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C’è illegalità e illegalità…

luglio 17, 2012

Allora, come chi legge la stampa estera sa (in Italia no, silenzio assoluto) un nuovo rapporto che doveva decidere sulla legittimità delle “colonie” è stato commissionato al giudice Levy, tre mesi fa. Edmond Levy, giudice oggi in pensione, di origine irachena, è lo stesso che condanno’ l’assassino di Rabin al carcere a vita, un campione dei diritti umani, unanimamente stimato per la sua rettitudine.

 

La relazione della Commissione Levy conclude  affermando che la creazione di insediamenti in Cisgiordania non viola il diritto internazionale. Essa afferma che “Israele non rientra nei criteri di ‘occupazione militare’ come definito ai sensi del diritto internazionale” in Cisgiordania, e quindi gli insediamenti e gli avamposti sono legali, poiché non vi è nessuna disposizione del diritto internazionale che vieta l’insediamento ebraico nella zona.  Levy ha anche  criticato la mancanza di una chiara politica vis-a-vis di costruzioni e regolamentazioni.

Le conclusioni della relazione di Levy sono in netto contrasto con precedenti pareri legali, in particolare, quella della  relazione dell’avvocato Talia Sasson, del 2005, commissionata dal primo ministro Ariel Sharon, che invece definiva illegali 120 avamposti.

 

 

Il Rapporto Levy conferma le opinioni di un ampio numero di esperti che hanno a lungo sostenuto la sua stessa tesi: Stephen M. Schwebel, professore di diritto internazionale presso la “School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University (Washington), ex vice consigliere giuridico del Dipartimento di Stato americano e Presidente della Corte Internazionale di Giustizia 1997-2000; Eugene W. Rostow, ex sottosegretario di Stato americano per gli affari politici e Distinguished Fellow presso l’Istituto degli Stati Uniti per la Pace Julius-Stone, uno dei leader del 20 ° secolo tra le autorità esperte in merito di diritto delle Nazioni, Dottore in Scienze Giuridiche di Harvard e professore di Giurisprudenza e Diritto internazionale presso università in Australia e California;  David Matas, avvocato di fama mondiale dei diritti umani  e consigliere onorario di B’nai Brith Canada e David M. Phillips, professore presso la Scuola Northeastern University of Law.

 

 

Naturalmente questo rapporto, ben lungi dall’aver chiuso una questione, ne aprirà invece moltissime altre. Come comportarsi con gli arabi di Giudea Samaria, specialmente in assenza totale di volontà di colloqui di pace da parte di Ramallah? Il portavoce del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, Nabil Abu Rodier ha detto ” Israele non ha alcun diritto di stare su terre palestinesi”, respingendo ovviamente il Rapporto Levy.

Ma non è di questo che volevo parlare. Mentre infuriano le polemiche sul rapporto Levy e il mondo si è assuefatto a parlare di “costruzioni illegali” israeliane, mentre Gaza non sembra potersi scuotere dalla sua oppressione, Ramallah vive un boom di crescita edilizia. Ramallah ha inghiottito la vicina città di El-Bireh e ospita 83.000 palestinesi. Per far fronte al traffico crescente l’Autorità palestinese sta allargando le strade. I prezzi degli immobili sono aumentati del 30 per cento negli ultimi due anni. Gli acquirenti aspettano altri aumenti, anche se statistiche precise sui prezzi non esistono. Una casa a Ramallah è ora due volte più costosa che una a Nablus, città industriale a 45 minuti in auto dal nord. La lontananza non ha impedito a Sowan Ibrahim, un chirurgo plastico di Nablus, di decidere di acquistare a Ramallah. “So che è costoso, ma se volessi poi rivendere, il prezzo potrebbe essere addirittura superiore”, ha detto. “Ho una clinica a Ramallah, così ho comprato un appartamento e ho intenzione di stabilirmi qui” .

“Enorme richiesta”

Oggi, l’economia vivace di Ramallah continua ad attirare i palestinesi da altre città della West Bank, dove ci sono meno posti di lavoro. I posti di blocco che ancora generano lunghe code di traffico sono quelle che danno l’accesso a Gerusalemme. Ramallah è cresciuta di cinque volte dal picco di violenza israelo-palestinese nel 2002, ha detto Ahmad Odaly, capo dell’Unione palestinese Engineers. “C’è una domanda enorme per edifici residenziali”, ha detto. Un appartamento in una zona ricca oggi costa $ 200.000. Chi investe in Ramallah? Un nuovo fondo (americano) di 500 milioni di dollari, gestito dall’Autorità palestinese Palestine Investment Fund (PIF) dovrebbe dare un ulteriore impulso al mercato immobiliare residenziale. L’attività di costruzione va al di là del settore residenziale. La settimana scorsa il PIF ha iniziato a lavorare su un centro commerciale da 400 milioni dollari, composto da 13 torri che svetteranno su Ramallah. Il Centro Ersal ha attirato investimenti da una società dell’Arabia Saudita, la Holding Land, che ha una quota del 10 per cento. Non è l’unica azienda del Golfo Arabo a investire a Ramallah e la sua periferia. La Qatari Diar, società di investimento immobiliare, ha una partecipazione in Rawabi, una città completamente nuova, in costruzione sulle colline al di fuori di Ramallah, per un costo di $ 800 milioni.

Già potrebbe far discutere la faccenda. E’ illegale Israele che costruisce e perché non i palestinesi? Se i territori sono contesi, perché una delle due parti è additata al mondo come “occupante” mentre l’altra puo’ espandersi in tutta tranquillità? Ma c’è di più.

 

 

Secondo alcuni funzionari israeliani l’ufficio OCHA (United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) in Israele finanzierebbe e favorirebbe la costruzione illegale di abitazioni palestinesi in una zona dove non è permesso, in particolare nella zona C della Cisgiordania, a completo controllo israeliano. Le autorità israeliane stanno per questo valutando l’ipotesi di “misure punitive” nei confronti dei dipendenti e dirigenti dell’OCHA.

L’OCHA è un ufficio delle Nazioni Unite, delegato unicamente agli interventi umanitari di emergenza. Iniziò a lavorare in Israele nel 2000 con un piccolo progetto d’emergenza volto alla popolazione palestinese. Da allora le sue attività si sono moltiplicate ma nessuna di queste rientra nel settore “interventi di emergenza” e sembrano piuttosto volte ad acuire le tensioni tra Israele e popolazione araba. Per questo motivo Israele,che ha sempre tollerato queste attività illegali dell’OCHA, sta seriamente valutando l’ipotesi di misure restrittive e di movimento per i dipendenti dell’agenzia ONU. Sono decine le agenzie dell’Onu che operano in Cisgiordania e a Gaza e il loro mandato non è chiaro. Spesso queste organizzazioni operano chiaramente in configurazione anti-israeliana e dispongono di fondi ingentissimi la cui destinazione finale non è chiara. Per questo motivo l’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, ha chiesto all’Onu e in particolare all’OCHA di fare chiarezza sulla loro presenza in Israele e nei territori arabi. Prosor si è detto “molto preoccupato” delle attività, spesso al limite della legalità, di alcune agenzie ONU.

 

 

Dalle Nazioni Unite ancora non è arrivata nessuna risposta né alle richieste di Ron Prosor né alla minaccia israeliana di limitare i movimenti e le operazioni dell’OCHA. Ora, non è grave che un organismo per definizione “super partes” si adoperi in operazioni illegali, proprio mentre da un’altra parte dice di farsi garante dei diritti alla legalità? Misteri…

Grazie a Rightsreporter e Ugo Volli per la segnalazione

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