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‘Come visit Palestine!’ Il turismo della delegittimazione

aprile 28, 2012

24 aprile 2012

Giovanni Quer

Franz Kraus è stato uno dei primi artisti che si sono specializzati in grafica pubblicitaria negli anni ’30. Emigrò da Berlino in Israele pre-statale nel 1934, dove creò nel 1936 un poster per pubblicizzare il turismo nell’allora Palestina mandataria, in cui si vede Gerusalemme sullo sfondo e in primo piano, all’ombra di un ulivo, la scritta “Visit Palestine”. Lo stesso poster è ora venduto in ogni negozio del quartiere arabo della città vecchia di Gerusalemme, con l’appunto del venditore: “Una volta era per gli ebrei, ora ha un altro significato”. L’uso del poster spiega bene come la narrativa israeliana sia stata rielaborata dai palestinesi per espungere gli ebrei dalla scena mediorientale.

Questo lento e inarrestabile processo politico si attua anche e soprattutto col turismo della delegittimazione, viaggi e specifici tour organizzati da ONG con lo scopo di far conoscere “gli aspetti culturali, storici e politici” della Palestina e di Israele, permettendo “l’esperienza diretta dei fatti politici”, attraverso analisi e commenti basati sul “diritto all’autodeterminazione culturale, il diritto all’autodeterminazione politica, il diritto a vivere in sicurezza, il diritto alla libertà politica, il diritto alla casa” (sito di Olive Green Tours).

Esistono due tipi di turismo della delegittimazione: viaggi guidati e visite specifiche. I viaggi guidati si rivolgono a un pubblico “politico” e a uno religioso. I tour specifici sono invece prettamente politici, diretti alla comunità diplomatica, alle organizzazioni internazionali e ai singoli attivisti. In entrambi i casi lo scopo principale è l’esposizione politica della narrativa palestinese. La delegittimazione opera attraverso il linguaggio propagandistico, la scelta dei luoghi e la spiegazione delle guide.

È sufficiente digitare “alternative Palestine tours” per vagliare l’offerta commerciale del turismo politico in Palestina. “Alternative Tourism Group”, “Alternative Tours Palestine” e “Green Olive Tours” sono tour operator che hanno vari pacchetti viaggio. Ogni visita è tinta di politica e orientalismo: si visita Betlemme e il muro, Hebron e il dramma dell’occupazione, i villaggi beduini e la discriminazione, mentre le foto ritraggono i palestinesi secondo l’immagine dell’arabo semi-nomade che porge il piatto di cous-cous. “Green Olive Tours” offre anche la possibilità di visitare Tel Aviv, “che una volta era solo un sobborgo di Giaffa”, e la città araba di “Giaffa, con la visita alle case da cui gli abitanti arabi sono stati espulsi nel 1948”. Altri viaggi si spingono oltre, come quelli di “palestineremembered”, che dedica un’intera pagina alla Galilea, “la parte più bella della Terra Santa”, dove si può visitare ciò che è rimasto dopo la “pulizia etnica” operata dagli israeliani.

I pacchetti viaggio per religiosi difficilmente nominano “Palestina” o “Israele”, preferendo la dizione “Holy Land”; all’occorrenza però si usa Palestina, anche con riferimento a Gerusalemme, mentre per i siti cristiani in Israele si trova solo “Galilea” e raramente il nome del luogo seguito dalla frase “che ora si trova in Israele”. I viaggi religiosi hanno un considerevole impatto politico poiché non seguono le orme di Gesù, ma espongono una storia cristiana avulsa dal contesto storico di allora, quando i cristiani non esistevano, e nella maggior parte dei casi adottano una narrativa pro-palestinese radicata nella teologia della sofferenza – da cui l’affermazione che “Gesù era palestinese” che anche il PM palestinese Salam Fayyad continua a ripetere.

I tour specifici sono invece organizzati dalle ONG, che espongono la realtà politica e territoriale del conflitto. È possibile fare un tour di Gerusalemme con “Ir Amim” (città dei popoli), durante il quale si apprende la strategia di ebraicizzare la città per creare un continuum territoriale che includa Ma’ale Adumim ed impedisca la nascita di uno stato palestinese. È possibile fare un tour dei confini con la Palestina organizzato dalle donne attiviste di Machsomwatch, che spiegheranno l’intricata realtà di posti di blocco volanti e dormienti, passaggi e checkpoint. Ancora è interessante fare un tour della Valle del Giordano con B’Tselem, in cui si spiegherà come gli insediamenti israeliani controllino le risorse idriche impedendo l’agricoltura palestinese che prima dell’occupazione era tanto florida da permettere l’esportazione di prodotti in tutto il mondo arabo (secondo le parole delle guide locali). È altresì possibile fare un tour di Hebron con l’associazione “combattenti per la pace”.

Fenomeni simili al turismo della delegittimazione esistono anche in altri contesti di conflitto tra narrative storiche e sociali. In Turchia, ai confini con l’Armenia, c’è un museo del genocidio che gli armeni avrebbero perpetrato sui turchi. In Siria, ai confini con Israele, c’è il museo che mostra i crimini sofferti dai siriani durante la guerra dei Sei Giorni.  La questione con Israele è differente per due motivi. Anzitutto la lotta tra le narrative è internazionale: non solo sono i palestinesi ad esporre la loro versione dei fatti, bensì anche gli attivisti israeliani e gli attivisti internazionali che organizzano i c.d. viaggi di solidarietà con la Palestina. In secondo luogo, la funzione delegittimatoria del turismo politico sta nella narrativa palestinese che non ha “una versione della storia”, bensì ha “”un’altra storia”, in cui gli ebrei non esistono. Ad esempio, l’inclusione di Gerusalemme nel tour della Palestina testimonia il rifiuto dell’esistenza di Israele che ha giurisdizione sulla città. Il rifiuto della realtà è comprensibile da parte del perdente in un conflitto, ma non il tentativo di riscrivere la storia.

Il turismo della delegittimazione espone ad una platea mondiale, composta da diplomatici, industriali, pellegrini, volontari, la storia palestinese sul campo, senza ebrei, con il muro, l’apartheid, la miseria e l’ombra del ricordo di una Palestina mai esistita.

 

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

 

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