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“Abbiamo bisogno di tutta la Palestina”

maggio 4, 2012

Ce lo sentiamo dire sempre dai sedicenti “sostenitori della causa palestinese”: voi ebrei siete dei colonizzatori, siete dei ladri, rifiutate l’autodeterminazione ai palestinesi. Oppure: ” i palestinesi sono i proprietari di “quella terra”, voi state facendo una pulizia etnica…” Eppure i “palestinesi” (ma di chi parlano quando usano questo termine? Della popolazione? Delle due amministrazioni palestinesi? Degli interessi arabi e iraniani?) non mascherano le loro intenzioni; la taqiyyah, l’uso di parlare all’Occidente con una lingua e al mondo arabo con un’altra, non è nemmeno più necessaria. Il proposito è chiaro, palese, ben leggibile, affermato con forza: vogliamo la distruzione di Israele. Né “due popoli due stati”, né uno Stato solo binazionale. Israele non ci deve stare qui, non deve esserci più. Lo dicono, lo ridicono e lo ripetono, senza che il mondo abbia apparentemente nulla da ribattere.

Ad esempio: Khaled Jaber, un ragazzo  palestinese di Hebron, ha messo on line un video che mostra un bambino di circa cinque anni, urlare disperato durante un’azione della polizia israeliana volta a fermare la manomissione di tubi dell’acqua. Il deposito d’acqua in questione era destinato ad uso civile, ma il padre di Khaled Jaber intendeva usarla per irrigare i suoi campi, fenomeno molto diffuso. Alla vista dei soldati, Khaled ha “utilizzato” le grida del bambino, filmandolo e mettendo on line il video. La polizia ha dichiarato poi che il bambino era stato ben istruito in proposito, in uno dei tanti stage marca “Pallywood”. In ogni caso il video ha riscosso il  successo sperato. C’è stato chi, tra gli israeliani, ha ricordato la povertà estrema nella quale versano i contadini di Hebron, senza apparentemente porsi anche la domanda del perché, viste le continue, cospicue donazioni che l’Amministrazione palestinese riceve . Ma questa è un’altra storia.

 

Dunque, Khaled mette on line il video. Lo scrittore Peter Beinart ne trae un libro, destinato a diventare un best-seller: The Crisis of Zionism.

“Ho scritto questo libro per mia nonna, che era sionista, e per Khaled Jaber, che avrebbe potuto essere mio figlio “, ha detto Beinart nell’introduzione al libro. “Appena ho visto il video, non avrei voluto spegnerlo più.”  Beinart scrive che per anni aveva cercato di trovare spiegazioni per le sofferenze dei palestinesi, ma “negli ultimi anni, per ragioni che non so spiegare, le mie difese si sono abbassate e le urla di Khaled mi hanno lasciato con orrore muto, allo schermo del mio computer”. E fu il successo! Ma anche questa è un’altra storia.

Intervistati nella loro abitazione nel centro di Hebron (Cisgiordania), i membri della famiglia Jaber dicono che non avevano idea che un breve video del loro figlioletto Khaled Jaber si sarebbe trasformato nella principale fonte d’ispirazione per un libro, per di più un libro finito al centro del dibattito sui rapporti fra comunità ebraiche in Israele e negli Stati Uniti.

A proposito delle loro simpatie politiche, la signora Jaber preferisce non esprimersi, mentre suo padre Badran Jaber, 65 anni, pensionato già professore di geografia e sociologia al Politecnico di Hebron, afferma di non aver votato per Hamas alle ultime elezioni palestinesi e si definisce un sostenitore da lungo tempo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (fondato da George Habbash, responsabile fra l’altro dell’assassinio del ministro israeliano Rehavam Zeevi a Gerusalemme nell’ottobre 2001 e di vari attentati suicidi fra il 2002 e il 2004).

Falastin Jaber, che dopo la separazione non ha mantenuto il cognome del marito, sembra invece voler cambiare discorso e passa a parlare di quella che definisce, in inglese, “la grande menzogna” che Israele sia uno Stato ebraico: un fatto smentito, a suo dire, dai tanti israeliani etiopi e russi che non sono ebrei e dal fatto che lo stesso Theodor Herzl “era ateo”.

Intervistata sulla soluzione “a due Stati” del conflitto israelo-palestinese, Falastin Jaber, la madre del piccolo Khaled, dichiara: “Abbiamo bisogno di tutta la Palestina”. Definendo Israele parte dello “stampo coloniale europeo sul Medio Oriente”, Falastin Jaber paragona lo Stato ebraico alla colonia francese in Algeria e a quella italiana in Libia, aggiungendo che, come quelle, anche Israele un giorno scomparirà. “E’ solo questione di tempo” dice, spiegando d’essere convinta che al conseguimento di questo obiettivo contribuiscono “le piccole battaglie come quella di Khaled”, che ha ispirato il libro di Peter Beinart.

Strano? Astruso? Ma no, perfettamente in linea con quanto dicono personaggi ben più illustri della madre di Khaled. Nel maggio 2010 Helen Thomas, decana dei giornalisti americani,  venne intervistata sul prato della Casa Bianca circa le sue opinioni su Israele. “Dite loro di andarsene dalla Palestina – fu la risposta di Helen Thomas alle telecamere del blog RabbiLive.com – e che se ne vadano a casa loro in Germania, in Polonia e in America”.

Del resto, quale mezzo più efficace per “liberare la Palestina” della scomparsa definitiva di Israele? Nel mondo costantemente rappresentato dalla tv dell’Autorità Palestinese esiste solo la “Palestina”, che prende il posto di Israele.

Un buon esempio di negazione dell’esistenza di Israele è dato dalle canzoni trasmesse continuamente dalla tv dell’Autorità Palestinese. Un caso recente è quello seguente (testo tradotto in inglese da Palestinian Media Watch):

«Oh uccello, portami in patria. Colora le mie palpebre col suolo della Palestina

Porta i miei saluti ad Acco e all’Alta Galilea, A Bir Zeit, Haifa, Tira e Ayn Ghazal [moshav Ofer] A Gerusalemme, Giaffa, Gaza e Jabalya, A Nablus, Ramallah e Jenin

A Khan Yunis, Rafah e Qalqilya, A Lod, Tubas e Hebron, A Be’er Sheva, ad ogni tribù [beduina] A Tulkarem, Sila e Burqin, A Tiberiade, Um El-Fahm e Beit Shean

A Tzippori, Lubya [kibbutz Lavi] e Tur’an, A Nazareth e Safed di Canaan

Ad Al-Shajara [moshav Ilaniya], El-Bira e Hittin [moshav Arbel]

Oh uccello, portami in patria. Colora le mie palpebre col suolo della Palestina.»

[Videoclip trasmesso dalla tv dell’Autorità Palestinese (Fatah) il 6, 14 e 20 marzo 2012]

Questa nuova canzone va ad aggiungersi ad un’altra, ripetutamente trasmessa dalla tv dell’Autorità Palestinese, che già usava l’immagine dell’uccello che vola sopra a tutto Israele, indicando le città israeliane come parte della “Palestina”. Dice fra l’altro il testo di questa canzone (tradotto in inglese da Palestinian Media Watch):

 «[Oh uccello] vira verso Safed e poi verso Tiberiade, e porta i saluti al mare di Acco e Haifa. Non scordare Nazareth, la fortezza araba, e racconta a Bet Shean del ritorno del suo popolo… Bello è il mio paese, la Palestina.»

[Videoclip trasmesso dalla tv dell’Autorità Palestinese (Fatah) il 24 giugno, 13 luglio, 13 novembre, 14 e 24 dicembre 2011 e l’11 febbraio 2012]

Nell’ultima settimana di marzo, la tv dell’Autorità Palestinese ha ritrasmesso anche un’altra canzone che indica come “palestinesi” varie città in tutto Israele. Il videoclip che accompagna la canzone mostra immagini di varie località israeliane intercalate da un ragazzo che sventola la bandiera palestinese. Dice fra l’altro il testo di questa canzone (tradotto in inglese da Palestinian Media Watch):

 «Giaffa, Acco, Haifa e Nazareth sono nostre. [io], Muhammad, canto la Galilea e il Golan, Giaffa, Acco, Haifa e Nazareth sono nostre, [io], Kabha, canto la Galilea e il Golan, Da Betlemme a Jenin è Palestina, Ramle, Lod e Sakhnin sono palestinesi

Nessun luogo è più bello di Gerusalemme, Non importa quanto viaggiamo

Da Safed ad Al-Badhan (presso Nablus) è Palestina, Tiberiade e Ashkelon sono palestinesi.»

[Videocliptrasmesso dalla tv dell’Autorità Palestinese (Fatah) il 13 maggio, 24 giugno, 14 e 15 luglio, 2 settembre 2011, il 5 e 8 gennaio, 25 febbraio e 19 marzo 2012]

Sempre alla fine di marzo, la tv dell’Autorità Palestinese ha ritrasmesso tre volte una canzone già mandata in onda il mese scorso che cita le città di Haifa, Giaffa, Acri, Gerusalemme, Ramle e Nazareth come parte “del mio paese, la Palestina”, ed esprime il desiderio che tutte queste città siano accessibili “senza frontiere”, cioè senza che esista Israele. Dice fra l’altro il testo di questa canzone (tradotto in inglese da Palestinian Media Watch):

«Anche se il nostro cammino è diventato lungo, un giorno torneremo a Gerusalemme, a Gaza, ad Acco, a Haifa, oh Signore, a Gerusalemme, a Ramle, ad Acco, a Haifa, oh Signore, voglio poter entrare nel mio paese senza frontiere.»

[Videoclip trasmesso dalla tv dell’Autorità Palestinese (Fatah) il 30 gennaio, 9 e 29 febbraio, 14 e 15 marzo 2012]

Ah che spina nel fianco l’esistenza di Israele per il mondo!

Per i contributi utilizzati QUI e QUI

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