abiti distintivi. Nel IX secolo, per esempio, il califfo di Baghdad al-Mutawakkil ordino’ un distintivo giallo per gli ebrei, creando un precedente che sarebbe poi stato ripreso, secoli dopo, nella Germania nazista. (Bat Yeor, pp. 185-86, 191, 194.)

Ma torniamo ai giorni nostri e diamo uno sguardo se oggi la dhimmitudine è stata compresa nella sua accezione reale, se il mito del dhimmi felice è sfiorito con il tempo o se, inopinatamente, rivive uno dei suoi periodi di auge.

Scrive Bat Ye’or, scrittrice egiziana:

Chiamo dhimmitudine il sistema giuridico globale, istituito dai conquistatori musulmani per governare i nativi non-musulmani, popolazioni sottomesse dalle guerre jihad. E ‘mia opinione che questo sistema non sia stato completamente studiato. Ci si può giustamente chiedere:

1) Un tale sistema, esiste realmente?

2) In caso affermativo, quali sono le sue caratteristiche?

3) Questa sistema è solo teorico o effettivamente applicato?

4) Se attuato, c’è un dibattito  oggi sulla interpretazione della jihad e della dhimmitudine, e se non vi è alcun dibattito, perché?

Scrive Salvatore Abruzzese, professore ordinario di Sociologia della religione all’università di Trento: «Non si può far finta di non sapere quanto pesino alcune forme ostentate della propria religione. Che del resto, non sono imposte dai testi. (…) Sta di fatto che c’è da chiedersi come sia possibile che solo ora si affronti un problema del genere e non lo si sia fatto 20 anni fa. Anche allora, infatti, i fedeli islamici erano presenti in Europa e pregavano alla stessa maniera.  Ed  Enzo Bettiza aggiunge che questo sentimento di dhimmitudine è una trappola ideata dalle moderne élite islamiste per la conquista dell´Europa e del mondo. Una trappola che già funziona: molti europei, «volenti o nolenti, consapevoli o meno, già collaborano da tempo alla propria metamorfosi in dhimmi». Tra i «servigi» di questa «dhimmitudine occulta» dell´Europa c´è il lassismo nei confronti dell´immigrazione musulmana. C´è la tolleranza dei separatismi culturali sul proprio territorio. C´è la concessione di aiuti finanziari a governi ferocemente ostili all´Occidente. C´è il discredito dello Stato d´Israele. C´è la comprensione per il terrorismo palestinese e islamista. C´è lo scudo umano offerto dai frati francescani ai guerriglieri arabi rifugiati nella basilica di Betlemme. C´è il silenzio su secoli di jihad islamica rimpiazzato dall´autoflagellazione per le crociate: «il male viene attribuito a ebrei e cristiani per non urtare la suscettibilità del mondo musulmano, che rifiuta ogni critica al suo passato di conquiste». Insomma: «L´antico universo della dhimmitudine, con la sottomissione e il servilismo come pegni di sopravvivenza, è stato ricostituito nell´Europa contemporanea».

per protestare contro l’ordinanza che vieta il burqa, due esponenti del PD fanno il bagno in burqini

Nelle Midlands, Inghilterra, esistono 22 tribunali islamici segreti che pronunciano sentenze in perfetta sintonia con la sharia, la legge islamica. Lo rivela il quotidiano online SundayMercury.net che cita un rapporto curato dal Think-tank della Civitas. In altre parole, in Inghilterra esiste un sistema giudiziario islamico parallelamente a quello britannico, come ritenuto inevitabile ed auspiecato già l’anno scorso dal capo della chiesa d’Inghilterra, l’arcivescovo Rowan Williams. I giudici islamici siedono in moschee e centri sociali, con sedicenti studiosi musulmani che pronunciano sentenze – denominate fatwa – online. I casi possono riguardare condanne di omosessuali a dure percosse o l’ordine alla moglie di avere rapporti sessuali con il marito anche mentre cucina. Secondo il rapporto sulla sharia curato dalla Civitas, è impossibile sapere ciò che avviene nel chiuso di questi tribunali, inoltre si teme che ce ne siano altri nel resto del paese.

Il primo tribunale islamico in Gran Bretagna è stato istituito nel 1982 a Leyton, a est di Londra, con il nome di Cerf , Consiglio della sharia islamica. Nel suo statuto il Cerf sancisce la supremaziona della sharia che “incarna inequivocabilmente le leggi supreme della vita e come tale deve essere rispettata”.

Attualmente i fori che seguono i dettami della legge mussulmana sono presenti a Londra, Birmingham, Bradford e Manchester, mentre il nucleo della rete è Nuneaton, nel Warwikshire. La più controversa di queste court si trova a Dewsbury, nel West Yorkshire, ha sede all’interno di quello che un tempo era un tradizionale pub inglese ed è registrata ufficialmente come ente benefico per godere di esenzioni fiscali. Altri due tribunali verrano isituiti prossimamente a Glasgow e Edimburgo.

L’evoluzione di questo sistema giudiziario parallelo è stata possibile grazie ad un comma del British Arbitration Act del 1996, che classifica le corti che fanno riferimento alla sharia come “tribunali arbitrali mussulmani”. Nel rigido sistema di Common Law britannnico è possibile che le parti, di comune accordo, decidano di affidare la soluzione di una controversia ad un terzo, il cosiddetto arbitro.

La legge islamica che si basa sulla sharia si richiama direttamente ai precetti del Corano e il giudice, come ogni fedele mussulmano, prende le decisioni in base al testo sacro.

I tribunali mussulmani hanno formulato le prime sentenze nell’agosto 2007 e ad oggi hanno assunto più di mille decisioni che riguardano cause civili, come sentenze di divorzio o dispute ereditarie.

Uno dei fatti di cronaca che ha attirato l’attenzione su questi tribunali è avvenuto a Nuneaton quando l’eredità di un padre mussulmano non è stata divisa equamente tra le tre figlie femmine e i due maschi, proprio in nome dei precetti della sharia.

Anche in sei casi di violenza domestica la decisione del tribunale è stata contestata, perché i giudici hanno ordinato ai mariti di seguire dei corsi di controllo della rabbia, senza altre punizioni. I sostenitori di questi tribunali sono convinti che in questo modo il matrimonio sia salvo, mentre sembra un modo per sottomettere le donne al giudizio della sharia esonerando i mariti da una vera e propria punizione. Infatti, quasi sempre, le donne vittime di violenza hanno ritirato le accuse e la polizia ha dovuto archiviare ogni inchiesta.

Il tribunale islamico formalizza il talaq, il ripudio della moglie da parte del marito, e il faskh o iil khnul, l’annullamento del contratto di matrimonio da parte della moglie. Comunque, in pochi anni, le sharia courts sono diventate non solo un tribunale che si occupa di problemi familiari e dispute tra vicini, ma che affronta anche sentenze relative a crimini violenti.

Patrick Sookhdeo, direttore dell’Istituto per lo studio sull’Islam e sul Cristianesimo, nel suo ultimo libro “Faith, Power and Territory: A Handbook of British Islam” denuncia che il tribunale mussulmano di Darul Uloom di Londra potrebbe prendere decisione in merito a matrimoni tra minori. Inoltre, sempre secondo quanto riporta Sookheo, la tradizione legale islamica considera le persone non come individui singoli, ma come membri di una comunità religiosa unitaria. Di conseguenza, introdurre la sharia nel sistema giuridico inglese sarebbe solo un primo passo verso l’introduzione di precetti religiosi mussulmani nella vita dell’Inghiterra, che verrebbero gradualmente imposti anche a non fedeli.

Hanno destato qualche critica le parole di Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury e capo della chiesa Anglicana, che ha dichiarato come l’introduzione in Gran Bretagna della legge islamica fosse non solo inevitabile, ma anche desiderabile. Le sue dichiarazioni sono state seguite dalle parole del presidente della Corte Suprema Lord Phillips, che ha espresso il proprio assenso nell’introduzione della sharia nel sistema giuridico inglese.

Peccato che, come sottolinea Yasmin Alibhai-Brown sull’Indipendent, molti mussulmani che vivono in Europa, siano in esilio da paesi come Iran, Egitto, Algeria, Pakistan o Afghanistan. Essi hanno trovato rifugio nei paesi occidentali anche per sfuggire a quelle leggi che credevano ingiuste e, nonostante siano mussulmani devoti, non vorrebbero fosse approvato un sistema morale, educativo e giudiziario simile alle realtà che hanno abbandonato volontariamente. QUI

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