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Diritto, non Sofferenza

giugno 24, 2012

Questa è la cartina del 1920 di quello che sarebbe dovuto essere il territorio ebraico:

E questa è la cartina finale dei territori assegnati, nel 1922, agli ebrei. Dal Mandato originario furono tagliati il 77% dei territori.

“In Palestina Diritto e non Sofferenza …”

“Quando si chiede cosa si intende per  sviluppo del focolare nazionale ebraico in Palestina, si può rispondere che non è l’imposizione di una nazionalità ebraica sugli abitanti della Palestina nel suo complesso, ma l’ulteriore sviluppo dell’esistente comunità ebraica,  con l’assistenza degli ebrei in altre parti del mondo, in modo che essa possa diventare un centro dal quale il popolo ebraico, nel suo complesso, tragga, per motivi di religione e di razza,  interesse ed  orgoglio. Ma affinché questa comunità possa avere le migliori prospettive di sviluppo libero e per fornire la piena possibilità al popolo ebraico di dispiegare le sue capacità, è essenziale si sappia che cio’ che  è in Palestina è diritto e non  sofferenza. “

Winston Churchill, Segretario di Stato britannico per le colonie, Giugno 1922

Vi siete mai chiesti perché per 30 anni – tra il 1917-1947 – migliaia di ebrei in tutto il mondo si sono svegliati una mattina e hanno deciso di lasciare le loro case e andare in Palestina? La maggioranza lo ha fatto perché ha sentito che, in Palestina, era stata stabilita la casa nazionale del popolo ebraico , sulla base dell’imposizione della  Società delle Nazioni, tramite il documento “Mandato per la Palestina” . Il “Mandato per la Palestina”, un documento storico della Lega delle Nazioni, sanciva il diritto legale degli ebrei a stabilirsi in qualsiasi parte della Palestina occidentale, tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, un diritto inalterato nel diritto internazionale. Il “Mandato per la Palestina” non è stata una breve visione ingenua, abbracciata dalla comunità internazionale. Cinquantuno paesi membri, l’intera Lega delle Nazioni  – lo dichiararono all’unanimità il 24 luglio 1922:

“Considerato  il riconoscimento  dato al legame storico del popolo ebraico con la Palestina ed alle motivazioni a ricostituire la loro casa nazionale in quel paese.”

E ‘importante sottolineare che anche i diritti politici di autodeterminazione in quanto comunità furono garantiti per gli arabi , dalla Lega stessa delle Nazioni in quattro altri mandati  – in Libano e Siria (il mandato francese), Iraq, e più tardi Trans-Giordania [L’Mandato britannico].

Qualsiasi tentativo di negare il diritto del popolo ebraico in Palestina – Eretz-Israel, e di negare loro l’accesso e il controllo nella zona designata per il popolo ebraico dalla Società delle Nazioni è una grave violazione del diritto internazionale.

La “Road Map” , così come la pressione continua del “Quartetto” (USA, l’Unione europea, Nazioni Unite e Russia) a cedere parti di Eretz-Israel, sono contrarie al diritto internazionale, che con fermezza chiede di incoraggiare  “… l’insediamento degli ebrei sul territorio, comprese le terre demaniali e quelle desertiche  non necessarie per fini di pubblica utilità. ” Si richiede inoltre al Mandatario  di “vigilare affinché nessun territorio della Palestina possa essere ceduto o affittato, o in qualsiasi modo messo sotto il controllo del governo di qualsiasi potenza straniera “.

Nel loro tentativo di stabilire la pace tra lo Stato ebraico ed i suoi vicini arabi, le nazioni del mondo dovrebbero ricordare chi è il legittimo sovrano  ed i suoi diritti, ancorati nel diritto internazionale, validi ancora oggi: la nazione ebraica. E a sostegno del popolo ebraico, mi sono seduto e ho scritto questo opuscolo.

Eli E. Hertz

Gli aspetti legali dei diritti degli ebrei ad un focolare nazionale in Palestina

I due eventi più significativi della storia moderna hanno portato alla creazione del Focolare Nazionale Ebraico:

I. Il fondatore del sionismo moderno: Benjamin Zeev (Theodor) Herzl (2 maggio 1860 – 3 luglio 1904)

Dopo aver assistito alla diffusione dell’antisemitismo in tutto il mondo, Herzl si sentì obbligato a creare un movimento politico con l’obiettivo di stabilire un focolare nazionale ebraico in Palestina. A tal fine, riuni’ il primo congresso sionista a Basilea, in Svizzera, nel 1897. Le intuizioni di Herzl e la sua visione appaiono dai suoi scritti:

“L’oppressione e la persecuzione non ci possono sterminare. Nessuna nazione al mondo è sopravvissuta a queste lotte e sofferenze che abbiamo vissuto.  

“La Palestina è la nostra  memorabile dimora storica da sempre. Il nome stesso della Palestina attirerà il nostro popolo con una forza di potere meraviglioso .

“L’idea che ho sviluppato in questo pamphlet è molto antica: è la restaurazione dello Stato ebraico. (The Jewish State by Theodor Herzl, 1896. Translated from German by Sylvie D’Avigdor. This edition was published in 1946 by the American Zionist Emergency Council.)

II. La Dichiarazione di Balfour

Il Foreign Office britannico, 2 novembre 1917

“Caro Lord Rothschild, ho molto piacere a trasmettervi, a nome del Governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni sioniste ebraiche   presentate e approvate dal Consiglio dei Ministri.

“Il Governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo, essendo chiaramente inteso che nulla sarà fatto che possa pregiudicare  diritti civili e religiosi  delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina, o i diritti e lo status politico degli ebrei in qualsiasi altro paese. ” Le sarei grato se vorrà portare questa dichiarazione alla conoscenza della Federatione sionista 

firmato,

Arthur James Balfour [Segretario di Stato agli affari esteri] (The British Foreign Office, November 2, 1917.)

L’origine e la natura del “Mandato per la Palestina”

Il “Mandato per la Palestina”, un documento storico della Lega delle Nazioni,  sancisce il diritto legale degli ebrei di stabilirsi in qualsiasi parte della Palestina occidentale, in un’area di 10.000 metri quadrati- tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

Il documento giuridicamente vincolante è stato  assegnato il 24 aprile 1920, alla Conferenza di San Remo, ed i suoi termini delineati nel Trattato di Sèvres, il 10 agosto 1920. I termini del Mandato  furono  finalizzati e approvati all’unanimità il 24 luglio 1922, dal Consiglio della Società delle Nazioni, che comprendeva, a quel tempo, 51 paesi,  e divenne operativo il 29 settembre, 1923. (I  51 paesi membri della Lega delle Nazioni, nel 24 luglio 1922: Albania, Argentina, Australia, Austria, Belgio, Bolivia, Brasile, India britannica, Bulgaria, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Cecoslovacchia, Danimarca, El Salvador, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, Italia, Giappone, Regno dei serbi, Croati e Sloveni, Lettonia, Liberia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Nicaragua, Norvegia, Panama, Paraguay , Persia, Perù, Polonia, Portogallo, Repubblica di Cina, Romania, Siam, Spagna, Svezia, Svizzera, Unione del Sud Africa, Regno Unito, Uruguay e Venezuela. Verbali delle riunioni del Consiglio, Ginevra, 29 settembre 1923. (11923)

Il mandato ha resistito alla prova del tempo: Il 18 aprile 1946, quando la Società delle Nazioni fu sciolta e le sue attività e compiti trasferiti alle Nazioni Unite, la comunità internazionale, in sostanza, ribadi’ la validità di questo accordo internazionale e  riconfermo’ che il termine “focolare nazionale ebraico” fu deciso dalla volontà della comunità internazionale, nonostante già allora fosse palesemente chiaro che  gli arabi vi si sarebbero opposti, qualsiasi fosse stata la forma.

 

Molti sembrano confondere il “Mandato per la Palestina” [Il Credito], con il mandato britannico [Il fiduciario]. Il “Mandato per la Palestina” è un documento della Lega delle Nazioni che    stabilisce i diritti legali degli ebrei in Palestina . Il mandato britannico, d’altra parte, fu affidato dalla Società delle Nazioni con la responsabilità di amministrare l’area delimitata dal “Mandato per la Palestina”.

La Gran Bretagna [cioè il fiduciario] giro’ la sua responsabilità alle Nazioni Unite, il 14 maggio 1948. Tuttavia, la forza giuridica della Società delle Nazioni il ” Mandato per la Palestina” [cioè, la fiducia] non  termino’ con la fine del Mandato Britannico. Piuttosto,  fu trasferita alle Nazioni Unite.

Il riconoscimento della connessione storica con la Palestina

Cinquantuno paesi membri della Lega delle Nazioni intera – ha dichiarato all’unanimità il 24 luglio 1922:

A differenza degli stati-nazione in Europa, le nazionalità libanese, giordana, siriana e iraqena non si sono evolute. Sono state arbitrariamente create dalle potenze coloniali.

Nel 1919, sulla scia della prima guerra mondiale, l’Inghilterra e la Francia in quanto Fiduciari (ad esempio, per quanto riguardava gli amministratori ufficiali e i mentori) smembrarono l’ex Impero Ottomano, che era crollato un anno prima, in sfere geografiche di influenza. Questo divise il Medio Oriente in nuove entità politiche con nuovi nomi e frontiere. (Bernard Lewis, The Crisis in Islam: Holy War and Unholy Terror ( New York: Modern Library, 2003.) Il territorio fu suddiviso lungo i meridiani della mappa, senza alcun riguardo per le frontiere tradizionali(cioè, la logica geografica e la sostenibilità) o la composizione etnica dellepopolazioni indigene.

La logica prevalente che stava dietro questi stati creati artificialmente era il modo in cui essi rispondevano alle esigenze imperiali e commerciali dei loro padroni coloniali. Iraq e Giordania, per esempio, furono creati come emirati per premiare la nobile famiglia hashemita in Arabia Saudita della sua lealtà verso gli inglesi contro i turchi ottomani durante la prima guerra mondiale, sotto la guida di Lawrence d’Arabia. L’Iraq fu dato a Faisal bin Hussein, figlio dello sceriffo della Mecca, nel 1918. Per premiare il suo giovane fratello Abdullah, con un emirato, la Gran Bretagna taglio’ il 77 per cento del mandato per la Palestina destinato gli ebrei e lo diede a Abdullah nel 1922, creando il nuovo paese di Trans-Giordania o in Giordania, come è stato poi chiamato.

L’odio degli arabi per lo Stato ebraico  ‘non è mai stata abbastanza forte da evitare le sanguinose rivalità che ripetutamente si sono scatenate in Medio Oriente. Questi conflitti furono evidenti nelle guerre civili nello Yemen e Libano, così come nella guerra tra Iraq e Iran,  nell’ uso di gas contro i curdi in Iraq, e nell’uccisione di iracheni da parte di altri iracheni. Il modo in cui le potenze coloniali europee ricavarono entità politiche con poco riguardo per la loro composizione etnica, non solo ha portato a questa violenza interetnica, ma ha anche incoraggiato i regimi dittatoriali, uniche forze capaci di contenere tali entità. (Luglio 11, 2003, Yedioth Aharonoth, in ebraico).

L’eccezione fu la Palestina, o Eretz-Israel – il territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, dove:

Il Mandatario avrà la  responsabilità di porre il paese [la Palestina] in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali che assicurino la costituzione del focolare nazionale ebraico, come previsto nel preambolo, e lo sviluppo di autogoverno delle istituzioni, e anche la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, indipendentemente dalla razza e religione. “

Palestina è un’area geografica, non un anazionalità

LA Palestina si trova sul confine occidentale del continente asiatico tra º N. Latitude 30 e 33 ° N., Longitudine 34 ° 30 ‘E. e 35 º 30′ E.  A nord è delimitata dai territori Mandatari   francesi di Siria e Libano, a est con la Siria e la Trans-Giordania, a sud-ovest dalla provincia egiziana del Sinai, a sud-est dal Golfo di Aqaba e ad Occidente dal Mediterraneo. La frontiera con la Siria è stata stabilita dalla  Convenzione anglo-francese, il 23 dicembre 1920, e la sua delimitazione è stata ratificata nel 1923. In breve, i confini sono i seguenti: –

Nord. – Da Ras en Naqura a est del Mediterraneo alla  punta ovest  di Qadas, per continuare in direzione di Metulla, a nord,   da est a ovest, fino Banias.

Est. – Da Banias in direzione sud est del lago di Hula a Jisr Banat Ya’pub, prosegue, lungo una linea ad est del Giordano e del lago di Tiberiade e alla stazione di El Hamme sulla direzione della linea ferroviaria di Samakh-Deraa , da lì lungo il centro del fiume  Yarmuq  fino alla confluenza con il Giordano, prosegue, lungo il centro del Giordano, il Mar Morto e il Wadi Araba ad un punto sul Golfo di Aqaba due miglia a ovest della città di Aqaba, da lì lungo la costa del Golfo di Aqaba a Ras Jaba.

Sud. – Da Ras Jaba in una direzione generalmente nord-ovest fino al bivio del Neki-Aqaba e la strada Gaza-Aqaba , per giungere a un punto ovest-nord-ovest di Ain Maghara e quindi ad un punto della costa mediterranea a nord-ovest di Rafa.

Ovest. – Il Mar Mediterraneo.

Gli Arabi, le Nazioni Unite ed i suoi organi, e recentemente la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ),  hanno ripetutamente sostenuto che i palestinesi sono un popolo nativo – tanto che quasi tutti lo danno per scontato. Il problema è che quel popolo palestinese senza Stato palestinese è una invenzione. La parola Palestina non è nemmeno Araba. (per approfondire Cercare qui con le parole chiave: territori, palestinesi).

In un rapporto del Governo di Sua Maestà nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, al Consiglio della Società delle Nazioni, in merito all’amministrazione  della Palestina e la Trans-Giordania, per l’anno 1938, fu chiarito che: “la Palestina non è uno Stato , è il nome di un’area geografica” . (Yehoshua Porath, The Palestinian Arab National Movement: From Riots to Rebellion (London: Frank Cass and Co., Ltd., 1977) vol. 2, pp. 81-82).

La Palestina è un nome coniato dai romani circa 135 CE, dal nome di un popolo marittimo del Mar Egeo che si insedio’ sulla costa di Canaan nell’antichità – i Filistei. Il nome è stato scelto per sostituire Giudea, come segno che la sovranità ebraica era stata sradicata, in seguito alle rivolte ebraiche contro Roma.

Nel corso del tempo, il nome latino Filistea è stato ulteriormente imbastardito in Palistina o Palestine. Durante i successivi 2000 anni la Palestina non è mai stata uno Stato indipendente appartenente a qualsiasi popolo, né un popolo palestinese distinto da altri arabi appare durante 1.300 anni di egemonia musulmana nella Palestina ottomana e araba. Nel corso di tale dominio, gli arabi locali futuro  considerati parte dell’impero soggetti all’autorità della Grande Siria (Suriyya al-Kubra) .

Storicamente, prima che gli arabi inventassero il concetto di popolo palestinese come fenomeno esclusivamente arabo, nessun gruppo esisteva. Questo è substanziato  in innumerevoli documenti ufficiali del Mandato britannico  che parlano degli ebrei e di arabi della Palestina – non di ebrei e Palestinesi.

Infatti, prima che gli ebrei locali cominciassero a chiamare se stessi israeliani nel 1948 (quando il nome “Israele” fu scelto per la nuova costituzione dello Stato ebraico), il termine “Palestina”, era applicato quasi esclusivamente agli ebrei e alle istituzioni fondate da nuovi immigrati ebrei, nella prima metà del 20 ° secolo, prima dell’indipendenza dello Stato.

Alcuni esempi:

Il Jerusalem Post, fondato nel 1932, è stato chiamato The Palestine Post fino al 1948.

La Bank Leumi L’Israele, costituita nel 1902, è stata chiamata la “Anglo-Palestine Company” fino al 1948.

L’Agenzia Ebraica – un braccio del movimento sionista impegnato nell’ insediamento ebraico dal 1929 – è stata inizialmente chiamata l’Agenzia ebraica per la Palestina.

Quella che oggi è la  Israel Philharmonic Orchestra, fondata nel 1936 da profughi ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania nazista, fu originariamente chiamata “Palestina Symphony Orchestra”, composta da circa 70 ebrei palestinesi .

La United Jewish Appeal (UJA) è stata istituito nel 1939 come fusione del United Palestine Appeal  e il Joint Distribution Committee.

Incoraggiati dal successo del revisionismo storico e dal lavaggio del cervello del mondo con la “Grossa Bugia” di un popolo palestinese, i palestinesi hanno di recente cominciato a sostenere che sono i discendenti dei Filistei e Canaaniti dell’età della pietra. Sulla base di tale mito, affermano di essere stati “vittime” due volte degli ebrei: per la conquista di Canaan da parte degli israeliti e di nuovo da parte degli israeliani in tempi moderni – per il massimo della menzogna. Gli  archeologi spiegano che i Filistei erano un popolo del Mediterraneo che si insedio’ lungo la costa di Canaan nel 1100 aC. Essi non hanno alcun collegamento con la nazione araba, popolo del deserto che emerse dalla penisola arabica.

Come se il mito non bastasse, l’ex presidente dell’OLP Yasser Arafat ha inoltre affermato, “i palestinesi sono i discendenti dei Gebusei“, che sono stati cacciati quando il re Davide conquistò Gerusalemme. Arafat ha inoltre sostenuto che “Abramo era un iracheno.” Una vigilia di Natale, Arafat ha dichiarato che “Gesù era un palestinese,” una pretesa assurda che riecheggia le parole di Hanan Ashrawi, un’ araba cristiana che, in un’intervista durante la Conferenza di Madrid del 1991, ha detto: “Gesù Cristo è nato nel mio paese, nella mia terra“, e ha sostenuto che lei era ” discendente dei primi cristiani,” discepoli che diffusero il vangelo attorno a Betlemme, circa 600 anni prima della conquista araba. Se le sue affermazioni fossero vere,  equivarrebbe a confessare di essere Ebrea!

Le contraddizioni abbondano: i leader palestinesi sostengono di discendere dai Cananei, i Filistei, i Gebusei e dai primi cristiani. Hanno anche “dirottato” Gesù e ignorato la sua ebraicità, allo stesso tempo sostenendo che gli ebrei non sono mai stati un popolo e non costruirono ì Templi Sacri di Gerusalemme.

Non c’è mai stato uno Stato sovrano arabo in Palestina

L’artificiosità di una identità palestinese si riflette negli atteggiamenti e le azioni dei vicini paesi arabi che non hanno mai riconosciuto uno Stato palestinese.

La retorica dai leader arabi in favore  della falsità  palestinese. Gli stati arabi confinanti, che controllano il 99,9 per cento del Medio Oriente, non hanno mai riconosciuto un’entità palestinese. Essi hanno sempre considerato la Palestina ed i suoi  abitanti parte della grande “nazione araba”, storicamente e politicamente, come parte integrante della Grande Siria – Suriyya al-Kubra – una definizione che includeva entrambi i lati del fiume Giordano .  Negli anni 1950, la Giordania annetté la Cisgiordania dal momento che la popolazione era vista come giordana. La versione ufficiale Giordana di ” costruzione dello Stato giordano” è testimoniata da questo fatto:

“L’identità giordana sottende il significato e il  fondamentale denominatore comune che include l’ identità palestinese, in particolare in vista del comune sviluppo storico sociale e politico delle persone su entrambi i lati del Giordano. … Il governo giordano, in vista del rapporto storico e politico con la Cisgiordania … concede a tutti i profughi palestinesi i pieni diritti di cittadinanza , mentre protegge e  defende i loro diritti politici, in quanto palestinesi (diritto al ritorno o di compensazione). ”

Gli arabi non hanno mai stabilito uno Stato palestinese, quando le Nazioni Unite nel 1947 raccomandarono la partizione della Palestina, e   stabilirono “uno stato arabo e uno ebraico” (non uno stato palestinese, si deve notare). Né gli arabi riconoscono o stabiliscono  uno stato palestinese nel corso dei due decenni precedenti la Guerra dei Sei Giorni, quando la Cisgiordania era sotto il controllo giordano e la striscia di Gaza era sotto il controllo egiziano, né la rivendicazione dei palestinesi arabi all’autonomia o all’indipendenza durante queglii anni sotto il regime egiziano e giordano.

Solo due volte nella storia, Gerusalemme è stata capitale nazionale. In primo luogo come capitale delle due comunità ebraiche durante i periodi del primo e secondo tempio, come descritto nella Bibbia, rafforzato da prove archeologiche e numerosi documenti antichi. E ancora, in tempi moderni, come la capitale dello Stato di Israele. Non è mai stata capitale araba per la semplice ragione che non c’è mai stato uno stato arabo palestinese.

Ben prima del 1967 la decisione di creare un nuovo popolo arabo chiamato “palestinesi”, quando la parola “palestinese” era associata ai tentativi  ebraici, Auni Bey Abdul-Hadi, un leader arabo locale, testimonio’ nel 1937, davanti alla Commissione Peel,:

“Non c’è paese come [la Palestina]! Palestina è un termine inventato dai sionisti! Non c’è la Palestina nella Bibbia. Il nostro paese è stata per secoli, parte della Siria. ”

Il “mandato” definisce il territorio dove gli ebrei possono insediarsi

Il documento “Mandato per la Palestina” non ha fissato confini definitivi. Ha lasciato  al Fiduciario l’ incarico di stipularlo,  in un’appendice vincolante per il documento finale in forma di memorandum. Tuttavia, l’articolo 6 del “mandato” afferma chiaramente:

“L’Amministrazione della Palestina, assicurando nel contempo che i diritti e la posizione di altre sezioni della popolazione non siano pregiudicati, deve agevolare l’immigrazione ebraica in condizioni adeguate e promuovere, in collaborazione con l’agenzia ebraica di cui all’articolo 4, l’insediamento degli ebrei, incluse le terre dello Stato e le terre desolate non necessarie per fini di pubblica utilità. ”

L’articolo 25 incarica il Mandatario di modificare i termini del Mandato nel territorio ad est del fiume Giordano:

“Nei territori compresi tra il Giordano e il confine orientale della Palestina, come deciso in via definitiva, il Mandatario avrà diritto, con il consenso del Consiglio della Società delle Nazioni, di rinviare o sospendere l’applicazione di tale disposizione di questo Mandato, come egli può considerare inapplicabile estenderlo alle condizioni locali … ”

La Gran Bretagna, attivo’ questa opzione, nel sopra citato memorandum  del 16 settembre 1922; il Mandatario rinvio’ alla Lega delle Nazioni, che successivamente approvo’,   facendo di esso una parte vincolante del Mandato” .

Così il “Mandato per la Palestina” porto’ a compimento un quarto stato arabo ad est del fiume Giordano,  nel 1946, quando il Regno hascemita di Transgiordania ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Tutte le clausole relative ad un “focolare nazionale ebraico” non si applicarono a questo territorio [Trans-Giordania] nel mandato originale, come è chiaramente indicato:

“Le seguenti disposizioni del Mandato per la Palestina non sono applicabili nel territorio conosciuto come Trans-Giordania, che comprende tutto il territorio situata ad est di una linea tracciata da … il centro del Wady Araba , Mar Morto e il fiume Giordano. … Il Governo di Sua Maestà accetta la piena responsabilità come Mandatario  per la Trans-Giordania. ”

 

 

La creazione di uno Stato arabo in Palestina orientale (oggi Giordania)  sul 77 per cento delle terre complessive  del Mandato originale, destinato ad un focolare nazionale ebraico in alcun modo modifica lo stato degli ebrei a ovest del fiume Giordano, né inibiscono il loro diritto di stabilirsi in qualsiasi parte della Palestina occidentale, l’area tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.

Questi documenti sono gli ultimi giuridicamente vincolanti per quanto riguarda lo stato di ciò che viene comunemente chiamato “la Cisgiordania e Gaza.” Il memorandum del 16 Settembre 1922  è anche l’ultima modifica ufficiale registrata dalla Società delle Nazioni o dal suo successore legale  – le Nazioni Unite – in conformità dell’articolo 27 del Mandato che afferma inequivocabilmente:

“Il consenso del Consiglio della Società delle Nazioni è richiesto per qualsiasi modifica dei termini di questo mandato.”  (Cerca QUI Carta delle Nazioni Unite)

La Carta delle Nazioni Unite riconosce l’obbligo delle Nazioni Unite di mantenere gli impegni del suo predecessore – la Lega delle Nazioni.

Gerusalemme al tempo del “Mandato”

Esistono due questioni distinte: la questione di Gerusalemme e la questione dei Luoghi Santi. Il professor Sir Elihu Lauterpacht, giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia e editore di fama di una delle ‘bibbie’ del diritto internazionale: International Law Reports ha detto:

“Non solo sono i due problemi distinti, ma sono anche di natura diversa l’uno dall’altro. Per quanto riguarda i luoghi santi, la questione è soprattutto assicurare il rispetto degli interessi esistenti delle tre religioni e  fornire le necessarie garanzie di libertà di accesso, di culto, e di amministrazione religiosa  … per quanto riguarda la città di Gerusalemme,  la questione è istituire un sistema efficace,  in grado di proteggere i diritti dei vari elementi della sua popolazione permanente – cristiana, araba ed ebraica – e garantire la stabilità governativa e la sicurezza fisica, che sono requisiti essenziali per la città dei Luoghi Santi”  (Judge, Sir Elihu Lauterpacht, Jerusalem and the Holy Places (London: The Anglo-Israel Association, 1968)

La nozione dell’ internazionalizzazione di Gerusalemme non è mai stata parte del “mandato”:

“Nulla è detto nel Mandato circa l’internazionalizzazione di Gerusalemme. Infatti Gerusalemme in quanto tale non è menzionata – anche se ospita i luoghi santi. E questo in sé è ora un fatto rilevante. Perché dimostra che nel 1922 non vi era alcuna volontà di identificare la questione dei Luoghi Santi con quella della internazionalizzazione di Gerusalemme. ”

Gerusalemme la capitale spirituale, politica e storica del popolo ebraico è stata, ed è ancora, la capitale politica di una sola nazione – quella appartenente al popolo ebraico. Gerusalemme, città in Palestina, era ed è una parte indiscussa del focolare nazionale ebraico.

 

Il “Mandato per la Palestina” è valida fino ad oggi

Il mandato è sopravvissuto alla fine della Società delle Nazioni. L’articolo 80 della Carta delle Nazioni Unite riconosce implicitamente il “Mandato per la Palestina” della Società delle Nazioni. Questo mandato concesse agli ebrei il diritto irrevocabile di stabilirsi ovunque in Palestina, l’area tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, un diritto inalterato nel diritto internazionale e valido fino ad oggi. Gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria (la Cisgiordania), Gaza e tutta Gerusalemme sono legali. La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito il significato e la validità dell ‘articolo 80 in tre casi distinti:

Il parere consultivo della CIG del 11 luglio 1950: in “. Questione relativa agli Stati del Sud Africa occidentale” Parere consultivo ICJ  del 21 giugno 1971:

“Quando la Società delle Nazioni è stata sciolta, la ragion d’essere [in francese “raison d’être”)  e l’oggetto originale di tali obblighi sono rimasti. Dal momento che il loro adempimento non dipende dall’esistenza della Lega, non potevano essere portati a termine solo perché l’organo di vigilanza aveva cessato di esistere. … La Corte Internazionale di Giustizia ha costantemente riconosciuto che il Mandato  sopravvisse al crollo della Lega [delle Nazioni]. ” Il parere consultivo ICJ  del 9 luglio 2004: “Conseguenze giuridiche della costruzione di un muro nel territorio palestinese occupato“.

In altre parole, né la Corte Internazionale di Giustizia, né l’Assemblea generale dell’ONU possono arbitrariamente modificare lo stato degli insediamenti ebraici come stabilito nel “Mandato per la Palestina”, un accordo internazionale che non è mai stato modificato.

Tutta la Palestina  occidentale , dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, tra cui la Cisgiordania e Gaza, resta aperta ad insediamenti ebraici secondo il diritto internazionale.

(…)

E ‘interessante notare come l’articolo 80, ha fatto la sua strada nella Carta delle Nazioni Unite. Il Professor Rostow ricorda:

“Sono grato al mio dotto amico Dr. Paul Riebenfeld,  per molti anni mio mentore circa la  storia del sionismo, per avermi ricordato di alcune delle circostanze che hanno portato all’adozione dell’articolo 80 della Carta. Forti delegazioni ebraiche che rappresentano diverse tendenze politiche all’interno dell’ebraismo hanno partecipato alla conferenza di San Francisco nel 1945. Il rabbino Stephen S. Wise, Peter Bergson, Eliahu Elath, professori Ben-Zion Netanayu e AS Yehuda, e Harry Selden sono stati tra i rappresentanti ebraici. La loro missione era di proteggere dall’ erosione il diritto di insediamento ebraico in Palestina sotto il Mandato, in un contesto di stati ambiziosi. L’Articolo 80 è stato il risultato dei loro sforzi. ” (Eugene V. Rostow, The Future of Palestine. Adapted from the paper delivered at the American Leadership Conference on Israel and the Middle East on October 10, 1993 in Arlington, Virginia.)

Mito: la Palestina fu promessa agli arabi da Sir Henry McMahon

Affrontando la pretesa araba che la Palestina fosse parte dei territori promessi agli arabi nel 1915 da Sir Henry McMahon, il governo britannico ha dichiarato:

“Pensiamo che sia sufficiente ai fini della presente relazione affermare che il governo britannico non ha mai accettato il caso arabo. Quando è stato presentato ufficialmente dalla delegazione araba a Londra nel 1922, il Segretario di Stato per le Colonie (Mr. Churchill) ha risposto come segue: –

‘Quella [lettera di Sir H. McMahon del 24 ottobre 1915] lettera è citata come intesa a trasmettere la promessa allo sceriffo della Mecca di riconoscere e sostenere l’indipendenza degli arabi nei territori da lui proposti. Ma questa promessa era soggetta alla riserva, contenuta nella stessa lettera, di escludere dal suo campo, tra gli altri territori, la parte della Siria situata a ovest del distretto di Damasco. Tale riserva  è sempre stata considerata dal Governo di Sua Maestà come  riguardante il vilayet di Beirut e del Sangiaccato indipendente di Gerusalemme. L’intera Palestina ad ovest del Giordano è stata quindi esclusa dalla promessa di Sir H. McMahon. ‘

“E ‘stato un vero peccato che, per le  esigenze della guerra, il governo britannico non abbia potuto dichiarare palesemente la sua intenzione allo Sherif. La Palestina, si sarà notato, non è stata espressamente menzionata nella lettera di Sir Henry McMahon del il 24 ottobre, 1915. Né è stato poi fatto alcun riferimento ad essa. In un ulteriore scambio di corrispondenza tra Sir Henry McMahon e lo Sherif le uniche aree rilevanti per la discussione attuale, che sono state menzionate, erano i vilayet di Aleppo e Beirut. Lo Sherif ha affermato che questi vilayet erano puramente arabi, e, quando Sir Henry McMahon ha sottolineato che gli interessi francesi erano stati coinvolti, ha risposto che, mentre lui non recedeva dalle sue pretese sul nord, non voleva ferire l’alleanza tra Gran Bretagna e Francia, e non avrebbe chiesto ‘quello che oggi lasciamo alla Francia, Beirut e le sue coste’,  fino a dopo la guerra. ” (Palestine Royal Report, July 1937, Chapter II, p. 20).

McMahon scrisse una lettera al Times [di Londra] il 23 luglio 1937, confermando che la Palestina era stata esclusa dalla zona promesso all’indipendenza araba e che questo fu ben compreso dal re Hussein. (Memorandum on the British Pledges to the Arabs Report, March 16, 1939).

 

Mito: la “Linea Verde” del 1949  è confine internazionalmente riconosciuto di Israele

I confini di Israele precedenti al 1967  riflettono il dispiegamento delle forze israeliane e arabe sul terreno,  dopo la prima guerra di indipendenza di Israele nel 1948. Il Professor Giudice Stephen M. Schwebel,  ex presidente della Corte internazionale di giustizia ha chiarito nei suoi scritti “Justice in International Laws” che le linee di demarcazione dell’armistizio del 1949 non sono confini permanenti:

“… Gli accordi di armistizio del 1949 preservano espressamente  dalle rivendicazioni territoriali di tutte le parti e non hanno la pretesa di stabilire i confini definitivi tra di loro. ”

La risoluzione 54 dell’ Onu (15 luglio 1948) invita gli arabi ad accettare una tregua e fermare la loro aggressività:

“Tenuto conto che il governo provvisorio di Israele ha manifestato la sua accettazione in linea di principio di un prolungamento della tregua in Palestina, che i membri degli Stati della Lega araba hanno respinto gli appelli successivi del mediatore delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza nella sua risoluzione 53 (1948) del 7 luglio 1948, per il prolungamento della tregua in Palestina, e che cio’ ha ulteriormente sviluppato la ripresa delle ostilità in Palestina ”

La linea di demarcazione che è emersa in seguito alla guerra, è stata decisa sotto l’egida delle Nazioni Unite mediatore Dr. Ralph Johnson Bunche. Questa nuova linea di confine riflette essenzialmente le linee di cessate il fuoco del 1949, che furono chiamate “Linea Verde” per il solo fatto che una matita verde fu utilizzata per disegnare la mappa dei confini dell’armistizio.

Mito: gli arabi palestinesi cercano la pace con Israele

 

La Carta dell’OLP, nota anche come “la Carta Nazionale Palestinese” o “il Patto palestinese”, è stata adottata dal Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) il 01-17 luglio, 1968. Si legge:

“Articolo 2: la Palestina, con i confini che aveva durante il mandato britannico, è un’unità indivisibile territoriale.

“Articolo 9: La lotta armata è l’unico modo per liberare la Palestina.  E’ la strategia globale, non solo una fase tattica. Il popolo arabo palestinese afferma la propria assoluta determinazione e la ferma risoluzione di continuare la loro lotta armata e di lavorare per una rivoluzione popolare armata per la liberazione del proprio paese e il ritorno ad esso. Essi inoltre fanno valere il loro diritto alla vita normale in Palestina e di esercitare il loro diritto all’autodeterminazione e alla sovranità su di essa.

“Articolo 19: La partizione della Palestina nel 1947 e la creazione dello Stato d’Israele sono del tutto illegali, indipendentemente dal passare del tempo, perché erano contro la volontà del popolo palestinese ed al loro diritto naturale nella loro patria, e in contrasto con i principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite, in particolare il diritto all’auto-determinazione.

“Articolo 20: La Dichiarazione di Balfour, il Mandato per la Palestina, e tutto ciò che si è basata su di essi, sono considerati nulli. Le rivendicazioni di legami storici e religiosi degli ebrei con la Palestina sono incompatibili con i fatti della storia e la vera concezione di ciò che costituisce statualità. L’Ebraismo, essendo una religione, non è una nazionalità indipendente. Né gli ebrei costituiscono una singola nazione con una propria identità, sono cittadini degli stati a cui appartengono “. QUI

La Costituzione FATEH si richiama all’articolo 12 per la:

“Completa liberazione della Palestina, e l’obliterazione dell’economia sionista, dell’esistenza politica, militare e culturale”.

Per quanto riguarda come andrà a raggiungere il suo obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica, la costituzione Fateh, l’articolo 19, non ha mezzi termini:

“La lotta armata è una strategia e non una tattica, e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nella lotta di liberazione e per sradicare la presenza sionista, e questa lotta non cesserà a meno che lo stato sionista sia demolito e la Palestina completamente liberata . ” QUI

 

La Carta di Hamas (acronimo di “Movimento di Resistenza Islamico”) afferma nel suo secondo comma:

“Israele sorgerà e rimarrà eretto finché l’Islam non lo eliminerà, come ha eliminato i suoi predecessori. Il martire, Imam Hassan al-Banna, Possa Allah pregare per  la sua anima. ”

QUI l’articolo originale

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29 commenti
  1. Panda permalink

    Questa ricostruzione mi pare un tantinello one-sided. Trovo soprattutto notevole che del British White Paper del giugno ’22, da cui si trae anche il titolo all’articolo, si citi solo quel pezzetto sull’ulteriore sviluppo della comunità ebraica nel contesto di una ricostruzione che tenta di accreditare l’attribuzione esclusiva dell’intera Palestina mandataria alla costituzione di un focolare nazionale ebraico (che peraltro nei documenti dell’epoca non era sinonimo di stato), senza parità di diritti politici per gli arabi, quando il documento in questione dice esattamente il contrario: “The tension which has prevailed from time to time in Palestine is mainly due to apprehensions, which are entertained both by sections of the Arab and by sections of the Jewish population. These apprehensions, so far as the Arabs are concerned are partly based upon exaggerated interpretations of the meaning of the [Balfour] Declaration favouring the establishment of a Jewish National Home in Palestine, made on behalf of His Majesty’s Government on 2nd November, 1917.
    Unauthorized statements have been made to the effect that the purpose in view is to create a wholly Jewish Palestine. Phrases have been used such as that Palestine is to become “as Jewish as England is English.” His Majesty’s Government regard any such expectation as impracticable and have no such aim in view. Nor have they at any time contemplated, as appears to be feared by the Arab deegation, the disappearance or the subordination of the Arabic population, language, or culture in Palestine. They would draw attention to the fact that the terms of the Declaration referred to *do not contemplate that Palestine as a whole should be converted into a Jewish National Home, but that such a Home should be founded `in Palestine.’* In this connection it has been observed with satisfaction that at a meeting of the Zionist Congress, the supreme governing body of the Zionist Organization, held at Carlsbad in September, 1921, a resolution was passed expressing as the official statement of Zionist aims “the determination of the Jewish people to live with the Arab people on terms of unity and mutual respect, and together with them to make the common home into a flourishing community, the upbuilding of which may assure to each of its peoples an undisturbed national development.” (http://avalon.law.yale.edu/20th_century/brwh1922.asp). Non mi pare (e d’altra parte sarebbe assurdo) che nessun altro trattato o accordo dell’epoca consenta di confutare questa interpretazione, tanto meno di contrapporgliene una opposta.
    Trovo anche piuttosto peregrina l’affermazione che il Mandato sarebbe sopravvissuto al ’47. Il parere ICJ del 9 luglio 2004, che parrebbe citato a conferma, dice esattamente l’opposto (par. 162: “Since 1947, the year when General Assembly resolution 181 (II) was adopted and the
    Mandate for Palestine was *terminated*, […]”. Gli altri due documenti richiamati, relativi allo status dell’Africa Sud Occidentale e della Namibia, sono inconferenti perché riguardano situazioni di non raggiunta indipendenza nazionale dei territori già sottoposti a mandato di cui la ex potenza mandataria (il Sud Africa) tentava di alterare unilateralmente lo status; Israele è diventato indipendente (ma se anche nella Dichiarazione di Indipendenza c’è scritto che il Mandato è giunto al termine!) e può quindi negoziare direttamente e accettare, come ha fatto, la risoluzione 181.
    Ho letto anche l’articolo originale, che cita il Rapporto della Commissione Peel. Se l’autore ha ragione a sostenere che il Mandato per la Palestina era diverso da quello per Siria e Libano, mi pare si esprima in modo poco chiaro (e certamente fuorviante più sopra titolando “Political Rights in Palestine Were Granted to Jews Only”), quando sotto chiosa “The “inhabitants” of the territory for whom the “Mandate for Palestine” was created, who according to the Mandate were “not yet able” to govern themselves and for whom self-determination was a “sacred trust,” were not Palestinians, or even Arabs. The “Mandate for Palestine” was created by the predecessor of the United Nations, the League of Nations , for the Jewish People”. E’ verissimo che solo a beneficio degli ebrei esisteva l’obbligo di creare le condizioni per una National Home (cioè agevolarne l’immigrazione e garantire la sicurezza e l’autogoverno della loro comunità) ma sulla potenza mandataria gravavano anche (e cito da pag. 39 del Rapporto)
    “(ii) the obligation in the same articles to safeguard the rights of all the inhabitants of Palestine and in particular those of non- Jews;
    (iii) the obligation in Articles 2 and 3 to develop self-governing institutions and encourage Iocal autonomy”
    Precisando poi che questa “third” obligation “applies equally to Jews and Arabs.” Ovvero la prospettiva era quello di un unico stato binazionale con pari diritti politici: se si è poi arrivati a un’altra soluzione (già proposta nel rapporto stesso, peraltro) forse un motivo ci sarà pure stato e tentare di far arretrare di trent’anni il dibattito (esprimendo una posizione che non è quella di Israele) col pretesto del dirito internazionale, prima che giuridicamente infondato, lo trovo politicamente equivoco perché allora bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo e assumersi la responsabilità di spiegare quale soluzione si intende implementare per la definitiva annessione della West Bank: dare la cittadinanza israeliana a un altro milione e mezzo almeno di arabi? Bella idea. Mantenere la stessa quantità di arabi priva di diritti politici? Espellerli? Cosa, insomma?

    • Come ben sai, Palestina è sempre e soltanto stato un nome geografico. L’esclusione degli abitanti arabi dal progetto, io non l’ho vista, dato che è specificato “E ‘importante sottolineare che anche i diritti politici di autodeterminazione in quanto comunità furono garantiti per gli arabi , dalla Lega stessa delle Nazioni in quattro altri mandati – in Libano e Siria (il mandato francese), Iraq, e più tardi Trans-Giordania [L’Mandato britannico].” Più che leggerci una volontà di esclusione, come mi pare abbia fatto tu, con quest’articolo l’autore vuole riaffermare da un lato l’esistenza continuativa attraverso i secoli di comunità ebraiche sul territorio (quindi il contrario della narrativa palestinese, che ha cercato finora, con successo, di presentare gli ebrei come “invasori” stranieri che nulla avevano a che fare con la Palestina); da un altro lato il rifiuto ostinato degli arabi all’accettazione di insediamenti ebraici prima e dello Stato di Israele dopo. Quello che credo sia importante utilizzare di questo articolo e di altri simili, sono i dati storici che annullano tutta la retorica del “popolo colonizzatore”, “potenza occupante”, piovuto un giorno per disgrazia in quel territorio. Detto questo, in merito ai territori di Giudea Samaria, o se piace di più, West Bank, come di certo ti risulterà essi furono considerati fin dall’inizio possibili “terre di scambio”, cosa che non è potuta essere. Finora ogni proposta, per quanto vantaggiosa, (vedi quella Olmert) è naufragata miseramente per i no arabi. D’altra parte parlare di soluzioni mentre il paese è sotto il tiro di missili non è agevole. Non mi sembra che il famoso “due popoli due stati” da parte israeliana sia mai stato accantonato. E nemmeno credo che, fossero accettate le richieste di base (stop al terrorismo, riconoscimento) sarebbe poi difficile trovare una soluzione per la Giudea Samaria.

      • Panda permalink

        L’autore titola “Political Rights in Palestine Were Granted to Jews Only” ma sono io che voglio vederci una volontà di esclusione. Sarà: meglio così. Ripeto in ogni caso che la soluzione prefigurata dai trattati per la Palestina, Transgiordania esclusa, era quello di un unico stato binazionale con parità di diritti politici per arabi ed ebrei, come è evidentissimo leggendosi il rapporto della Commissione Peel e come peraltro sta scritto sui libri di storia, così come è evidente che non è possibile rivendicare un qualche tipo di diritto sui territori del ’67 in nome di una fantomatica continuità mandataria, cosa che a me pare di leggere abbastanza chiaramente nell’articolo. Della fuffa araba, una volta tanto, vorrei evitare di parlare, che mi tocca già farlo altrove fin troppo; certo, mi pare però anche un po’ azzardato, per usare un eufemismo, sostenere che Giudea, Samaria (preferisci il nome biblico? No problem) e Gaza siano *sempre* stati considerati possibile oggetto di scambio da parte dei governi israeliani e sarebbe anche il caso di vedere a chi: ad es. il piano Allon prevedeva semplicemente la restituzione dei territori alla Giordania, non certo la nascita di uno stato palestinese, né credo si possa seriamente sostenere che Begin o il primo Sharon o Shamir vedessero precisamente l’ora di sbarazzarsene (“la Cisgiordania è Palestina” fu proprio Sharon nel ’79 a dirlo e mi pareva di cogliere un’eco abbastanza chiara di questa rivendicazione nell’articolo). Bisogna anche valutare la posizione di Abbas e la disponibilità, zoppicante finché si vuole ma senza precedenti, di cui ha dato prova negli accordi di cooperazione fra Autorità Palestinese e governo israeliano. In ogni caso il nuovo piano di insediamenti (http://www.huffingtonpost.com/hagit-ofran/israel-west-bank-settlements_b_1616793.html) a tutto può giovare meno che a una soluzione della questione (pare che esperti di Medioriente abbiano avvisato Bibi che una terza Intifada è imminente: http://www.nytimes.com/2012/06/24/opinion/sunday/the-third-intifada-is-inevitable.html?_r=2&scp=1&sq=Nathan%20thrall&st=Search). Ma c’è un problema più di fondo che la sinistra israeliana ha posto (vedi questa bellissima intervista alla Sasson: http://www.timesofisrael.com/talia-sasson-we-had-no-state-for-2000-years-why-are-we-now-jeopardizing-its-jewish-democratic-essence/): se si ritiene, e io sono d’accordo con lei, che sia nell’interesse di Israele liberarsi di quei territori (o almeno fermare gli insediamenti!), che ne vada addirittura del suo carattere ebraico e democratico, è prudente rimettere la risoluzione della questione nelle mani dei palestinesi? Forse non è questa la sede per discuterne, me ne rendo conto, ma la risposta a questa domanda mi impensierisce molto.

      • No, sui territori del ’67 il diritto potrebbe essere quello di averli conquistati durante una guerra di difesa, come succede a tutti gli stati del mondo. Salvo per Israele, che ha “l’obbligo” morale di rimetterli in discussione. Preferisco in nome biblico? Preferisco il vero nome a quello fittizio inventato nel ’67, si’ mi pare ovvio. Ah a te risulta una disponibilità di Abbas? Quando? Beit El è stato sgomberato. Ti faccio una domanda: come sai il territorio del quale parliamo è diviso in zona a controllo israeliano, zona esclusivamente a controllo palestinese e zona a controllo misto. lasciamo anche perdere il fatto che ad un israeliano sia proibito entrare in zona palestinese (sarà punito per legge ecc) https://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/06/24/eh-quando-si-dice-apartheid/
        se israeliani costruiscono in zona israeliana sono più colpevoli di un palestinese che costruisce in zona palestinese? perché questo mi sembra proprio buffo. Cioè, qualsiasi costruzione israeliana, legale o illegale, è accusata di affossare il processo di pace. ma tu pensi che i palestinesi non costruiscano altrettanto e di più? La terza intifada è minacciata a ogni pie’ sospinto, se va come la seconda non la consiglierei a nessuno. L’articolo me lo leggero’, la questione credo che in caso di seria intenzione alla pace sarebbe rimessa nelle mani di tutte e due le parti e credo (forse mi sbaglio) che non sarebbero 100 ma nemmeno 200 appartamenti a ostacolarla. Piuttosto ti chiedo, è lecito aspettarsi serie proposte di pace da chi sa solo lanciare missili e minacciare una terza intifada?

      • intanto a quello che dice Sasson “The residents, theoretically, have the possibility to become Israeli citizens, although if you look at the law, in practice, you’ll understand that getting citizenship is very difficult – as easy as bringing down the moon. As for the territory of East Jerusalem, Israel regards it as her territory”. ti invito a leggere questo:
        http://www.haaretz.com/news/israel-reports-jump-in-jerusalem-arabs-seeking-israeli-citizenship-1.232665
        Lascia perdere il perché e il percome; un articolo su un giornale arabo lo attribuiva all’ennesima strategia della “potenza sionista occupante”, pero’ è un fatto. In merito al caso Elon Moreh: L’articolo 46 del Regolamento dell’Aja impedisce ad una potenza occupante di confiscare le proprietà private. In un caso del 1979, Ayyub contro il ministro della Difesa, la Corte Suprema israeliana ha esaminato se le autorità militari avrebbero potuto requisire la proprietà privata per un insediamento civile, Beth El, sulla prova della necessità militare. La teorica e, nel caso specifico, reale risposta fu affermativa. Ma in un’altra decisione simile, lo stesso anno, Dwaikat contro Israele, conosciuto come il caso Elon Moreh, il giudice esploro’ più a fondo la definizione delle necessità militari e respinse le prove addotte, perché i militari avevano accettato passivamente la creazione dell’insediamento Elon Moreh dai suoi abitanti. La decisione del tribunale precluse ulteriori requisizioni di terre palestinesi private per insediamenti civili.

        Dopo il caso Elon Moreh, tutti gli insediamenti israeliani legalmente autorizzati dall’amministrazione militare israeliana (una categoria che, per definizione, esclude “avamposti illegali” costruiti senza autorizzazione preventiva o successiva accettazione) sono stati costruiti sia su terre che Israele caratterizza come proprietà dello Stato o “pubbliche” o, in una piccola minoranza di casi, su un terreno acquistato da ebrei dagli arabi dopo il 1967. Il termine “suolo pubblico” comprende incolti terreni rurali non registrati a nome di nessuno e terreni di proprietà di proprietari assenteisti, entrambe categorie di suolo pubblico rientranti nella legge Giordania e ottomana. Al contrario, il termine esclude le terre registrate a nome di qualcuno diverso da un proprietario assenteista (indipendentemente dal fatto che il terreno sia attualmente coltivato), le terre per le quali esista un atto di titolo (anche se l’atto non è registrato) e il terreno posseduto da un uso normativo . La stipula ultima richiede l’utilizzo continuo del terreno per un periodo di 10 anni. Mi leggero’ meglio l’articolo, pero’ devo dire che alla domanda/affermazione: It wasn’t a settler who killed Rabin. La Sasson non brilla nella risposta: No matter. His orientation was that of a settler. The point isn’t where he lived. (!!!!)

      • Panda permalink

        Sbagli: l’occupazione è legittima solo fino a che sussita da parte di Israele la disponibilità a negoziare circa il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese: è un fatto talmente noto che non credo abbisogni di particolari indicazioni, comunque, oltre ovviamente all’advisory opinion ICJ del 2004, in generale vd. E Benvenisti, The International Law of Occupation, Princeton University Press, Princeton, 1993, pag. 146 (anche se è vero che alla lunga, dopo una definitiva proclamazione di annessione, non si può escludere che la comunità internazionale finisca per ritenere l’acquisizione legittima de facto. E a quel punto si riproporrebbe la domanda che ho fatto e a cui non hai risposto: quel milione e mezzo di arabi, che se ne fa?). Tutti i nomi quando sono usati la prima volta sono un’invenzione. Ulpana Hill è stato sgomberato dopo un indecoroso tira e molla, ma si è trattato solo di una fettina del problema legale degli insediamenti come è facile rendersi conto consultando il sito di peacenow: http://peacenow.org.il/eng/2011Summary (questo naturalmente facendo finta che tutti quanti gli insediamenti non rappresentino una violazione dell’art. 49 della IV Convenzione di Ginevra, come l’universo mondo, e pure Theodor Meron quando ne fu richiesto dall’ufficio del primo ministro di Israele nel ’67 (http://southjerusalem.com/settlement-and-occupation-historical-documents/), ritiene. Naturalmente conosco il caso Elon Moreh, ma conosco anche il rapporto Sasson redatto nel 2005 da cui risulta che insediamenti illegali, con la complicità di funzionari governativi, ne sono stati costruiti parecchi, anche su proprietà privata palestinese. Faccio presente che se sulla Convenzione dell’Aja la Corte Suprema israeliana si è pronunciata, nel senso di ritenerla diritto consuetudinario direttamente applicabile, sull’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati direttamente non l’ha fatto, ma incidentalmente sì e parrebbe favorevole: vd. sempre l’advisory opinion del 2004). Su Abbas: http://www.geneva-accord.org/mainmenu/abbas-i-choose-netanyahu-as-my-partner-for-peace Sono offerte serie, che meritano di essere esplorate? Secondo Peres sì: http://www.geneva-accord.org/mainmenu/shimon-peres-writes-that-peace-is-necessary-and-possible
        Certo, se le costruzioni palestinesi sono su zone controverse, anche se almeno sono legali, possono rappresentare un ostacolo al processo di pace, senza dubbio. Peraltro le unità israeliane in costruzione nel 2011 risultano essere 3.500. Non mi pare che sia Abbas né a tirare missili (sul blog dell’IDF si trova tutto quel che si deve trovare) né tantomeno a minacciare una terza intifada. Torno a chiedere: ha senso mettere scelte cruciali per Israele in mano palestinese?
        Hai ragione a dire che quella risposta della Sasson è sbagliata, nella forma ancora prima che nella sostanza.
        Ho letto l’articolo di Haaretz: ovvero gli arabi si sono fatti furbi ma per Israele tutti questi nuovi cittadini rappresentano un vantaggio? Ne aggiungiamo un altro milione e mezzo? E’ chiaro che secondo il mio punto di vista questo sarebbe un gran buon affare per gli arabi e uno pessimo per Israele, sì?

      • Ma guarda, a parte che non c’è solo Peace now per informarsi, Ulpana è un problema annoso, già affrontato a suo tempo da Sharon. Ora è stato sgomberato. Cosa che altrove, ad esempio in Italia, accade (quando accade) con tempi molto più lunghi; se ci sono insediamenti su terre private faranno la fine di Ulpana. Belle le parole di Abu Mazen, sembra quasi una richiesta di matrimonio… A parte il fatto che logica vorrebbe che Abbas prima di pretendere si impegnasse, tanto per dirne una, a impedire che l’altra parte del suo cielo si diverta a fare il tiro al bersaglio con Israele. Khaled Abu Toameh scrive: Abbas knows that the future of the settlements will be determined only through direct negotiations with Israel. He also knows that some of the settlements will stay in their place even after the signing of a final and comprehensive peace treaty between Israel and the Palestinians. In 2005, Israel destroyed more than 20 settlements and evicted 8,000 Jewish settlers from the Gaza Strip. The move did not leave an impression on the overwhelming majority of Palestinians, especially those affiliated with Hamas and radical groups in the Gaza Strip. Hamas and its allies misinterpreted the disengagement from the Gaza Strip as a sign of weakness, not a goodwill gesture on the part of Israel.Even if Israel tomorrow dismantled 90% of the settlements in the West Bank, who said that the Palestinians will take to the streets to sing the Israeli national anthem? Settlements may be a problem, but they are certainly not the major obstacle to the peace process. There are, meanwhile, many other major obstacles to peace. These include the rise of Islamists to power in the Arab world, the ongoing power struggle between Fatah and Hamas and the reality that the Gaza Strip has been turned into a center for global jihad and a front for Iran’s extremist rulers. The major obstacle to peace is the increasing radicalization of the Arab and Islamic masses and the continuing demonization of Jews. As far as many Arabs and Muslims are concerned, Israel is one big settlement that needs to be removed. Another major obstacle to peace can be found in the irony that Abbas does not seem to have a mandate from his people to make any concessions to Israel. A president who cannot even visit his private residence in the Gaza Strip will never be able to deliver anything on any front. Quindi intanto sarebbe bene ridimensionare l’importanza degli insediamenti e non far finta che siano LA motivazione che allontana la pace. Poi, i confini del ’67 quali sarebbero? La linea armistiziale? Ma chi crede di prendere in giro Abbas? Abu Mazen è in difficoltà, la corruzione sua e della sua famiglia non è stata soffocata, come sperava, con gli arresti e le minacce dei bloggers che la denunciavano. I suoi “doni” americani sono a rischio, e se sono a rischio quelli americani possono diventarlo anche quelli europei. Questo un aspetto delle sue parole (ah parole parole parole, parole tra noi…). L’altro potrebbe essere l’interesse che le grandi potenze cominciano a mostrare per l’enorme deposito di gas e petrolio che Israele ha scoperto. Russia e Cina sono paesi che hanno molto contato finora nella sovvenzione della “resistenza” palestinese, e sono paesi per i quali l’ideologia non ha senso, contano gli affari. Con l’Iran al tracollo economico e gli ayatollah che cercano già da un po’ di sbarazzarsi di Ahmad El Din Nejad, con la Siria che non è più comodo rifugio e campo di addestramento, Abbas ha tutto l’interesse a mostrare la sua faccia “mite”. Peres crede cosa? che “two states for two peoples living side by side in mutual recognition, security and peace.” ma non mi sembra affatto una novità! Da quanti anni Israele lo dice? Quasi settanta? Il problema è l’altra parte che continua a cancellare dalle mappe scolastiche quello che dovrebbe essere uno dei due popoli e uno dei due stati. Abbas non tira missili no, ma è responsabile o no dell’altra parte della sua amministrazione? E’ responsabile o no per non condannare affatto gli attentati suicidi ma anzi glorificarli con piazze e centri della gioventù intitolati a loro nome? E di Ahlan Tamimi che ha assunto nella televisione di stato (non di Hamas, dell’Amministrazione palestinese) e che può’ sorridente dire che si augura ci siano molti a seguire il suo esempio e che rimpiange solo di non averne ammazzati di più di ebrei è responsabile o no? Secondo me discutere in termini “più arabi fanno male, fanno bene”? è assurdo. Non è assolutamente questo il punto. Secondo me il punto di partenza dovrebbe essere tutt’altro: c’è una parte della società palestinese che si è rotta di questa situazione e vorrebbe vivere in pace? Si’, io penso proprio di si’. C’è da parte israeliana lo stesso interesse? Senz’altro. Quindi, intanto nessuna pretesa da parte di chi, arricchendosi con i “doni” mondiali non si prende nemmeno la briga di guadagnarseli un minimo, assicurando almeno la fine del terrorismo. Destituzione di quelli che si sono resi responsabili della prosecuzione della situazione di conflitto incitando all’odio, “tollerando” il terrorismo per prosperare nella corruzione. E questo lo devono fare i palestinesi, il mondo può’ pero’ smetterla di finanziare i terroristi e i corrotti. Che non sono monarchi inamovibili se non è data loro la possibilità di diventarlo. Trattative serie che partano dal riconoscimento dello Stato ebraico di Israele, come da risoluzione Onu. Riconoscimento dell’illegalità (se illegalità c’è) di OGNI costruzione, sia israeliana che palestinese su territori che sono giuridicamente “non assegnati” e non certo “occupati”. Da li’ in poi, stabilimento di confini certi. Questa è una delle poche, utopistiche alla prova dei fatti, maniere di affrontare il conflitto.

      • Panda permalink

        In Italia c’è l’abusivismo, ma esempi su vasta scala di costruzioni su terre altrui non mi pare proprio: ti risulta altrimenti? E certamente, poco ma sicuro, il governo non si costituisce in tribunale a scopo dilatorio a vantaggio degli abusivisti. Cioè mi stai dicendo che Abbas dovrebbe impegnarsi per conto di Hamas? Sarebbe più onesto dire semplicemente che non si è disponibili a trattare con una dirigenza palestinese che non sia unificata (o, più realisticamente, tagliare fuori Hamas dal tavolo delle trattative, come vuole, non certo irragionevolmente, Bibi). Ho mai detto che gli insediamenti sono LA motivazione che impedisce la pace? Certo sono un elemento importante sul piano simbolico (ma anche pratico se li si piazza su zone particolarmente critiche) e visto che non mi pare Israele abbia chissà quali vantaggi ad espandere insediamenti civili sarebbe proprio un settore su cui è possibile fare concessioni a buon mercato (almeno per il congelamento). Cioè secondo te Abbas ha il pieno controllo di Gaza? Peraltro ricordo che “Abbas is still cooperating with Israel in curtailing Hamas in the West Bank, and is still detaining hundreds of Hamas militants, among them some who were arrested for planning abductions of Israeli soldiers and civilians” (http://www.project-syndicate.org/commentary/ransoming-israel-s-chance-for-peace). E’ nulla? Con ciò non sto certo dicendo che non abbia le sue responsabilità: il discorso di qualche mese fa all’ONU è stato un disastro; scaricare su di lui tutte le colpe è però una comoda scappatoia, almeno stando all’ex capo dello Shin Bet: http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/former-shin-bet-chief-netanyahu-not-interested-in-peace-talks-1.426934. Peraltro ho apprezzato, ma veramente molto, le recenti dichiarazioni di Mofaz (http://www.jta.org/news/article/2012/06/25/3098991/mofaz-gets-attention-with-peace-talks-talk-but-is-bibi-listening): la sua mi pare una proposta che taglia la testa al toro in modo realistico: vediamo come evolverà la situazione. Sui più complessivi scenari geopolitici non azzardo grandi speculazioni; certo, l’interesse di Gazprom per i depositi di Tamar è noto ma gli interessi russi nell’area son ben più complessi (vedi per es.: http://www.stratfor.com/weekly/putins-visit-and-israeli-russian-relations). Su quanto sia guasta la società palestinese possiamo anche essere d’accordo, ma non è certo cosa che si possa cambiare da un giorno all’altro; peraltro di progressi ne sono anche stati fatti, con evidenza: chi proponeva la soluzione dei due stati (che Israele *non* sostiene con continuità da 70 anni, o, ripeto, vuoi dirmi che Begin era per due popoli due stati? O meglio, in un certo senso lo era, solo che il secondo stato era la Giordania) in campo palestinese fino a qualche anno fa non rischiava l’emarginazione politica ma la vita. I territori conquistati con la guerra la ’67 sono occupati per l’universo mondo tranne per il governo israeliano (anche la Corte Suprema pare chiaramente orientata in direzione occupazione): ad ennesima dimostrazione possiamo anche ricordare la dissenting opinion alla già ripetutamente citata advisory opinion del dell’ICJ del 2004 del giudice Buergenthal (http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Peace/dissent.html), illustre docente di diritto umanitario nonché sopravvisuto alla Shoah (anche secondo lui gli insediamenti israeliani violano l’art. 49 della IV Convenzione di Ginevra, guarda un po’). Solo una chiosa finale: “Secondo me discutere in termini “più arabi fanno male, fanno bene”? è assurdo.” Ovvero per te è assurdo preoccuparsi che in Israele rimanga una maggioranza ebraica; io invece penso che il cuore del sionismo sia proprio la possibilità per gli ebrei di essere, e restare, padroni del loro destino.

      • Abbas dovrebbe rendersi responsabile dell’aver accettato cotanti “soci”, certo! Ti sembra strano? Abbas ha il pieno controllo di Gaza???? E chi l’ha detto? Abbas a Gaza ha una casa nella quale non puo’ andare, figurati! Cerca di limitare Hamas? Eh non ne dubito! Chi non cercherebbe di limitare dei soci cosi’ rapaci? Ma quando gli fa comodo annuncia la famosa “riunificazione” che tanta tenerezza fa a chi la immagina da migliaia di chilometri di distanza. E’ la sua storia, da sempre. E i discorsi, come sai, li porta via il vento. No, nemmeno io azzardo ipotesi geopolitiche ma Israele ha effettuato la sua prima consegna di gas. I territori della Cisgiordania sono “non assegnati” per l’universo mondo che conosce i fatti e i documenti, poi c’è l’altro universo mondo che si ciba di propaganda e questo è un altro discorso. Sai no che Goebbels assicurava che una bugia ripetuta un milione di volte diventa verità, e cosi’ è. Nel ’48 dovevano nascere due popoli per due stati: uno ebraico e uno arabo (non palestinese, perché ancora non esistevano con questo nome). Gli ebrei accettarono con gioia, gli arabi mossero guerra. Fatti i conti di quanti anni sono. E le guerre di aggressione qualche conseguenza poi la portano, nei vincitori e nei vinti. Ben prima della rinuncia della Giordania (che prima si allineo’ ai “tre no” di Khartoum, poi si rese conto del pericolo che l’Olp rappresentava per il suo regime,cosa che la indusse a non occuparsi della questione West Bank e a cercare di ridurre la presenza palestinese sul suo territorio), Eugene Rostow, ex preside della Law School di Yale e Sottosegretario di Stato per gli affari politici nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, sostenne che la Cisgiordania avrebbe dovuto essere considerato “territorio non assegnato”, una volta parte dell’impero ottomano. Da questo punto di vista, Israele, piuttosto che semplicemente “occupante belligerante,” ha avuto lo status di “richiedente al territorio.” Gli argomenti di diritto internazionale contro gli insediamenti hanno riposato principalmente su due fonti. Innanzitutto, ci sono i regolamenti dell’Aia del 1907, le cui disposizioni sono progettate principalmente per tutelare gli interessi di un sovrano spodestato temporaneamente, nel contesto di una occupazione a breve termine. Il secondo è del 1949, Quarta Convenzione di Ginevra, il primo accordo internazionale progettato specificamente per proteggere i civili in tempo di guerra.Mentre Israele non era e non è parte del Regolamento dell’Aia, la Corte Suprema israeliana ha generalmente considerato le sue disposizioni come parte del diritto internazionale consuetudinario (cioè, la legge in genere osservata dalle nazioni, anche se non hanno firmato un accordo internazionale in tal senso ) e quindi applicabile in Israele. I regolamenti sono trasparentemente orientati verso occupazioni a breve termine, durante la quale viene negoziato un trattato di pace tra nazioni vincitrici e sconfitte. Il “no” di Khartoum ha segnalato che non ci sarebbero state trattative veloci. Tuttavia, Israele ha istituito e mantiene una supervisione dell’amministrazione militare della Cisgiordania in conformità ai Regolamenti dell’Aja, probabilmente l’unica potenza militare, dalla prima guerra mondiale alla II, a parte gli Stati Uniti (in Iraq) ad averlo fatto. Ad esempio, in coerenza con l’articolo 43 del Regolamento, che invita l’occupante a “rispettare…Se non assolutamente impedito, le leggi in vigore nel paese”. Israele ha prevalentemente continuato a seguire la legge giordana in Cisgiordania, nonostante la Giordania l’avesse illegalmente occupata. La posizione di Israele è stata criticata come una contraddizione, ma il mantenimento generale del diritto giordano può essere giustificato da motivi di stabilità giuridica e il sostegno a lungo termine riflette la maggior parte dei sistemi giuridici, compreso il diritto internazionale. Come vedi, non tutti i pareri sono universalmente concordi e non conta di più il parere di un docente in quanto sopravvissuto alla Shoah. Il cuore del sionismo è che Israele è la terra di tutti gli ebrei del mondo. Questo è il cuore del sionismo, il diritto al ritorno. Ti preoccupano le natalità arabe? A me no. Non vedo assolutamente messa in pericolo la maggioranza ebrea nel paese anche se questo (insieme alla terza intifada) è uno spauracchio molto agitato. La natalità israeliana è in netta crescita e non solo, ebrei di tutto il mondo, specialmente negli ultimi tempi dalla Francia ma anche dall’Italia stanno intraprendendo la loro aliyah. Gli ebrei sono e resteranno padroni del loro destino.

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        Abbas li ha “accettati”, se così ti piace, perché avevano la forza di imporsi, non perché li abbia ordinati a piacere sul menù del ristorante. E le parole nella diplomazia pesano, sia nel bene che nel male. Conosco tutta la disputa giuridica sui territori occupati, ma l’opinione di Rostow (che non è altro che quella ufficiale di Israele) è assolutamente minoritaria, e sostenere che la comunità internazionale, la Croce Rossa (a cui le stesse convenzioni di Ginevra riconoscono un preciso ruolo nell’interpretazione delle stesse), la Corte Internazionale di giustizia, Theodor Meron, perfino la Corte Suprema di Israele siano o sprovveduti o mentitori la trovo una posizione piuttosto fragile, per non dire altro. Non ti preoccupa la natalità araba? Altri sono di diverso avviso: http://www.thejc.com/comment-and-debate/comment/63837/a-demographic-time-bomb-jewish-state-cannot-afford-ignore Sarò ben felice di constatare che sono previsioni infondate e aggiungo che, per quanto l’annessione dei territori occupati senza consenso palestinese sia illegale, se si è pronti ad assumersi la responsabilità internazionale che ne deriverebbe (e su questo ho i miei dubbi che la cosa possa dirsi all’ordine del giorno) e concedere la cittadinanza a tutti gli attuali abitanti non avrei particolari obiezioni di principio. La mia impressione è che, a differenza di quanto piace pensare agli antisionisti, un piano chiaro non ci sia affatto e si navighi a vista: il tempo dirà se in direzione soddisfacente o no.

      • C’è sempre qualcuno nel mondo di avviso diverso. Si’ Abbas li ha accettati e quando gli ha fatto comodo ha anche cercato di farli accettare prima di tutto ai palestinesi e poi al mondo. Che non ci sia un piano chiaro non dovrebbe meravigliare nessuno, visto l’indisponibilità totale di una delle due parti. Sarebbe meglio meno catastrofismo e più azioni positive. Questo è di oggi:
        Israele termina sgombero avamposto illegale Ulpana in Cisgiordania
        LaPresse
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        Gerusalemme, 29 giu. (LaPresse/AP) – Israele ha portato a termine lo sgombero di Ulpana, insediamento ebraico non autorizzato in Cisgiordania dove abitavano circa 30 famiglie di coloni, in seguito all’ordine della Corte suprema. La prima fase dello smantellamento era stata avviata la settimana scorsa, mentre gli ultimi nuclei familiari hanno lasciato le proprie abitazioni la notte scorsa. La polizia israeliana riferisce che i residenti sono andati via in maniera pacifica, ma 15 coloni di un altro insediamento si sono barricati dentro un appartamento di Ulpana per protestare contro l’evacuazione. Il portavoce della polizia, Micky Rosenfeld, spiega che gli agenti hanno buttato giù le porte e arrestato sei manifestanti. La Corte suprema ha ordinato lo smantellamento della colonia lo scorso primo luglio, in quanto questa è stata costruita su un territorio di privati palestinesi. Israele considera illegali gli insediamenti di questo tipo, ma autorizza lavori di costruzione in altri luoghi della Cisgiordania, considerata dai palestinesi parte del loro futuro Stato.
        29 giugno 2012

      • Il finale di questo “stato” è abbastanza ridicolo ed è parere soggettivo dello scrivente, ma quello che è bene sapere è che lo sgombero c’è stato e senza tanti drammi

      • Panda permalink

        Un conto è dire che esiste una differenza di opinioni (poi ognuno valuta e pesa le medesime); tutto un altro che i soggetti che ho elencato (e a cui possiamo ovviamente aggiungere eminenti giuristi israeliani, come Yoram Dinstein, Amnon Rubinstein e quello che è uno dei massimi esperti mondiali di diritto dell’occupazione, ovvero Eyal Benvenisti) sono tutti attori o vittime di menzogna o propaganda: si cade nel ridicolo, secondo me. Il discorso su Abbas avrebbe senso se avesse posto come precondizione per qualsiasi discussione l’inclusione di Hamas, cosa che non mi pare sia; tu dici che c’è un’indisponibilità totale; io prendo atto degli accordi di cooperazione, dell’ottimismo di Peres e delle proposte di Mofaz, in grado al limite di aggirare, almeno in parte, l’ostacolo. Non credo, in tutta onestà, che Sergio della Pergola possa essere considerato un gratuito catastrofista e il peso dei suoi studi nella scelta delle “dolorse concessioni” a Gaza dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che una politica “positiva”, come dici, richiede lungimiranza (peraltro le considerazioni demografiche sono tra i motivi più validi per discostarsi dai confini del ’67 e mi scoccia un po’ lasciare l’argomento a Lieberman). Certo, sono contento anch’io per la relativa tranquillità dello sgombero; contento fino a un certo punto, però, perché (noi sinistri abbiamo il cuore tenero: che ci vuoi fare) a me dispiace anche per i coloni: sarebbe molto meglio prevenire che curare. In ogni caso, visto che non c’è un piano – né una soluzione chiara – la discussione su questi argomenti è inaggirabile: nel suo piccolo mi pare che anche in questa qualcosa di interessante sia venuto fuori.

      • Ma vedo che insisti a farmi dire cose che non ho mai detto! “tutto un altro che i soggetti che ho elencato (e a cui possiamo ovviamente aggiungere eminenti giuristi israeliani, come Yoram Dinstein, Amnon Rubinstein e quello che è uno dei massimi esperti mondiali di diritto dell’occupazione, ovvero Eyal Benvenisti) sono tutti attori o vittime di menzogna o propaganda: si cade nel ridicolo” dove ho definito in questo modo quelli che citi? Ti ho solo risposto che al tuo elenco ne potrei opporre un altro, altrettanto prestigioso e forse più nutrito, di giuristi ed esperti che la pensano in modo opposto e non lo faccio perché credo serva a poco. Poi, che Abbas “includa” o meno Hamas nel “discorso”, Hamas c’è. Semmai potrebbe sollevare interrogativi il fatto che Abbas faccia finta non esista, non ti pare? Sergio Della Pergola è un illustre professore che ha una sua visione della situazione, rispettabilissima e che non necessita di essere bilanciata da nessun altro parere contrario. Ce ne sono, li ho citati ma non in contrapposizione a Della Pergola. Dovevo? Ti ripeto che non esistono “confini del ’67”, esiste solo una linea armistiziale. Obama forse non lo sapeva. Glielo hanno ricordato, si è corretto. Tu invece continui a parlare di confini? Il cuore tenero non credo sia appannaggio né della sinistra né della destra e nemmeno credo c’entri nulla nella discussione che stiamo facendo. Credo anche che destra e sinistra siano collocazioni un po’ troppo facilmente affibbiate, quasi sempre sulla base di stereotipi che hanno fatto il loro tempo. Tu mi fai sapere che sei un “sinistro” (che brutto termine!)? Perché? Perché forse parti dal presupposto che i miei argomenti mi definiscano “destro”? Sarebbe troppo semplice, ma questo è un altro argomento. Attiene all’analisi dei perché e dei percome la sinistra abbia permesso che fosse la “destra” a sostenere le ragioni di Israele. E che un discorso che non abbraccia la narrazione quasi universalmente accettata sia definito “di destra”. Finisco ripetendoti quello che credo fermamente essere il vero ostacolo alla pace: l’interesse di Abbas e ovviamente di Hamas a proseguire nello stallo (certo, ogni tanto interrotto da qualche centinaio di razzi, magari sparati, oh che caso, in concomitanza con le elezioni egiziane). Troppi interessi in gioco, troppa ricchezza piovuta senza muovere un dito, troppo potere gustato e di certo non facilmente cedibile. Dall’altro lato l’incomprensibile, apparente ottusità occidentale che induce gli stati del mondo a continuare a finanziare un movimento terrorista e un governo corrotto. Gli strumenti utilizzati per fare questo sono quelli che conosciamo: la taqiyyah di Abbas quando parla all’occidente, la sua repressione verso i palestinesi dissidenti, il terrorismo di Hamas, interno ed esterno, i media. Ti faccio invece una domanda in merito a qualcosa che mi sta molto a cuore ed alla quale mi piacerebbe, almeno parzialmente, trovare risposta: ti sei mai domandato perché gli stati del mondo continuino a far piovere milioni di dollari annui nelle tasche delle amministrazioni palestinesi? E dico nelle, perché non è certo iniziata con Abbas questa fruttuosa pioggia. Ti sei mai chiesto come mai nessuno stato abbia nemmeno lontanamente mai pensato a mettere, ad esempio, condizioni a questa manna? E come mai, nonostante gli occhi del mondo siano puntati su quella striscetta di terra, nessuno tra gli stati democratici del mondo pensa, ad esempio, a controllare di che genere siano i libri di testo che finanziano? Le trasmissioni televisive che cosa dicano? Salvo poi cascare dal pero quando diventa di pubblico dominio l’esaltazione di Hitler o degli shahid nei libri di scuola elementare, o la demonizzazione dell’Ebreo nelle trasmissioni per l’infanzia. Tutti i finanziamenti dati per infrastrutture mai realizzate. Le opere pubbliche vitali, come gli acquedotti ad esempio, mai realizzate? Ecco, io me lo sto chiedendo da parecchio tempo.

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        Queste le mie parole: “I territori conquistati con la guerra la ’67 sono occupati per l’universo mondo tranne per il governo israeliano […]”
        Queste le tue: “I territori della Cisgiordania sono “non assegnati” per l’universo mondo che conosce i fatti e i documenti, poi c’è l’altro universo mondo che si ciba di propaganda e questo è un altro discorso.”
        E perché non aggiungerlo, invece, quest’elenco? (Shamgar, Rostow e Stone li conosco già).Tutte le informazioni in più servono, ti pare?
        Hamas purtroppo c’è, infatti. Sollevi sospetti sul fatto che Abbas non la nomini quando si dice desideroso di trattare con un interlocutore che non intende includerla nelle trattative; che cosa diresti se invece la nominasse? Peraltro sulle divisioni dei palestinese Israele ha spesso giocato, talvolta in modo irresponsabile, se è vero, come è vero, che inizialmente favorì la Fratellanza musulmana per sgambettare l’OLP.
        Tecnicamente la linea armistiziale non è un confine, vero: ho semplicemente usato un linguaggio atecnico, ma accetto l’appunto.
        Quello sulla sinistra era solo una battuta e su di me: non capisco perché te ne sei sentito chiamato in causa e in ogni caso me ne dispiace; se proprio vogliamo parlarne, comunque, dopo essermi sentito dare del nazista diverse volte, credo di avere un’idea abbastanza precisa di quali sono le posizioni su Isreale nella sinistra italiana, né peraltro io ritengo il mio appoggio – più o meno critico ma in ogni caso *incondizionato* (o, per massima precisione, condizionato a eventi impossibili) – a Israele in contraddizione con la mia collocazione politica (se mai esattamente il contrario).
        Io ho citato della Pergola solo per dire che l’argomento demografico, e quindi la questione di una generalizzata concessione della cittadinanza agli arabi, merita di essere discusso e non può essere liquidato come “assurdo” o “catastrofismo” (se adesso mi dirai che in realtà non l’hai mai fatto dovrò purtroppo prendere atto che ci sono insormontabili problemi di comunicazione).
        A me sembra che la tua analisi della realtà palestinese (su cui ovviamente gravano, ma di gran lunga, le maggiori responsabilità: questo mi pare scontato) sia fondata su un piano sincronico, mentre su quello diacronico non colga degli elementi di evoluzione che pure ci sono anche stati, come la disponibilità (ipocrita? inaffidabile? Anche, sempre) ai due stati di cui parlavo. Per me è un invito a nozze quello di spostare l’analisi sul terreno strutturale ed economico che però purtroppo è quello su cui è più difficile reperire analisi e informazioni chiare (ma il fatto che storicamente i principali finanziatori dei palestinesi sono stati gli Stati arabi penso possiamo darlo per assodato). Come, al massimo, spunto di riflessione direi che il tuo discorso secondo me va proprio radicalizzato: i territori palestinesi sono il regno dell’economia canaglia e della corruzione e in molti la sfruttarno, o sperano di sfruttarla, Israele incluso se è vero come riferisce la Napoleoni nel suo Terrorismo s.p.a. (pag. 112) che “fino al giugno del 2000 Isarele raccoglieva milioni di dollari con imposte dirette e dazi doganali che finivano direttamente nei suoi [di Arafat!] conti privati”, né trascurerei il fatto che il FNP è finanziariamente autonomo dalla fine degli anni ottanta. Ovvero l’attacco al terrorismo dev’essere anche un attacco a tutto campo all’economia e finanza del terrore (a livello globale, ovviamente: ma com’è possibile coagulare interessi e sensibilità in grado di contrastare gli interessi opposti? Questa mi pare la domanda cruciale), perché, detto francamente, così com’è organizzata Hamas le armi non le deporrà *mai*; in loco sarebbe cruciale, credo, la nascita di una società civile economicamente autonoma dalla tenaglia degli stati-guscio, come li chiama la Napoleoni, ma come? Se hai altra bibliografia da indicarmi sarò ben lieto di esaminarla.

      • Allora, inesatta la tua definizione (l’universo mondo li considera occupati), inesatta la mia. James Baker e Madelein Albright hanno inequivocabilmente definito i territori “contesi”. Il Segretario di Stato Rogers, il 29 gennaio 1970, confermò che il ritiro delle forze israeliane non era previsto prima del conseguimento di un accordo di pace: “Non abbiamo mai suggerito alcun ritiro finché non ci fosse stato un accordo scritto, finale e vincolante che soddisfacesse tutti gli aspetti della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza. In altri termini, non abbiamo mai suggerito un ritiro prima di un accordo contrattuale fatto dalle parti, firmato dalle parti in presenza l’una dell’altra, un accordo che avrebbe fornito complete assicurazioni che gli arabi avrebbero ammesso il diritto di Israele ad esistere in pace” I giudici Goldberg e Stephen Schwebel, presidenti della Corte di Giustizia Internazionale. Odio gli elenchi della lavandaia; sei uno che ti informi quindi non ti sarà difficile fartela da solo la lista. Il ridicolo si sfiora quando, abbastanza frequentemente, al termine “territori occupati” aggiungono “palestinesi”. Comunque, 47 insediamenti sono stati costituiti fra il ’67 e il ’79; altri 70 fra l’80 e l’89, solo 5 fra il ’90 e il ’99. L’ultima “colonia” autorizzata dal governo israeliano, Negahot, è del ’99. Nel 2009 le costruzioni in tutte le “colonie” sono state di 1920 appartamenti. Dal ’96 al 2009 sono state costruite 33.591, tutte dentro comunità preesistenti. Nel frattempo, i palestinesi non hanno mai smesso di costruire in Giudea e Samaria, anche mentre gli israeliani frenavano prima informalmente e l’anno scorso bloccavano le loro costruzioni. Ma anche questo lo saprai, credo. La domanda in merito ad Hamas (Sollevi sospetti sul fatto che Abbas non la nomini quando si dice desideroso di trattare con un interlocutore che non intende includerla nelle trattative; che cosa diresti se invece la nominasse?) è secondo me, mal formulata perché parte dall’assunto che l’Anp sia VERAMENTE un interlocutore serio e desideroso di pace e cosi’ non è. Nabil Sha’ath, vice capo negoziare dell’Anp, ha dichiarato alla ANB (Arabic News Broadcast) ” La storia dei ‘due stati per due popoli’ significa che da qualche parte qui intorno ci sarà un popolo ebraico, e qui un popolo palestinese. Questo noi non l’accetteremo mai”. Non è un caso isolato. Israele ha giocato sulla divisione dei palestinesi? Ma veramente la divisione c’è e c’è sempre stata, Israele a parte. Saprai anche, di sicuro, dei militanti delle due fazioni nelle carceri delle rispettive parti avverse. Non è un mistero. Quando dici “la Fratellanza Musulmana” ti riferisci a Hamas? Se è cosi’ ti dico (cosa che anche questa non ti sarà nuova) che la più praticata forma di “mascheramento” all’interno e all’esterno delle società arabe, degli islamisti politici è spacciarsi per “associazioni umanitarie”. Ora è meno facile praticare questa tecnica, ma ancora ci provano, specie in quei paesi nei quali lo stato sociale è inesistente o insufficiente. Ti parlavo dell’atteggiamento della sinistra perché a me per esempio, danno del nazista a sinistra e del comunista a destra. Dello “straniero”, del “razzista” e dell’odiatore. Solo perché, ad esempio, dico che non tutti i bambini morti nelle guerre del mondo possono essere attribuiti a Israele, come invece succede. Chiusa parentesi. In quanto alla realtà palestinese, diciamo che non identifico per forza la popolazione con le sue amministrazioni. So per certo che esiste una opposizione alle attuali amministrazioni, so che esistono gruppi di donne che si battono (tra mille difficoltà e rischi) per un trattamento più dignitoso. So che ci sono bloggers in galera, nelle galere Anp. So che Juliano Khamis è stato freddato dopo una vita passata tra i palestinesi, solo perché di madre ebrea. Se la disponibilità a un’apertura la dovessi vedere, non è certo nei rappresentanti politici palestinesi che la vedo brillare. No, anche sul piano dei “donors” ti devo deludere: è l’America il primo paese donatore, non gli stati arabi. Poi c’è l’Euroipa che fa la sua bella figura. 10.000.000 di euro sono stati il “benvenuto” a Parigi che ha ricevuto Abbas, ma è una goccia nel mare. So che l’economia nei territori palestinesi rassomiglia molto a quella mafiosa, certo. Ma quello che ti domandavo era se tu avessi un’idea del perché l’occidente continui a foraggiarla. Non so quanto segui questo blog, a parte questo articolo sul quale stiamo commentando. Ti vorrei invitare a leggere, se non l’avessi già fatto, due articoli a mio avviso interessanti: https://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/06/11/figli-intraprendenti/
        https://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/10/facciamo-due-conti/
        e questo sulla narrazione “conformista”
        https://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/05/31/la-narrazione-de-leterna-vittima/

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        Territori occupati non vuol dire che esista un obbligo di ritiro immediato, tantomeno unilaterale, ma solo che va applicata la IV Convenzione di Ginevra e nessuna delle argomentazioni giuridiche che ho letto finora regge alla banale constatazione che la Convenzione è stata scritta proprio per evitare buchi nella sua applicazione; naturalmente Israele, che ha ratificato la convenzione nel ’51, avrebbe ben potuto formulare una riserva, però non l’ha fatto, mentre ha accettato il ruolo della Croce Rossa nella sua interpretazione che è sempre stata nel senso della necessaria applicabilità de jure della Convenzione ai territori occupati.
        Sulle costruzioni, quelli che hai riportato sono i dati del CBS, ovviamente; ma se hai letto – come spero tu abbia fatto – il rapporto Sasson sai anche quanto è difficile avere dati precisi, ovvero senza sorvoli aerei è impossibile sapere come stanno esattamente le cose. Al 2005 sappiamo almeno che non settlments ma outposts, illegali, ne sono stati costruiti eccome: almeno 105, di cui 15 collocati su proprietà privata palestinese e 39 su territorio misto (cioè in parte state land, in parte survey land (su cui è vietato costruire) e in parte proprietà privata) e seppure è vero che, proprio in quanto illegali, non sono stati costruiti in seguito a una formale decisione “A substantial number of outposts were built with the involvement of public authorities and State bodies” (http://www.mfa.gov.il/MFA/Government/Law/Legal+Issues+and+Rulings/Summary+of+Opinion+Concerning+Unauthorized+Outposts+-+Talya+Sason+Adv.htm): ora la si può rigirare come si vuole ma questo non è bel vedere e consente anche di capire che razza di patata bollente politica si trovano i governi che devono fare i conti con questa situazione. E infatti il governo l’anno passato ha informato la Corte dell’intenzione di legalizzare 11 outposts la cui sorte al momento pende davanti alla HCJ e la “promotion of plans to legalize hundreds of units of illegal construction in the settlements” (non ripeto il link a Peacenow): a questo punto uno qualche domanda se siano solo i palestinesi a essere o meno interlocutori seri e desiderosi di pace direi che è autorizzato a porsela: pure l’ex capo dello Shin Bet, come hai visto, pare su questa lunghezza d’onda e non per malriposta tenerezza verso i palestinesi, credo. (Con ciò, lo ripeto, non credo all’esistenza del losco piano: semplicemente si è lasciato correre in passato e adesso i nodi stanno venendo al pettine). Sugli insediamenti palestinesi ho già detto: naturalmente sta ai negoziatori israeliani far adeguatamente pesare la cosa.
        Il mio punto fondamentale è: è interesse anche e prima di tutto di Israele sbarazzarsi del problema dei territori occupati? Io penso di sì, perché da un lato non è possibile lasciare la situazione a bagnomaria indefinitamente, dall’altro ritengo in ogni caso, quali che siano le opinioni sulle proiezioni demografiche, avventato dare la cittadinanza a centinaia di migliaia di arabi perché è una decisione irrevocabile di cui si scaricano effetti almeno potenzialmente – vogliamo concederlo? – molto pericolosi sulle generazioni future: dato questo, che fare? Anche solo annunciare l’intenzione di legalizzare outpost non è evidentemente una buona mossa; la società palestinese è quello che è, decenni di retorica antisionista e antisemita non possono sparire da un giorno all’altro: mi pare che la proposta di Mofaz, cioè quella di un processo di pace “a due velocità” sia una delle più interessanti comparse sul tappeto da parecchio.
        Mi riferisco all’organizzazione, cioè appunto la Fratellanza Musulmana, da cui sarebbe poi nata Hamas: Israele l’ha inizialmente guardata con maggior benevolenza, soprattutto in relazione ai finanziamenti, rispetto all’OLP.
        Le mie idee in materia di diritti civili ed economia mi collocano inevitabilmente a sinistra, ma in Italia è una collocazione difficile e penosa: a volte mi basta dire che l’occupazione non è in sé illegale per beccarmi del nazista; un’altra volta ho fatto presente quello che mi pareva l’ovvio, ossia che anche ammesso, ma niente affatto concesso (e da me non lo è), che i palestinesi abbiano un diritto alla resistenza armata all’occupazione, questo ovviamente non li esonera dal rispetto del diritto umanitario e quindi non li autorizza ad ammazzare civili: mi son trovato davanti a gente pronta a giustificare il massacro di Itamar!!! Il fondo del barile l’ho però raggiunto proprio di recente con alcuni giovani (poi 3 o 4 anni in meno di me) del PD: speravo che le posizioni, indubbiamente più corrette (non che ci volesse poi molto, ma lasciamo andare) di quelle del PCI sul conflitto israelo palestinese, grazie anche all’opera preziosa di persone come Colombo o Fiano, avessero dissipato un po’ di pregiudizi: bene, da un lato questi bei tomi erano acritici sostenitori di questo governo di spezzagambe, dall’altro però, loro sì che erano radicali!, sostenevano tranquillamente che l’11 settembre era un complotto ebraico. E’ stato un momento di frustrazione e di amarezza che…vabbeh, lasciamo perdere. La mia battuta originaria si riferiva però anche alla sinistra israeliana e sionista: le posizioni che ho espresso io – e posso farlo solo con chi è molto bene informato, cioè quasi nessuno, perché ad interlocutori come i suevocati puoi forse “concedere” qualcosa? Ovviamente no – sono quelle; le tue, per l’impressione che ne ho avuto, no (non che ci sia niente di male, ovviamente: la democrazia serve per quello).
        Nota bene che io sui finanziamenti ho detto “storicamente”: dubito che negli anni ’60 gli USA o l’Europa (esclusa quella dell’Est, ovviamente) figurassero tra i principali finanziatori dell’OLP. Il blog lo seguo, tempo permettendo.
        Ho letto gli articoli che hai linkato: tutti interessanti, anche se il vero passo da fare è quello di arrivare dai fatti all’analisi strutturale, senza cadere nel moralismo (purtroppo, come dicevo, è difficile: i dati non sono facili da mettere insieme e chi lo fa di solito confeziona una sua narrazione forte). Mi ha colpito l’articolo di Steele: certo, ha ragione che la via è lo sviluppo, ma – e così lo contesto lateralmente – liquidare come “poetico” il razzismo di cui sarebbero vittima i neri americani oggi mi pare molto discutibile: la popolazione carceraria negli USA, elevata quanto in nessun paese occidentale, conta un 40% di neri non ispanici: se non è razzismo cosa sarà, una coincidenza? Se mai si può dire che parlare di razzismo, visto il generale schiacciamento della classe media americana, è riduttivo, ma sostenere indirettamente che non esistono fattori strutturali che impediscono, o rendono assai improbabile, ai neri americani realizzare “il sogno americano” la trovo una favola della buonanotte, così come negare che l’occupazione sia stata e sia anche caratterizzata da elementi di pesantezza per chi la vive, senza con ciò, penso sia chiaro, voler giustificare nulla.

      • Si’ certo, o almeno io lo penso, è interesse, non tanto “sbarazzarsi” che mi dice poco, ma risolvere la questione dei territori contesi. Ma il punto è: prima decidere sui territori e poi il resto o, come logica vorrebbe, inserirli in un processo globale di pace? In un serio processo di pace come potrebbe essere elusa la questione dei territori? Il fatto è che (come abbiamo già ripetuto) Abbas, pur non essendo assolutamente in grado di dettare condizioni, pone la questione dei territori come base preliminare, ben sapendo che sarebbe assolutamente illogico trattarla al di fuori di un piano generale. La cosa sta tutta qui, secondo me. In merito alla disastrosa situazione della sinistra italiana sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Anch’io per tradizione, educazione e pensiero mi colloco a sinistra, ma capire che cosa questo voglia dire oggi è abbastanza difficile. Seguo Emanuele Fiano e a volte mi sembra che i suoi sforzi cadano nel vuoto più assoluto. Il complottismo ma soprattutto, credo, il conformismo del pensiero unico hanno prodotto individui incapaci di distaccarsi minimamente da quella che è la retorica dominante. Anche a me ha colpito Steele, e non mi sembra liquidasse il razzismo come “poetico”, ma piuttosto l’attitudine al “martirio”. Perché pensi che in un paese nel quale la popolazione carceraria sia rappresentata dalla parte “di minoranza” questo AUTOMATICAMENTE significhi razzismo? Conosci un po’ la situazione europea? Non dico italiana, perché l’Italia paragonata a altri paesi europei, rispetto a integrazione degli immigrati è veramente il fanalino di coda. Parlo di paesi come la Francia, il Belgio, l’Olanda, l’Inghilterra dove le politiche di immigrazione sono un po’ più collaudate. Beh, nonostante la parità di diritti (spesso non accompagnata dalla parità di doveri), le innumerevoli azioni sociali ecc. ecc. i figli dei figli degli immigrati degli anni ’50, ’60 popolano le galere. Come mai? Secondo me di questo parlava Steele. Se ti convinci che il tuo fallimento sociale sia “colpa” di qualcun altro, se piuttosto che cercare di valorizzare le tue competenze sprechi le tue energie per commiserarti che cittadino sarai? Obama è presidente. Negli anni ’40 nessun nero avrebbe mai potuto immaginarlo. Il Paese dei Balocchi non esiste certo. Sicuramente farsi largo nella società moderna è impegnativo. Per tutti. Se chi è nato negli anni ’20 poteva accontentarsi di leggere e scrivere correttamente in italiano e negli anni ’60 un diploma di scuola media superiore era già qualcosa, oggi no, questi requisiti non bastano più. E’ utile piangersi addosso? Dipende. Se ti mantiene nella condizione di vittima eterna puo’ anche far comodo come alibi. Poi pero’ arriva il momento che hai bisogno comunque di “riscatto” di “far vedere chi sei”. Steele dice che quando i neri cominciarono a godere dei loro diritti uscirono le bombe e le pistole. Oggi uno come Merah, puo’ trovare il suo “riscatto” sociale massacrando dei bambini, affiliandosi a gruppi che del “piangersi addosso” degli immigrati di quarta generazione hanno fatto il loro bacino di carne da “sacrificio”.

      • Panda permalink

        Sul processo di pace mi pare che ognuno abbia espresso chiaramente la sua opinione, per quanto sia possibile in una questione così complessa.
        Sul resto, io penso che la sinistra italiana si sia semplicemente suicidata e che, bene che le vada, farà la fine del Pasok, e questo per due ragioni: primo per avere spensieratamente abbracciato una teoria economica conservatrice che si discostava da quelle che pure erano posizioni mainstream (la teoria delle aree valutarie ottimali) in quanto pensava di poter offrire un’alternativa il cui peso era però scaricato tutto sulle spalle dei lavoratori (splendida questa sintesi di Krugman di qualche giorno fa: http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/06/24/revenge-of-the-optimum-currency-area/; in Italia degno del massimo apprezzamento lo sforzo divulgativo di Bagnai sul suo blog: http://goofynomics.blogspot.it/); in secondo luogo perché, per quanto anche tutte le sinistre europee siano più o meno cadute nella stessa trappola, queste ultime hanno almeno una cultura, quella socialdemocratica, da cui possono, volendo, reperire gli strumenti per offrire un’alternativa: non è questo il caso del PD, la cui componente comunista non è mai stata riformista mentre del riformismo cattolico si sono perse le tracce molti anni fa. Ora, in una situazione socialmente sempre più difficile di cui non si vedono vie d’uscita non mi stupisco più di tanto che vengano fuori complottismo, razzismo e antisemitismo; il fatto che proliferino anche a sinistra (il buon vecchio socialismo degli imbecilli) e che inoculare anticorpi risulti impossibile temo sia la prova che ormai il paziente è cadavere e bisogna riprendere le fila di un altro discorso che in Italia ha sempre avuto vita gramissima.
        Quello che non mi convince, per usare un eufemismo, dell’analisi di Steele sono diverse cose: prima di tutto trovo risibili le analisi, tanto care alla destra, di società democratiche a capitalismo avanzato in base a cui, una volta riconosciuta la parità formale nel gioco, tutto il resto sta all’individuo: sono favolette che potevano avere una parvenza di credibilità all’epoca di Milton Friedman, ma da allora di acqua (e dati) sotto i ponti ne è passata parecchia e ormai la letteratura sulla crescita delle disugaglianze e il rallentamento della mobilità intergenerazionale in connessione con le politiche repubblicane degli ultimi 30 anni è piuttosto ampia: ex multis, Bartel Unequal Democracy, Princeton University Press, 2008 e, visto che abbiamo parlato di Friedman, Noah The Great Divergence, Bloomsbury Press, 2012, che confuta una per una le rosee profezia dei coniugi “liberi di scegliere” (qui la traduzione italiana della recensione di De Long: http://www.finanzaediritto.it/articoli/l%E2%80%99economia-quando-si-era-%E2%80%99liberi-di-scegliere%E2%80%99-l%E2%80%99amara-rilettura-del-noto-saggio-di-rose-friedman-fatta-da-j-bradford-delong-professore-di-economia-a-berkeley-10900.html). Le teoria del “raddrizzamento culturale” di Steele (che non ha inventato lui, ovviamente, ma è moneta corrente nella destra, anche intellettuale, americana: Sowell e D’Souza, tanto per fare due nomi) la trovo inattendibile sul piano storico (perché la concessione dei diritti civili non è certo stato un punto di arrivo dopo cui è filato tutto liscio: c’è davvero bisogno di ricordare, chessò, gli omicidi di Neshoba?), sul piano sociologico (i risultati di un lavoro come Two Nations di Hacker li trovo difficilmente aggirabili) e dai dati, in particolare da uno (riportato in M. Sylvers, Gli Stati Uniti tra dominio e declino, Editori Riuniti, 1999, pag. 141): tra il 1980 e il 1990 la differenza di patrimonio di una famiglia bianca rispetto a una nera è passata da undici a venti volte, ovvero delle due l’una: o negli anni ’80 i neri americani sono diventati ancora più vittimisti e piagnucolosi o gli effetti sperequativi delle politiche reaganiane (nei libri che ho citato vi sono ampie tabelle e dati sull’argomento) si sono ripercossi più pesantamente su un segmento più debole della popolazione (la questione, o meglio l’illusione, del Black Power, ha a mio avviso altre cause, su cui non mi intrattengo). E’ ovvio che non si tratta di piangersi addosso, ma di darsi da fare, non individualmente ma collettivamente e politicamente, per cambiare la musica. Sono abbastanza convinto (ma non posso affermarlo con certezza per mancanza di dati) che mutatis mutandis, in un quadro di generale spostamento verso il profitto dei rapporti di forza e di indebolimento dello stato sociale, la spiegazione sia la stessa per quanto riguarda i figli degli immigrati in Europa. Naturalmente ho parlato di società democratiche a capitalismo avanzato, per cui tutto questo discorso *non* può meccanicamente essere esteso a quella palestinese, che si regge su un’organizzazione economica e politica molto più primitiva: in ogni caso anche qui senza un’analisi sociale (che non sono proprio in grado neanche di abbozzare) quella culturale resta, nella migliore delle ipotesi, monca.

      • Panda permalink

        Sul processo di pace mi pare che ognuno abbia espresso chiaramente la sua opinione, per quanto sia possibile in una questione così complessa.
        Sul resto, io penso che la sinistra italiana si sia semplicemente suicidata e che, bene che le vada, farà la fine del Pasok, e questo per due ragioni: primo per avere spensieratamente abbracciato una teoria economica conservatrice che si discostava da quelle che pure erano posizioni mainstream (la teoria delle aree valutarie ottimali) in quanto pensava di poter offrire un’alternativa il cui peso era però scaricato tutto sulle spalle dei lavoratori (splendida questa sintesi di Krugman di qualche giorno fa: http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/06/24/revenge-of-the-optimum-currency-area/; in Italia degno del massimo apprezzamento lo sforzo divulgativo di Bagnai sul suo blog: http://goofynomics.blogspot.it/); in secondo luogo perché, per quanto anche tutte le sinistre europee siano più o meno cadute nella stessa trappola, queste ultime hanno almeno una cultura, quella socialdemocratica, da cui possono, volendo, reperire gli strumenti per offrire un’alternativa: non è questo il caso del PD, la cui componente comunista non è mai stata riformista mentre del riformismo cattolico si sono perse le tracce molti anni fa. Ora, in una situazione socialmente sempre più difficile di cui non si vedono vie d’uscita non mi stupisco più di tanto che vengano fuori complottismo, razzismo e antisemitismo; il fatto che proliferino anche a sinistra (il buon vecchio socialismo degli imbecilli) e che inoculare anticorpi risulti impossibile temo sia la prova che ormai il paziente è cadavere e bisogna riprendere le fila di un altro discorso che in Italia ha sempre avuto vita gramissima.
        Quello che non mi convince, per usare un eufemismo, dell’analisi di Steele sono diverse cose: prima di tutto trovo risibili le analisi, tanto care alla destra, di società democratiche a capitalismo avanzato in base a cui, una volta riconosciuta la parità formale nel gioco, tutto il resto sta all’individuo: sono favolette che potevano avere una parvenza di credibilità all’epoca di Milton Friedman, ma da allora di acqua (e dati) sotto i ponti ne è passata parecchia e ormai la letteratura sulla crescita delle disugaglianze e il rallentamento della mobilità intergenerazionale in connessione con le politiche repubblicane degli ultimi 30 anni è piuttosto ampia: ex multis, Bartel Unequal Democracy, Princeton University Press, 2008 e, visto che abbiamo parlato di Friedman, Noah The Great Divergence, Bloomsbury Press, 2012, che confuta una per una le rosee profezie dei coniugi “liberi di scegliere” (qui la traduzione italiana della recensione di De Long: http://tinyurl.com/btphbwy). Le teoria del “raddrizzamento culturale” di Steele (che non ha inventato lui, ovviamente, ma è moneta corrente nella destra, anche intellettuale, americana: Sowell e D’Souza, tanto per fare due nomi) la trovo inattendibile sul piano storico (perché la concessione dei diritti civili non è certo stato un punto di arrivo dopo cui è filato tutto liscio: c’è davvero bisogno di ricordare, chessò, gli omicidi di Neshoba?), sul piano sociologico (i risultati di un lavoro come Two Nations di Hacker li trovo difficilmente aggirabili) e dai dati, in particolare da uno (riportato in M. Sylvers, Gli Stati Uniti tra dominio e declino, Editori Riuniti, 1999, pag. 141): tra il 1980 e il 1990 la differenza di patrimonio di una famiglia bianca rispetto a una nera è passata da undici a venti volte, ovvero delle due l’una: o negli anni ’80 i neri americani sono diventati ancora più vittimisti e piagnucolosi o gli effetti sperequativi delle politiche reaganiane (nei libri che ho citato vi sono ampie tabelle e dati sull’argomento) si sono ripercossi più pesantamente su un segmento più debole della popolazione (la questione, o meglio l’illusione, del Black Power, ha a mio avviso altre cause, su cui non mi intrattengo). E’ ovvio che non si tratta di piangersi addosso, ma di darsi da fare, non individualmente ma collettivamente e politicamente, per cambiare la musica. Sono abbastanza convinto (ma non posso affermarlo con certezza per mancanza di dati) che mutatis mutandis, in un quadro di generale spostamento verso il profitto dei rapporti di forza e di indebolimento dello stato sociale, la spiegazione sia la stessa per quanto riguarda i figli degli immigrati in Europa. Naturalmente ho parlato di società democratiche a capitalismo avanzato, per cui tutto questo discorso *non* può meccanicamente essere esteso a quella palestinese, che si regge su un’organizzazione economica e politica molto più primitiva: in ogni caso anche qui senza un’analisi sociale (che non sono in grado neanche di abbozzare) quella culturale resta, nella migliore delle ipotesi, monca e rischia facilmente di scadere nel moralismo.

  2. Panda permalink

    Dimenticavo: non so dirti quanto mi dispiace per lo “straniero” che ti sei sentito dare: di tutti gli insulti possibili credo sia uno dei più vergognosi e odiosi, trasudanti ignoranza della storia d’Italia e antisemitismo. Non dico altro.

  3. sì, questo articolo è appena un tantinello di parte:-)

    non saprei da dove iniziare. è così piena di semplificazioni che forse è accettabile per un giornalista, ma di certo non per uno storico.
    intanto ‘palestina’ non è un termine inventato dai romani, ma presente dai tempi di erodoto. la protonazione palestinese era ben presente anche prima del XX secolo. ‘filastin biladuna’ (palestina terra nostra) scriveva, ad esempio, al din al ramli, celebre giurista originario appunto di ramla, nel ‘600. si legga qualche lavoro di haim gerber sul tema.

    per quanto concerne la semplificazione transgiordania=palestina si legga pipes. mosè mori sul monte nebo, al di là del giordano. non è un caso. si trattò infatti di una punizione. mai nella storia il suolo al di la del fiume ha avuto un’importanza religiosa, storica e politica come al ard al muqaddasa (terra santa; tabari et al). http://www.danielpipes.org/298/is-jordan-palestine

    Le lega delle nazioni fu uno strumento implemetato (solo) da potenze occidentali, in base a esperienze occidentali, per far fronte a esigenze occidentali. “i non ebrei di palestina”, ovvero il 90 percento dell’allora popolazione locale, non vennero minimamente consultati, se non a giochi fatti.

    ho studiato molti anni alla hebrew university e ho pubblicato molto su questi temi. ovviamente non mi soffermo ulteriormente per spiegare tematiche che richiederebbero giorni. tuttavia non posso fare a meno di rilevare quanto superficiali e pericolose siano delle analisi come queste. non tanto per chi conosce la materia (un moshe ma’oz o un hilel cohen riderebbero di argomenti simili). bensì per chi si approccia all’argomento per cercare considerazioni che possano aiutarlo ad avere una visione flessibile e informata sull’argomento. questo non è il sistema.

    • Eli E. Hertz, President

      Involvement in Public Affairs – Hertz is active in numerous international, industry and community associations and panels. He also devotes a great deal of time and resources to numerous charitable organizations. His activities and work in advancing charitable contributions and the U.S.- Israel relationship has been cited in the United State Congressional Record by several Representatives. Other activities: CAMERA, The Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America (Immediate Past Chairman of the Board of Directors); AIPAC, The America Israel Public Affairs Committee (Member of the Executive Council); Past U.S. member of the Joint High Level Advisory Panel to the U.S.-Israel Science & Technology Commission. Israel-America Chamber of Commerce and Industry (Executive VP); The Washington Institute for Near East Policy (Past trustee); AAJLJ – American Association of Jewish Lawyers and Jurists (Member Board of Governors); President of Myths and Facts, Inc.; Recipient of ZOA’s Justice Louis D. Brandeis Award (2005).

      Ma a parte i pareri discordi degli storici, a mio avviso è anche abbastanza assurdo doversi rifare ad argomenti come ad esempio il significato di “filastin biladuna” (utilizzato, come certamente sai, anche per descrivere la parte sud della Siria o, ad esempio, come appare in Genesi 21.34 ” E Abramo visse a lungo nella terra di Palestina come uno straniero”). e credo che mai se ne sarebbe fatto ricorso se non ci fosse una narrativa che pervicacemente tenta di cancellare la storia ebraica di Israele.

  4. sbagliato, non era usato per indicare il sud della siria. si legga l originale di al din al ramli in arabo, se lo conosce. in alternativa si legga haim gerber. scoprira informazioni che le faranno crollare tante certezze. fa bene a battersi per israele. ma cio che ha scritto nel pezzo in alto non e il modo giusto per farlo.

    • Veramente l’articolo non so se l’aveva capito non l’ho scritto io ma come ho anche cercato di sottolineare Eli E. Hertz ed ovviamente non è un trattato di storia. L’arabo lo conosco, l’opera che lei cita no. Se mi capiterà lo leggero’ volentieri. grazie dell’indicazione

  5. È difficile trovare persone competenti su questo argomento, ma sembra che voi sappiate di cosa state parlando! Grazie

  6. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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