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Resistere al conformismo palestinofilo

maggio 24, 2012

Pierre-André Taguieff

in “Outre-terre, Revue française de géopolitique”, 03/01/2003

(Pierre-André Taguieff (Parigi, 4 agosto 1946) è un sociologo, filosofo e storico delle idee francese, direttore di ricerca al Centro Nazionale francese per la Ricerca Scientifica e docente all’Istituto parigino di Studi Politici. Autore di numerosi saggi politici, di storia delle idee, sociologici e teoria della falsificabilità, i suoi studi hanno riguardato anche il razzismo, l’antisemitismo e l’analisi delle ideologie legate all’estrema destra; è noto anche per i suoi lavori pionieristici sul populismo, sulla cosiddetta “Nuova Destra” e sul Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen).

Il conformismo palestinofilo  si è diffuso nelle società dell’Europa Occidentale, dove un fanatico “anti-sionismo” ha preso in ostaggio una gran parte dell’opinione pubblica. Sharon “l’assassino” Arafat “l’eroe” (o “martire”) o ancora, gli “assassini” israeliani,  i palestinesi “vittime”: le due immagini opposte riassumono il mito manicheo che struttura l’interpretazione dominante del conflitto israelo-palestinese dalla fine del ventesimo secolo. In particolare in Francia, dove le élite politiche, mediatiche e intellettuali, che siano golliste o marxiste, sono in gran parte schierate per la  “causa palestinese”, assistiamo a cio’ che può essere chiamato una crescente “arafatizzazione delle  menti “- anche se la burocrazia corrotta e la dittatura militar-poliziesca incarnata da Arafat sono state severamente criticate da molti leader e intellettuali palestinesi.

 

 

La “causa palestinese” idealizzata è diventata ormai “ideological chic” , lo snobismo culturale si è impadronito del  mondo dei media ed ha interiorizzato le evidenze di base, lo show- biz stesso si lascia andare spesso ad una palestinofilia e israelofobia radicale. L’accoppiamento del movimento  “anti-globalizzazione” alla “causa palestinese” è stato realizzato nella primavera del 2001, come mossa strategica basata sul fatto che detto movimento e detta causa condividono gli stessi nemici demonizzati (Stati Uniti e Israele) . Il conflitto israelo-palestinese, vissuto per diversi anni come una questione personale, da molti cittadini francesi, si è esteso in Francia per mezzo di una guerra politico-culturale che utilizza manifestazioni, proteste, petizioni e contro-petizioni e che ha fatto emergere una nuova scissione ideologicamente trasversale. L’israelofobia, ideologicamente normalizzata, è ormai presente in tutte le regioni del mondo. Fino a cadere nel grottesco, nel comico o nell’odioso. Lasciatemi fare un esempio particolarmente significativo, fornito da un intervento antisionisticamente  corretto della censura cinese a proposito di Albert Einstein, nel luglio 2002, episodio riportato nell’agosto 2002 da Libération:

“Una mostra organizzata dai servizi israeliani culturali e dedicata alla vita dello scienziato, doveva essere presentata in Cina, tra due settimane. Si tratta di documenti conservati presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, alla quale Einstein ha lasciato tutti i suoi beni, alla sua morte. Ma all’ultimo momento, il Ministero cinese della Cultura ha chiesto che fosse rimosso circa il 10% del testo che accompagnava la mostra: i passaggi che indicavano Einstein come ebreo, che aveva sostenuto la creazione dello Stato di Israele e al quale i leader dello Stato ebraico avevano perfino offerto di esserne il suo primo presidente, invito che Einstein  aveva declinato. Pechino vuole, a quanto pare, mostrare il suo zelo nel suo sostegno alla causa palestinese “.

Le implicazioni di questa serie di pregiudizi e di passioni ideologiche nel campo dell’ opinione politica non sono più trascurabili in Francia. Sinistra e destra, pro-Israele e pro-palestinesi si distinguono nettamente e si confrontano e competono in vari modi. Collegamenti inaspettati avvengono, al di là delle divisioni  destra / sinistra , o al di là della contrapposizione tra liberali e repubblicani. L’aggregazione dell’anti- americanismo e dell’ israelofobia produce effetti di ridefinizione e ridistribuzione delle posizioni. Per quanto riguarda gli estremi, sono scandalosamente palestinofili, gli archeo-trotzkisti e gli anti-globalizzazione  tipo Bové, ancora più della vecchia estrema destra, e questo mentre anche l’islamizzazione della causa palestinese si accentua,   trasformando sempre più una guerra di liberazione nazionale in una guerra santa per purificare la “terra palestinese”, supposta terra di Islam che comprende il territorio attuale di Israele, per ripulirla da tutti gli stranieri “infedeli” e soprattutto dagli ebrei.

Il comunista venezuelano nato Vladimir Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, famoso terrorista che si è convertito all’Islam nel 1975, ammette, in un’intervista data il primo novembre 2001 (dal carcere de La Santé), alla rivista neo-fascista “Resistenza!”, il fatto e l’importanza strategica della confluenza o convergenza tra “estremisti” di destra e di sinistra, tra i quali alcuni ideologi, come il “rivoluzionario nazionalista” Christian Bouchet, mirano esplicitamente a creare “un fronte unito “per” combattere contro i nemici comuni: l’imperialismo yankee e il sionismo ”

“Utilizzo spesso il termine convergenza, in merito agli attivisti di ideologie diverse con i quali ci troviamo d’accordo sull’essenziale. (…) Tutti coloro che combattono i nemici dell’umanità, cioè l’imperialismo degli Stati Uniti, il sionismo, i loro alleati e i loro agenti, sono i miei amici. (…) Mi sono convertito all’Islam nel mese di ottobre 1975, e continuo a essere comunista. Non c’è contraddizione tra l’obbedienza a Dio e la società ideale comunista. (…) Sono un Fedayin. La situazione in Palestina riflette quella del mondo arabo-musulmano: disastroso! Ma io vedo un futuro luminoso! I miei più cari auguri sono per la Liberazione della Palestina e tutti i paesi occupati dalle forze straniere. (…) L’islamismo radicale è colorato, eterogeneo e proteiforme. Esso contiene i migliori e i peggiori: i movimenti jihadisti fino al draconiano misogino e reazionario. (…) Dopo la disintegrazione del socialismo ateo, i jihadisti veri attaccano il mostro yankee per chiedere la liberazione dei tre luoghi sacri della Mecca, Medina e Gerusalemme. (…) Sono stato molto sollevato quando ho visto le operazioni eroiche di sacrificio l’ 11 SETTEMBRE 2001. Mi resi conto che il mio sacrificio a Khartoum non era stato vano. Sheikh Osama bin Laden è il modello dei mujahidin. Si tratta di un martire vivente, puro. “

 

 

Questa ondata di giudeofobia globale è teorizzata chiaramente, in alucni ambienti  islamisti, come una nuova guerra mondiale: “Questa guerra è tra noi e gli ebrei,” ripete Osama bin Laden in un video pubblicato il 19 Maggio 2002 in Gran Bretagna dall’agenzia islamica Ansaar news . In particolare, in una lettera diffusa alla fine del marzo 2002 e autenticata dalla firma del leader islamista, bin Laden, dopo aver ricordato l’assedio del campo di Jenin e il piano di pace saudita, ha lanciato un appello vero e proprio all’omicidio di massa

“Mi appello alla rivolta contro i sostenitori dell’eresia. Essi devono essere uccisi. Chiamo all’uccisione di tutti gli americani, di tutti gli ebrei, con coltelli, con proiettili o anche lanciando pietre contro di loro”.

La nuova giudeofobia, nella sua versione islamista jihadista, è esplicitamente genocida, definisce la sua lotta come un’impresa di eliminazione totale dei nemici assoluti, amalgamati nell’espressione ” giudeo-crociati “.  Si immagina come un modo per i “credenti”, di  raggiungere la salvezza, al di là del compimento del dovere. Il francese Zacarias Moussaoui, l’unico accusato in relazione con gli attentati dell’11 settembre 2001, ha detto esplicitamente,  in una delle sue deposizioni al giudice Leonie Brinkema:

“Brinkema, io sono musulmano, combattero’ e Allah mi darà la vittoria. (…) Attenzione, attenzione, o Giudei, l’esercito di Muhammad è tornato”.

Questa è letteralmente la reinvenzione della” battaglia finale “,  con la garanzia della vittoria finale.

L’appello all’assassinio sistematico degli ebrei e degli americani è parte di un mito di salvezza, nel quale é privilegiato l’assassinio rituale “purificatore”. Il tipo del”martire”-killer (diciamo, l’islamikaze) rappresenta l’ultima arma suprema di questi nuovi fanatici, votati ad  uccidere israeliani in quanto israeliani, e, di là di ogni eufemismo, ebrei in quanto ebrei. Eppure è evidente che questi assassini suicidi per fanatismo non potrebbero essere considerati “martiri” o  kamikaze in senso stretto (questi ultimi accettavano di morire per attaccare e distruggere obiettivi militari, non civili). La responsabilità dei musulmani investiti di autorità teologiche è, a questo punto, direttamente coinvolta: assegnare a degli assassini superstiziosi il titolo di  “martiri” è favorirne gli imitatori. (!) Le dichiarazioni dello Sheikh Ahmed Al Tayeb, considerato “liberale”, nominato Gran Muftì dal presidente Mubarak e cosi’ diventato il numero due dell’islam egiziano, su questo punto sono particolarmente irresponsabili:

“Queste operazioni [di attentatori suicidi palestinesi ] sono atti di auto-difesa e lotta contro l’occupazione. A nostro avviso, gli autori non si suicidano. Sono martiri. (…) I martiri sono l’unico metodo che resta ai palestinesi di difendersi. (…) Il popolo israeliano è un popolo aggressore e armato. In Israele, tutti possono essere arruolati nell’esercito. La resistenza palestinese attacca dunque dei civili che poterbbero essere soldati. Questo può essere difficile da capire per gli europei”.

 

 

L’errore è quello di rifiutare, nel solo caso della nazione israeliana, il principio stesso di una differenza tra l’esercito e la popolazione civile. Ne consegue che tutti gli israeliani possono e devono essere legittimamente considerati obiettivi militare: donne, bambini, neonati (potenziale militari!). La gravità di queste osservazioni, dove la malafede è combinata con l’odio, viene dall’essere pronunciate da una delle più alte autorità dell’Islam per conto dell’Università di Al Azhar (la Università teologica del Cairo), il ministro degli Affari religiosi e il Dar al Ifta (guidato dal Gran Mufti ), che sarebbero “di parere unanime” in merito. Queste parole assumono significato in una logica di guerra totale, e restituiscono una legittimazione totale teologica e religiosa ai massacri di civili, celebrati come “atti di resistenza”. Osama bin Laden ha soltanto tradotto in regole operative la visione manichea di una nuova guerra mondiale e inevitabile tra l’alleanza “giudaico-crociata”  e il “mondo musulmano”:

“Quello che è chiaro in questa campagna giudaico-cristiana contro il mondo musulmano, di una violenza mai vista prima, è che i musulmani devono riunire tutte le forze possibili per respingere il nemico: in campo militare, economico e in quello della predicazione “

presupponendo questa visione manichea di una guerra di “civiltà” ridotta a conflitto tra “l’Occidente” e il mondo islamico, ma insufflando una forte dose di ideologia vittimista e di risentimento, l’islamista Kamel Daoudi, nato in Algeria 3 agosto 1974 e naturalizzato francese il 14 giugno 2001, afferma in una “confessione” dagli accenti paranoici, rilasciata 9 settembre 2002:

“In quegli anni, dal 1991 al 1993, ci fu anche la guerra del Golfo e le sue tragiche conseguenze. L’Occidente ci odiava perché eravamo arabi ei musulmani. (…) L’Occidente è in guerra aperta contro di me, ho dovuto reagire. L’uccisione mirata [sic] di Kelkal Khaled fini’ per convincermi. (…) I media francesi hanno solo esasperato l’odio che rodeva il mio cuore e la mia mente, a forza di disinformazione, intossicazione, commenti cinici, con la soggettività evidente degli specialisti  della paccottiglia del Maghreb e del mondo arabo-musulmano. Per fortuna ho conosciuto Internet molto presto (1992), e ho avuto i miei propri canali di informazione… Dopo la mia formazione intellettuale, ora era necessaria una formazione religiosa e militare degna di questo nome. L’Afghanistan, paese certo mitizzato dai nostri, è stata la migliore destinazione possibile. (…) Tutta questa guerra unilaterale, condotta dall’auto proclamato Impero del mondo, la cui forza è americana e l’ideologia sionista e WASP, non ha trovato nessun resistente se non la legione [Al Qaeda] esiliata in quel paese desolato (…)”

 

 

Questo è ciò che abbiamo bisogno di capire e avere il coraggio di affrontare, in primo luogo attraverso l’intelligenza delle situazioni e i rapporti di forza. Siamo in guerra, la guerra è stata dichiarata. Una guerra non convenzionale, ma mondiale, guidata contro l’Occidente liberal-democratico dalle reti terroristiche -islamiche globalizzate. Una guerra totale, nella quale tutti i mezzi tecnologici disponibili sono ben lungi dall’essere stati utilizzati dai combattenti islamici. Il “mega-terrorismo” è domani. La Terza Guerra Mondiale è cominciata. Noi, gli intellettuali, siamo entrati in una guerra culturale e dei media, le cui implicazioni politiche sono di estrema importanza. In particolare dobbiamo smantellare gli argomenti sofistici che giustificano atti terroristici (sotto il pretesto della “sofferenza” o “disperazione” degli “oppressi”), confutare le proposte false o fuorvianti in merito alla “responsabilità” nel conflitto arabo-israeliano , mostrando in particolare come il rifiuto arabo, lungi dall’essere iniziato nel 1948, ha continuato a manifestarsi più o meno convulsamente dagli anni 1880-1900, contrastare il monopolio di “vittima” dei palestinesi (tema, quello del vittimismo, abilmente sfruttato dalla propaganda islamista), demistificare i cosiddetti “martiri” dell’Islam impazzito, ridotto ad un “ismo” che trasfigura macchine umane per uccidere. Questa guerra ha i suoi combattenti multi-dimensionali e i suoi profittatori, i suoi fanatici e opportunisti, i suoi attori socialmente visibili e i suoi agenti di influenza, ma anche, a destra e a sinistra, i suoi “collaboratori” , i suoi agenti, il suo assunto – questi pseudo-antirazzisti diventati giudeofobi professionisti,  questi intellettuali di origine ebraica passati surrettiziamente nel campo anti-ebraico, questi cristiani terzo-mondisti, soggetti a reminescenze anti giudaiche, questi rivoluzionari senza proletariato né rivoluzioni, che trovano nella “causa palestinese” (o, in Francia, in quella dei “sans papiers “) un oggetto sostitutivo della loro passione ideologica, questi anti-fascisti immaginari, mancanti di fascisti. Patetici ausiliari o collaboratori odiosi del “terzo totalitarismo”, compagni di viaggio ingenui del “fascismo verde” , l’islamismo conquistatore delle democrazie costituzionali e pluraliste. Penne ausiliaria del terrorismo islamo-palestinese . “Utili idioti” e “collaboratori” inutili la cui coscienza è immacolata , e il cui numero sta aumentando mentre, al tempo stesso, nell’ Europa occidentale e nel mondo, aumenta il terrorismo intellettuale palestinofilo Islamofilo . In Francia forse più che altrove, a nostra vergogna. E’ vero che non rischiano nulla , nemmeno in Israele, se non un maggiore comfort intellettuale e morale. Nel conformismo siamo rassicurati, e ci garantiamo una parvenza di virtù “cittadina”. Lo spirito di sottomissione alla visione dominante scaccia la libertà di spirito. Ma soprattutto, l’Islam radicale ha un fascino sull’ esaurito borghese Occidente, mentre mobilita coloro che non hanno nulla da perdere. Si reinventa l’utopia rivoluzionaria. Porterà al mito del terzo mondo. Nel ruolo del protagonista, il ribelle audace, bin Laden ha sostituito Guevara. Nel 1998, Carlos aveva svelato il segreto terrificante:

“L’islamismo rivoluzionario ha preso il posto del comunismo” fino a divenire “la spina dorsale dell’ anti-imperialismo globale “ .

 

L’islamo-palestinismo “rivoluzionario” è ora l’oppio degli intellettuali europei – per non parlare della moltitudine di semi-intellettuali che sono incrostati nei media. Parla con la retorica più virulenta della legittimità mediatica dell’anti-americanismo del risentimento che si è fatto vulgata. Anti-americanismo sempre in coppia con un anti-israelianismo demonizzazione, illustrato da questo estratto da un’intervista con il quotidiano di Ginevra Le Temps di Pascal Boniface geopolitico:

“- Alla fine di gennaio, George Bush ha proclamato “l’asse del male “(Iraq, Iran, Corea del Nord). Corrisponde secondo voi a una panoramica della minaccia reale?

– Questa è pura propaganda. Non che questi paesi siano senza colpa, ma perché la lista non è completa. Bush ha dimenticato di mettere un paese nella sua lista del Medio Oriente. Un paese dove l’esercito e i suoi generali sono di rilievo sulla scena politica da oltre mezzo secolo, un paese che sta sviluppando armi biologiche e chimiche, e che dispone di capacità nucleare. La – Siria? – No, Israele “

E ‘importante richiamare l’attenzione di tutti i cittadini di tutte le nazioni democratiche sui reali pericoli rappresentati dall’islamismo radicale, la nuova forma di totalitarismo che si annuncia dall’inizio del XXI secolo, i cui nemici sono la democrazia pluralistica (“la democrazia empia”) e il principio di laicità (un “veleno mortale” strumento di “complotto giudaico-massonico”, come specificano alcuni predicatori islamici).  Le periferie francesi non sono immuni, da venti anni, dai propagandisti della Jihad islamica, come dimostrato da numerose indagini che evidenziano alcune delle reti terroristiche – attivi o dormienti – che vi si trovano. Abbiamo particolarmente il diritto di preoccuparci della penetrazione islamista nelle scuole (università, scuole superiori), attraverso l’uso di “questione velo” o per sostenere la “causa palestinese”, che ancora mobilitano i giovani di “buoni sentimenti” ideologizzati, a scapito delle idee chiare . Tutto deve essere dato di principio ai musulmani repubblicani e nulla bisogna tollerare dagli islamisti, i nemici più o meno chiaramente espressi, del pluralismo religioso e del principio di laicità. Salman Rushdie,  preoccupato per l’avanzamento dell’occidentalofobia nell’opinione pubblica e di una giudeofobia islamista nell’opinione pubblica dei paesi musulmani, è stato essenziale in un’analisi pubblicata all’inizio di luglio 2002:

“Bisogna che i musulmani di tutto il mondo capiscano che il fanatismo è un flagello sproporzionato rispetto a quello che gli Stati Uniti incarna ai loro occhi. E che questo ideale da incubo del pianeta consegnato ai talebani ha prodotto un tributo terribile sul piano sociale, economico e politico. “

Abbiamo motivo di sperare che parte delle autorità spirituali dell’Islam, cosi’ come tra gli intellettuali musulmani, voci informate – come quelle in Francia di Soheib Bencheikh, Abdelwahab Meddeb, Leila Babes, di Rachid Kaci, Michael Fox o Malek Chebel – continuino a crescere sensibilmente e a far valere sia la natura intollerabile della violenza anti-ebraica, sia l’inganno rappresentato dall’islamismo, dalla strumentalizzazione politica dell’Islam e dal metodo di indottrinamento per creare fanatici. Uno dei più grandi leader spirituali dell’Islam, Ibn Arabi, aprendo la strada,   riconobbe a suo tempo:

“Solo santi amati nelle sinagoghe e nelle chiese! Solo nemici odiosi nei ranghi delle moschee! ”

 

 

E’ sia sbagliato che pericoloso pensare che l’Islam sia destinato ad andare alla deriva verso l’Islam radicale. Ma sta diventando sempre più urgente, in Francia, secolarizzare e repubblicanizzare Islam . Il che implica, da parte del governo, di non imporre i leader islamici (legati ai Fratelli Musulmani in Tabligh) come fossero rispettabili rappresentanti dell’Islam in Francia . I cosiddetti “islamisti moderati” cari al nuovo terzo-mondismo e agli angelisti di sinistra, sono i “moderati anti-semiti” o i “ragionevoli” di alcuni ideologi del 1930. L’estremismo radicale, criminale e settario, costituise la faccia nascosta di questa mitica “violenza moderata”. Il futuro probabile non è schematizzabile in questa mondializzazione dolce, felice e pacificatrice della quale i profeti celebrarono l’arrivo nel 1990, ma in una globalizzazione caotica, sotto il segno del polemos, aprente l’era della frammentazione conflittuale. La visione irenica della globalizzazione cosmopolita, ultimo rifugio dell’ utopia della pace perpetua, è ormai reliquia dell’ immaginazione politica della fine del ventesimo secolo. Riconoscere l’avvento dell’era della “politica del caos” implica una de-ideologizzazione degli approcci detti “geopolitici” (sempre dipendenti da “ismi” ereditati dal XIX secolo), e un supplemento di coraggio per designare, nonostante le illusioni gnostico -pacifiste costantemente ricorrenti, l’incertezza, la confusione, il nemico. Coloro che, cinici demagoghi, fanatici del terzo mondo o ingenui, legittimano le richieste della jihad contro l’Occidente e Israele, contro gli americani e gli ebrei, e trovano scuse al terrorismo ideologico, per conto di un “anti-imperialismo “di origine stalinista, sono complici dei nuovi barbari transnazionali. Devono essere trattati, intellettualmente e politicamente, in quanto tali.

L’intervento  completo QUI

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