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Il mito delle “colonie illegali”

giugno 5, 2012

David M. Phillips

La convinzione che gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono illegali è ormai così comunemente accettata, che sembra quasi impossibile che la questione possa essere ancora aperta alla discussione. Ma lo è.

Gush Katif

Decenni di discussioni in merito  hanno oscurato la natura complessa della questione giuridica specifica sulla quale è stato emesso un verdetto, apparentemente, di schiacciante colpevolezza contro la politica degli insediamenti. Non ci può essere alcun dubbio che questa valanga di parere negativo è stata profondamente influenzata dalla impopolarità degli insediamenti in tutto il mondo e anche all’interno di Israele stesso. Eppure, mentre si può discutere la saggezza degli insediamenti israeliani, l’idea che siano imprudenti è molto diverso dall’etichettarli come illegali. Infatti, l’analisi alla base della conclusione che gli insediamenti violano il diritto internazionale dipende interamente dall’accettazione della narrativa palestinese che la Cisgiordania è terra “araba”. Portato alla sua logica conclusione, come alcuni hanno fatto, questo racconto esclude la legittimità di Israele stesso.

Questi argomenti risalgono al periodo successivo alla Guerra dei Sei Giorni. Quando Israele entrò in guerra nel giugno 1967, il suo obiettivo era chiaro: eliminare la minaccia militare araba alla sua esistenza. Dopo la sua vittoria, lo Stato ebraico fu di fronte ad una nuova sfida: cosa fare con i frutti territoriali di quel trionfo. I molti israeliani che presupposero che la natura schiacciante della loro vittoria avrebbe scioccato il mondo arabo, tanto da costringerlo a venire a patti con la loro legittimità e la pace, dovettero presto ricredersi. Alla fine di agosto 1967, i capi di otto paesi, tra cui Egitto, Siria e Giordania (ognuno dei quali perse territori, come il risultato della loro politica fallimentare di scontro con Israele), si incontrarono in un vertice a Khartoum, in Sudan, e concordarono i tre principi che dovevano guidare la posizione del dopoguerra del mondo arabo: non c’è pace con Israele, nessun riconoscimento di Israele, e nessun negoziato con Israele. Anche se molti israeliani speravano di scambiare la maggior parte, se non tutte, delle terre conquistate in cambio di pace, non trovarono acquirenti. Questo avrebbe preparato il terreno per decenni di controllo della loro nazione di questi territori.

L’attaccamento degli israeliani alla città da poco unificata di Gerusalemme  condusse alla sua annessione veloce; nuovi quartieri ebraici furono impiantati ai suoi lati, nella speranza che questo avrebbe reso l’unificazione irrevocabile. Una motivazione simile per restituire la vita ebraica in Cisgiordania, il luogo dove la storia ebraica inizio’-anche se con un consenso meno forte di quello che aveva sostenuto la spinta a l’unificazione di Gerusalemme, porto’ al processo intermittente che, nel corso dei successivi decenni, ha prodotto,  per una serie di motivi, tra cui considerazioni strategiche, storico e / o religiose, numerosi insediamenti ebraici in tutta questa zona. Al contrario, gli insediamenti creati da Israele nel Sinai egiziano o il Golan siriano erano principalmente basati, inizialmente, sul valore strategico del territorio.

Nel corso degli anni a venire, ci fu piccola disputa sul diritto sovrano egiziano al Sinai, poi restituito dopo che il successore di Nasser, Anwar Sadat,  ruppe il consenso arabo e fece la pace con Israele. Anche se i governanti della Siria hanno, ad oggi, preferito la continuità dello stato di belligeranza ad una decisione simile per porre fine al conflitto, la questione del loro diritto alla restituzione del Golan in caso di pace sembra dipendere più dalla natura del regime di Damasco che da ogni contestazione circa la legittimità del suo titolo sul territorio. La questione dello status giuridico della West Bank, così come Gerusalemme, non è così facilmente risolto. Per capire perché dobbiamo prima rivisitare la storia della regione nel 20 ° secolo.

Anche se ormai è idea di routine al giorno d’oggi chiamarla terra “palestinese”, in nessun momento della storia Gerusalemme o la Cisgiordania sono stati sotto sovranità araba palestinese, mai. Per le centinaia di anni che condussero alla prima guerra mondiale, tutto Israele, il Regno di Giordania, e lo stato putativo della Palestina furono solo province dell’impero ottomano. Dopo che gli inglesi guidarono le truppe alleate ad allontanare i turchi dal paese nel 1917-18, la Società delle Nazioni benedisse l’occupazione della Gran Bretagna con un documento che assegno’ il controllo britannico, concesso nell’ambito di un mandato. E autorizzo’ la Gran Bretagna a facilitare la creazione di un “focolare nazionale ebraico” nel rispetto dei diritti della popolazione indigena araba. Il Segretario Coloniale Britannico,  Winston Churchill, sparti’ in seguito il mandato nel 1922, dando la sponda orientale del Giordano agli alleati arabi hashemiti, che crearono il Regno di Giordania, sotto tutela britannica.

Dopo la seconda guerra mondiale, lo sviluppo della Lega  delle Nazioni, le Nazioni Unite, voto’, nel novembre del 1947, per ripartire la parte restante del paese in stati arabi ed ebraici. Mentre gli ebrei accettarono la partizione, gli arabi non lo fecero e dopo che gli inglesi levarono le tende, nel maggio 1948, la Giordania, insieme ad altri quattro paesi arabi, invase il giovane stato ebraico, il primo giorno della sua esistenza. Anche se Israele è sopravvissuto all’attacco, i combattimenti lasciarono ai giordani il controllo di quella che sarebbe in seguito stata conosciuta come West Bank, così come circa la metà di Gerusalemme, inclusa la Città Vecchia. Le comunità ebraiche nella Cisgiordania, che esistevano prima della invasione araba furono demolite, come il quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme.

Dopo il cessate il fuoco con il quale si concluse la seconda guerra di indipendenza di Israele, nel 1948, la Giordania aveva annesso la Cisgiordania e Gerusalemme est. Ma, a differenza di cio’ che accadde quando Israele annesse le stesse parti della città antica, dopo averle riconquistate 19 anni dopo, il mondo ignoro’ questo tentativo di legittimare la presenza giordana. Solo i suoi alleati,  Gran Bretagna e Pakistan, riconobbero le sue pretese di sovranità. Dopo la disastrosa  decisione di re Hussein di allearsi con l’Egitto di Nasser, durante il preludio al giugno 1967, la Giordania fu sfrattata dalle terre che aveva vinto nel 1948.

Questo ha lasciato aperta la questione dell’autorità sulla Cisgiordania. Il vuoto giuridico in cui Israele ha operato in Cisgiordania dopo il 1967 è stato aggravato dal successivo rifiuto ostinato della Giordania a impegnarsi in colloqui sul futuro di questi territori. Re Hussein è stato inizialmente impedito dal trattare  dai tre “no” di Khartoum. Ben presto,capi’ che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), fomentava una sanguinosa guerra civile contro di lui e il suo regime, nel 1970. Con il sostegno aperto di Israele, Hussein sopravvisse alla minaccia e resto’ sul trono, ma il suo desiderio di ridurre, anziché aumentare la popolazione palestinese nel suo regno, alla fine, lo indusse a rinunciare a qualsiasi reclamo a seguito delle terre che aveva perso nel 1967. Questa posizione fu formalizzata il 31 luglio 1988.

Quindi, l’accusa che la presenza di Israele  nei territori è illegale, si basa sull’accusa di furto ai suoi precedenti proprietari; la stessa illegittimità della Giordania in materia di titolarità giuridica ed il suo conseguente ritiro dalla mischia dimostra quanto quella sia una questione legale perdente. Ben prima della rinuncia della Giordania, Eugene Rostow, ex preside della Law School di Yale e Sottosegretario di Stato per gli affari politici nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, sostenne che la Cisgiordania avrebbe dovuto essere considerato “territorio non assegnato”, una volta parte dell’impero ottomano. Da questo punto di vista, Israele, piuttosto che semplicemente “occupante belligerante,” ha avuto lo status di “richiedente al territorio.”

Per Rostow, “gli ebrei hanno il diritto di stabilirsi sotto il mandato,” un diritto, “incontestabile dal punto di vista legale.” In accordo con questi punti di vista, Israele ha storicamente caratterizzato la West Bank come “territorio conteso” (anche se alcuni alti funzionari del governo hanno più di recente cominciato a usare il termine “territorio occupato”). Poiché nemmeno la Gran Bretagna, in quanto ex fiduciaria  sotto il mandato della Lega delle Nazioni, né il defunto Impero Ottomano- sovrano precedente ai giordani, sono stati desiderosi o capaci di schierarsi contro Israele e metterlo sul banco degli imputati, dobbiamo chiederci: su quali punti di diritto verte il caso?

Gli argomenti di diritto internazionale contro gli insediamenti hanno riposato principalmente su due fonti. Innanzitutto, ci sono i regolamenti dell’Aia del 1907, le cui disposizioni sono progettate principalmente per tutelare gli interessi di un sovrano spodestato temporaneamente, nel contesto di una occupazione a breve termine. Il secondo è del 1949, Quarta Convenzione di Ginevra, il primo accordo internazionale progettato specificamente per proteggere i civili in tempo di guerra.

Mentre Israele non era e non è parte del Regolamento dell’Aia, la Corte Suprema israeliana ha generalmente considerato le sue disposizioni come parte del diritto internazionale consuetudinario (cioè, la legge in genere osservata dalle nazioni, anche se non hanno firmato un accordo internazionale in tal senso ) e quindi applicabile in Israele. I regolamenti sono trasparentemente orientati verso occupazioni a breve termine, durante la quale viene negoziato un trattato di pace tra nazioni vincitrici e sconfitte. Il “no” di Khartoum ha segnalato che non ci sarebbero state trattative veloci.  Tuttavia, Israele ha istituito e mantiene una supervisione dell’amministrazione militare della Cisgiordania in conformità ai Regolamenti dell’Aja, probabilmente l’unica potenza militare, dalla prima guerra mondiale alla II, a parte gli Stati Uniti (in Iraq) ad averlo fatto. Ad esempio, in coerenza con l’articolo 43 del Regolamento, che invita l’occupante a “rispettare…Se non assolutamente impedito, le leggi in vigore nel paese”. Israele ha prevalentemente continuato a seguire la legge giordana in Cisgiordania, nonostante la Giordania l’avesse illegalmente occupata. La posizione di Israele è stata criticata come una contraddizione, ma il mantenimento generale del diritto giordano può essere giustificato da motivi di stabilità giuridica e il sostegno a lungo termine  riflette la maggior parte dei sistemi giuridici, compreso il diritto internazionale.

L’articolo 46 del Regolamento dell’Aja impedisce ad una potenza occupante di confiscare le proprietà private. Ed è su questo punto che si levano le più forti critiche contro gli insediamenti. Israele ha fatto requisire terreni da privati proprietari arabi per stabilire alcuni primi insediamenti, ma la requisizione differisce dalla confisca (indennizzo per l’utilizzo del terreno), e la creazione di questi insediamenti si è basata su necessità militari. In un caso del 1979, Ayyub contro il ministro della Difesa, la Corte Suprema israeliana ha esaminato se le autorità militari avrebbero potuto requisire la proprietà privata per un insediamento civile, Beth El, sulla prova della necessità militare. La teorica e, nel caso specifico, reale risposta fu affermativa. Ma in un’altra decisione simile, lo stesso anno, Dwaikat contro Israele, conosciuto come il caso Elon Moreh, il giudice esploro’ più a fondo  la definizione delle necessità militari e respinse le prove addotte, perché i militari avevano accettato passivamente la creazione dell’insediamento Elon Moreh dai suoi abitanti. La decisione del tribunale precluse ulteriori requisizioni di terre palestinesi private per insediamenti civili.

Dopo il caso Elon Moreh, tutti gli insediamenti israeliani legalmente autorizzati dall’amministrazione militare israeliana (una categoria che, per definizione, esclude “avamposti illegali” costruiti senza autorizzazione preventiva o successiva accettazione) sono stati costruiti sia su terre che Israele caratterizza come proprietà dello Stato o “pubbliche” o, in una piccola minoranza di casi, su un terreno acquistato da ebrei dagli arabi dopo il 1967. Il termine “suolo pubblico” comprende incolti terreni rurali non registrati a nome di nessuno e terreni di proprietà di proprietari assenteisti, entrambe categorie di suolo pubblico rientranti nella legge Giordania e ottomana. Al contrario, il termine esclude le terre registrate a nome di qualcuno diverso da un proprietario assenteista (indipendentemente dal fatto che il terreno sia attualmente coltivato), le terre per le quali esista un atto di titolo (anche se l’atto non è registrato) e il terreno posseduto da un uso normativo . La stipula ultima richiede l’utilizzo continuo del terreno per un periodo di 10 anni.

La caratterizzazione, da parte di Israele, di alcune terre come “di stato” o “pubbliche” ha suscitato notevoli controversie. In una delle critiche più dettagliate e citate, B’Tselem, gli israeliani del gruppo per i diritti umani, ammette che il 90 per cento degli insediamenti sono stati creati su ciò che è nominalmente terra “di stato”, ma sostiene che circa il 40 per cento della Cisgiordania oggi rientra in tale categoria. Questo rappresenterebbe una grande espansione del 16 per cento della Cisgiordania che era stata considerata pubblica sotto il controllo giordano. Come B’Tselem riconosce, tuttavia, la stragrande maggioranza di questa terra è nella Valle del Giordano, che, con l’eccezione della principale città, Gerico, era appena popolata da arabi palestinesi prima del 1967 (il che spiega perché tali terreni erano al tempo stesso non registrati e incolti). La percentuale può essere anche sopra-stimata  a causa dell’inclusione di alcuni quartieri di Gerusalemme nei calcoli di B’Tselem. Indipendentemente dalla percentuale lorda, secondo le stesse statistiche di B’Tselem, solo circa il 5 per cento della West Bank è all’interno dei “confini comunali”, e una percentuale molto più bassa di terra, l’1,7 per cento, è sviluppata.

Una delle pubblicazioni più frequentemente citate da B’Tselem sostiene che Ma’aleh Adumim, il più grande insediamento israeliano in Cisgiordania, diversi chilometri a est di Gerusalemme, si trova sul territorio preso a cinque villaggi palestinesi, e quindi equivale a un esproprio. Ma poiché gli abitanti del villaggio non hanno titolo registrato o anche atti non registrati, B’Tselem sostiene che i nomadi beduini Jahalin, che saltuariamente si accampano e pascolano il loro bestiame sulla terra a est di Gerusalemme che scende verso il Mar Morto, hanno effettivamente guadagnato il diritto di proprietà alla terra a causa del loro uso prescrittivo. Forse. Ma è tutt’altro che chiaro come un diritto beduino alla terra abbia a che fare con il diritto in sede giudiziaria degli abitanti del villaggio palestinese di 60 anni prima. B’Tselem offre questo argomento piuttosto sorprendente: “si misero a pascolare sulla terra del villaggio in conformità ai contratti di locazione (a volte simbolici) con i proprietari terrieri, tra cui i proprietari terrieri dei villaggi di Abu Dis e al’Izariyyeh.” A volte simbolici!  In altre parole, solo i villaggi palestinesi arabi possono essere costruiti ed ampliati sulla terra perché dei beduini vi hanno occasionalmente pascolato le loro greggi, ai sensi del consenso implicito degli abitanti del villaggio palestinese. Questi abitanti del villaggio hanno un diritto alla terra solo a causa del suo utilizzo da parte dei beduini!

Il sofisma qui nasconde un problema più profondo. A parte la sua circolarità, l’argomento di B’Tselem equipara i diritti che i beduini possono avere con i diritti dei sedentari dei villaggi arabi alla periferia di Gerusalemme. L’unica ragione per una tale equazione è che entrambi sono arabi e non ebrei. L’ affermazione di B’Tselem secondo la quale la terra appartiene a questi villaggi, conferma la tesi secondo la quale solo gli arabi, non gli ebrei, hanno il diritto di possedere e utilizzare queste terre.

Gli avversari degli insediamenti  citano spesso la Quarta Convenzione di Ginevra in per sostenere le loro argomentazioni giuridiche. Essi in particolare accusano gli insediamenti di violare l’articolo 49 (6), che recita:. “La potenza occupante non deve deportare o trasferire parte della propria popolazione civile nei territori che occupa” Spesso, questa frase è citata come se il suo significato fosse trasparente e la sua applicazione alla creazione di insediamenti israeliani al di là delle controversie. Non è il caso.  Per gli avversari degli insediamenti, il “trasferimento”, di cui all’articolo 49 (6), che connota ogni trasferimento,  volontario o involontario, di popolazione civile da parte della potenza occupante, è vietato. Tuttavia, il primo comma dell’articolo 49, complica questo caso. Si legge: “i trasferimenti individuali o di massa forzati, così come le deportazioni di persone protette dal territorio occupato a destinazione del territorio della Potenza occupante o di quello di qualsiasi altro paese, occupato o no, sono vietati, qualunque ne sia il motivo.” Senza dubbio, qualsiasi trasferimento forzato di popolazioni è illegale. Ma per quanto riguarda i movimenti volontari, con il consenso o l’acquiescenza antecedente e successiva da parte degli occupanti?

Anche i critici ammettono che molti insediamenti vicini alle zone popolate da palestinesi, sulla catena montuosa centrale della West Bank, sono stati costruiti senza il permesso del governo e spesso in contrasto con la politica del governo, la loro esistenza continua per costringere  il governo a riconoscere l’insediamento come un fatto esistente. Tenuto conto di questa storia, è discutibile affermare che Israele ha “trasferito” quei coloni.  La risposta dei critici è che i sussidi fiscali e altri benefici conferiti dal governo israeliano e dall’Organizzazione Sionista Mondiale potrebbero aver incoraggiato gli ebrei a stabilirsi in Cisgiordania, il che equivarrebbe in pratica  ad un “trasferimento”. Questa interpretazione avrebbe una maggiore trazione nel quadro di un protocollo del l977, nella convenzione di Ginevra o in forza del Trattato di Roma, che ha istituito la Corte penale internazionale, ma Israele non è firmatario di nessuno dei due protocolli (entrambe le convenzioni furono fortemente influenzate da organizzazioni non governative anti-israeliani  e dall’OLP).

Nella misura in cui una violazione dell’articolo 49 (6) dipende dalla distinzione tra il movimento volontario e involontario delle persone, l’inclusione di “forzato” di cui all’articolo 49 (1), ma non in 49 (6) da una diversa interpretazione non solo plausibile, ma più credibile. E ‘una semplice questione di grammatica: quando un linguaggio simile viene utilizzato in molti punti diversi della stessa disposizione, modificando il linguaggio è omesso nei paragrafi successivi, perché il modificante è sottinteso. Per Julius Stone, uno studioso di diritto internazionale, “la parola ‘trasferimento’ [in 49 (6)], di per sé implica che il movimento non è volontario da parte delle persone interessate, ma un atto magisteriale dello Stato interessato”.

Per comprendere la fraseologia utilizzata nell’articolo 49 (1), “trasferimenti individuali o di massa forzate”, così come la sua  plausibile origine di cui all’articolo 49 (6), alcune informazioni di base sono necessarie.

Secondo Stone, le discussioni alla Conferenza diplomatica di Ginevra del 1949 “sono stati dominate… Dall’orrore comune dei mali causati dalla recente guerra mondiale e dalla determinazione a ridurre le sofferenze delle vittime di guerra.” I delegati dele varie nazioni, considerarono una bozza della convenzione prodotta in una conferenza delle Società della Croce Rossa, tenutasi a Stoccolma nel mese di agosto 1948. L’Articolo 49 fu il successore, rinumerate e rivisto, dell’articolo 45 del progetto di Stoccolma.  Nel corso di una riunione del sottocomitato legale a Stoccolma, al quale apparentemente presero parte meno di 10 partecipanti attivi, un ebreo danese di nome Georg Cohn propose la frase, anche se con una portata più ampia, che è diventato l’articolo 49 (6). La frase iniziale di Cohn, in francese, avrebbe vietato a una potenza occupante di deportare o trasferire una “parte dei suoi abitanti stessi né gli abitanti di un altro territorio che occupa” nel territorio occupato.

Secondo il rapporto dello stesso Cohn al ministero degli Esteri danese, il suo linguaggio era diretto ad un evento i cui aspetti erano poco conosciuto al di fuori della Scandinavia. Negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, mentre l’armata russa avanzata verso ovest, attraverso gli Stati baltici e i tedeschi si ritiravano, questi ultimi, temettero che i russi si sarebbero rivalsi su tutti i cittadini tedeschi e di etnia tedesca  che avevano collaborato con i nazisti. I tedeschi, quindi, evacuarono più di 2 milioni di persone su delle barche, sperando di arrivare in Germania settentrionale.  Molti porti erano stati bombardati, cosi’ i tedeschi cominciarono a scaricare le persone ovunque  potevano, tra le quali centinaia di migliaia  a Copenhagen. Nella primavera del 1945, i bambini tedeschi componevano la maggioranza degli alunni nelle scuole di Copenaghen. I danesi li disprezzavano e li misero nei campi di concentramento dopo la guerra, in attesa di deportarli in Germania il più velocemente possibile. Questo obiettivo non era ancora stato realizzato nel mese di agosto 1948, al momento della conferenza di Stoccolma.

Cohn forse fu motivato nella sua proposta , che più tardi divenne l’articolo 49 (6), alla luce della sua forte identità ebraica. Il termine originale “deportazione” presentato alla conferenza di Stoccolma non avrebbe impedito alla Germania di deportare i suoi ebrei nei campi di schiavitù e di sterminio in Polonia e in altri paesi occupati, né avrebbe impedito ai tedeschi di inviare gli ebrei danesi che si trovano in Germania, nei campi di concentramento in territori occupati, cosi’ come l’invio di ebrei ungheresi o italiani ad Auschwitz, e / o dal trapiantare un numero di tedeschi in Polonia e in altri paesi occupati. Gli altri partecipanti a Stoccolma, guidati da Albert J. Clattenburg Jr. degli Stati Uniti, pensarono che le disposizioni di Cohn fossero troppo ampie. La frase “o gli abitanti di un altro territorio che occupa” fu eliminata, e “civile” fu inserito prima di “abitanti”.

Alla stessa Conferenza di Ginevra , sia la relazione finale del comitato incaricato di redigere il testo della 4 ° Convenzione per l’esame da parte dei delegati, nonché le osservazioni degli stessi, differenziarono tra i trasferimenti volontari e, pertanto, consentiti e quelli involontari e quindi vietati. Come la relazione finale ai delegati  spiegava, le differenze tra i vari articoli riguardavano il diritto di una potenza occupante di evacuare una zona, soprattutto nell’interesse della sicurezza della popolazione civile: “Anche se ci fosse l’unanimità in generale nel condannare tale deportazioni come è avvenuto durante la recente guerra, la frase all’inizio dell’articolo 45, ha causato qualche problema….Alla fine la commissione ha deciso un testo che vieta l’allontanamento forzato individuale o di massa, nonché le deportazioni di persone protette, dal territorio occupato a qualsiasi altro paese, ma che consente i trasferimenti volontari “.

Questa è una delle ragioni principali per cui Julius Stone defini’ l’interpretazione anti-insediamento  “un’ironia al confine con l’assurdo” e commento’: “Ignorando l’obiettivo generale dell’articolo 49, che tra l’altro, protegge la popolazione dello Stato di Israele dalla rimozione contro la loro volontà nel territorio occupato, ora si cerca di interpretarlo nel senso di imporre al governo israeliano il dovere di impedire che qualsiasi individuo ebreo volontariamente prenda la residenza in quella zona. ”

Semplicemente non c’è paragone tra l’istituzione e la popolazione degli insediamenti israeliani e le atrocità naziste che hanno portato alla Convenzione di Ginevra… Né possono essere paragonati agli sforzi da parte della Cina per modificare la composizione etnica del Tibet con la forza, disperdendo la sua popolazione nativa e spostando i cinesi in territorio tibetano. Le politiche di insediamento di Israele  non sono inoltre paragonabili alla campagna da parte del Marocco per modificare la composizione etnica del Sahara Occidentale con il trasferimento di arabi marocchini, spostando i Sahariani nativi, che ora si stringono nei campi profughi in Algeria, o per la varietà di spostamenti di popolazione che si sono verificati nelle varie parti della ex Jugoslavia.

Tutto ciò sembrerebbe rimontare con precisione al reato di cui all’articolo 49, (6). Eppure, trovare i riferimenti per l’applicazione dell’articolo 49 (6) per le altre nazioni oltre Israele è come cercare un ago in un pagliaio. Ciò che distingue un sistema di “legge” dai sistemi arbitrari di controllo è che situazioni simili sono trattate allo stesso modo. Un sistema nel quale vengono applicati i principi giuridici solo quando fa comodo ai gusti politici delle élite anti-Israele è un sistema che ha perso ogni credibilità. L’uso libero del diritto internazionale, applicato in modo sproporzionato a Israele, mina il concetto stesso di “legge”..

Julius Stone commenta l’assurdità di considerare la creazione degli insediamenti israeliani una violazione dell’articolo 49 (6):

“Dovremmo dire che l’effetto dell’articolo 49 (6) è imporre l’obbligo allo Stato di Israele di assicurare (con la forza se necessario) che queste aree, nonostante la loro millenaria associazione con la vita degli ebrei, debbano essere per sempre judenrein. L’ironia sarebbe quindi spingere l’assurdità fino ad affermare che l’articolo 49 (6), progettato per evitare il ripetersi di politiche di genocidio nazista, volte a rendere territori metropolitani judenfrei, è giunto a significare questo… La Cisgiordania ….. judenrein deve essere fatta e deve essere mantenuta, se necessario, con l’uso della forza da parte del governo di Israele contro i suoi stessi abitanti. Il senso comune così come il corretto contesto storico e funzionale esclude questo modo di lettura dell’articolo 49 (6).”

Il punto di critica di Stone di quello che è diventata conoscenza “accettata” invita ad una ipotesi: Supponiamo che un gruppo di arabi palestinesi, cittadini di Israele, abbia chiesto il permesso di fondare una comunità in Cisgiordania. Supponiamo che Israele favorisca la creazione della comunità, senza che questo comporti la perdita della loro cittadinanza, su un terreno acquistato da altri arabi (non palestinesi cittadini di Israele) o sul territorio demaniale. Questo insediamento violerebbe l’articolo 49 (6)? Se no, come si può distinguere gli insediamenti arabi da ipotetici insediamenti ebraici?

Concludendo che gli insediamenti israeliani violano l’articolo 49 (6) si trascurano le comunità ebraiche che esistevano prima della creazione dello Stato nelle aree occupate da insediamenti israeliani di oggi, per esempio, a Hebron e il blocco Etzion fuori di Gerusalemme. Queste comunità ebraiche sono state distrutte da eserciti arabi, milizie, e rivoltosi, e, come nel caso di Hebron, la popolazione della comunità è stata macellata. E ‘ragionevole interpretare l’art 49 e sbarrare la ricostituzione delle comunità ebraiche che sono state distrutte per aggressione e massacro?  L’idea che la creazione di nuovi insediamenti o l’espansione di quelli già in vigore sia un atto di malafede da parte dei vari governi israeliani può sembrare senza dubbio verosimile a coloro che credono che questi insediamenti costituiscono un ostacolo alla soluzione sempre sfuggente al conflitto arabo-israeliano. Che questo argomento sia ben fondato o meno, la volontà dei critici di Israele ad affermare che queste comunità non sono solo sbagliate, ma sono una violazione del diritto internazionale, radicalizza il dibattito, spostandolo da una controversia politica a quella in cui lo Stato ebraico stesso può essere etichettato come un fuorilegge internazionale. Il fine ultimo dello sforzo illecito di utilizzare il diritto internazionale per delegittimare gli insediamenti è chiaro: è lo stesso argomento usato dai nemici di Israele per delegittimarlo completamente. Coloro che si considerano amici di Israele, ma avversi alla politica di insediamento, dovrebbero valutare attentamente se, nel portare avanti queste argomentazioni illegittime e speciose, alla fine saranno in grado di resistere alla logica del ragionamento che dice, falsamente e senza uno straccio di prove, che Israele è illegittimo.

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3 commenti
  1. Panda permalink

    Non trovo corretto l’approccio di questo articolo né considivisibili le sue argomentazioni (ma questo è un aspetto secondario). Non è assolutamente possibile definire un “mito” l’illegalità internazionale degli insediamenti israeliani nei territori occupati: l’opinione di Stone, per quanto autorevole, non è per ciò stesso una verità in grado di relegare a mito opinioni diverse e non meno autorevoli (vd. per esempio Ben Saul, Julius Stone and the Question of Palestine in International Law, Sydney Law School Research Paper No. 09/106 e bibliografia ivi riportata). Tra l’altro, tirando in ballo il caso Elon Moreh e le condizioni per la legittimità degli insediamenti, mi pare che l’articolo faccia confusione tra la legittimità internazionale e quella interna che invece vanno tenute separate: infatti, se da un lato l’autore sembra sostenere la piena legittimità di tutti gli insediamenti, dall’altra, con un inciso brevissimo (“una categoria che, per definizione, esclude “avamposti illegali” costruiti senza autorizzazione preventiva o successiva accettazione”), sembra concedere che in effetti insediamenti illegali esistano: e guarda un po’, è proprio così almeno *per il diritto israeliano* e, dopo il rapporto Sasson (incredibilmente non citato), questo potrebbe essere considerato un fatto e “mitica” l’integrale legalità degli insediamenti.
    Chi, da amico di Israele, ritiene di dover difendere la legalità di ogni sua azione bollando come irricevibili, e addirittura – parrebbe – “oggettivamente” antisemite, argomentazioni anche per nulla speciose o infondate (tanto è vero che in Israele hanno liberissimo corso), deve riflettere attentamente su quanto facilmente si espone ad accuse di doppiopesismo, tanto più se pretende non semplicemente di sostenere, con tutta la convinzione che vuole, un’argomentazione ma di proclamare addirittura una verità contrapposta a una bugia. Per quanto mi riguarda, da amico di Israele contrario gli insediamenti, trovo che la “logica” che dovrebbe condurre dall’affermazione di una loro, almeno parziale, illegittimità all’illegittimità di Israele in quanto tale sia resistibilissima.
    Con cordialità.

    • Mah gli insediamenti sono su terreni contesi e questo è il primo mito da sfatare: nessuna terra rubata ai palestinesi e, da amico di Israele, converrai che già ammettere questo da un duro colpo a tutta la conseguente demonizzazione. Quindi, se non c’è “furto” a chi sono stati illegalmente occupati i terreni? Stone (e non soltanto lui ma la storia) dice che l’unico paese che avrebbe lo status per avanzare pretese (ma quale stato ha reso terre annesse con una guerra di difesa?) è la Giordania, che se ne guarda bene. Allora, se i territori non fossero legali per Israele non dovrebbero esserlo nemmeno per le costruzioni palestinesi, o pensi che invece in questo caso la legge dovrebbe essere applicata diversamente? A quello che dice Stone,il diritto in vigore sui territori è quello Giordano “Se non assolutamente impedito, le leggi in vigore nel paese”. Israele ha prevalentemente continuato a seguire la legge giordana in Cisgiordania, nonostante la Giordania l’avesse illegalmente occupata. La posizione di Israele è stata criticata come una contraddizione, ma il mantenimento generale del diritto giordano può essere giustificato da motivi di stabilità giuridica e il sostegno a lungo termine riflette la maggior parte dei sistemi giuridici, compreso il diritto internazionale.” Il caso di Elon Moreh è stato citato in merito all’altro mito secondo il quale “Israele erode il territorio dei palestinesi, requisendo terreni privati”. E soprattutto è significativa, secondo me, l’introduzione all’articolo: “La convinzione che gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono illegali è ormai così comunemente accettata, che sembra quasi impossibile che la questione possa essere ancora aperta alla discussione. Ma lo è.” Questo è il mito che va sfatato, che non ci sia più nulla da discutere in merito. Poi, come ben saprai, Israele non ha mai escluso poterne fare materia di scambio e di trattative. Ma il mito è che quelle siano “da sempre terre palestinesi”. Ecco, questo proprio no. Saluti

      • Panda permalink

        La tua risposta punta direttamente alle argomentazioni specifiche, mentre io intendevo prima di tutto farne una questione di metodo. Ma esaminiamole pure: l’argomento che attribuisce alla Cisgordania la natura di territorio conteso non serve a sostenere che questa “non sarebbe stata rubata”, almeno non sul piano giuridico, ma ad escludere che sia un territorio occupato nel significato della IV Convenzione di Ginevra (per questo la tua domanda “se i territori non fossero legali per Israele non dovrebbero esserlo nemmeno per le costruzioni palestinesi” non ha molto senso) e quindi ad escluderne l’applicabilità (o meglio, ad escluderne la doverosità di applicazione, perché poi Israele ha comunque dichiarato che intende applicarla). Questa opinione è assolutamente minoritaria, contraria all’interpretazione della Convenzione e respinta anche dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2003. Con ciò, e torno al metodo, non intendo banalmente sostenere che Stone abbia torto e gli altri ragione (anche se lo penso) ma che l’opinione di Stone non è verità e quella dei suoi contraddittori non è mito. Se vogliamo dare una bella cornata alla demonizzazione, basterebbe ricordare, molto banalmente, che l’occupazione di un territorio non è di per sé un illecito internazionanale e tale infatti non è l’occupazione della West Bank post-’67 per assai diffusa affermazione: questo può essere definito un fatto. Ma un conto è l’occupazione e un altro sono gli insediamenti (io infatti, pensa un po’, pur essendo contrario agli insediamenti, almeno ad alcuni di loro, non lo sono all’occupazione. Purtroppo discutere in questi termini con chi non sa già quasi tutto è, per mia esperienza, pressocché impossibile).
        Che non ci sia più nulla da discutere sul merito è follia (e su questo siamo perfettamente d’accordo) sol che si pensi alla difficoltà di sapere quale sia esattamente la situazione degli insediamenti, che nemmeno Talia Sasson, con l’appoggio del governo, è riuscita a chiarire completamente. Detto questo, dal rapporto omonimo (l’imparzialità del quale ha dimostrato una volta di più quale abissale differenza separa Israele dai suoi vicini) sappiamo purtroppo che, anche dopo Elon Moreh, insediamenti illegali sono stati costruiti, anche su proprietà privata palestinese, ciò che è contrario, contrarissimo, prima di tutto alla *legge israeliana*: per questo la Sasson e altri (Gorenberg, per nominare qualcuno che ha dedicato molta attenzione all’argomento) sostengono che gli insediamenti illegali rappresentano un pericolo non tanto per i palestinesi (a cui sono state fatte offerte generosissime, figurati se non lo so) ma per Israele stesso.
        Insomma, visto che di bufale propalate dalla propaganda filopalestinese ne volano come le mosche, non vi pare che sia meglio evitare di impegolarsi su questioni troppo tecniche, in cui una risposta univoca può anche mancare?
        Cordialmente.

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