Skip to content

Non parlare, non vedere, non sentire…!

maggio 10, 2012

6 Maggio 2012

L’amministrazione del presidente Barak Obama ha vantato a gran voce i suoi sforzi per proteggere i militanti pacifici, oppressi dai loro regimi. Il 26 Aprile, la Casa Binaca ha pubblicato un decreto per impedire alle imprese tecnologiche di aiutare l’Iran e la Siria a commettere violazioni dei diritti dell’uomo. I due Paesi sono diventati quelli che i membri del Congresso chiamano “zone di repressione elettronica”, cioè facenti parte di quei regimi che utilizzano tecnologie moderne per schiacciare chi invoca riforme democratiche.

 

 

Ma Obama ha tralasciato di promuovere il cambiamento positivo in un sistema di governo sul quale gli Stati Uniti esercitano un’influenza notevole – il feudo sempre più repressivo di Mahmud Abbas in Giudea-Samaria. Il giorno stesso della pubblicazione del decreto americano, l’Agenzia di stampa palestinese Ma’an riportava una storia esplosiva e dettagliata su come i responsabili palestinesi hanno incaricato i “fornitori di accesso Internet di bloccare l’accesso ai siti di informazione critici verso Mahmud Abbas”.

Tutto lascia credere che l’ordine di chiudere i siti sia venuto direttamente dalla leadership palestinese. L’articolo di Ma’an cita un funzionario palestinese, il quale avrebbe affermato che l’Autorità palestinese, tramite il procuratore generale Ahmad al-Mughni, “avrebbe direttamente ordinato la chiusura “, agendo “secondo istruzioni venute dall’alto – o dall’ufficio del presidente o da quello di un direttore dell’intelligence.”  Mughni era già conosciuto per i suoi sforzi draconiani nel soffocare la libertà di espressione.

Nel gennaio 2012, le forze di sicurezza palestinesi arrestarono il giornalista Khaled Amayreh Al-Ahram per aver criticato Hamas e Abbas, riferendosi erroneamente a Ismail Haniyeh come “il legittimo primo ministro palestinese. ” Stessa sorte tocco’ a diversi giornalisti e blogger per i loro scritti critici. Tra di loro, Jamal Abu Rihan, un blogger palestinese che scrisse su Facebook “La gente vuole la fine della corruzione. ” Gli arresti continuano. Secondo Al-Haq (“La Verità”), un gruppo palestinese per i diritti umani: “E ‘difficile sapere esattamente quante persone sono state arrestate in violazione del diritto alla libertà di espressione perché le vittime, in molti casi , sono accusate di crimini diversi, per nascondere il movente politico del loro arresto”. “In alcuni casi gli arresti sembrano essere raid di simpatizzanti di Hamas. In altri sembrano colpire gli avversari politici non-violenti o critici del regime di Abbas”.

La repressione si estende anche oltre i siti di notizie palestinesi. Nel luglio 2009, l’Autorità Palestinese aveva proibito al canale Al-Jazeera di operare in Giudea e Samaria dopo che aveva riportato un’affermazione secondo la quale Abbas e l’ex capo della sicurezza a Gaza, Mohammad Dahlan,  sarebbero stati complici nella morte di Yasser Arafat.

Nel gennaio 2011, in seguito alla pubblicazione di documenti interni, relativi ai negoziati di pace tra israeliani e palestinesi, conosciuti con il nome di “Quaderni di Palestina”,  funzionari di sicurezza palestinesi (e altri) tentarono di prendere d’assalto gli uffici al-Jazeera a Ramallah.  Questi incidenti e altri simili, hanno avuto un effetto raggelante sulla stampa. Come Fahmi Shabaneh (ex ufficiale dell’intelligence palestinese) ha rilevato nel 2010, “Al-Jazeera e altri media arabi … hanno paura a pubblicare qualsiasi cosa possa irritare l’Autorità palestinese. ”

Nell’aprile 2011, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto di 35 pagine intitolato “No News Good” circa l’abuso perpetrato nei confronti dei giornalisti da parte delle forze di sicurezza palestinesi. I giornalisti palestinesi nella West Bank ebbero le loro attrezzature confiscate e furono arbitrariamente arrestati, fu impedito loro di recarsi all’estero, aggrediti, e in un caso, torturati dai servizi di sicurezza palestinesi.  HWR ha ammesso di non aver potuto identificare chiaramente le “istruzioni dei capi dell’Autorità Palestinese ai servizi di sicurezza “, ma ha osservato che “il totale fallimento della leadership palestinese nell’affrontare la cultura dell’impunità, sembra riflettere la politica ufficiale”.

Dopo le recenti rivelazioni di Ma’an, ora possiamo essere più precisi. E ‘chiaro che il governo di Mahmoud Abbas persegue una politica di repressione alla critica nei media e soffoca la libertà di espressione su Internet.  Sembra che l’Autorità Palestinese non solo abbia cancellato le voci critiche dai canali ufficiali, ma che ricorra anche a mezzi extragiudiziali.  Il 28 gennaio, alcuni hackers hanno violato “InLightPress”, un sito web nel quale si sosteneva che Abbas aveva ordinato alle forze di sicurezza di intercettare i telefoni degli oppositori politici.

Quando “InLightPress” fu di nuovo online, i redattori spiegarono che il cyber-attacco “veniva dall’Autorità palestinese, con l’approvazione del presidente Abbas”. Il sito affermava che Abbas aveva creato un “gruppo di crisi”, guidato da Sabri Saidam, ex capo del dipartimento di telecomunicazioni e tecnologie dell’intelligence palestinese, per coordinare l’attacco.  Una settimana dopo, il 3 febbraio, “InLightPress” fu violato di nuovo.  Quando tornò online, i suoi editori dichiararono: “Ora sappiamo chi sono i pirati, e perché lo hanno fatto, e sappiamo che non si fermeranno. ”  Il sito ha continuato a pubblicare una critica feroce a Abbas.

In risposta, la leadership palestinese ha bloccato l’accesso “InLightPress” nei territori. Pochi giorni dopo, il sito Amad con sede a Gaza, anch’esso critico verso Abbas, rese noto che gli utenti palestinesi non potevano accedere al sito web, perché il governo palestinese lo aveva bloccato.  A conferma di ciò, un funzionario del Ministero delle Telecomunicazioni e tecnologie dell’informazione, citato da “InLightPress”, ha detto che il sito si era reso responsabile di “sedizione e attentato alla struttura sociale palestinese”.Quindi, secondo lui, l’Autorità palestinese aveva” il diritto di difendersi … contro questa campagna dannosa. ” Avere un diritto non è lo stesso che essere nel diritto.  Lo scandalo è ormai scoppiato.

Il 25 aprile, la società di telecomunicazioni palestinese (Paltel) ha rilasciato una dichiarazione nella quale ammetteva di non aver avuto “altra scelta se non rispettare” gli ordini dei funzionari palestinesi di bloccare i siti.  Il 26 aprile, il ministro palestinese delle comunicazioni e della tecnologia dell’Informazione, Mashour Abu Daka, ha rassegnato le dimissioni, adducendo “motivi personali” per la sua partenza. Sabato, Hanan Ashrawi, fedelissima di Abbas, è uscita dal suo riserbo e pubblicamente ha condannato gli atti del suo governo.  Ma come “InLightPress” e Ma’an hanno notato, i palestinesi non hanno nessun diritto di ricorso qui.  Nessuna legge criminalizza le azioni della PA.

Ma peggio ancora! Abbas riversa una marea di critiche sugli israeliani, sostenendo che la loro presenza rende impossibile introdurre riforme democratiche.  Di conseguenza, l’ambiente politico in Cisgiordania appare sempre più simile a quello della Striscia di Gaza, dove i terroristi sostenuti da Iran e altri paesi, tengono il territorio con il pugno di ferro. Il nuovo decreto di Obama,  progettato per prevenire le violazioni dei diritti umani che coinvolgono la tecnologia, avrebbe potuto fornire ai palestinesi un mezzo migliore per lottare contro i tentativi da parte di Abbas di dominare lo spazio politico in Cisgiordania.  Ma il presidente Obama non ci è riuscito.  Pochi giorni dopo che lo scandalo era scoppiato, il presidente ha firmato una delibera che svincolava 192 milioni dollari in aiuti per i palestinesi, aiuti che erano stati congelati dal Congresso, con la motivazione “importante per gli interessi della sicurezza degli Stati Uniti. ”

Il Presidente ha sbloccato i fondi senza prima chiedere ad Abbas di prendere misure per garantire la libertà di espressione in Giudea e Samaria. E ‘stata una occasione mancata.  Solo l’intervento diretto degli Stati Uniti potrebbe assicurare una maggiore libertà di espressione per i palestinesi impegnati in questa lotta importante ….  Obama ha deciso di fornire 192 milioni dollari all’Autorità palestinese, nonostante il congelamento del Congresso sul finanziamento,  dopo il presidente Mahmoud Abbas aveva tentato di dichiarare unilateralmente e illegalmente uno stato, nel settembre scorso, in violazione degli impegni presi. Tommy Vietor che lavora alla Casa Bianca, ha riferito che il presidente Obama ha preso la decisione di distribuire i soldi dei contribuenti americani ai palestinesi al fine di garantire “il percorso a lungo termine del governo moderato dell’Autorità palestinese. ” Ha aggiunto che, come afferma la relazione, “l’Autorità palestinese ha adempiuto agli obblighi principali, come il riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, la rinuncia alla violenza e l’accettazione della tabella di marcia per la pace”.

Jamal Abu Rihan è un attivista palestinese e blogger che è detenuto in una prigione dell’Autorità palestinese in Giudea e Samaria.  Le forze di sicurezza dell’Autorità palestinese lo hanno arrestato dopo che aveva creato un gruppo su Facebook chiamato “La gente vuole porre fine alla corruzione. ” Il gruppo Facebook di Abu Rihan, contro la corruzione, ha ottenuto il sostegno di oltre 6000 membri. Queste persone hanno cliccato per unirsi al gruppo pochi giorni dopo la sua creazione.  Alcuni membri, soprattutto quelli che vivono sotto l’influenza dell’Autorità palestinese, hanno ora paura di essere gettati in prigione per aver commesso il crimine di chiedere la fine della corruzione. L’arresto di Abu Rihan e di altri ha lo scopo di mandare un avvertimento ai palestinesi: non criticare il governo e i suoi leaders. Il governo dell’Autorità palestinese ha anche messo in guardia i giornalisti palestinesi dallo scrivere relazioni sulla repressione o dal collaborare con quei  corrispondenti occidentali che riferiscono della repressione contro giornalisti e bloggers.

Nelle ultime settimane, le forze di sicurezza palestinesi hanno convocato un certo numero di giornalisti per interrogarli sui loro rapporti con i colleghi e i media occidentali .  I palestinesi dicono che la campagna di intimidazione e le vessazioni nei confronti dei media è progettata per impedire “notizie negative” sul governo dell’Autorità palestinese.  L’Autorità palestinese non vuole che nessuno si occupi di indagare sulla corruzione e l’abuso di potere, per paura che ciò pregiudichi gli aiuti finanziari di Stati Uniti, Unione europea e altri paesi.  La punizione ha avuto successo e la maggior parte dei giornalisti palestinesi e internazionali sembrano aver capito l’avvertimento. Per questo, il caso di Abu Rihan, per esempio, è appena stato sollevato dai media palestinesi e occidentali.

Quando si tratta di violazioni della libertà di espressione in Cisgiordania, l’Autorità palestinese ha un pass da molti americani ed europei.  Arrestando i riformatori e i critici, l’Autorità palestinese dimostra ancora una volta che non sta combattendo sul serio contro la corruzione e per riformare le sue istituzioni.  La repressione contro i giornalisti, bloggers e attivisti politici ci ricorda che il governo dell’Autorità palestinese non è diverso dalla maggior parte delle dittature nel mondo arabo.

Khaled Abu Toameh

Articolo originale QUI

Advertisements
Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: