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La credibilità è tutto per noi…

giugno 13, 2012

Consideriamo questa nobile affermazione in merito ai media, di Jovial Rantao, direttore del The Sunday Independent di Johannesburg:

“La credibilità è la linfa vitale della nostra professione. Senza di essa non siamo nulla. Senza di essa, nessuno crederà una sola parola di quel che scriviamo. Uno dei principi fondamentali della nostra professione è quello di garantire che la credibilità delle informazioni che raccogliamo …sia indiscutibile. “

Ma se si segue l’annaspare dei titoli anti-israeliani, tra i quali quelli del The Guardian, The Independent, The New York Times e la BBC, si sa che l’affermazione è sbagliata. I loro giornalisti e corrispondenti in Medio Oriente  non hanno un briciolo di credibilità nelle loro informazioni. Eppure sono creduti. Come si spiega questa anomalia?  La risposta sta in qualcosa che la dichiarazione non è riuscita a prendere in considerazione. I giornalisti non solo riportano la cronaca, ma fanno la cronaca, o vi partecipano.

Prima di illustrare il modo in cui lo fanno, dobbiamo capire che un giornalista può funzionare in due modi diversi:

1. Può riferire fedelmente ciò che ha osservato e sentito.

2. In alternativa, può introdurre “punti di vista” nel report, che consentono di colorarlo, abbellirlo o perfino creare una storia.

Il giornalista che funziona nel primo modo è quello che Rantao aveva in mente quando ha rilasciato la sua dichiarazione – il ragazzo, senza atteggiamento. Non ci sono giudizi personali nella sua relazione, nessuna voglia di condividere sentimenti, e nessuna voglia di influenzare i lettori a condividere i suoi sentimenti. Il secondo giornalista, invece, fa tutte queste cose.

Per illustrare entrambi i tipi, consideriamo due relazioni sulla guerra. Sono guerre diverse in periodi diversi, una in Afghanistan, l’altra in Libia. Ma noi siamo interessati a confrontare gli stili di comunicazione, non i loro contesti. La prima relazione è stata presentata da Christian Lowe di Reuters.

“Il modus dei raid aerei della Nato su Tripoli indica che l’alleanza sta cercando di ridurre la capacità di Gheddafi di difendersi, nel momento in cui i suoi avversari, che per il momento sono nascosti, decideranno di emergere “.

La credibilità delle informazioni è indiscutibile, e la relazione va incontro alla nobile dichiarazione di condotta.

Ecco la seconda relazione, ancora una volta da una zona di guerra, presentata da Robert Fisk su Independent :

“Certo, era un brutto posto dove trovarsi con la macchina rotta. Ma quello che è successo a noi era simbolico dell’odio, della furia e dell’ipocrisia di questa guerra sporca.”

Sappiamo subito di non star leggendo una relazione neutra. Qualunque scopo lo scrittore possa avere, non è cronaca. Egli esprime un atteggiamento personale, pur non specificandolo. Poteva anche aver scritto, “Odio questa guerra”, e sarebbe stata un’affermazione esplicita, non sugli eventi, ma sul suo atteggiamento verso gli eventi. Avremmo cosi’ saputo che lui personalmente disapprovava la guerra, pur non essendo noi stessi coinvolti nella condivisione della sua disapprovazione.

Non è chiaramente questo il caso. Il giornalista, in preda a una forte emozione, ci dà il vantaggio del suo giudizio e ci costringe a condividere tale sentenza. Egli odia la guerra e quindi dobbiamo odiarla anche noi. Lo scopo del giornalismo di questo tipo è molto diverso dal giornalismo inteso a trasmettere una storia.

I casi da considerare potrebbero non essere così ovviamente e palesemente emotivi, ma tutti appartengono al secondo tipo di giornalismo. Vogliono condividere i sentimenti dello scrittore. Più che riportare le notizie, fanno la notizia.

La grammatica

Due rapporti Reuters, lo stesso giorno, trattano in modo diverso un atto di terroristi islamici da un lato e una operazione militare degli Stati Uniti dall’altro. Possiamo chiamare il primo caso  “passivo” e l’altro “attivo”.  Sotto il titolo “Achille Lauro, l’ideatore in carcere”, leggiamo:

“[Abu] Abbas è il leader del Fronte di Liberazione della Palestina, che prese in ostaggio l’Achille Lauro nel Mediterraneo, causando la morte di un anziano disabile americano, Leon Klinghoffer.

Osservare il caso passivo: “causando la morte” – come se derivante da un qualche increscioso incidente. Nel film “Il Pianista”, c’è una scena in cui le truppe naziste irrompono in un appartamento di ebrei e ordinano alla famiglia di alzarsi in piedi. Il nonno, sulla sedia a rotelle, non  è in grado di farlo, così i nazisti lo portano con la sedia fuori dal balcone e lo scaraventano in strada. Sostituiamo l’appartamento con una nave e la strada con il mare ed abbiamo quanto è avvenuto a bordo della Achille Lauro. Abu Abbas (da non confondere con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas) e la sua cricca, portarono l’uomo anziano sulla sedia a rotelle a lato della nave e lo gettarono in mare.

Reuters non solo omette questi fatti, ma allude ad un incidente deplorevole e non intenzionale. E c’è un ulteriore tentativo di influenzare le nostre opinioni. La vittima era “un uomo anziano americano.” In realtà egli era un Ebreo anziano, ragione per la quale Abbas e la sua banda lo scelsero  per essere assassinato. Lo identificarono come un Ebreo. Reuters questo non vuole farcelo sapere.

Nella stessa agenzia leggiamo:

“Un alto ufficiale militare statunitense ha detto che avrebbe … avviato un’indagine sull’uccisione da parte dei soldati americani di un ragazzo iracheno …”

Possiamo osservare qui il caso attivo, “ucciso dai soldati americani …” Mentre l’atto islamico conduce (dolcemente) alla morte di un uomo, l’atto deglii americani è  violento, per uccidere.

Il caso dell’uomo “barretta di cioccolato”

Cosa sarebbe necessario per dare la notizia di qualcuno ucciso da un bulldozer e  farne la prima pagina, non di un tabloid, ma anche solo di una locandina? E come riuscire a mettere questo evento in prima pagina se fosse successo in un paese lontano? E in più, cosa succede se la storia non ha un cadavere che la dimostri? O ancora,  cosa succede se la vittima non era una celebrità o un VIP, ma un comune cittadino? Lo troviamo nel The Independent. Nel racconto di Justin Huggler su come un cittadino di nome Salem ha incontrato la sua fine.

Perché il signor Salem fini’ sulle prime pagine dei giornali? Per prima cosa, era un palestinese. Poi, è stato vittima di Israele. Chi ha raccontato a Justin Huggler la storia? Il figlio e la figlia del morto.

“Vecchio” – è il primo aggettivo che deve suscitare emozioni per l’uomo morto. Era vecchio. E su questa linea, che cosa si puo’ ancora spremere dalla tragedia? In quale emozione più profonda piombare? Oltre ad essere vecchio, la vittima era sorda. Chi l’ha detto? Il figlio, Salem Maher, e la figlia ha confermato.

“Cosa mi puoi dire del tuo vecchio e sordo padre?” Possiamo quasi sentire il reporter, profondamente emozionato, chiedere. Salem jr a questo punto ha una svolta poetica che gli attraversa la mente: racconta come la testa di suo padre era stata appiattita allo spessore di una barretta di cioccolato. Su questo fu esatto, descrivendo la testa come non più di due centimetri di spessore, dopo che i bulldozer israeliani lo avevano appiattito, in casa.  Ecco una storia che evoca oltraggio, raccontata dai bambini della vittima, non verificata in nessun obitorio, né confermata da nessuna tomba, senza le spoglie del padre, senza nemmeno un documento che un padre ci fosse mai stato, in forma umana o come barretta di cioccolato.

‘Il Grande Finto Massacro”

Passiamo da un finto omicidio ad un massacro- bufala. La famigerata bufala di Jenin illustra il giornalista che non può aspettare che le notizie accadano, e percio’ le crea egli stesso. I risultati sono stati spettacolari : una storia scoop, la fama per il reporter, imbarazzo, la più indelicata delle ritrattazioni e poi  l’oblio.

Il 16 aprile 2002, The Independent spara in prima pagina un articolo intitolato “Silence of the Dead.” Nella dimensione del font, il titolo è pari a titoli dopo il 9/11, un titolo per la storia-fai-notizia.  “Un mostruoso crimine di guerra che Israele ha cercato di coprire per due settimane è stata finalmente esposto”, scrisse Phil Reeves. Era sul posto, calpestando la “terra desolata” che era stato il campo profughi di Jenin, assalito da “l’odore dolce e terribile di corpi umani in decomposizione.” L’odio per i sionisti trasudava da ogni parola del report. E come Reeves ci costringe a condividere il suo odio!

Ma Hollywood non avrebbe potuto fare di meglio con il “massacro di Jenin”. Gli effetti terribili del puzzo, si scopre, sono stati ottenuticon carcasse di animali, i crediti- fantasma condivisi tra la complicità dei funzionari delle Nazioni Unite e i leader palestinesi.  Ma il finale, del tutto non-Hollywood-style, è stato in sordina, sottovalutato, autoironico. Il movimento anti-israeliano, impaziente di passare al prossimo crimine sionista, analizzo’ le vaghe, quasi malinconiche scuse, nascoste in qualche pagina interna. Phil Reeves confesso’. La sua storia scoop era “altamente personalizzata” (leggi: guidata dai miei sentimenti personali nei confronti degli ebrei israeliani).

“Chiaramente il dibattito sui terribili eventi di Jenin, ancora quattro mesi dopo, è dominato dal fatto che ci fosse stato o no un massacro, sebbene fosse stato chiarito da tempo che non ci fu’ “(leggi: gli israeliani non mi avrebbero fatto questa cortesia, così ho messo in scena i loro crimini , che è cio’che il mio lavoro comporta).

Strani casi di omicidio

Fabbricare i crimini di Israele non è l’unico modo possibile per i giornalisti di fare  notizia. Nel primo caso vedremo come Reuters e la BBC fanno notizia inserendo la propria interpretazione nella relazione.

Assassinio di una fermata dell’autobus

In aprile 2011, una bomba in una cabina telefonica scoppio’ alla stazione centrale degli autobus di Gerusalemme. Riportando questo, Reuters ha ritenuto necessario spiegarne la terminologia. Anche se gli israeliani potrebbero vederlo come un atto di terrorismo, ha spiegato la Reuters, altri potrebbero non vederla allo stesso modo.

“La polizia ha descritto l’esplosione come un “attacco terroristico” – termine israeliano per definire un colpo palestinese.”

Un modo unico e grottesco, si potrebbe pensare, di raccontare di una bomba che ha ucciso una donna e ha ferito molti passanti.

Che cosa aveva in mente esattamente Reuters? Pensate se avesse riferito gli attentati di Londra con la stessa formula:

“La Polizia ha descritto le esplosioni come un ‘attacco terrorista’ – termine inglese per intendere un colpo di Al Qaeda”

Che cosa sperava di ottenere Reuters? In primo luogo, la protezione di un diritto di copy-right. Gli israeliani non devono in alcun modo usurpare il ruolo di vittima: il brevetto è detenuto dai palestinesi, un brevetto valido e gelosamente custodito. Un attacco terroristico provoca vittime innocenti, un “colpo” no.  La narrazione intera sarebbe ribaltata se gli israeliani dovessero diventare le vittime di attacchi terroristici. Ricordate?  sono i palestinesi gli oppressi.  In secondo luogo, “colpo”, eufemismo per “attacco terroristico” è scelto con cura. Anche questo, mantiene intatta la narrazione. “Colpo” è più morbido di “attacco”, e infinitamente più di “attacco terroristico”. Non è così ostile e così mortale. I palestinesi non attaccano – Israele lo fa. I Palestinesi, ricordate? sono il popolo oppresso!

“Colpo” fa pensare anche a una normale operazione militare. Proprio come Israele è una nazione con il diritto di difendersi, così anche i palestinesi sono una nazione con lo stesso diritto. Reuters comunica che una nazione può colpirne un’ altra. Una bomba per uccidere i pedoni in una stazione di autobus è un metodo di colpire; colpire i combattenti di Hamas quando sparano razzi sulle città israeliane è un altro conto. Entrambi i metodi sono parte del conflitto – il “ciclo della violenza”. La Reuters, come vediamo, non si limita a riferire; condiziona le notizie, le confeziona in una forma appropriata per mantenere in ordine la trama.  Per saperne qualcosa di diverso dello stesso fatto, guardiamo la BBC:

Bomba mortale colpisce la fermata degli autobus, a Gerusalemme “.

Anche questa è una formula, seppure diversa da quella di Reuters. Vuol far capire che la bomba non era rivolta alle persone. No, il suo bersaglio era la fermata, un oggetto fissato sul lato della strada. Chiaramente, la BBC ha lo stesso obiettivo in mente che Reuters: gli israeliani non devono in alcun modo usurpare il ruolo di vittima. Meglio che la vittima sia una fermata dell’autobus.

Coltello assassina famiglia

Ecco una storia che permette di osservare il giornalista mentre passa attraverso il processo della costruzione di notizie. Si inizia accusando un coltello per l’omicidio dei tre fratelli Fogel e dei loro genitori a Itamar, marzo 2011.

Chi ha accusato il coltello di  aver sgozzato e quasi decapitato un bambino? Karl Vick del Time. “L’assassinio di coltello di tre bambini,” Vick scrive. I palestinesi non uccidono i bambini nei loro letti, sono i coltelli a farlo. E i Fogels non erano una famiglia, erano “coloni”. Usando la voce impersonale e passiva, Time rimuove i palestinesi dall’orrore.

Il massacratore non ha sradicato la famiglia“, Vick continua. Ora si decide che un coltello è troppo inanimato per essere un assassino credibile, egli è pronto ad ammettere che qualcosa, o qualcuno, chiamato “il massacratore” ha fatto l’atto. Ma non è sicuro se “il massacratore”abbia forma umana o no. “i modi usati per entrare nella colonia ,” egli scrive, tornando alla voce impersonale.  Possiamo capire il problema di Vick: “i modi usati dal macellaio per entrare” non funziona troppo bene. Solo verso la fine del rapporto Vick ammette che esseri umani potrebbero aver commesso l’orrore. Eppure, tiene fuori con fermezza i palestinesi. Gli omicidi sono stati fatti da “aggressori”, la cui identità “rimane sconosciuta.”

Come la Reuters e la BBC, l’imperativo del Time è non intorbidare le acque. I palestinesi non possono essere trattati come assassini. Sono il popoli oppresso – ricorda!

Il “calderone”

Uno stratagemma  popolare ed efficace dei media è quello di gettare le azioni israeliane nello stesso calderone di  quelle palestinesi. Ciò che ne esce è una gustosa polenta chiamata “ciclo di violenza”. Il calderone offre due vantaggi. Uno: gli atti di barbarie palestinesi ne escono ammorbiditi o nascosti del tutto, due: gli israeliani possono essere associati a queste barbarie per inculcare l’idea che entrambe le parti siano nella stessa melma.  Ci sono molti casi dai quali attingere esempi per illustrare  il trucco del calderone. Ne scelgo tre, per la loro chiarezza e dettagli orrendi. Il primo caso si occupa dell’ esecuzione di una bambina israeliana nel suo letto, nell’insediamento di Adora, 2002.

Abbiamo già incontrato il reporter Phil Reeves, produttore di “La Grande Bufala del massacro” .” Il titolo (ad essere onesti, non abbiamo modo di sapere se è stato scritto da lui stesso o un editor, ma è irrilevante), anticipa cio’ che Reeves farà con la storia. Si riferisce all’aggressione da parte di Israele. Si devono attraversare quattro colonne di “offensive israeliane” prima di arrivare, verso la fine, a un riferimento casuale in merito alla uccisione, per mezzo di arma da fuoco, di Danielle Shefi, di cinque anni, avvenuta  davanti a sua madre. “E così”, conclude Reeves, “il ciclo della violenza si compie”.  Nella pentola melmosa getta i palestinesi “militanti” uccisi in conflitti armati, e una bambina giustiziata nel suo letto, davanti alla madre.

Non dico di più sulla polenta Reeves. Ma ecco la Associated Press (AP), applicare un’altra versione del “trucco calderone”. Nel gennaio 2002 ci sono stati due incidenti nello stesso giorno:

1. Un militante sventaglia colpi di mitra contro degli ebrei che fanno acquisti per il sabato, nel centro di Gerusalemme.

2. L’IDF trova una fabbrica di bombe in Cisgiordania, e in uno scontro a fuoco uccide gli operativi di Hamas che le stavano fabbricando.

Gettando i due incidenti nella stessa pentola, AP esce con il titolo  ” Israele ne uccide 4, i palestinesi ne feriscono 8.

Osservare: gli ebrei sono i primi ad essere gettati nel piatto, il loro atto è peggiore – hanno ucciso. Il palestinese va nel piatto successivo – non fa altro che feriti. Facciamo un esempio. Se AP avesse riportato una storia della Seconda Guerra Mondiale il titolo sarebbe stato: “Le forze britanniche uccidono 4 uomini delle SS, Gli uomini delle SS feriscono 8 detenuti in un campo.” Allora gli inglesi peserebbero di più delle SS sulla bilancia del male. Hail AP e il suo pasticcio di polenta!

Per il terzo caso della “sindrome da calderone”, torniamo a Itamar, dove i terroristi tagliarono la gola di un bambino di tre mesi, di due altri bambini e dei loro genitori. Un editoriale del The Los Angeles Times lancia l’atrocità e tira fuori il ciclo della violenza:

“Al momento stiamo assistendo al ciclo in tempo reale. Sabato scorso, cinque membri di una famiglia che vive nell’insediamento israeliano di Itamar,  in Cisgiordania,  tra i quali un bambino di 11 anni, uno di 4 anni e una bambina, sono stati uccisi, presumibilmente da parte di militanti palestinesi. In risposta a questa tragedia brutale, il governo israeliano ha annunciato che avrebbe costruito ancora 500 case negli insediamenti già esistenti in Cisgiordania …Che è peggio – i bambini accoltellati a morte o la costruzione di nuove case negli insediamenti della Cisgiordania? La risposta è ovvia. Ma non è questo il punto. Il punto è che non importa quanto aberranti gli omicidi siano, non servono ad altro che ad aggravare la provocazione che ha portato ad essi, in primo luogo.”

In altre parole, l’assassinio di una famiglia è una risposta prevedibile alla provocazione della costruzione di case. Ecco una tipica risorsa per scusare l’assassinio degli ebrei israeliani. Gli anti-sionisti tirarono in ballo questo modo per l’11 settembre, sostenendo che fu provocato dal sostegno dell’America a Israele. Provocando Al Qaeda con il sostegno a un paese che odia, questo è quello che si ottiene – 3.000 innocenti consegnati ad una morte tremenda. L’America ha provocato essa stessa l’11 settembre.

Così, per il Los Angeles Times: la costruzione di case nel posto sbagliato ecco cosa porta – una famiglia macellata come pecore. Israele ha causato questo . Nel calderone finiscono le azioni di entrambe le parti: il tagliare la gola e le case in costruzione.

Gli eventi mediatici

I media non furono felici quando Israele  mise all’indice i giornalisti che erano a bordo della flottiglia per Gaza. I giornalisti , insieme con attivisti e celebrità erano intenzionati a  “rompere il blocco israeliano” di Gaza.  Il Foreign Press Association (FPA) rispose così:

“Questo invia un messaggio raggelante ai media internazionali e solleva gravi interrogativi circa l’impegno di Israele per la libertà di stampa. I giornalisti che coprono le notizie di un evento legittimo  dovrebbero essere autorizzati a svolgere il loro lavoro senza minacce e intimidazioni.”

Notare, la flottiglia era una notizia solo perché i media la coprivano. Se i media non l’avessero coperta, la flottiglia non avrebbe navigato. I media creano l’evento attraverso la loro copertura, e richiedono quindi il diritto di coprire la storia hanno creata.  Ed è così che i media, sia che riportino la notizia o la creino, ci condizionano.

Articolo originale QUI

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