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Qual acqua fresca a chi arde di sete….

maggio 8, 2012

 

 

 

Il 15 giugno 2011 Il Jerusalem Post ha pubblicato un articolo scritto dal capo dell’Autorità palestinese per le Acque, Dr. Shaddad Atilli, che addossa a Israele la responsabilità della  crisi idrica nei territori palestinesi. Atilli ha affermato che le ‘politiche discriminatorie’ israeliane sono la causa della mancanza di acqua nella società palestinese. Egli ha affermato che Israele usa il Comitato misto israelo- palestinese per le acque,  (JWC), per ritardare e negare progetti idrici palestinesi. Scrive anche che Israele sfrutta illegalmente il 90% delle fonti idriche condivise. Inoltre, sostiene che a causa del furto israeliano delle acque e la distruzione di pozzi d’acqua e impianti di trattamento, la popolazione considera la soluzione “due stati”  rapidamente dissolversi.

L’articolo è stato ristampato e ripubblicato in più siti, ed è stato utilizzato ancora una volta come un modo di delegittimazione di Israele. E ancora una volta, veniamo a sapere che si basa su bugie. È l’autorità palestinese, che ha sabotato gli sforzi per creare una infrastruttura locale dei servizi idrici

Dal JPOST, scritto da Yochanan Visser, direttore del Missing Peace Information:

“… Di recente la nostra organizzazione, Missing Peace Information, , ha ottenuto i documenti autentici che attestano le riunioni del comitato misto israelo- palestinese per l’Acqua (JWC), e la corrispondenza tra il colonnello Avi Shalev, capo della sezione Relazioni internazionali della COGAT e il Dr.Atilli. Questi documenti dipingono un quadro completamente diverso.

Contrariamente alle accuse oltraggiose di Atilli, è semmai l’Autorità palestinese ad aver sabotato la soluzione dei due Stati, impedendo lo sviluppo di una infrastruttura idrica indipendente per il futuro Stato palestinese. Esaminiamo alcune delle affermazioni nell’articolo di Atilli e confrontiamole con il quadro che emerge dai documenti JWC e COGAT.

‘Israele ha posto il veto e ritardato  i progetti idrici palestinesi’, dice Atilli. Prima di tutto, l’articolo 40 (14) degli accordi di Oslo, afferma chiaramente che tutte le decisioni JWC sui progetti idrici in Cisgiordania hanno bisogno di un accordo reciproco. Una volta approvati, i progetti JWC per i territori sotto controllo palestinese (aree A e B) non necessitano di alcun ulteriore coinvolgimento israeliano. I progetti in Area C, dove Israele ha il controllo, hanno bisogno di approvazione da parte della Amministrazione Civile israeliana (ICA).

Dal 2000 la PWA ha presentato 76 richieste di permessi all’ufficio dell’amministrazione civile. Successivamente 73 permessi sono stati rilasciati da ICA e tre negati perché non presentavano progetti adeguatamente sviluppati. In una lettera dell’8 giugno 2009, Shalev ha risposto alla denuncia di Atilli che l’ICA non ha onorato le richieste PWA per il rilascio di 12 di questi permessi. Shalev ha scritto che tali permessi erano già stati rilasciati nel 2001, e che ICA aveva chiesto perché il PWA non eseguisse questi progetti.

Altri 44 progetti -approvati dal JWC, la maggior parte nelle aree A e B, come la costruzione di un impianto di trattamento delle acque reflue in Jenin che ha ricevuto l’approvazione nel 2008 – non sono stati attuati. Il governo tedesco ha anche ritirato un piano per la costruzione di un impianto di depurazione a Tulkarem, quando ha concluso che la PWA non riusciva a gestire il progetto. Quando, nel novembre 2009, la PWA ha lamentato la mancanza di fondi, il governo israeliano ha offerto di finanziare progetti idrici per le comunità palestinesi. La PA deve ancora rispondere a questa offerta.

‘Israele assegna solo il 10% delle fonti idriche comuni ai palestinesi’ afferma Atilli.

La quota di acqua per la Cisgiordania è stata concordata negli accordi di Oslo. Come risultato, il 33% delle acque nelle falde acquifere sotto la West Bank è assegnato ai palestinesi. Nel 1993 i palestinesi avrebbero potuto pompare 117 milioni di metri cubi e Israele ne avrebbe forniti ancora  31 milioni. Nel 2007, sono stati assegnati alla PA, 200 milioni di metri cubi,  51,8 milioni dei quali forniti da Israele. Tuttavia, di questi 200 milioni di metri cubi, solo 180 milioni sono stati effettivamente utilizzati.

La ragione principale di ciò è che il PWA non ha attuato progetti  per la falda acquifera orientale che avrebbe risolto gran parte della crisi idrica palestinese. Più della metà dei pozzi autorizzati per lo sfruttamento della falda orientale non sono ancora stati perforati. I permessi sono stati rilasciati nel 2000. In una lettera scritta il 4 aprile 2001, l’amministrazione civile ha invitato la PWA  ad eseguire questi progetti. Una lettera l’ 8 Giugno 2009 ha ribadito che richiesta.  Atilli ha anche mentito sul consumo idrico palestinese. Nell’articolo al JPost ha affermato che i palestinesi sono ‘costretti a una media di soli 60 litri.’ Tuttavia, nel 2009 proprio la PWA ha pubblicato un rapporto che menzionava una fornitura media di 110 litri pro capite al giorno.

Il livello di chutzpa di Atilli  è meglio dimostrato dalla sua terza affermazione: Israele ruba l’acqua e distrugge i progetti idrici palestinesi. In effetti, i palestinesi rubano milioni di metri cubi di acqua all’anno effettuando dei fori illegali nei tubi d’acqua del fornitore di acqua israeliano, Mekorot . L’Autorità Civile fissa 600 rubinetti illegali ogni anno.

Inoltre, dal 2008 Israele ha chiesto alla PA di ristabilire i pattugliamenti congiunti delle acque, contro i furti d’acqua , come era prima dell’intifada di El Aqsa.  La PA ha rifiutato.

Un’altra ragione per la perdita di acqua è la scarsa manutenzione delle infrastrutture idriche palestinesi. Un incredibile 33% della fornitura d’acqua dolce si perde a causa di perdite, furti e scarsa manutenzione. Altri documenti hanno fornito prove solide che la chiusura di 250 pozzi illegali è stato concordato nelle riunioni JWC. Ad esempio, il verbale della riunione JWC il 13 novembre 2007 mostra una decisione consensuale di distruggere ‘forature e connessioni illegali.’ Tuttavia, Atilli ha agito come se non avesse mai partecipato a queste riunioni o cofirmato le decisioni comuni.

Ha anche avuto la faccia tosta di scrivere appelli urgenti per la comunità internazionale non appena l’ ICA, dopo numerosi appelli al PWA di rispettare gli accordi sulla chiusura concordata di pozzi illegali, chiuse definitivamente i pozzi. Questi sono solo alcuni esempi del modo scioccante con il quale l’Autorità palestinese ha trascurato i bisogni fondamentali dei suoi cittadini e utilizzato cinicamente l’acqua come arma in una campagna di public relations contro Israele. Ciò dimostra che, contrariamente ai report che riferiscono di progressi nella costruzione dello Stato, la PA è ben lungi dall’essere pronto per la statualità “. E conclude: “L’ostinato rifiuto di lavorare con Israele su interessi reciproci, come il miglioramento delle infrastrutture idriche, e il modo con il quale la PA utilizza la mancanza di tali miglioramenti per demonizzare Israele, dimostrano il non interesse alla soluzione dei due Stati, o alla pace. In effetti, la richiesta per il riconoscimento alle Nazioni Unite di uno Stato senza un accordo di pace, e il modo in cui il PA  tratta Israele per quanto riguarda l’acqua, fanno parte della stessa campagna. L’obiettivo è, come Mahmoud Abbas ha sottolineato, il proseguimento del conflitto con mezzi diversi. Ormai è diventato chiaro che l’uso dell’acqua come arma è uno di quei mezzi .

http://proisraelbaybloggers.blogspot.fr/2011/08/cry-me-river-palestinian-lies-about.html

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