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Israele è obbligato moralmente a risolvere il problema “migranti”?

maggio 28, 2012

Di Liat Collins

La vera tragedia non si sta svolgendo a Tel Aviv. Arriva da migliaia di chilometri più a sud – in Africa. E’ da l’Africa che arriva la maggior parte degli immigrati clandestini in Israele .

Da che cosa stanno fuggendo dipende da chi sono e da quale parte del continente arrivano. Un gran numero sono disperati che tentano di allontanarsi dalle guerre civili in paesi come Eritrea e il Sudan, in particolare dalla regione del Darfur. Altri sono alla ricerca di una vita lontana dalla povertà estrema dei loro paesi d’origine,  facendo il pericoloso viaggio da luoghi lontani come il Ciad, Congo e Costa d’Avorio. Non è difficile capire perché vengono – anche se la vita nella Terra Promessa è lontana da quello che si aspettavano. È naturale provare simpatia per queste persone. E ‘anche facile capire perché gli abitanti delle città e dei quartieri israeliani si sentano minacciati dall’afflusso dei  migranti, uomini, la maggior parte di loro singoli, che passano il tempo per strada, a ubriacarsi e che quasi inevitabilmente si danno ai piccoli (e anche nemmeno poi così piccoli) crimini, poiché non hanno un reddito o un qualsiasi mezzo di sostentamento.

In passato, i media israeliani hanno teso a riunirli tutti sotto il termine “rifugiati sudanesi”, così come – sfortunatamente – i molti nuovi immigrati anglofoni -provenienti da luoghi lontani come Australia, Sud Africa, Canada e Gran Bretagna -sono tutti collettivamente noti in ebraico come “anglo-Saxim”, o (peggio ancora, a giudizio di alcuni) “Amerikai’im”.  Come chiamare gli “africani” è stato il tema di una vivace discussione, in una riunione editoriale del Jerusalem Post la scorsa settimana, che riflette anche un cambiamento nella percezione di Israele in generale: La maggior parte dei membri dello staff presenti ha optato per il neutro “migranti”, il governo si riferisce principalmente a loro come “infiltrati”, poiché quasi tutti segretamente attraversano il confine dall’Egitto, alcuni giornalisti continuano a chiamarli “immigrati clandestini”, e altri li collocano nella stessa categoria di quei “lavoratori stranieri” che hanno superato i limiti dei loro visti e il loro benvenuto ufficiale.

Non è semplicemente una questione di semantica. Nulla è semplice, per la situazione di questi migranti, molti dei quali sono stati preda di abusi. I diversi modo con i quali essi sono menzionati è il risultato di differenti termini di riferimento. Non sono più principalmente rifugiati in fuga dalla guerra. Si tratta di migranti per motivi economici. E il numero è in crescita. Alla riunione di gabinetto, la scorsa settimana, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto: “Ora ci sono 60.000 infiltrati illegali, potrebbero facilmente crescere fino a 600.000 . Cioè,  inondare lo Stato e, in misura considerevole, cancellare la sua immagine di stato ebraico e democratico “.

 

 

Cio’ che preoccupa il governo è anche il fatto che tra i veri rifugiati potrebbero esserci criminali di guerra in fuga e anche cellule  di al-Qaida o affiliati. Sono comunque, a differenza degli “Anglos” non sionisti, in senso classico – tesi a costruire la patria ebraica in Sion. Né sono come gli immigrati ebrei provenienti dall’Etiopia – guidati da un sogno del genere – l’assorbimento dei quali, in Israele, è stato segnato da difficoltà, ma dei quali l’ arrivo, con i ponti aerei dell'”Operazione Salomone” e dell'”Operazione Mosè” è stato considerato a dir poco miracoloso e continua ad essere fonte di orgoglio nazionale. In un articolo di cinque anni fa, dal titolo “Il dilemma del Sudan,” ho scritto: “Nessuno nega la tragedia. La posta in gioco è molto chiara. Cosa fare a questo proposito è ben lungi dall’essere chiaro. Dovrebbe Israele, il rifugio degli ebrei di tutto il mondo, accettare tutti coloro che arrivano al suo confine meridionale – da 60 a 70 al giorno – e provvederli di asilo, perché questo è il suo obbligo morale? O Israele metterebbe in pericolo la sua stessa esistenza e l’essenza di stato ebraico, accogliendo una marea di infiltrati – la maggior parte musulmani – molti senza dubbio in fuga da una qualche forma di persecuzione, una minoranza in cerca di una sistemazione migliore di quella in Africa ?”  Questo ho  scritto in un articolo nel luglio 2007. Da allora, i numeri sono aumentati ben oltre i “60 al 70 giorno.” Secondo l’Autorità della popolazione, l’ immigrazione e le frontiere, 2.931 migranti sono entrati illegalmente in Israele, l’ultimo mese del 2011, anche se i numeri sono scesi quest’anno, a seguito della costruzione di una recinzione lungo il confine con l’Egitto.

Alla fine del 1970, il paese ha aperto le sue porte e il suo cuore a decine di “boat people”, in fuga dalla devastante guerra del Vietnam. L’allora primo ministro, Menachem Begin, era ovviamente mosso dal loro destino, che rammentava quello degli ebrei durante la Shoah,  intrappolati sulle navi come l’infame St. Louis, senza alcun porto sicuro in vista e solo la morte che li attendeva se fossero di nuovo tornati alle rive della loro antica patria. Fu un vero e proprio atto umanitario nei confronti di persone realmente bisognose di asilo. Nel 2012, dobbiamo stare attenti a non perdere l’empatia per la condizione di coloro che non hanno un posto dove andare. Ma apertura mentale non significa necessariamente frontiere aperte per tutti. Con il passare degli anni, mi chiedo più che mai se in realtà stiamo affrontando il vero problema. Invece di discutere su cosa fare con le vittime della guerra civile, la povertà e forse anche il cambiamento climatico, sarebbe meglio affrontare i problemi alla fonte.

I rifugiati non sono solo un problema israeliano, e Israele da sola non può fornire un rifugio per milioni di persone con le quali non ha nemmeno una frontiera comune. La comunità mondiale deve fare di più per aiutare a prevenire la crisi dei rifugiati là dove si svolge – in Africa. Programmi come quello del Ministero degli Esteri, MASHAV (Agenzia di Israele per la cooperazione internazionale allo sviluppo) offrono formazione in tutto il mondo in settori quali agricoltura, la medicina e l’istruzione. Per parafrasare stanchi cliché  “insegnano ai cittadini come pescare” e più importante ancora – e in stile israeliano – come allevare il pesce in stagni nel deserto.

Un certo numero di migranti dovrebbe essere sottoposto a programmi di formazione in Israele che potrebbero aiutarli – nei loro stessi paesi – una volta ritornati. Coloro che sono veramente bisognosi di asilo dovrebbero essere accolti ed essere autorizzati a soggiornare e lavorare legalmente. Invece di concedere permessi a lavoratori stranieri che arrivano da posti come le Filippine e la Thailandia, questi migranti africani potrebbero ricevere almeno permessi temporanei. Ma una parte della soluzione sta nel rimpatrio o espulsione – il termine dipende da come lo si guarda (e presumo, anche, se sei o no costretto a spostarti). Chi è contrario all’espulsione dei migranti di solito cita le cattive condizioni economiche e le minacce di guerra nei loro paesi di origine. Questo, ancora una volta, sottolinea la differenza tra i migranti che arrivano qui e gli immigrati.

La maggior parte di noi “Anglos”, ha lasciato uno stile di vita più lussuoso – sapendo che stavamo dirigendoci  verso un paese con la coscrizione militare e, in media, una guerra di dieci anni con attentati terroristici e attacchi missilistici in mezzo. Lo abbiamo fatto perché ci siamo sentiti a casa e con questo abbiamo voluto dare un contributo alla sua costruzione e renderlo un posto migliore per le generazioni future. La tragedia dei migranti è dura, le condizioni in Israele e altrove in Occidente sono di gran lunga migliori di quelli “a casa.” Il nostro dovere non è solo quello di fare in modo che i loro bisogni primari siano soddisfatti qui, ma che possano vedere un giorno la speranza per un futuro migliore nei paesi che hanno lasciati.

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2 commenti
  1. Laura M.W.Buccino permalink

    Abito in una zona in cui l’immigrazione clandestina ha raddoppiato la popolazione del quartiere in cui vivo. Al mattino vediamo giovani uomini africani, Ghanesi, Senegalesi e chissà di quanti altri posti, uscire dalle case sfitte, semicrollate, scavalcare recinzioni pericolanti con il loro zaino in spalla, pronti per …per cosa? qua non c’è niente, la mano d’opera non viene pagata. Siamo empatici, ma pensiamo che non sia fuggendo da un paese disastrato per arrivare in un altro ugualmente disastrato sia la soluzione. ormai gli uomini spacciano, le donne si prostituiscono. Noi ci chiudiamo le case con pesanti inferriate, per evitare che un vecchio cellulare faccia loro tanta gola da aggredirci con un coltello, pur di prendercelo( è successo ed io visto andare via gli unici vicini di casa che avevo, presi da paura).
    Israele sente il dovere morale dell’accoglienza, ma chi è accolto non trova Casa, non ha legami con il Paese. Esattamente come gli immigrati da noi, che sono giovani e secondo molti dovrebbero lottare per la loro Patria e risollevarla, per gli immigrati in Israele è lo stesso.
    Se non sono per la maggior parte delinquenti espulsi dai Paesi d’origine, o francamente terroristi in piena invasione, sono comunque persone senza legame fisico ne’ spirituale. Non hanno lavoro, non hanno identità sicura, trovano miseria e disoccupazione. Tra non molto Israele dovrà affrontare una immigrazione dall’Europa filonazicomunista davvero massiccia. questi Ebrei, che sentono Israele come Casa, pronti a lottare per questa Casa, avranno, DOVRANNO avere la precedenza.
    Solo così si ritroverà un equilibrio tra israeliani e resto del paese, arabi, africani in gran parte islamici. una situazione francamente esplosiva.

  2. E, fatto non irrilevante, Israele è grande all’incirca come l’Emilia Romagna!

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