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Il mito e i fatti: domande e risposte, parte II

giugno 3, 2012

(Luciano Tas, scrittore e giornalista, già direttore del mensile Shalom,ha pubblicato un utile documento per conoscere correttamente la questione israelo-palestinese. Alle sue risposte integriamo le nostre ricerche)

 

 

Mito: Ma Israele non ha voluto accogliere i profughi palestinesi:

Fatto:

In seguito agli accordi di Oslo del 1993, il negoziato di pace tra Israele e Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, sembrava giunto a conclusione a metà del 2000: Israele aveva offerto ai palestinesi il 98% della Cisgiordania e naturalmente Gaza, con la possibilità di una strada extraterritoriale che unisse la prima alla seconda, e un settore orientale di Gerusalemme.  L’offerta, avallata negli Stati Uniti dal Presidente Clinton, venne però respinta da Arafat, il quale volle aggiungere alle clausole di pace anche l’impegno d’Israele di prendersi – nel territorio d’Israele – quattro milioni, quattro milioni e mezzo di “profughi” palestinesi, quanti cioè sembravano essere diventati secondo i calcoli dell’OLP, i discendenti di quei 41500.000 del 1948. Con una popolazione ebraica di cinque milioni, la pretesa diventava palesemente provocatoria, come ebbe a dichiarare senza mezzi termini lo stesso Presidente degli Stati Uniti ad Arafat. Facendo le debite proporzioni, come farebbe l’Italia, con tutta la buona volontà, ad assorbire 40, 45 milioni di immigrati nel suo territorio? (Luciano Tas)

 

 

I palestinesi continueranno a rivendicare il “diritto al ritorno” di milioni di profughi (e discendenti) alle loro case originarie all’interno di Israele anche dopo che le Nazioni Unite avranno riconosciuto uno stato palestinese sulle linee del 4 giugno 1967. Lo ha dichiarato domenica il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Replicando all’affermazione di un consulente legale secondo cui uno stato palestinese potrebbe ripercuotersi sullo status dell’Olp quale “unico legittimo rappresentante” dei palestinesi, Abu Mazen ha dichiarato al quotidiano giordano Ad-Dustour che “l’Olp rappresenta tutti i palestinesi, non solo quelli nei territori palestinesi e il cui numero è stimato in quattro milioni. L’Olp – ha specificato Abu Mazen – rappresenta tutti gli otto milioni di palestinesi nel mondo”, aggiungendo che l’Olp continuerà a funzionare fino a quando tutte le questioni palestinesi non saranno risolte, compresa la causa dei profughi. L’Autorità Palestinese, ha detto il suo presidente, fa parte dell’Olp e non è un corpo separato.

 

 

Abu Mazen sostiene che vi sono 5 milioni di profughi palestinesi (compresi i discendenti dei profughi, che vengono considerati “profughi” dalle Nazioni Unite solo nel caso palestinese, a differenza della definizione di “profugo” che l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati applica a tutti gli altri casi nel mondo). “Abbiamo detto agli israeliani che la questione dei profughi deve essere discussa sulla base della legalità internazionale”, ha concluso Abu Mazen (con allusione alla risoluzione 194).  L’intervista di Abu Mazen costituisce la sua una risposta a un parere legale di sei pagine firmato da Guy Goodwin-Gill, docente di diritto internazionale a Oxford, nel quale si avverte che milioni di “profughi palestinesi” che vivono al di fuori dei territori di Cisgiordania e striscia di Gaza potrebbero perdere la loro rappresentanza ufficiale all’Onu se l’Autorità Palestinese riuscisse ad ottenere, a settembre, il riconoscimento unilaterale (cioè: senza accordo negoziato con Israele) dello stato palestinese. “Gli interessi del popolo palestinese rischiano di essere pregiudicati e frammentati – scrive Guy Goodwin-Gill – e i profughi della diaspora rischiano di perdere il loro diritto a una eguale rappresentanza e la possibilità di esprimere il loro punto di vista, di intervenire su questioni di governo nazionale, compresa la formazione e l’identità politica dello stato, e di esercitare il diritto al ritorno”. Dal 1974 l’Olp gode dello status di “osservatore” alle Nazioni Unite. Secondo Goodwin-Gill, a settembre questo status verrebbe trasferito allo “stato di Palestina”.

Nell’intervista, Abu Mazen ha ribadito, fra l’altro, che l’Autorità Palestinese è disposta a tornare al tavolo dei negoziati solo quando Israele fermerà tutte le attività edilizie negli insediamenti (compresa la parte di Gerusalemme che fu occupata dai giordani sino al 1967) e accetterà le linee del 1967 come base per la soluzione “a due stati”.  Pur riconoscendo che per i palestinesi non cambierà la situazione sul terreno se e quando lo stato palestinese venisse proclamato (unilateralmente) all’Onu, Abu Mazen ha spiegato: “Innanzitutto, si creerebbe uno stato sotto occupazione [che prima non esisteva]. Oggi gli israeliani trattano con noi sulla base del fatto che noi non siamo uno stato e che le terre palestinesi sono territori contesi. Ma quando avverrà il riconoscimento del nostro stato sulle linee del 1967, noi diventeremo uno stato sotto occupazione e allora potremo avanzare all’Onu le nostre rivendicazioni. Resteremo sotto occupazione, ma cambierà il nostro status legale”.  (Da: Jerusalem Post, 28.8.11)

 

 

Scrive un editoriale di Ma’ariv: “Quello che vogliono i palestinesi è ottenere la Palestina nella sua totalità. Quello che fanno per approfittare della situazione è sfruttare ogni palcoscenico offerto dagli europei: non al fine di raggiungere una soluzione, quanto piuttosto per fare della propaganda. All’inizio si presentano come qualcuno che desidera con tutto il cuore di arrivare a una soluzione, ma ogni volta che si presenta una soluzione concreta, tornano alla loro arma ben nota: creare un muraglia di propaganda”.  (Da: Ma’ariv, 28.8.11) Khaled Abu Toameh

Cosa significhi la risoluzione Onu 194 per i palestinesi venne messo in chiaro in un memorandum della squadra negoziale palestinese guidata da Yasser Abed Rabbo, presentato il 1 gennaio 2001 in risposta ai parametri del presidente Bill Clinton per un accordo israelo-palestinese. Vi si legge:

It is important to recall that the Resolution 194, long regarded as the basis for a just settlement of the refugee problem, calls for the return of Palestinian refugees to ‘their homes’, wherever located. The essence of the right of return is choice: Palestinians should be given the option to choose where they wish to settle, including return to the homes from which they were driven“.

[traduz: “È importante ricordare che la risoluzione 194, da tempo considerata la base per una giusta composizione del problema dei profughi, prevede il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, ovunque situate. L’essenza del diritto al ritorno sta nella scelta: ai palestinesi deve essere data la possibilità di scegliere dove vogliono insediarsi, compreso il ritorno alle case da cui furono allontanati”].

Sulla 194 si veda (in inglese):  UN Resolution 194  

Sulla questione dei profughi palestinesi, si veda :  The Palestinian Refugees

Per il testo integrale del rapporto di Guy S. Goodwin-Gill :

Questa la definizione ufficiale UNRWA di “profugo palestinese”:

“Under UNRWA’s operational definition, Palestine refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. […] The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. When the agency started working in 1950, it was responding to the needs of about 750,000 Palestine refugees. Today, 4.7 million Palestine refugees are eligible for UNRWA services.”

 

 

“In base alla definizione operativa dell’Unrwa, profughi palestinesi sono le persone il cui normale luogo di residenza era la Palestina fra giugno 1946 e maggio 1948, che perdettero sia le loro case che i loro mezzi di sostentamento come conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948.[…] Anche i discendenti degli originari profughi palestinesi possono registrarsi [presso l’UNRWA]”. A tale proposito, scrive Jonathan Spyer: «[…] Milioni di profughi in tutto il mondo – oltre 130 milioni dalla seconda guerra mondiale – sono stati sotto la responsabilità dell’UNHCR, che mira al reinserimento e alla riabilitazione dei profughi. Ma l’8 dicembre 1949 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la risoluzione 302 che dava vita a un’apposita agenzia dedicata esclusivamente “all’aiuto diretto e ai programmi di lavoro” per i profughi arabi palestinesi – l’UNRWA, appunto – facendone un ente senza eguali. L’UNRWA esiste per perpetuare, non per risolvere, il problema dei profughi palestinesi. Da che esiste, nessun palestinese ha mai perduto lo status di profugo. Esistono, ad esempio, centinaia di migliaia di profughi palestinesi e loro discendenti che sono cittadini della Giordania: eppure, per quanto riguarda l’UNRWA, essi continuano ad essere dei profughi con pieno diritto all’assistenza. In questi sessant’anni l’UNRWA si è trasformata in uno strumento fondamentale per la perpetuazione del problema dei profughi, e in un grosso ostacolo per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Quando l’UNRWA cominciò a contare i profughi, nel 1948, lo fece secondo modalità che non hanno precedenti: puntando cioè a registrare il massimo numero possibile di quelli che definiva “profughi”. Innanzitutto, venne considerato palestinese chiunque avesse vissuto nella Palestina Mandataria britannica nei DUE anni precedenti lo scoppio del conflitto arabo-israeliano. Inoltre, l’UNRWA conta come profughi anche tutti i discendenti dei profughi originari: un sistema che dal 1948 in poi ha generato – caso unico al mondo – un incremento del 400% nel numero di profughi sotto la sua giurisdizione. Si trattava di una definizione di “profugo palestinese” politicamente motivata, con il sottinteso che i palestinesi sarebbero rimasti profughi per sempre o fino al giorno in cui si fossero trionfalmente stabiliti in uno stato arabo palestinese che comprendesse tutto il territorio su cui sorge Israele. Se si ricostruivano una vita altrove, anche dopo molte generazioni – dopo decenni o, in teoria, dopo secoli – rimanevano comunque ufficialmente profughi.  QUI

Un video di Danny Ayalon, vice ministro degli Affari Esteri israeliano , per spiegare la “questione profughi”

Mito: È stato Israele, e non i paesi arabi, ad avere incominciato la guerra del 1967, allo scopo di espandere il suo territorio.

Fatto:

È falso. E bisogna fare un passo indietro. Nel 1955 l’Unione Sovietica decise di “cambiare cavallo”: dall’appoggio politico dato a Israele nel 1948, passò ad appoggiare, politicamente e militarmente, l’Egitto, fino a rompere pretestuosamente le relazioni diplomatiche con Israele. L’Egitto di Nasser voleva prendersi la rivincita della sconfitta subita nel 1948 e 1949, e incominciò ad ammassare nel Sinai truppe e mezzi corazzati forniti dall’URSS. Nel 1956 Israele prevenne l’attacco egiziano e travolgendo i mediocri mezzi motorizzati forniti dall’URSS, occupò tutto il Sinai, giungendo fino al Canale di Suez.

 

 

 

Le pressioni e le garanzie americane persuasero pochi mesi dopo Israele a ritirarsi da tutti i territori egiziani occupati. A partire dai primi anni Sessanta l’Egitto ricominciò a preparare una seconda rivincita, con l’aiuto ormai tanto scoperto quanto massiccio, dell’Unione Sovietica, che mirava a sostituire l’influenza americana nella regione con ogni mezzo.  I raid di terroristi palestinesi e di commando egiziani contro kibbuz israeliani si moltiplicavano, partendo dalle basi di Gaza. In perfetta sintonia si muovevano dal fronte opposto i siriani, i quali dalle alture del Golan sparavano con le loro artiglierie sui sottostanti insediamenti e kibbuz ebraici di Galilea. Dopo alcuni mesi di tensione, il 7 aprile 1967 artiglierie e carri armati siriani attaccano pesantemente villaggi ebraici di frontiera. Damasco fa alzare in volo i suoi caccia, ma quelli israeliani ne abbattono sei. L’umiliazione di Damasco è cocente.

L’URSS riprende massicciamente i suoi rifornimenti di armi alla Siria e all’Egitto. Poi a maggio i suoi servizi segreti forniscono a siriani ed egiziani un’informazione falsa. Dicono cioè che Israele ha ammassato truppe e mezzi corazzati ai confini con la Siria. Il Segretario Generale dell’ONU, Sithu U Thant, smentisce: “I rapporti degli osservatori delle Nazioni Unite hanno confermato l’assenza di concentramenti di truppe o movimenti di truppe di qualche rilievo su ambo i lati della linea armistiziale “.

 

Il 14 maggio è l’Egitto che fa sbarcare numerose unità oltre il Canale per rinforzare il suo già massiccio schieramento nel Sinai. Il 16 maggio il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser intima al comandante delle forze dell’ONU nel Sinai e a Gaza, generale Rikhye, di sgombrare le truppe presenti nel Sinai dal 1957, all’indomani del conflitto che aveva visto Israele arrivare al Canale di Suez. Poi Nasser proclama il 22 maggio il blocco dello Stretto di Tiran: nessuna nave, di nessuna nazionalità, che si rechi al porto di Eilat, in Israele, o che da Eilat parta, potrà più passare. Secondo il diritto internazionale è “atto di guerra”. Le dodici potenze marittime non onorano le garanzie che nel 1956 avevano offerto a Israele per la libertà di navigazione, e non mandano le loro navi da guerra a proteggere la libertà di navigazione.

Il 30 maggio re Hussein di Giordania mette le sue truppe sotto il comando egiziano. Truppe egiziane, saudite, irachene affluiscono in Giordania. Truppe irachene, algerine e kuwaitiane raggiungono invece l’Egitto. Il 3 giugno il generale Murtaji, capo delle forze egiziane nel Sinai, dirama un ordine del giorno alle truppe, nel quale invoca “la Guerra Santa con cui voi ristabilirete i diritti degli arabi conculcati in Palestina e riconquisterete il suolo derubato della Palestina “.  (Da notare che il generale parla di arabi e di Palestina, ma non di palestinesi, che nessun paese arabo nel 1967 conosceva e riconosceva, tanto è vero che quando la Cisgiordania era parte della Giordania non si sentiva neanche parlare di sovranità palestinese). Vedi anche Ion Michail Pacepa “The Kremlin legacy” Il 5 giugno 1967, all’alba, Israele risponde.

(Luciano Tas)

 

 

 

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One Comment
  1. Perchè non possiamo leggere queste parole su un giornale europeo a grande diffusione? Perchè ci è negata una visuale globale del problema Israelo/Palestinese? Sanno i grandi sostenitori della questione palestinese, quali sono i credo di queste persone? Sanno quando parlano di libertà nelle scelte di vita e democrazia che per loro queste parole non esistono? Sanno gli omosessuali che in un futuro stato Palestinese verrebbero condannati e che le donne non hanno neppure la metà dei diritti che una sciocca ragazzina di liceo ha in Italia? Non mi occupo di politica e non sono una grande scrittrice, ma credo sia giusto che il semplice cittadino possa decidere avendo la possibilità di conoscere entrambe le versioni di un conflitto che fa bene solo alle tasche dei soliti ignoti.

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