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Il mito e i fatti: domande e risposte

giugno 2, 2012

(Luciano Tas, scrittore e giornalista, già direttore del mensile Shalom,ha pubblicato un utile documento per conoscere correttamente la questione israelo-palestinese. Alle sue risposte integriamo le nostre ricerche)

Mito: Quasi duemila anni fa esisteva uno Stato ebraico in Palestina, ma poi ci hanno vissuto gli arabi, cioè i palestinesi. Dopo tanto tempo non hanno acquisito il diritto alla loro patria?

Fatto:  Gli arabi non hanno abitato a lungo in modo stabile la Palestina. Continuativamente, solo poco più di un secolo. Per quattro secoli, dal 1516 al 1918, la Palestina è stata una negletta provincia turca quasi disabitata, consegnata dall’incuria dei governi di Istanbul alla sabbia del deserto e alle paludi. La Palestina (meglio conosciuta in quei secoli come “provincia di Damasco” e comprendente l’attuale Israele, Cisgiordania, Giordania, Libano e parte della Siria) incomincia a essere “restaurata” solo a partire dalla seconda metà dell’800, quando i primi pionieri ebrei, giunti dall’Impero zarista, creano qualche occasione di lavoro, capace di attirare lavoratori di altre province turche, come la Siria, l’Iraq, l’attuale Giordania (creata artificialmente, a tavolino, solo nel 1921), lo stesso Egitto. (Luciano Tas)

 

“Viaggio in Palestina“, è il titolo di quest’opera scritta nel 1695, da Hadrian Reland (o Relandi), cartografo, geografo, filologo e professore di filosofia olandese. Il sotto titolo dell’opera, redatta in Latino, recita: “Monumentis Veteribus Illustrata”, editata nel 1714 dalle Editions Brodelet. L’autore di questa opera, uno dei primi orientalisti, conosceva l’ebraico, l’arabo e il greco antico. Nel 1695, Relandi (o Reland) è inviato in viaggio di studi in Israele, la Palestina d’allora, con un obiettivo specifico: recensire più di 2500 luoghi (città e villaggi) figuranti nel Tanakh e nella Mishnah, con i loro nomi originari.

Ogni volta Reland menziona il nome ebraico così come appare nel testo e il versetto esatto al quale si riferisce. Reland a questo, accosta l’equivalente in latino o greco antico. Oltre questo notevole lavoro linguistico, l’autore opera soprattutto una recensione dell’epoca, per ogni località visitata: prima una considerazione di ordine generale, che specifica che la terra di Israele d’allora era praticamente deserta, pochissimo popolata. La maggioranza dei suoi abitanti si concentrava nelle città di Gerusalemme, Acco (Acre), Tsfat (Safed), Yafo (Jaffa), Tveria (Tiberiade) e Aza (Gaza). Soprattutto il geografo constata una presenza dominante ebraica, qualche cristiano, e pochissimi musulmani, dei quali la maggior parte Beduini. Qualche passaggio di quest’opera appassionante:

• Nessuna località di allora proponeva nomi o origini arabe

• La grande maggioranza delle città o villaggi possiedeva un nome ebraico, qualcuno greco o latino

• Praticamente nessuna città che oggi porta un nome arabo ne possedeva all’epoca: né Yafo, né Napluse (Shehem), Gaza o Jenine.

• Nessuna traccia nelle ricerche di Reland di fonti storiche o filologiche stabilite con i nomi arabi, più tardi, di Ramallah, Al Halil (Hebron) o Al Quds (Gerusalemme).

• Nel 1696, Ramallah si chiamava Bete’ile (dal nome ebraico Bet El), Hebron e Me’arat Hamahpélah (Grotta dei Patriarchi): Al Halil, dal nome dato a Avraham Avinu in arabo.

• La maggior parte delle città erano composte da ebrei, ad eccezione di Napluse (Shehem) che contava 120 persone, provenienti dalla stessa famiglia musulmana, i Natashe, e 70 Samaritani.

 

• Nazareth, in Galilea, una città interamente cristiana: 700 cristiani.

• A Gerusalemme più di 5000 abitanti, in maggioranza ebrei e qualche cristiano. Reland non evoca che qualche famiglia beduina musulmana, isolata, composta da operai stagionali, impegnati nel campo dell’agricoltura o della costruzione.

• A Gaza, circa 550 persone, 50% ebrei e 50% cristiani. Gli ebrei erano essenzialmente specializzati nell’agricoltura: vigna, olivi e grano (Gush Katif). I cristiani si occupavano principalmente del commercio e del trasporto dei differenti prodotti nella regione.

• Tiberiade e Safed erano località ebree. Sappiamo soprattutto che la pesca nel lago di Tiberiade costituiva il principale impiego dell’epoca.

• Una città come Um El Fahem per esempio, era completamente cristiana, 10 famiglie.

Una delle conclusioni scaturite da questa ricerca è la contraddizione definitiva e inaccettabile apportata alle argomentazioni arabe, cioè l’affermazione di una legittimità palestinese o del “popolo palestinese”. La prova è che lo stesso nome Palestina fu ripreso e fatto proprio dagli arabi…  di Raphael Aouate

Mito: Gli arabi non hanno mai perseguitato gli ebrei. E perché poi gli arabi dovrebbero pagare per il fatto che gli ebrei sono stati sterminati dai nazisti?

Fatto: Se il metro di misura dell’odio per gli ebrei è quello che nei secoli passati ha esercitato in Europa la Chiesa, con i suoi ghetti, i suoi roghi, i suoi pogrom, allora si può dire che gli arabi non hanno mai fatto nulla di simile, almeno nelle stesse dimensioni.  Nel passato la vita degli ebrei nei paesi islamici e negli stessi paesi arabi è stata nell’insieme sopportabile. Di serie B, ma sopportabile. Gli arabi hanno incominciato a sviluppare in Palestina un odio “politico” nei confronti degli ebrei pochi anni dopo l’inizio, nel 1920, del Mandato britannico. L’odio, sapientemente fomentato dai capi arabi, primo tra i quali il Gran Muftì di Gerusalemme (che durante la seconda guerra mondiale avrebbe raccolto volontari per formare una divisione SS araba andata poi a combattere a fianco dei tedeschi contro l’Unione Sovietica), doveva culminare, dopo molti altri gravi fatti di sangue antiebraici, nella strage perpetrata a Hebron nel 1928 contro l’inerme, antica comunità religiosa ebraica.

 

Dopo il rifiuto arabo di accettare nel novembre 1947 la spartizione della residua Palestina – esclusa cioè la parte maggioritaria della Palestina diventata Giordania – in due Stati, uno arabo e uno ebraico, e dopo la nascita dello Stato d’Israele, il 15 maggio 1948, i dirigenti dei paesi arabi – Siria, Iraq, Giordania, Libano, Egitto – mossero i loro eserciti contro il nuovo Stato ebraico. L’aggressione fallì un anno dopo, ma i paesi arabi non vollero mai trarre le conclusioni dal loro fallimento. Per questo non vollero mai assorbire i 4/500.000 profughi arabi loro fratelli, in gran parte fatti da loro stessi fuggire dalla Palestina, quella rimasta dopo l’escissione della Giordania, e in parte costretti ad andarsene, spinti dagli eventi bellici. Preferirono tenerli confinati in campi, dove la loro sopravvivenza era assicurata dagli aiuti delle Nazioni Unite e tenendoli per due generazioni nell’ingrato ruolo di arma politica contro Israele.

Nessun paese arabo, con la parziale eccezione del Regno giordano, volle accogliere e integrare i profughi palestinesi e qualche volta li espulse, come fece il Kuwait, appena liberato nel 1991 dall’occupazione irachena, una occupazione per la quale i lavoratori palestinesi in Kuwait avevano prematuramente e inopportunamente festeggiato.  Nello stesso 1948 i paesi arabi avevano espulso o costretto a partire mezzo milione di ebrei, che trovarono pronto rifugio in Israele. Questi profughi dai paesi arabi misero a dura prova la capacità organizzativa ed economica dello Stato ebraico, ma alla fine la loro integrazione finì per essere compiuta. (Luciano Tas)

L’anno scorso, in occasione della proiezione del film “The silent Exodus” sulla cacciata degli ebrei dai paesi musulmani, facemmo conoscenza col concetto di dhimmi. Si tratta di una parola che deriva dal termine arabo che significa “protetto”, e si riferisce a quelle popolazioni indigene che si sottomettevano senza combattere agli eserciti islamici durante le loro guerre di conquista e ne accettavano la supremazia.  Le relazioni fra musulmani e non musulmani si pongono infatti unicamente in un contesto di guerra, la jihad, dato che secondo l’ideologia che ne è alla base i popoli del mondo sono divisi in due inconciliabili entità: il dar al-harb (ossia il mondo non musulmano), e il dar al-Islam (terra dell’Islam) che è votato all’islamizzazione del mondo: che può avvenire o con una pacifica conversione dei suoi abitanti o con il conflitto armato.

Le popolazioni non musulmane che si arrendevano con uno speciale trattato – dhimma – avevano salva la vita e i loro beni e potevano continuare a vivere nelle loro terre e godere di una se pur limitata libertà religiosa nonché del diritto di amministrarsi secondo la loro legge civile. Ciò non avveniva gratuitamente, dato che era fatto obbligo di pagare una specie di tassa, la jizya, e di fare atto di sottomissione alle disposizioni della legge islamica, la shari’a, e in cambio si otteneva una garanzia di protezione da parte dei dominatori.

 

Il grado di tolleranza dipendeva da una quantità di obblighi discriminatori in campo economico, religioso e sociale imposti dalla shari’a. La trasgressione da parte dei dhimmi di alcuni di questi obblighi comportava la fine della protezione e minacce di morte e schiavitù. Essi erano soggetti a molte interdizioni di ordine giuridico che sfociavano in una condizione di umiliazione, segregazione e discriminazione.  Inoltre i diritti di cui godeva il dhimmi erano diritti concessi, ossia potevano venir revocati unilateralmente da chi li concedeva: il diritto del dhimmi alla vita e alla sicurezza era monetizzabile e doveva quindi essere continuamente riscattato con un’imposta coranica, la jizya appunto, che comportava comunque una condizione di umiliazione, inferiorità, vulnerabilità estrema e soprattutto di precarietà. I dhimmi erano gli ebrei e i cristiani – chiamati nel Corano ‘Popolo del Libro’, ossia la Bibbia – che vivevano nei paesi sottomessi: entrambi avevano il medesimo status giuridico, gli stessi diritti e gli stessi doveri nei confronti delle leggi dell’Islam, mentre gli appartenenti ad altri gruppi religiosi erano vittime di trattamenti più violenti.

Nel 1983, una studiosa di origine egiziana, essa stessa profuga nel 1957 dall’Egitto, BAT YE’OR, coniò il termine “dhimmitudine” che probabilmente non troveremo sui dizionari ma che ormai si è imposto per designare il concetto storico che descrive quel complesso di condizioni legali e sociali in cui si muovevano ebrei e cristiani soggetti al dominio islamico. Con dhimmitudine si intende il sistema islamico di governo di popolazioni conquistate con le guerre jihad, comprensivo di tutti gli aspetti demografici, etnici e religiosi del sistema politico, nonché i rapporti fra queste genti e la comunità islamica, la umma, e la cultura che si è sviluppata in quel particolare contesto storico nei lunghi secoli del dominio. (Lia Sacerdote)

 

Mito: A proposito del 29 novembre 1947, quando le Nazioni Unite assegnarono una parte della Palestina agli arabi e un’altra agli ebrei. Quella ebraica non fu forse sottratta agli arabi?

Fatto:

Quando l’ONU votò quella Risoluzione, da parte ebraica ci fu un’esplosione di entusiasmo, sia fra gli ebrei di Palestina che quelli della Diaspora. Uno Stato ebraico rappresentava per i primi la salvezza, per i secondi l’assicurazione sulla vita, un polo di riferimento, una garanzia. E si trattava di meno di un decimo della Palestina originale, di meno di un centesimo del mondo arabo. Lo stesso mondo arabo respinse invece con furore la spartizione di un lembo di Palestina, che sottraeva alla loro influenza un pur minuscolo, insignificante e poverissimo spazio. L’assegnazione agli ebrei di quel minuscolo spazio fu considerata dagli arabi una profonda ferita, un’offesa inaccettabile.

Per questo i paesi arabi vicini – Libano, Siria, Iraq, Giordania, Egitto – con l’appoggio finanziario e militare di tutti gli altri più lontani, non vollero rispettare la Risoluzione dell’ONU e aggredirono lo Stato d’Israele, prima ancora che la mezzanotte del 14 maggio ne segnasse la nascita. (Luciano Tas)

Lo stato di Israele nacque ufficialmente il 14 maggio del 1948, mentre ancora si stavano ritirando le truppe inglesi. In quel momento, non esisteva alcuno stato palestinese. Sarebbe nato se la risoluzione dell’Onu fosse stata accolta. Gli israeliani l’avevano accettata. Ma i Paesi arabi no: il loro scopo, al quale ogni altro obiettivo doveva essere sacrificato, era la distruzione di Israele. Già il 15 maggio, mentre le Nazioni Unite stavano a guardare, milizie provenienti da Transgiordania, Egitto, Siria, Libano e Iraq, aiutate da unità dell’Arabia Saudita e dello Yemen, provarono ad uccidere la nuova creatura nella culla. Il segretario della Lega Araba, Azzam Pasha, disse che quella che era appena iniziata sarebbe stata «una guerra di sterminio e un enorme massacro».

 

Pure i palestinesi ci misero del loro. La loro rappresentanza ufficiale, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha sempre rivendicato come territori “minimi” dello stato palestinese la Giudea, la Samaria e la Striscia di Gaza, nacque nel 1964. E cioè quando, in seguito all’armistizio del 1949, Giudea e Samaria appartenevano alla Giordania e la Striscia di Gaza all’Egitto. È quindi a questi due stati che l’Olp si sarebbe dovuta rivolgere per ottenere i territori desiderati. Ma così non fu. Nell’atto costitutivo dell’Olp si legge che «la divisione della Palestina attuata nel 1947 e la fondazione di Israele sono illegali, nulle e non valide, perché contrarie alla volontà del popolo palestinese e al suo naturale diritto alla sua madrepatria». Gli stessi attentati palestinesi contro i civili israeliani iniziarono ben prima del controllo israeliano su Gaza, Giudea e Samaria, assunto nel 1967. In altre parole, furono gli stessi rappresentanti del popolo palestinese a respingere la risoluzione Onu che assegnava loro uno stato, anteponendo ai loro stessi interessi la distruzione del nemico sionista. Un atteggiamento che durò sino al 1988: solo in quell’anno, infatti, Yasser Arafat comunicò al presidente statunitense Bill Clinton che l’Olp intendeva riconoscere il diritto di Israele a esistere.

Fregandosene della “fratellanza islamica”, intanto, i paesi arabi, invece di accogliere i profughi palestinesi, avevano deciso che sarebbe stato meglio usarli come arma contro Israele. Con la complicità delle Nazioni unite, i profughi ottennero lo status di rifugiati anche se non erano stati residenti “abituali” in Palestina (come previsto dal diritto internazionale) , ma vi avevano vissuto solo per un paio d’anni prima del 1948. Inoltre fu stabilito che sarebbero stati considerati rifugiati anche se avessero ottenuto una nuova nazionalità. Infine, lo status di rifugiato divenne ereditario: per la prima volta nella storia poteva essere trasmesso ai figli. Grazie alla loro aggressione, quindi, gli stati arabi poterono dire al mondo che Israele aveva causato 900mila profughi palestinesi, il cui numero sarebbe aumentato negli anni, grazie all’incremento demografico. Una pistola carica puntata sul nemico: come spiegò nel 1961 il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, «se i rifugiati tornano in Israele, Israele cesserà di esistere». Il conflitto durò un anno. Al termine del quale, anche grazie alle divisioni tra gli aggressori, non solo Israele era sopravvissuto, ma aveva allargato il territorio controllato dalle sue forze, annettendo la Galilea e altre aree a maggioranza araba. L’armistizio con gli aggressori fu siglato nel 1949. L’Egitto vedeva riconosciuta l’occupazione della striscia di Gaza, mentre la Transgiordania si era annessa la Giudea e la Samaria, diventando Giordania, e aveva conquistato la città vecchia di Gerusalemme. Pur di non riconoscere il diritto di Israele a esistere, questi paesi si guardarono bene dal chiedere l’attuazione della risoluzione Onu che prevedeva anche la creazione dello stato palestinese. (Fausto Carioti)

CONTINUA….

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