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Chi sono i peggiori nemici dei palestinesi?

luglio 23, 2012

A una domanda del genere c’è chi forse risponderebbe con sicurezza: Israele, magari sorridendo tra sé e sé per l’ingenuità del quesito. Ma siamo sicuri sia cosi’? E siamo sicuri che la domanda sia ingenua? Siamo proprio sicuri che i due “fronti” contrapposti siano i Paesi Arabi su un fronte (accomunati se non altro dal far parte tutti della Umma) e Israele (incaricato di rappresentare l’America e “l’imperialismo”) dall’altra? Vediamo.

L’immagine sopra non mostra palestinesi uccisi dall’esercito israeliano, ma da quello siriano.

“Sparavano alla gente, non sopra le loro teste. Molte persone sono state uccise e ferite”, ha detto Abu Amar, di 50 anni, palestinese che vive nelle vicinanze ed è stato colpito da un rimbalzo mentre cercava di calmare la situazione. In ospedale per le ferite, Abu Amar ha riferito di aver sentito dal personale medico che 13 o 14 persone erano state uccise, e i feriti erano molti di più . I media siriani hanno parlato di un “incidente”.

Erano i rifugiati palestinesi che cercavano di sconfinare attraverso il Golan in Israele, in occasione del giorno della “nakba”. Per i rifugiati palestinesi, ora più che mai, la permanenza in Siria si è fatta problematica: invisi ai ribelli perché un tempo protetti da Assad, sospetti alla presidenza da quando Hamas ha lasciato, nonostante il veto iraniano, la Siria per trasferirsi in Qatar.   No, la Siria non si puo’ dire “palestinian friendly”. E la Giordania?

Le autorità giordane hanno rimpatriato con la forza alcuni palestinesi giunti solo di recente dalla Siria e gli altri sono a rischio di deportazione, dichiara Human Rights Watch.

Palestinesi arrivati in Giordania dalla Siria

“A suo merito, la Giordania ha permesso a decine di migliaia di siriani di attraversare le sue frontiere in modo irregolare e muoversi liberamente in Giordania, ma considera i palestinesi in fuga in modo diverso”, ha detto Gerry Simpson, ricercatore senior e fautore della sezione rifugiati di Human Rights Watch. Dal mese di aprile, le autorità giordane hanno arrestato automaticamente tutti i palestinesi  entrati in Giordania senza passare attraverso un valico di frontiera ufficiale, senza possibilità di rilascio. Niente di tutto cio’ esiste per le migliaia di siriani che entrano allo stesso modo. I Palestinesi dalla Siria, intervistati da Human Rights Watch in Giordania, hanno dichiarato di aver lasciato il paese a causa della violenza e l’insicurezza generale, nelle zone di origine. In risposta alle domande sul rimpatrio forzato e il minacciato ritorno forzato dei palestinesi in Siria, il Dr. Saad al-Wadi al-Manasir,  segretario generale del Ministero degli Interni, ha detto a Human Rights Watch che la Giordania non aveva “invitato alcun palestinese a rientrare”  “e che non vi era stata  nessuna minaccia di respingimento. ” Eppure nel 2010 un gruppo di generali in pensione dell’esercito giordano racconto’ del progetto di ritirare il passaporto giordano ai rifugiati  palestinesi. Perché? Per il timore giordano che una possibile risoluzione del conflitto israelo-palestinese passasse per l’obbligo di farsi carico di un numero di palestinesi maggiore di quello attuale. Non ci sono informazioni attendibili sul numero esatto di palestinesi nel regno. Le autorità sostengono che sono la metà della popolazione, anche se ricercatori indipendenti, stimano siano il 65% della popolazione, su 6 milioni di abitanti. La popolazione palestinese è in gran parte concentrata nelle città importanti, tra cui Amman, Zarqa e Irbid, nonché campi profughi intorno a queste città.

Campo profughi palestinese a Amman

Ma, seppure consistente, la comunità palestinese è ben lungi dall’essere equamente rappresentata in parlamento. Vi è stata una politica sistematica per sradicare i palestinesi dalle principali istituzioni politiche a favore dei giordani della sponda orientale. Eppure Walid Shoebat, un ex terrorista dell’ OLP disse:

“Perché  il 4 giugno 1967 ero un giordano e nella notte sono diventato un palestinese?” No, la Giordania, che  pure è il paese di origine di un gran numero di palestinesi, non è uno Stato amico.

Allora forse il Libano? I profughi palestinesi in Libano esistono ai margini di una questione politica più ampia che riguarda le inconciliabili, settarie fazioni familiari del paese. Le alleanze politiche sono sempre fluttuanti e la questione palestinese  ne diventa quasi del tutto ostaggio. Ma nonostante la simpatia proclamata del Libano con il popolo palestinese, la legge libanese impedisce l’applicazione pratica di questa “simpatia”. Un lungo elenco di professioni e  diritti sono negati a centinaia di  di migliaia di palestinesi. Generazioni di palestinesi rimangono impantanati nella povertà in angusti e squallidi campi profughi, e anche quelli con una buona formazione non hanno diritto alla proprietà di una casa o di un terreno, o a diventare avvocati, ingegneri o medici. Recentemente  un cambiamento nella legge ha concesso loro alcuni diritti  lavorativi, rimuovendo le restrizioni  che obbligavano i palestinesi ai lavori più umili. Con la riforma i palestinesi saranno in grado di godere di permessi al lavoro libero, versare un fondo pensione, e rivendicare gli infortuni sul lavoro – ma non vi è alcuna garanzia che i datori di lavoro li assumeranno, o di come i permessi di lavoro saranno assegnati. Legge, medicina e ingegneria richiedono l’adesione al sindacato del settore prima di poter essere esercitati. Molti palestinesi non possono permetterselo.

Nel campo di Shatila, l’afflusso di lavoratori siriani  ha causato tensioni con le famiglie palestinesi, che li vedono come una minaccia per le giovani donne palestinesi. Incolpare i siriani per la violenza di genere crea un senso di solidarietà nei confronti dello “straniero invasore”, ma distoglie anche l’attenzione dai casi altrettanto gravi di violenza domestica che si svolgono nelle case dei rifugiati palestinesi. Gli alti tassi di disoccupazione per i palestinesi si riferiscono alla loro esclusione non solo dai settori non regolamentati informali, come l’edilizia e il commercio, ma anche dai settori illegali. Quasi 60 anni dopo il loro primo insediamento, i rifugiati palestinesi hanno ancora lo status di residenti temporanei e praticamente illegittimi. No, decisamente nemmeno il Libano è un paese “amico” per i palestinesi.

Beirut, campo profughi

L’Egitto? Fin dal 1978 le successive generazioni di palestinesi non possono frequentare le scuole pubbliche egiziane, devono pagare le tasse universitarie in valuta estera, e non possono lavorare legalmente senza un permesso di lavoro. Nel corso degli anni 1960 e 1970, ai palestinesi in Egitto era stata fornita una certa assistenza da parte dell’autorità egiziana – scuola  primaria, secondaria e universitaria gratuite e  impieghi in posti di lavoro nel settore pubblico. Sin dalla firma del processo di pace con Israele nel 1977 e l’uccisione del Ministro della Cultura nel 1978, tutto è cambiato. I palestinesi non sono più i benvenuti e sono stati tenuti a vivere senza nessuno dei servizi pubblici   disponibili agli egiziani.

In linea di principio, il governo egiziano è stato rispettoso della Risoluzione della  Lega araba del 1954 in merito alla questione dei documenti di viaggio unificati per i rifugiati palestinesi; rilascia documenti di viaggio come carte d’identità. Questo documento di viaggio può essere utilizzato per uscire dall’Egitto a patto che non si superino i sei mesi di soggiorno all’estero. Se  superati, alla persona non è più permesso di rientrare in Egitto. Molte famiglie palestinesi, i cui figli viaggiato per lavoro, studio o matrimonio, vivono la disperazione di non aver mai rinnovato il visto. Il soggiorno dei palestinesi in Egitto richiede il rinnovo del permesso di soggiorno. Le esigenze di rinnovo variano con l’anno di arrivo in Egitto. Per coloro che sono arrivati ​​nel 1948, il permesso di soggiorno è valido per cinque anni, mentre chi è arrivato nel 1967, deve rinnovare ogni tre anni. Alle persone che sono arrivati ​​dopo il 1967 vengono attribuiti i titoli che valgono tra i nove mesi a tre mesi.

Per alcuni, i regolamenti di residenza non possono essere soddisfatti. I giovani che non frequentano la scuola sono invitati a fornire un estratto conto bancario che indica un saldo di almeno 25.000 lire egiziane o di un permesso di lavoro. Un circolo vizioso. Un permesso di lavoro non sarà emesso senza il permesso di soggiorno e  25.000 sterlina non si possono pagare  se non c’è lavoro. Molti uomini vivono nelle ombre dell’ illegalità sono coloro che non hanno un valido permesso di soggiorno. E poi c’è stata la costruzione del muro per impedire l’entrata clandestina di palestinesi e difendersi dal terrorismo di Hamas.

Eppure, sono gli stessi palestinesi di Gaza a dichiararsi “egiziani per una nostra metà e sauditi per l’altra metà”

Vediamo l’Iraq. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), 34.000 palestinesi vivevano in Iraq prima dell’invasione americana del 2003. Molti hanno subito molestie, minacce di deportazione, abusi da parte dei media,  detenzioni arbitrarie, torture e omicidi. Un certo numero di palestinesi  sono ora bloccati nei campi profughi.

Questi furono i Paesi che sostennero la rivolta araba contro Israele, nel ’48. Sono i Paesi che convinsero gli arabi di Palestina a lasciare le loro case, in vista di un ritorno da trionfatori. Fu invece una doppia sconfitta: persero la guerra contro Israele e conobbero l’umiliazione di essere trattati da paria nei Paesi “fratelli”.

Zahir Muhse’in, nella sua intervista al giornale “Trouw”  nel 1977 disse:

“Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo Stato di Israele per la nostra unità araba. In realtà oggi non c’è differenza fra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Solo per ragioni politiche e tattiche parliamo oggi dell’esistenza di un popolo palestinese, dal momento che gli interessi nazionali arabi chiedono che si postuli l’esistenza di un distinto ‘popolo palestinese’ da opporreal sionismo. Per ragioni tattiche, la Giordania, che è uno stato sovrano con confini definiti, non può avanzare pretese su Haifa e Jaffa, mentre, come palestinese, posso indubbiamente rivendicare Haifa, Jaffa, Beer-Sheva e Gerusalemme. Tuttavia, nel momento in cui reclamaremo il nostro diritto di tutta la Palestina, non aspetteremo neppure un minuto a unire Palestina e Giordania “. Illusioni!

I Palestinesi odiano gli israeliani, ma odiano sé stessi  ancora di più. Israele ha integrato i suoi profughi, espulsi dai Paesi arabi o fuggiti dalle persecuzioni e dall’antisemitismo. I Palestinesi nei Paesi arabi sono un ingombro del quale i “fratelli” farebbero volentieri a meno. Eppure, alla domanda iniziale ancora oggi un palestinese risponderebbe senza esitazione: Gli ebrei.

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