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La particolare visione del mondo di World Vision

Come sappiamo in Israele è stata approvata una legge che obbliga quelle Ong che siano finanziate da paesi esteri, per importi superiori al 50% rispetto al loro budget complessivo, a rendere esplicito nei loro materiali pubblicitari e nelle loro pubblicazioni la cifra e la provenienza di tali “doni”. E lo sappiamo perché il mondo ne ha dato notizia abbondantemente, indignatissimo per questa “violazione alle libertà”.

In realtà non è che ci sarebbe nulla di che scandalizzarsi: le cifre che alcune Ong maneggiano sono rilevantissime e quasi sempre provengono da organizzazioni governamentali estere. Nulla di drammatico.

Una di queste Ong, World Vision, è salita alla ribalta in questi giorni. Lo Shin Bet ha arrestato Mohammed Halabi, facente parte dell’organizzazione; è stato accusato di aver “stornato” più del 60% dei finanziamenti della Ong alla fazione di Hamas, Ezzedine Qassam, dal 2005.  Le cifre delle quali si parla si aggirano intorno ai dieci milioni di dollari annui. Ovviamente i soldi provenivano da donazioni internazionali. Raccolti con lo scopo manifesto di alleviare le “sofferenze” alla popolazione nella Striscia di Gaza, andavano invece a consolidare il potere di quelli che le sofferenze le infliggono.

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Vediamo di saperne di più di questa Ong; ci viene in aiuto NGO Monitor: è una Ong inglese, fondata nel 1950. Si descrivono così: “Un soccorso cristiano per la difesa e lo sviluppo, impegnato con bambini, famiglie e comunità al fine di vincere sulla povertà e l’ingiustizia”.

Nel 2012 le sue entrate ammontavano a  2,67 miliardi di dollari; i loro “donatori” includono Inghilterra, Unione Europea, USAid, Canada, assistenza umanitaria della Germania e altri. Lavora a stretto contatto con diverse agenzie Onu, come l’Unicef, per esempio, o l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, World Food Program ecc.

 

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Operano in 100 Paesi, in America Latina, Africa, Asia, Medio Oriente, Europa dell’Est. Si descrivono come “Un partenariato internazionale di cristiani, la cui missione è quella di seguire il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo nel lavoro con i poveri e gli oppressi, di promuovere lo sviluppo umano, chiedere giustizia e testimoniare la buona notizia del Regno di Dio.”

Per il loro “settore” Gerusalemme/West bank/Gaza, World Vision ha maneggiato nel 2013, 18.364.480 dollari, dei quali 3,355,201 da contributi governativi. I suoi più stretti partners nella zona sono Grassroot Jerusalem, “una piattaforma per la comunità palestinese di mobilitazione, leadership e difesa che aiuta la comunità palestinese a Gerusalemme ad affrontare strategicamente le questioni umanitarie, di sviluppo e politiche che sistematicamente tolgono loro potere ed espropriano i palestinesi in tutta la città.” Grassroot sono finanziati da Commissione Europea, European Endowment for Democracy, Dan Church Aid, danese, dal consolato francese, dalla Chiesa finlandese, dal Rockfeller Brothers Fund e da World Vision. Grassroot ha una lunga storia di azioni anti israeliane, come il boicottaggio, false notizie in merito a confische ecc. ma anche contro l’Anp di Abbas che considerano “traditore del popolo”.

 

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Fra le iniziative di “pace” finanziate da World Vision c’è anche l’attacco a quella parte del mondo cristiano che osa appoggiare Israele; il film “With God on Our Side” da loro caldeggiato, propone una serie di stereotipi anti ebraici, anti israeliani e anti sionisti. Naturalmente le loro descrizioni del conflitto vedono solo Israele come unico colpevole e responsabile. Il terrorismo di Hamas non è mai menzionato e forse ora sappiamo perché. Il tono è il solito: la retorica del “bambino” alle prese con l’orco israeliano.

La loro sezione australiana appoggia il documento Kairos, dei vescovi contro Israele, e intitola centri per la gioventù a terroristi palestinesi come Abu Jihad, colpevole del sequestro di un autobus, nel 1978, e della morte di 37 persone.

 

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Ecco, questa è la visione del mondo della Ong cristiana World Vision. With compliments!

(Per altri articoli in merito a World Vision qui )

“Decisamente il mondo avanza”

Mentre la Senna straripa, loro sono tutti là, all’International Peace Conference, a Parigi. America, Russia, Unione Europea, Onu, Lega Araba; circa 20 Paesi. Sono là a gettare sul piatto ognuno quello che ha. Kerry non ha più nulla da giocarsi. Obama è alla fine del suo mandato, c’è il “rischio” Trump, c’è la recessione, ci sono i contrasti (mai risolti) tra comunità nera e bianca, c’è il fallimento completo delle strategie in Medio Oriente. Quindi Kerry per una volta si rilassa e dice “Voi che cosa avete di bello da proporre?”.

 

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Hollande non ha nulla da proporre, se non il suo disperato tentativo di restare a galla “almeno” in Medio Oriente, dopo che l’Africa sembra essersi stufata del ruolo di “figlio scemo” della Francia, non emancipabile a causa della sua incapacità. Il processo al dittatore del Chad,  Hissène Habré, accusato di crimini contro l’umanità, non si è tenuto a Parigi ma a Dakar. Uno smacco storico per la Francia: “L’Africa deve dimostrare di essere capace di giudicare i suoi propri figli, senza che lo facciano altri. Il processo è molto importante per l’Africa.” ha dichiarato Marcel Mendy, portavoce senegalese delle Chambres africaines extraordinaires (CAE).

Eh ma caro Hollande, se l’Africa è un terreno spinoso il Medio Oriente non è rose e fiori. Non sono i baracconi inutili come questo “summit” di Parigi che potranno segnare né una svolta per la pace, né la tua “rimonta” sulla scena internazionale.

“Solo le parti in causa possono segnare una svolta coraggiosa verso la pace, non possiamo farlo al posto loro” dice Hollande. E allora che ci fai lì, dove siete tutti riuniti meno che i diretti interessati? La Francia prova a ricalcare i metodi che ha impiegato per decenni con l’Africa; dice il ministro degli esteri Jean-Marc Ayrault, “i negoziati diretti tra le parti non avrebbero funzionato”! E tu che cosa hai invece presentato, caro Ayrault, di così nuovo e importante? “Siamo qui per dire alle parti che devono essere loro a decidere, non possiamo farlo noi al posto loro”. Ah ecco! E questo lo dite mentre gli unici assenti sono le parti. Beh sì, la coerenza non è il vostro forte.

 

Ayrault e il ministro degli esteri saudita, Adel al-Jubei

Ayrault e il ministro degli esteri saudita, Adel al-Jubei

 

Quindi a cosa è servito questo summit? A nulla, se non a ribadire chi è che davvero può “vantare” un qualche ruolo di mediazione nel conflitto: Arabia Saudita, Egitto, Giordania e che se mediazione ci dovesse essere, non sarà una inconsistente Europa Unita a svolgerne il ruolo, né un qualunque Paese europeo impegolato su altri fronti, tutti interni, ma il Medio Oriente. E non c’era bisogno di un summit internazionale per far sapere a Israele che l’Egitto è più titolato della Francia a dire la sua in proposito. Ma Hollande ha colto l’occasione per intorbidare un po’ le acque, come se non lo fossero già abbastanza. Ha detto che il conflitto israelo/palestinese porta acqua al mulino di Daesh, fornisce “la scusa” per reclutare nuovi jihadisti. Ecco, ecco qua la spiegazione più semplice da dare al famoso francese “mediamente informato”: i vostri figli si ribellano alla democrazia e alla Repubblica e corrono a tagliare teste in Siria e Iraq? La colpa è del conflitto israelo-palestinese!

Bene, quello che meraviglia è come mai a nessun giornalista sia venuto in mente di chiedere a Hollande che cosa ne pensasse del fatto che un francese sia risultato il vincitore assoluto dell‘Holocaust cartoon contest’, rassegna annuale di vignette negazioniste, organizzato dal regime degli ayatollah a Teheran, proprio in questi giorni e che altri due francesi e un belga si siano distinti con “menzioni speciali” nella gara.

Zeon, cartoonist francese, ha vinto il primo premio con questa vignetta intitolata: Il business dell’Olocausto

 

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Il belga ha ottenuto la sua “menzione speciale” con questa:

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Gli altri due francesi si sono distinti per queste due, una delle quali addirittura mostra un Elie Wiesel che dice “Io sono Faurisson”, il notissimo negazionista

 

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Hollande che ne pensi? Si parla di Shoah e di Ebrei, non di conflitto israelo/palestinese e tre tuoi compatrioti sono talmente piaciuti agli ayatollah da risultare vincitori. Tu che a proposito dell’accordo con l’Iran avevi dichiarato: “E’ un accordo molto importante quello firmato stanotte. Decisamente il mondo avanza” forse non eri tenuto a intervenire con una parola a proposito dei libri di testo per le scuole elementari iraniane che “abituano” fin da subito i bambini allo spettacolo degli impiccati nelle strade

 

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in fondo sono fatti loro, interni. Ma in questo caso ti hanno tirato in ballo caro Hollande, volente o nolente. Come dici? Il concorso è un fatto privato che non ha a che vedere con il governo e sfugge al suo controllo? Ah no no, ti sbagli. Intanto è difficile che qualcosa sfugga al controllo degli ayatollah, ma se è il ministro della cultura a presiedere all’evento difficile sostenere sia stato organizzato “en cachette”.

 

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Caro Hollande riguarda te e il tuo Paese, sei tu chiamato ad esprimerti in proposito; per usare una frase a te cara “non possiamo farlo noi al tuo posto”.

Il socialismo degli imbecilli

Il 24 agosto 2015, a Grenoble, Jean -Luc Melenchon, durante un raduno pubblico di militanti del suo partito, rivolgendosi al Crif – la comunità che rappresenta gli ebrei francesi e quindi agli ebrei stessi, disse: “La Repubblica è il contrario di quelle comunità aggressive che danno lezione al resto del Paese”. E: “Noi non crediamo a Popoli superiori ad altri”, postulando poi che il terrorismo palestinese altro non sia che una reazione alla pretesa ebraica di essere un “popolo eletto”.

Populismo certo, ottusità sicuramente, ma il discorso antisemita che la sinistra non si vergogna di manifestare apertamente, mascherandolo da antisionismo e quindi, oltre tutto, ammantandolo di buoni principi, non si può ignorare. Non si può ignorare perché stringe chi per cultura, religione o nascita si sente coinvolto ed emotivamente vicino alle sorti dello Stato ebraico, in un isolamento senza scampo. Riprendiamo il discorso iniziato nell’ultimo articolo e cerchiamo di analizzarne le implicazioni, utilizzando i numerosi contributi disponibili.

 

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Scriveva David Meghnagi, storico, psicanalista e direttore del Master post-universitario per la Didattica della Shoah, nel 2009: Sono convinto che all’antisemitismo vecchio si è aggiunto uno nuovo. Il fenomeno ha avuto una lunga incubazione di almeno 40 anni ed ha avuto come sfondo il rifiuto dell’ebreo come nazione e come Stato. Le vecchie demonologie antisemite del passato si sono trasferite su Israele. Si tratta di un processo dissociativo in cui l’ebreo è accettato e idealizzato come nazione morta, e di fatto rifiutato come nazione viva.
Il problema è complicato dai cambiamenti che stanno avvenendo nella stessa Europa, per la presenza sempre più ampia di immigrati di terza generazione di origine araba e islamica che proiettano sul conflitto mediorientale il senso di alienazione e di non appartenenza con cui vivono il loro nuovo rapporto con i paesi in cui i genitori e i nonni si sono stabiliti.

Vi è il rischio del trasferimento del conflitto mediorientale dentro, nel cuore dell’Europa, con tutti i pericoli che comporta rispetto alla prospettiva di un nuovo antisemitismo. ll pericolo più grande è che il sentimento di alienazione e di protesta contro il mondo occidentale, diffuso nelle periferie parigine e in settori dell’èlite di terza generazione dell’immigrazione, si saldi con una nuova ideologia antisemita. Su questo c’è un grave ritardo politico e culturale. Si tratta di un cambiamento epocale in cui il vecchio antisemitismo di matrice europea si congiunge con quello islamista di natura politica e religiosa. Ho fatto una ricerca sulla stampa araba degli ultimi 40 anni ed ho raccolto mille vignette. Studiandole si ha la sensazione netta che sia in atto un processo di demonizzazione e che la rappresentazione della realtà del conflitto non sia più di natura politica, ma abbia assunto progressivamente dei connotati demonologici, ovvero una demonizzazione del nemico che ricorda non pochi aspetti della simbologia antisemita degli anni Trenta”.

Esempio di vignetta

Esempio di vignetta

Scriveva Ivan Riouful, sul Le Figaro del 16 febbraio 2015:

“Le cose sarebbero talmente semplici se fosse l’estrema destra ad essere dietro agli atti antisemiti che si moltiplicano in Francia ed in Europa! I professionisti dell’antirazzismo avrebbero buon gioco a chiamare a manifestare ed esigere il rigetto collettivo di un tale movimento ripugnante. Ma la loro logica ideologica non funziona più: si rivela inadatta a descrivere la realtà. Essi fanno credere che il fondamentalismo islamista (che ha fatto ancora una volta scorrere sangue a Copenhagen, questo week-end), sia la fonte del nuovo odio anti-ebraico e anti-occidentale.

Questo antisemitismo, apparso nelle periferie francesi già all’inizio del 2000, non suscita l’indignazione delle “coscienze” che hanno preso sotto le loro ali la minoranza musulmana, anche nei peggiori avvenimenti. Né l’assassinio atroce di Ilan Halimi , nel 2006, né gli omicidi abietti di Merah, contro due soldati e alla scuola ebraica di Toulouse, né quelli compiuti da Nemmouche, al museo ebraico di Bruxelles, hanno indotto le “anime belle” a scendere in piazza e manifestare. Gli assassinii commessi da Coulibaly all’Hipercasher di Parigi non avrebbero avuta eco se non fossero stati preceduti da quelli nella redazione di Charlie Hebdo. L’antisemitismo che ha fatto fuggire alcuni ebrei francesi è tanto più scandaloso quando è edulcorato da quelli che trovano scusanti a queste barbarie, ritenendone responsabili la Francia o Israele: la prima accusata di favorire l’apartheid, il razzismo, le ghettizzazioni. Il secondo colpevole di aver voluto rinascere ed esistere ancora. Chi fa questo è tutta una parte della sinistra che si trova così ad appoggiare un nazi-islamismo che rifiuta di vedere.”

 

esempio di vignetta spacciata come "legittima critica a un governo"

esempio di vignetta spacciata come “legittima critica a un governo”

 

La “questione” dell’antisemitismo che alberga in una parte della sinistra (e notamente di quella che rivendica la legittimità dell’appartenenza, distinguendosi dal centro-sinistra europeo) è minimizzata, sottaciuta, evitata accuratamente, addirittura utilizzando il tentativo di giustificare questa inerzia con il rischio che, dando troppa importanza a “settori” che sono sempre disperatamente descritti come “marginali”, non sia la destra e l’estrema destra ad esserne favorita. Il dibattito in merito sembra soprattutto essere all’ordine del giorno in Francia; altri Paesi come l’Italia e l’Inghilterra per esempio (ma forse anche la Germania) preferiscono ignorare il problema e considerarlo, appunto, marginale e quindi innocuo.

La rivista Mondialisme.org, sito collettivo di contributi di estrema sinistra e anarchici, sembra invece rendersi ben conto dello stato dell’arte dell’antisemitismo di sinistra e anche del suo mascheramento “anti-sionista”, individuando alcuni punti-chiave:

La non conoscenza della storia, della cultura e della religione ebraica, riassunta nella rozza teoria del “popolo eletto”, ignorando completamente l’esistenza di una teoria della liberazione ebraica, mentre la stessa riferita a cristiani e musulmani è tenuta in massimo conto.

La demonizzazione dei media nei confronti degli ebrei presentati sempre come capitalisti e sfruttatori, anche quando sono solo intellettuali come B.H. Levy o Elisabeth Badinter.

La sottovalutazione dell’antisemitismo islamico e della sua influenza sui paesi occidentali; del ruolo attivo dei regimi arabi nell’espulsione degli ebrei medio-orientali.

L’inganno della nozione linguistica di “popoli semiti”, trasposta erroneamente nel campo dell’antropologia, al fine di convincere dell’impossibilità di un antisemitismo arabo, in quanto arabi ed ebrei entrambi popoli semiti.

Il tentativo di sbarazzarsi dell’ingombrante fardello della Shoah, relegando l’antisemitismo a un passato lontano, quasi arcaico e inimmaginabile nei tempi attuali.

L’associare nell’immaginario il sionismo al nazismo, coniando l’orrendo termine “nazi-sionismo” o esagerando il ruolo di alcune formazioni armate che operavano prima della nascita dello Stato di Israele, come la Banda Stern, per “dimostrare” che Israele sarebbe nato da formazioni di destra.

Lo spacciare il timore e l’allarme per l’antisemitismo rivitalizzato per “paranoia ebraica”, sottolineando che questa tecnica è sempre stata usata per accusare le vittime di razzismo e di oppressione, di “mania di persecuzione”.

La ripresa dei temi antisemiti/antisionisti cari allo stalinismo ed ai regimi est-europei: “sono i regimi stalinisti e i loro alleati nazionalisti di sinistra, prima nei Paesi dell’Est, poi in quelli arabi ed infine a livello planetario che hanno fatto del termine “sionismo” un’ingiuria sul piano politico, diabolico sul piano religioso e comodo per rimpiazzare il termine “ebreo” e quindi dissimulare l’antisemitismo”.

Il ruolo dei “nuovi storici” come Ilan Pappè, Benny Morris, Seguev e di accademici come Sand, che si definiscono post-sionisti.

E così via. C’è quasi tutto, anche se – molto comprensibilmente, data la loro estrazione politica – quando si tratta di analizzare le politiche dell’attuale governo israeliano non lesinano termini come “criminale”.

 

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Basterebbero questi punti fondamentali per convincere la sinistra europea ad avere il coraggio di aprire un dibattito serio in merito. Anche in alcuni Paesi arabi, molto lentamente, si affaccia la stessa esigenza.

Il quotidiano libanese in lingua francese “L’Orient Le Jour” pubblica un articolo dal titolo “L’antisemitismo di sinistra” e parte, nella sua analisi, dalla situazione inglese. Ricorda le parole di Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, laburista, che gli sono valsi l’espulsione dal partito: “Hitler prima di divenire matto e massacrare sei milioni di ebrei” avrebbe avuto “solo” l’intenzione di spedirli nella Palestina geografica, il che basterebbe, secondo Livingstone, a fare di lui un sionista. Ian Buruma scrive su “L’Orient Le Jour”:

“Da un punto di vista storico ciò è aberrante. Hitler non ha mai individuato nella Palestina uno Stato ebraico e metterlo sullo stesso piano degli ebrei che cercavano di sfuggire alle violenze antisemite è perlomeno choccante.”

Buruma continua:

“E’ comunemente ammesso, tra i militanti di sinistra europei, che i pregiudizi razziali, tra i quali l’antisemitismo, siano propri ai partiti di destra. Tale punto di vista risale senza dubbio a “l’affare Dreyfus”, nel Diciannovesimo secolo, che divise la Francia in due, tra colpevolisti, appartenenti per lo più all’area conservatrice e innocentisti. I conservatori erano in maggioranza ferventi cattolici, a disagio con la nuova repubblica laica, associata ai liberali ed agli ebrei.”

Buruma ricorda poi come gli stessi risentimenti abbiano trovato una eco profonda nell’Europa del Ventesimo secolo, tra i nazionalisti nazisti, i cristiani di destra e gli anti-bolscevichi fanatici. Ma, osserva, questo ha avuto la conseguenza di far  scordare o minimizzare l’antisemitismo di sinistra, anch’esso storicamente sempre stato presente. Ricorda, ad esempio, che Stalin chiamava gli ebrei “cosmopoliti senza radici”, considerandoli, per loro stessa natura, agenti del capitalismo e traditori dell’Unione Sovietica. E di come Marx, che sottovalutò gli effetti dell’antisemitismo, scriveva che “il denaro è il dio geloso di Israele”.

 

Propaganda russa antisemita

Propaganda russa antisemita

 

Nel ’48, alla fondazione dello Stato di Israele, Buruma scrive che non era ancora necessario, per la sinistra mondiale, definire il sionismo “tossico” né associarlo all’apartheid sud-africano, quindi non c’era l’esigenza di demonizzare “l’ebreo in Israele”. La svolta, come sappiamo, avvenne dopo la guerra dei Sei Giorni. Dopo due intifade e la perdita di importanza della sinistra sulla scena politica israeliana, Israele cominciò ad essere considerato l’incarnazione di tutto quanto la sinistra si considerava in obbligo di combattere: colonialismo, oppressione, militarismo, chauvinismo.

Ed è a questo punto, dice Buruma, che quelli che fino a poco tempo prima sarebbero stati annoverati fra le correnti “anti-dreyfusiane” cominciano a diventare “gli amici di Israele”, applaudendo alla linea dura,  o così percepita, del governo nei confronti dei palestinesi. Trasferendo quelli stereotipi che hanno utilizzato nei confronti degli ebrei ai cittadini europei di origine musulmana e araba: mentono di natura, non potranno mai essere cittadini leali, aspirano alla dominazione mondiale. Buruma li chiama “anti-dreyfusiani dei tempi moderni”: “Niente di tutto ciò scusa il linguaggio infame di Livingstone e di altri. L’antisemitismo di sinistra è altrettanto tossico che quello di destra. Ma la collocazione di Israele nel dibattito politico occidentale mostra come i pregiudizi possano passare da un gruppo a un altro, quando i sentimenti soggiacenti sono esattamente gli stessi.”

 

Europa: sotto a chi tocca

La European Union Agency for Fundamental Rights ha pubblicato il suo dossier 2014-2015 sugli atti antisemiti commessi in Europa. Tali atti sono suddivisi per categorie: attacchi fisici veri e propri, minacce, maltrattamenti, danneggiamenti alle proprietà, vandalismi ma anche graffiti e uso di internet per incitamento all’odio e/o minacce di violenza credibili.

 

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Il rapporto è molto interessante perché copre un arco di tempo che va dal 1 gennaio 2004 al 31 dicembre 2014. Dieci anni, sufficienti per fare il punto della situazione.

Uno dei primi dati che salta agli occhi riguarda la localizzazione di questi atti antisemiti: non sembra che il record spetti ai Paesi dell’Est Europa, come forse ci si potrebbe aspettare per loro consolidata tradizione, ma al contrario la maggioranza delle violenze sono avvenute nella ricca e colta Europa occidentale. Ad esempio, nel 2013 su un caso denunciato in Repubblica Ceca e 25 in Polonia, ci sono stati 1275 atti denunciati in Germania, 450 in Francia, 79 in Svezia e 318 in Inghilterra.

 

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Da quali settori politico-sociali provengono gli attacchi antisemiti? Anche in questo caso i dati sono interessanti. In Austria, per esempio, l’estrema destra si è resa responsabile di 17 attacchi antisemiti nel 2004 e di 58 nel 2014, in una progressione costante.

E ancora: in Belgio, dalle 69 denunce per atti antisemiti del 2004 si passa a 130 nel 2014 ma solo in quattro casi è stata riscontrata aperta negazione della Shoah e/o giustificazione del massacro. Cioè, non c’è nemmeno bisogno di essere convinti negazionisti per attaccare gli ebrei.

Sempre in merito al Belgio, ma la stessa “tendenza” si riscontra in tutti i Paesi UE, mentre nel 2009 in 11 casi ci furono veri e propri attacchi fisici, 22 danneggiamenti alle proprietà, e 13 casi di minacce con gli anni queste forme sono andate progressivamente scemando per lasciare il posto agli attacchi tramite internet.

Il 2009 sembra essere stato un po’ ovunque l’anno della violenza massima; nella Repubblica Ceca ci furono 48 attacchi che calarono a 9 nel 2012, per poi risalire di colpo a 45 nel 2014; quasi alla pari cioè con l’annus horribilis.

 

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E’ ovvio guardare a questo trend collegandolo agli avvenimenti del conflitto israelo-palestinese: nel 2009 l’operazione Piombo Fuso scatenò i media mondiali e alzò il livello di violenza antisemita a nuovi record; il 2014 con l’operazione Protective Edge furono raggiunti quasi gli stessi livelli. E’ interessante considerare la reazione europea alla luce di queste evidenze: mentre nessun aumento di reazioni islamofobe è stato rilevato durante gli attacchi che Israele ha subito da parte del terrorismo palestinese, ogni reazione al terrorismo da parte di Israele non solo ha suscitato la condanna unanime ma tutta la popolazione ebrea europea si è vista associata alle decisioni che il governo di Gerusalemme prendeva per il proprio Paese, mentre i musulmani presenti in Europa non erano in alcun modo stigmatizzati e associati ai terroristi palestinesi. L’amalgama, diventato merce comune, che associa gli ebrei nel mondo con la politica dello stato di Israele non vale, per esempio, per i musulmani e le politiche del Regno Saudita considerato la nazione-faro della comunità islamica mondiale. L’antica accusa di non essere abbastanza leali al proprio paese di nascita poi, perché “obbligati” alla fedeltà ad Israele innanzi tutto, è ancora viva e vegeta. Quindi la percezione dell’ebreo è indissolubilmente legata, nell’immaginario collettivo, alle decisioni del governo israeliano, qualunque sia la maggioranza politica al potere. E qualunque sia l’impostazione delle sue politiche è comunque condannato, quindi ogni ebreo nel mondo “risente” degli avvenimenti in terra israeliana, anche se vivesse a migliaia di chilometri di distanza e non avesse mai visitato il Paese.

In Francia, negli anni della Seconda Intifada, gli attacchi furono 974 contro gli 815 durante l’operazione Piombo Fuso e gli 851 del periodo Protective Edge, 2014.

 

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In Olanda invece il 2014 ha superato il 2009 per numero di aggressioni e incidenti antisemiti: da 129 del 2009 a 147 del 2014. Lo stesso in Inghilterra: 929 denunce di attacchi antisemiti nel 2009 contro i 1168 del 2014. Di questi ultimi circa 500 hanno riguardato attacchi pubblici e fisici ad ebrei riconoscibili come tali e 69 luoghi ebraici.

E l’Inghilterra è interessante anche rispetto alla provenienza degli assalitori. Spesso si pensa che nei Paesi ad alta presenza di immigrati musulmani le violenze antisemite provengano tutte da questi ultimi. I dati inglesi smentirebbero: il 44% degli assalitori sarebbe rappresentato da “bianchi nord-europei”, ed il 10% da “arabi  nord-africani”. Internet è servito come piattaforma di “lancio” nel 20% dei casi.

Se l’ascesa di partiti europei di ultra destra, come ad esempio The Freedom Party in Olanda, il Freedom Party in Austria (FPO), il Danish People’s Party, il British National Party e Jobbik in Ungheria ripresenta gli stereotipi “classici” dell’antisemitismo, l’ultra sinistra europea tenta di sfuggirne mascherando i suoi incitamenti all’odio da anti-sionismo. Nel 2009 David Toube descriveva sul The Guardian il suo stupore nel constatare quanto poco la sinistra inglese fosse stata shoccata dalle dichiarazioni di Rowan Lexton, a capo del Foreign and Commonwealth Office’s South Asia, che proprio nel giorno della Memoria si lasciò andare a un “fottuti ebrei” commentando i fatti di Gaza di quei giorni.

Il problema, a mio avviso, è questo. Anche se l’opposizione al razzismo è oggi un articolo di fede per tutti i partiti politici, la sinistra è stata la forza trainante in quelle organizzazioni che dettano l’agenda antirazzista. C’è una parte della sinistra che agevolmente condanna il razzismo storico contro gli ebrei, per mano dei nazisti, del 1940. E’, tuttavia, ambivalente quando si tratta di antisemitismo contemporaneo: in particolare quando può essere “contestualizzato” all’interno del conflitto Israele / Palestina.” scriveva Toube.

Per anni, il Socialist Workers Party ha promosso e portato in giro quel Gilad Atzmon che si descriveva come “ex-ebreo” [e che fu allontanato anche dai gruppi pro-palestinesi più radicali che considerarono controproducente il suo antisemitismo esarcebato]. ” Del resto il sindaco di Londra, Ken Livingstone, del Labour party, accusò di “isteria” i media che attaccarono Yusuf Qaradawi in visita a Londra, per aver definito i terroristi palestinesi “martiri” e si scusò con il suo ospite, denunciando un clima islamofobico “non nuovo nel Paese”.

Se servisse ricordarlo, Al Qaradawi, ideologo dei Fratelli Musulmani, a proposito della Shoah dichiarò: “Nel corso della storia, Allah ha imposto agli ebrei la punizione per la loro corruzione … L’ultima punizione è stata operata da Hitler. Con ciò che ha fatto loro – anche se la realtà è stata esagerata – è riuscito a metterli al loro posto. Questa è stata una punizione divina per loro …. se Allah vuole, la prossima volta [la punizione] sarà per mano dei credenti.”

E non si limita agli ebrei Al Qaradawi, ma per esempio in merito agli stupri dice: “Per essere assolta dalla colpa, la donna violentata deve aver dimostrato una sorta di buona condotta …. l’Islam si rivolge alle donne affinché mantengano il loro pudore, per non aprire la porta per il male …”. Eppure l’anti-razzista Labour Party non trovò motivo di lagnarsi della presenza di Al Qaradawi in Inghilterra per un giro di conferenze, anzi! Si scusò per le critiche “islamofobe” che gli furono mosse.

 

Ken Livingstone e Yusuf Al Qaradawi

Ken Livingstone e Yusuf Al Qaradawi

 

E’ cronaca di questi giorni lo scandalo che ha travolto Jeremy Corbyn ed il suo partito: la sua campagna elettorale fu finanziata da sostenitori di Hezbollah e Hamas e nel suo partito trovano posto deputati come Naz Shah che dichiara “la soluzione del conflitto israelo-palestinese? Israele sia spostato in America: fine del conflitto”. Bastava dare uno sguardo alla storia di Corbyn per stupirsi meno.

In un sondaggio del maggio 2002, promosso dal settimanale Der Spiegel, il 25% dei tedeschi riteneva che “ciò che lo stato di Israele fa ai palestinesi non è diverso da quello che i nazisti hanno fatto durante il Terzo Reich agli ebrei.” 

Il dr. Joel Kotek, esperto di scienze politiche alla Free University di Bruxelles, scriveva:

“L”antisionismo è diventato una religione civile in Belgio. Il suo credo è che i palestinesi abbiano sempre ragione e gli israeliani sempre torto. Nella sua “Bibbia” tutto ciò che accade in Medio Oriente è colpa di Israele. Arafat è il Messia di questa religione; i suoi santi sono i bambini palestinesi, assassini e martiri suicidi. Sharon è il suo diavolo; la sua inquisizione sono i processi contro Sharon che lo definiscono criminale di guerra. I suoi momenti di comunione sono i vari incontri anti-israeliani a intervalli regolari;… le sue crociate, il boicottaggio contro i prodotti israeliani “.

Kotek osservava: “In primo luogo, lo Stato ebraico ha il vantaggio di essere piccolo nella realtà, ma sproporzionatamente grande nella fantasia internazionale. Il potere di Israele è spesso paragonato a quello della Cina, della Russia o anche degli Stati Uniti; in secondo luogo, essere contro Israele dovrebbe compiacere la grande maggioranza musulmana dei nuovi elettori belgi. ” Alla domanda “E’ antisemitismo?” rispose: «Sì e no. No, nel senso che Israele e Sharon sono stati scelti perché erano bersagli “possibili”. Sì, perché Israele non è mai stato scelto come capro espiatorio per caso. Risale ad una vecchia tradizione cristiana “.

Kotek afferma che per i belgi Israele è il cancro del mondo: “Pertanto, è dovere del Belgio esporre e difendere la causa palestinese in tutti i modi possibili, anche attraverso la sua stampa e le istituzioni internazionali; inoltre, un nuovo fenomeno è sorto: lo scoppio di atti antisemiti, fisicamente violenti e non, da parte dei giovani, per lo più di origine nordafricana. ” “L’ antisemitismo classico nei paesi cristiani è evidente, ma probabilmente in declino, anche se ha avuto origine lì. Ad esempio, sempre meno persone hanno un pregiudizio contro lo sposare ebrei. Il paradosso è che, allo stesso tempo, sta crescendo un antisemitismo opportunistico. Esso svolge un ruolo importante negli attacchi contro Israele. Opporsi ad Israele serve a molti segmenti della società belga: alla sinistra e alla destra, cattolica e laica, agli immigrati, così come ai valloni e ai fiamminghi.”

“L’antisemitismo opportunistico può essere un fattore ancora più forte di ideologia, nella politica filo-araba della maggior parte dei partiti politici. La tendenza della politica belga è di essere anti-israeliana. Spesso i politici non sono antisemiti o anti-israeliani, ma c’è la percezione che un atteggiamento del genere piaccia agli elettori di origine nordafricana “.
L’umore antisionista nei media è forte. Kotek fornisce alcuni esempi: “Vif l’Express, l’unico settimanale di lingua francese in Belgio, attacca Israele settimana dopo settimana. La loro prospettiva fondamentale è che i palestinesi sono buoni e gli israeliani cattivi. Scrivono su questo argomento nello stile di ‘cowboy contro indiani.”

“Francois Perrin, un ex professore, oggi in pensione, presso l’Università di Liegi ha scritto in questo settimanale che gli ebrei hanno inventato il genocidio, basandosi sulla storia di Yoshua.” Kotek osserva che non si leggono mai “rimproveri” ai francesi per i tanti barbari atti che i loro antenati Galli  commisero.
“Il principale quotidiano francofono Le Soir stampa (nel 2003) una caricatura in due parti: la prima mostra una corte di giustizia che annuncia: ‘Portate il prossimo imputato, Attila re degli Unni’ La seconda mostra due poliziotti e tra di loro, Sharon. Un altro quotidiano francese, La Dernière Heure, ha pubblicato una vignetta che mostrava Sharon come il criminale assoluto, in ginocchio in un angolo di una stanza, mentre dipinge di rosso l’intera scena. Il fiammingo Nieuwsblad,  quotidiano, ha pubblicato una vignetta  dello Sheikh Yassin sulla croce, su una sedia a rotelle, con il titolo “Israele uccide un leader spirituale.”

“Alcuni cartoni animati sono addirittura antisemiti. Dopo un grande furto di diamanti ad Anversa, il quotidiano fiammingo De Standaard pubblica una caricatura in cui i commercianti di diamanti derubati sono rappresentati da una illustrazione stereotipata di ebrei religiosi di brutto aspetto, anche se al giorno d’oggi la maggior parte dei commercianti di diamanti sono non-ebrei. Nel 2002 una rivista fiamminga molto popolare, P-Magazine, ha paragonato la religione ebraica ad un ‘verme solitario.’ L’articolo conteneva tutti gli elementi del nuovo antisemitismo, e dell’odio per l’ebreo,  in nome dei diritti umani e contro il razzismo. Nello stesso giornale il cardinale Joos ha spiegato che Bill Clinton è diventato presidente degli Stati Uniti, grazie al denaro ebraico.

“Alcuni estremisti vanno anche oltre. Pierre Lambert, un ecologista, ha proposto che gli ebrei sionisti siano esclusi dalla burocrazia belga, perché non sono leali nei confronti della società belga. Un webmaster di un sito ‘progressista’ ha anche proposto che la nazionalità belga dovrebbe essere tolta ad alcuni ebrei. Anche se questo è incitamento all’odio razziale, non è stato perseguito. “

 

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E la Spagna? Come se la cava? Nell’ottobre 2015 è diventata effettiva la legge che riconosce il diritto, ai discendenti degli ebrei cacciati dalla Spagna nel 1492, alla cittadinanza spagnola. Scrive Margarita Gokun Silver: “Solo pochi giorni prima, il 28 settembre, mia figlia mi ha raccontato di uno scambio di battute che aveva avuto nella sua scuola di Madrid.

“Vai nelle camere a gas”, un compagno di classe le ha detto, durante una lezione “o in un campo di concentramento.” Ha poi aggiunto: “Dove sono i tuoi pigiama a righe?” “Mia figlia ha quindici anni. Negli ultimi due anni ha studiato in una scuola bilingue spagnola, tra le top ten delle migliori scuole spagnole nella lista di El Mundo 2015. L’abbiamo spostata lì dopo un anno in una  scuola americana dove ci ssembrava non imparasse niente di spagnolo e fosse lontana dalla cultura locale. Ma questo non era il tipo di “cultura locale” che avevamo in mente.

Mia figlia mi dice che gli studenti del gruppo WhatsApp della sua classe usano di routine “Heil Hitler” come saluto. Dicono che è stato loro insegnato – attraverso la loro religione e la comunità -che gli ebrei sono stati e saranno sempre dannati. E citano esempi storici, compresi quelli di Hitler e Franco. Per me, l’esperienza di mia figlia è un flash back che non avrei mai pensato in una società occidentale del 21 ° secolo.”

Il 25 luglio 2014, a Ceuta, si tenne una manifestazione che di politico aveva ben poco e moltissimo di antisemita: tutte le accuse mosse per secoli agli ebrei erano ripetute come “fatti”, conditi da slogan del tipo “morte a Israele”.

 

 

Ogni struttura che si riferisce all’ebraismo, sia una scuola, un museo o una sinagoga, in tutta Europa è obbligata a servirsi di sorveglianza armata, che sia fornita dallo Stato o privata. A Parigi, Bruxelles, Berlino, Malmo, i cittadini europei hanno assistito a manifestazioni che avevano come parola d’ordine “Ebrei al gas” senza che, come il filosofo francese  Pierre-Andre Taguieff rilevava una decina di anni fa, nessuna voce si levasse da parte delle innumerevoli (e spesso molto influenti) associazioni per la lotta al razzismo.

Che cosa succede all’Europa che ha ripetuto per settant’anni, come un mantra rassicurante, “Mai Più”?

In una recente intervista con Lee Smith dell’Istituto Hudson, il diplomatico arabo-israeliano George Deek ha tentato una spiegazione alla crudeltà particolare e vendicativa con la quale la Shoah viene utilizzata per attaccare Israele [e per translato, gli ebrei]. Il problema, ha sostenuto, è che l’esistenza di Israele è ampiamente fraintesa. E’ vista non come la realizzazione dei diritti nazionali di persone senza Stato ma come un progetto europeo di espiazione, di magnanimità e compassione. E poiché la creazione di Israele è percepita come una conseguenza della generosità europea, la legittimità di Israele sarà sempre subordinata all’approvazione europea. Ha riassunto l’atteggiamento prevalente:
Come ho mostrato pietà per te, devi mostrare compassione verso gli altri. E se non riesci a mostrare compassione, o ciò che io percepisco essere compassione verso gli altri, allora non sarò obbligato a mostrare più compassione verso di te ed il tuo diritto di essere lì o di comportarti in un certo modo ti sarà tolto.”
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Murray Gordon, del American Jewish Commettee, prova ad analizzare la situazione europea:

“Gli europei che marciano con i palestinesi sono socialisti e Verdi, neo-comunisti, antiglobal, e sindacalisti. A Barcellona, i 10.000 affluiti, sindacalisti, organizzazioni non governative e membri di partiti politici assortiti, hanno manifestato contro il “genocidio” di Israele nei confronti del popolo palestinese e bruciato la stella di David. A Bruxelles, che è stato teatro di una serie di manifestazioni anti-israeliane, i membri socialisti e i Verdi, insieme con il movimento cattolico Pax Christi, si sono uniti agli arabi nel denunciare Israele.

Cos’è questo Stato ebraico e questo sionismo che smuovono le persone che  siedono alla sinistra dello spettro politico? Pochi, se non nessuno, di loro sono scesi in piazza per denunciare il governo gangster di Robert Mugabe, che ha distrutto lo stato di diritto nello Zimbabwe e ha arrestato, intimidito e ucciso i suoi avversari politici. Né hanno protestato contro la guerra civile decennale in Sudan, che ha fatto milioni di vittime. Né sembrano preoccuparsi della schiavizzazione crescente esercitata dai musulmani in questo paese devastato dalla guerra. La sinistra, a causa del suo abbraccio alla causa palestinese, ha chiuso un occhio sul clientelismo e la corruzione che sono endemiche nell’Autorità Palestinese di Yasser Arafat. Non è riuscita a sollevare domande sul perché Arafat rifiutò le generose condizioni di pace offerte dall’ex primo ministro Ehud Barak che avrebbero dato il 97 per cento della Cisgiordania e di Gaza ai palestinesi e avrebbero permesso alle aree arabe di Gerusalemme Est di diventare la capitale del nuovo stato palestinese. Né ha condannato la violenza indiscriminata contro cittadini israeliani innocenti. L’abbraccio, come il filosofo Alain Finkielkraut ha osservato, “non è scosso, ma rafforzato dalla violenza indiscriminata dei palestinesi.” Da una linea di massima simpatia per Israele, nei primi anni della sua esistenza, la sinistra ha virato alla vendetta contro Israele, dopo la guerra dei sei giorni, quando conquistò terre arabe. Poco importava, a sinistra, che Israele fosse pronto a rendere quasi tutte queste terre ai paesi arabi che mossero guerra, in cambio della pace. Il vittorioso Israele è stato raffigurato nei termini più luridi, come una potenza coloniale con ambizioni imperialiste che calpesta il popolo palestinese. Per molti in Europa, con la sua tradizione secolare di antisemitismo che ha tenuto gli ebrei in una posizione di impotenza, l’immagine di uno Stato ebraico che esce vittorioso era troppo da sopportare. Nel ruolo di outsider, gli arabi hanno vinto rapidamente la simpatia della sinistra. Ciò che ha reso questo flip-flop facile è stato il ruolo che l’Unione Sovietica ha giocato come alleato di Egitto e Siria, mentre Israele è stato raffigurato come il lacchè degli Stati Uniti. La sinistra europea, con una lunga storia di inginocchiamento all’Unione Sovietica, si è rivoltata contro Israele. Una volta definito “stato paria” da parte di Mosca, è stato naturale per gran parte dell’Europa di sinistra ritrovarsi in linea. Oggi, anche con l’Unione Sovietica finita, la sinistra utilizza ancora la lingua del lessico della guerra fredda, riferendosi a Israele come “coloniale”, “imperialista”, e “potenza occupante”.

 

l'edificazione di Tel Aviv, 1909

l’edificazione di Tel Aviv, 1909

 

“Un altro fattore congenito alla sinistra è l’ antiamericanismo. Gli stretti legami di Israele con gli Stati Uniti, sulla base di interessi strategici comuni e valori democratici condivisi, sono serviti a intensificare i sentimenti negativi verso Israele. Come il giornalista britannico Polly Toynbee ha scritto, “La cattiva Israele è il rappresentante Medio Orientale della cattiva America”. Israele, inoltre, è l’antitesi del Terzo Mondo, che rimane tanto caro alla sinistra di Europa. Quel mondo impoverito, nel quale molti paesi continuano ad essere governati da governi dittatoriali o autoritari, resta di gran lunga più confortevole per la mentalità paternalistica della sinistra che una Israele  avanzata, nell’industria e nell’agricoltura, che abbraccia i valori più democratici che dominano in Europa. Il sostegno di Israele al libero mercato è un altro fattore che provoca le ire della sinistra, che è esattamente contro la globalizzazione del commercio. Può essere che Israele sia un anatema per la sinistra perché minaccia le sue illusioni ideologiche?”

Tutte analisi ed ipotesi valide, ma forse c’è anche qualcosa di più per spiegare questo “nuovo” “antisemitismo opportunistico”, come lo definisce Kotek, questa condanna senza appello a Israele che ha costretto gli ebrei europei nel ruolo di bersaglio, facendo dei palestinesi i nuovi santi laici e, fosse sensato sospettarlo, sarebbe qualcosa di molto meno ideologico di quanto si potrebbe pensare e di molto più “pratico”. Matteo Renzi ha desecretato una serie di documenti riguardanti le stragi italiane. La commissione di inchiesta che ancora indaga sull’omicidio Moro è stata ammessa a prenderne visione. Fra mille precauzioni e con il divieto assoluto di rivelare quanto avrebbe trovato, la commissione ha potuto prendere visione di una massa enorme di documenti. E’ emerso un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del Lodo Moro, ossia quell’accordo che il governo italiano strinse con i terroristi palestinesi dell’Olp e del Fplp che metteva al riparo l’Italia da eventuali attacchi terroristici in cambio del “chiudere un occhio” sulle armi che transitavano nel Bel Paese e le basi logistiche che vi si trovavano. Grazie a questo accordo, negato disperatamente da una parte della compagine politica italiana per anni, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo. Come ben sappiamo, gli ebrei (associati ai target israeliani) non rientravano in quell’accordo. La strage di Bologna sarebbe stato un “avvertimento” nel timore che tale accordo fosse annullato.

«I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».

Quindi non solo il Lodo Moro ha finito di essere un fantasma senza corpo, ma dai documenti emergono prove che sorreggono – non comprovano, ovvio – la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna.

 

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Nel periodo del terrorismo palestinese in Italia, tutta Europa era coinvolta in accordi più o meno chiari con gruppi terroristi e dittature arabe, in primo luogo quella libica di Gheddafi, con la presenza, a diversi livelli di importanza, di gruppi politici europei che spaziavano dall’estrema sinistra all’estrema destra . Da quel François Genaud banchiere svizzero che il London Observer descriveva come “uno dei capi del nazismo mondiale” che aveva aiutato sia i nazisti del Terzo Reich in cerca di rifugio sicuro, sia i nazionalisti arabi. Fu lui a creare l’associazione “Arabo-Africa”, costituita da ex nazisti e collaboratori. Il suo nome è legato a quello di Fathi el-Dib, collaboratore di  Nasser e capo, all’epoca, dei servizi segreti egiziani; a quello di Waddi Haddad, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina; a quello di Carlos lo Sciacallo, a quello di Bruno Bréguet, anch’esso del FPLP, il quale arrestato in Israele per il possesso di due kg di esplosivo e condannato a quindici anni di carcere, fu scarcerato a seguito di una massiccia campagna in suo favore, sottoscritta anche da “icone” di sinistra come Noam Chomski, Sartre, De Beauvoir e Moravia che firmarono la petizione che ne permise la scarcerazione anticipata, e da molti gruppi di sinistra tedeschi. Forse il “Lodo” non fu solo Moro e forse il “palestinismo” non è diventato per caso la nuova religione laica.

Boicottate e buon appetito!

Quando mai uno stupido è stato innocuo? Lo stupido più innocuo trova sempre un’eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi.
(Ennio Flaiano)

 

Ci sono notizie che riescono a far sorridere anche in questi tempi bui e ne siamo felici. Prendiamola larga, ma non troppo. Israele è il paese dell’agricoltura, dei frutti, dei legumi, delle verdure, dei fiori. Più del 90% di quello che gli israeliani consumano è coltivato in loco e date le dimensioni del Paese stesso possiamo dire che in qualunque regione ci si trovi siamo in grado di rifornirci di prodotti a Km zero.

 

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Tra le colture più importanti le arance, i pompelmi, i mandarini, i pomodori, le patate, le viti, i cereali, i peperoni, le melanzane, diverse varietà di frutta, dalle mele ai datteri, alle banane. E poi i fiori, il tabacco e il cotone. Che la maggior parte del territorio israeliano non sarebbe naturalmente adatto alla coltivazione, lo sanno tutti. Che gli israeliani sono riusciti a coltivare nel deserto grazie all’invenzione, negli anni ’50, dell’irrigazione goccia a goccia – una tecnica che poi hanno esportato nei Paesi africani, per esempio, sempre in lotta con la siccità – anche questo dovrebbe essere noto. Che l’80% dell’acqua utilizzata nell’irrigazione goccia a goccia è riciclata, forse è un po’ meno noto.

 

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La ricerca in campo agricolo non si è mai fermata; sono stati inventati nuovi ibridi, resistenti agli insetti, per limitare al minimo l’uso dei pesticidi; sono stati inventati i “campi verticali” che permettono un risparmio ancora maggiore di acqua.

 

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Il 13% dei prodotti agricoli israeliani esportati è biologico. La Israel Bio-Organic Agriculture Association vigila sulla qualità dei prodotti e le fattorie biologiche sono aperte per accogliere quei volontari stagionali che desiderino fare l’esperienza di vacanze ecologiche  lavorando sul campo e partecipando ai vari workshop. Ci sono anche i “settori di nicchia” come la coltivazione di erbe officinali biologiche che sono altri interessanti aspetti dell’attività agricola. Il risultato di tutta questa passione sono, per esempio, le 300 tonnellate di pomodori annue per ettaro prodotte in uno dei luoghi più inospitali del Paese: il deserto di Arava, 40° gradi in media in estate e meno di 25 mm. di pioggia l’anno!

 

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Bene, e dall’altro lato che c’è? Il BDS e l’Unione Europea. I primi traducono così quello che finora abbiamo cercato di presentare

 

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La seconda “recepisce” la richiesta di “doppia etichettatura” per i prodotti provenienti da una parte di Israele, scontentando comunque i solerti boicottatori che vorrebbero il blocco totale dei prodotti israeliani.

Ma siccome è l’Unione Europea, fa di più: tramite accordi con Egitto e Marocco l’Unione Europea, dal 2013, ha eliminato il 55% delle tariffe doganali sui prodotti agricoli e ittici provenienti da questi due Paesi. Benissimo. La signora Mogherini spiegò che tale misura doveva essere letta come sostegno alle “primavere arabe”, che però in Marocco non ci sono state. Ovviamente l’occupazione del Sahara occidentale da parte del Regno non è stata nemmeno degnata di un fuggevole pensiero, perché si sa: l’unico Paese che si è “meritato” il diritto di essere definito “occupante” è Israele. Del resto in merito all’occupazione marocchina quella parolina – “territori disputati” – non scandalizza nessuno; ma guai a definire così i Territori! Wikipedia ci informa che il Sahara Occidentale è “territorio disputato” tra Marocco, Algeria e Spagna. I sahrawi non esistono. E va bene, ma non è questo il punto.

 

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Il punto è che mentre i prodotti israeliani biologici e di qualità comunque eccellente sono “pubblicizzati” grondare sangue, i prodotti marocchini, egiziani e altri di importazione agevolata il sangue lo fanno grondare a chi li mangia!

La Coldiretti ha pubblicato i risultati delle sue analisi su diversi prodotti agricoli di importazione:

al primo posto i broccoli cinesi, con residui di pesticidi sul 100% dei campioni analizzati (Acetamiprid, Chlorfenapyr, Carbendazim, Flusilazole e Pyridaben); segue il prezzemolo vietnamita (Chlorpyrifos, Profenofos, Hexaconazole, Phentoate, Flubendiamide). Poi il basilico indiano, contaminato con Carbendazim, che è vietato in Italia perché ritenuto cancerogeno. Poi, le melagrane dall’Egitto, fuori norma in un caso su tre (33%), e sempre dall’Egitto  anche l’11% delle fragole e il 5% delle arance, il 15% della menta del Marocco, i peperoncini thailandesi, i piselli del Kenya, i meloni e i cocomeri della Repubblica Dominicana.  Non è cattiveria, è semplicemente che nei Paesi di produzione i pesticidi che in Italia (e probabilmente in quasi tutta Europa) sono da anni fuorilegge perché considerati nocivi per la salute, sono utilizzati legalmente.

Ecco, c’è da augurare buon appetito a chi quando guarda un pomodoro israeliano “vede rosso”.

L’Europa paga, ma siamo sicuri di sapere cosa?

L’argomento denaro è uno di quelli che riesce a sollecitare anche i cittadini più lontani dalla politica: la crisi economica non è finita, al contrario. Alle già traballanti e boccheggianti economie europee ha dato un ulteriore colpo di grazia la “questione rifugiati” che ha costretto a sborsare milioni di euro per tentare di arginare un “fenomeno” inarrestabile: la fuga biblica di popolazioni intere dalle guerre e dalle carestie, in cerca di rifugio e pane. La Grecia non riesce a far fronte agli arrivi in massa, quotidiani, e chiede soldi all’Europa. La Turchia che strategicamente è la “porta” di ingresso sia di rifugiati siriani e iraqeni, sia di cellule terroristiche in azione, chiede soldi all’Europa per bloccare e rispedire al mittente chi riesce a scampare ai bombardamenti dal cielo ed agli attentati a terra. E lo stesso fa ogni Paese che si trova ad essere sulla linea di transito o di arrivo dei rifugiati: soldi, soldi che non risolveranno nessuno dei problemi sul piatto e che indeboliranno ancora di più le economie europee globali e contribuiranno a formare un “pensiero unico”, ben lontano dagli ideali che l’Unione Europea diceva di voler perseguire. Ed i cittadini reagiscono con sfiducia sempre crescente sia nella politica che nell’idea stessa di cooperazione tra Stati e di solidarietà umana, diventato ormai – quest’ultimo – quasi un concetto sconcio.

 

Homs, Siria

Homs, Siria

Dei soldi che l’Unione Europea spende, cioè che i suoi cittadini sono chiamati a sborsare, sappiamo quasi tutto… quasi appunto, perché ci sono notizie che non riescono a perforare il muro di gomma dell’auto-censura mediatica e che se si affacciano un attimo alla ribalta, benché potenzialmente interessanti, sono subito ricacciate nell’oblio. Una di queste riguarda le varie Panama-papers connections. Sappiamo già (o potremmo/dovremmo sapere) che fin dal 1994, anno dei famosi “Accordi di Oslo”, l’Unione Europea ha gettato soldi nelle tasche di Arafat prima e di Abbas dopo, montagne di soldi che per essere quantificati richiederebbero un esperto contabile. La fortuna accumulata da Arafat servì certamente ad Abbas per farsi un’idea di come conveniva muoversi. Lo scherzetto della benzina acquistata da Arafat a Israele e rivenduta ai palestinesi “allungata” con kerosene e che fu al centro dello scandalo General Petroleum Corporation diventa una barzelletta. Nel 2013 l’Unione Europea si accorge che in quattro anni, dal 2008 al 2012, l’Amministrazione palestinese si è inghiottita due miliardi di euro,  per esempio.  Spariti nel nulla come sempre; gli ispettori europei inviati a Ramallah per tentare di capire che fine avessero fatto quei soldini, restano “sconcertati”: non c’è traccia di nessun tipo di investimento.

 

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Nel 2009 l’impero che Abbas era riuscito a costruire per i suoi figli fu al centro di un’inchiesta della Reuters. Quasi dieci anni prima Yasser, uno dei figli di Abbas, era tornato dall’America, dove aveva studiato, a Ramallah e avviato il suo proprio commercio. Un ramo era costituito dalla Falcon Tobacco, monopolio sulla vendita del tabacco americano nei Territori. I fratelli Abbas sono due tipetti molto intraprendenti; delle proprietà che la famiglia possiede, proprietà sontuose  per un valore di oltre 20 milioni di dollari, a Gaza, in Giordania, in Qatar, a Ramallah, in Tunisia, e negli Emirati qualcosa si sapeva. Ma probabilmente sono dettagli di un ben più ampio “giro di affari”.

Adnan Abu Amer è un giornalista basato a Gaza e quindi si può immaginare che quello che scrive sia “monitorato” e approvato da Hamas. Motivi per dare addosso all’Amministrazione palestinese Hamas ce ne ha. Detto questo resta che il nome di Tareq Abbas, il minore dei figli di Abbas, figura davvero nello scandalo di evasione e riciclaggio di denaro, messo in luce dai “Panama Papers”. Scrive Amer sul giornale on line Al Monitor:

Tareq Abbas, il figlio del presidente Mahmoud Abbas, è tra i nomi palestinesi contenuti nei documenti. Secondo questi documenti, Abbas possiede segretamente, in collaborazione con la PA, una holding del valore di oltre $ 1 milione nelle Isole Vergini Britanniche. Anche Mohammed Mustafa, ex  vice primo ministro palestinese, dimessosi nel 2015 e attuale capo del Palestine Investment Fund (PIF), figura nella lista, così come la palestinese Arab Palestinian Investment Company (APIC), una delle più grandi aziende nei Territori, con più di 1.500 dipendenti. Mohammed Abu GIAB, capo editore della rivista al-Eqtesadia, ha detto ad Al-Monitor, La credibilità dei Panama Papers è indiscutibile – alcune figure palestinesi e collegate con la PA sono implicate nel riciclaggio di denaro. Recentemente ho saputo che sono state intraprese alcune azioni diplomatiche a livello internazionale, in seguito alla divulgazione dei Panama Papers, nel tentativo di indagare il coinvolgimento di queste personalità in questi eccessi. I documenti avranno un impatto drammatico su due livelli. Il primo è politico: la PA potrebbe (il condizionale è d’uopo NdR) dover affrontare le pressioni internazionali riguardanti il suo ruolo nell’uso dei fondi. Il secondo è di natura economica, dato che gli sforzi internazionali per rilanciare l’economia palestinese potrebbero rallentare. Tuttavia, nessuna azione giudiziaria è stata adottata da parte palestinese per indagare su questi fondi.”

 

 

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Anche il giornale Ha’aretz riporta più o meno dettagliatamente le stesse notizie. Quello che resta un po’ ai “margini” è il ruolo dei “donatori” in tutto questo e della Comunità Europea, tra gli altri. Entrambi gli articoli parlano di mancanza di controlli internazionali, la solita “ingenuità” occidentale? Né cifre, né nomi di Paesi, nulla. Vediamo se possiamo saperne qualcosa di più. Global Community si descrive così:

Noi non diciamo alla comunità che cosa fare, è la comunità a dircelo. Global Community è una organizzazione di sviluppo globale, impegnata a lavorare in collaborazione con le comunità in tutto il mondo per realizzare cambiamenti sostenibili di forte impatto che migliorino la vita e i mezzi di sussistenza dei più vulnerabili. Lo sviluppo non è qualcosa che facciamo per la gente; è qualcosa che facciamo con loro. Noi crediamo che le persone che comprendono meglio i loro bisogni siano le persone della comunità stessa.  Facciamo la differenza impegnandoci con le comunità, i governi, il settore privato e le ONG come partner… Siamo una organizzazione non-profit.

Nel 2014, in un articolo datato 27 agosto, da Ramallah, (l’operazione Protective Edge era conclusa da un giorno) scrivevano:

Dato che la situazione umanitaria a Gaza peggiora e le condizioni di vita vanno rapidamente deteriorandosi, Global Community continua a fornire assistenza umanitaria di emergenza per gli sfollati interni a Gaza. Tale assistenza è iniziata nei primi giorni della recente crisi, ed è stata incrementata questa settimana, grazie al contributo di aziende del settore privato palestinese. La Palestine Development Foundation, una sussidiaria del Palestine Investment Fund (PIF) ha donato $ 200.000, e l’Arab palestinian Investment Company (APIC) ha donato $ 50.000…”

PIF e APIC che ora ritroviamo nei Panama Papers, loro. La direttrice della Global Community per la Palestina, Lana Abu Hijleh, si presenta come: Membro dell’Aspen Institute Global Leadership Network, della Leadership Middle East Initiative; membro del Global Young Presidents Organization; Vice Presidente del Partner for New Beginning, sezione Palestina. Opera nella Boards of the Palestine Student Lending Fund, nel Riwaq – the Palestinian Center for Architectural Conservation, nel Palestine Economic Policy Research Institute, El-Funoun Palestinian Dance Troupe, e nel Palestinian Institute for Public Diplomacy. E’ anche un membro dell’ Education for Employment Foundation-Palestine e del Business Women Forum. Una vita piena insomma. Ma quello che Hijleh non dice nella sua presentazione è che fa anche parte del direttivo del PIF.

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Quindi, un giorno dopo la fine dell’operazione Protective Edge la Global Community ha cominciato a gestire i fondi provenienti dal PIF e dall’Apic.  Cifre, almeno quelle iniziali citate sopra, che possono essere considerate “robetta” ma che si sono andate ad aggiungere ad un “paniere” diventato sempre più ricco. Una cosa ovvia viene da chiedersi: come mai, dato che la corruzione dell’Amministrazione Palestinese è nota da decenni e ogni tentativo di controllo dei fondi “donati” o investiti ha messo in luce l’inesistenza dell’attuazione dei progetti per i quali erano stati stanziati, la Comunità europea ha continuato a gettarci soldi a palate? Per esempio: come mai per la ricostruzione di Gaza e gli aiuti alla popolazione dopo la “crisi” del 2014 sono cominciati ad affluire soldi fin dal giono dopo la fine di Protective Edge (come abbiamo visto sopra) e nel 2015 100.000 palestinesi continuano ad essere senza casa? E come mai invece sono ricominciate immediatamente le ricostruzioni dei tunnel? Alla conferenza che si tenne al Cairo, furono decisi inizialmente aiuti per 2,7 miliardi di dollari. In totale, alla fine della discussione, fu sfiorata la cifra di 5,4 miliardi di dollari: il Qatar dette un miliardo; l’Unione Europea 568 milioni; l’America 212 milioni; Turchia e UAE 200 milioni a testa. Né Israele né Hamas furono presenti alla discussione. I primi carichi di materiale arrivarono in Israele la mattina del 14 ottobre. 75 camion che portarono 600 tonnellate di cemento, 400 tonnellate di acciaio, 50 tonnellate di ghiaia. Poi? Poi il “governo di unità” ha ovviamente cominciato a scannarsi per la gestione degli aiuti. L’amministrazione di Abbas si lagnava che Hamas non accettava di gestire la ricostruzione insieme e che senza Anp non avrebbe potuto esserci ricostruzione. Risultato? 42000 domande di ricostruzione cancellate e solo 15600 richiedenti avevano ricevuto effettivamente il materiale necessario. Hamas incamerava il cemento, rivendendoselo a caro prezzo e usandolo per ricominciare la costruzione dei tunnel.

Jonathan Schanzer, Vice Presidente del Research Foundation for Defense of Democracies, Lotta al terrorismo e promozione delle Libertà, nel 2012 scriveva:

Nella mia relazione davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera lo scorso settembre, ho sollevato preoccupazioni circa il Palestine Investment Fund (PIF). Dopo questa relazione, ho ricevuto una lettera un po’ minacciosa dalla sede del Fondo, a Washington. Abbiamo avuto produttive discussioni circa le mie scoperte, di cui una con il capo dell’Investment Fund, che ne parlo’ anche a influenti membri dello staff di Capitol Hill. Senza entrare troppo nel dettaglio, le mie preoccupazioni più gravi derivavano dalla persistente indicazione che il fondo non fosse così trasparente o indipendente come era destinato ad essere. Mentre il PIF insiste sul fatto che rimane trasparente e fedele al suo statuto, Abbas ha ammesso di aver piazzato i suoi stessi alleati, come membri del consiglio, per mezzo del quale egli mantiene un controllo efficace del fondo. (Interview with former Palestinian Authority official, Jerusalem, September 8, 2011)… Infine, anche se il PIF afferma di aver cessato ogni operazione a Gaza dopo che il gruppo terrorista di Hamas si incaricò della gestione del patrimonio nel 2011, ho ricevuto un rapporto secondo il quale  rappresentanti del  PIF vi hanno stabilito una presenza in una scuola elementare. Secondo un funzionario della American International School a Gaza, i rappresentanti del PIF  hanno “Assunto la carica di vice preside.” (Phone interview with an official from the American International School in Gaza, July 5, 2012)   Va notato che PIF possiede la scuola attraverso una delle sue affiliate. Ma se il PIF mantiene una presenza nella Gaza controllata da Hamas questo richiede una spiegazione. Sarebbe anche utile per comprendere la ragione della presenza del fondo in una scuola che riceve assistenza da USAID. In una conversazione avuta prima di presentazione questa relazione, il consiglio del PIF ha indicato volersi occuparsi della questione.

La Jewish Virtual Library, in “Schede informative # 27: Palestinian  Trail Money” il suo sito in sezione (al 29 Settembre, 2006) cita:

“Dalla firma dell’Accordo di Oslo nel 1993, il governo americano ha impegnato più di $ 1,3 miliardi in aiuti economici alla Cisgiordania e Striscia di Gaza. Dalla fine del 2000, gli Stati arabi hanno trasferito alla Autorità Palestinese aiuti finanziari mensili per $ 45 milioni (dall’aprile 2002 tale importo è stato aumentato a $ 55 milioni). L’Unione europea (UE) trasferisce alla PA circa $ 9 milioni al mese. Entro la fine del 2001, i palestinesi hanno ricevuto $ 4 miliardi (la cifra è ora più vicino a $ 5,5 miliardi) dagli  accordi di Oslo del 1993. L’equivalente pro capite è di di 1.330 dollari . In confronto, il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale consistette in $ 272 pro capite (al valore attuale). ”

Per dire, non sono fatti nuovi. Se ne parla già da un bel po’. E tuttavia non è mai cessato il flusso enorme di soldi destinati all’Amministrazione palestinese, come mai? Le incongruenze sono molte, per esempio: mentre il PIF nel suo report annuale presenta i risultati della sua collaborazione con l’Amministrazione palestinese, collaborazione che avrebbe contribuito ad una crescita del benessere economico nei Territori, confermato dal Trading Economic Rate che riporta una crescita del 6,10%, l’Unione Europea assegna, come primo contributo del 2016, 12 milioni di Euro alle “famiglie povere di West Bank e Gaza”.

L’Unione Europea, l’Austria, l’Irlanda e il Portogallo si sono uniti negli sforzi per sostenere il primo pagamento per questo anno delle quote sociali per circa 119.000 famiglie povere, registrate nel programma palestinese di trasferimento di denaro”, ha detto Mr. Ralph Tarraf, il rappresentante dell’UE. ”
Questo pagamento una volta di più dimostra il nostro impegno di lunga data nel fornire un sostegno concreto ai più vulnerabili palestinesi, in collaborazione con il Ministero degli Affari Sociali palestinese.
Questo contributo rappresenta la prima tranche di sostegno dell’Unione europea per il programma di trasferimento di denaro, nel 2016. Più di 42.200.000 € sono stati messi a disposizione per sostenere il bilancio del contante da trasferire al programma di quest’anno, tra cui € 40 milioni dal bilancio dell’Unione europea e contributi dei governi di Austria, Irlanda e Portogallo.

Ma aveva già dato, tre giorni prima, 15,3 milioni di euro per i pagamenti di salari e pensioni all’Amministrazione Palestinese. L’Europa ha davvero un cuor d’oro!

 

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E poi, siccome gli “aiuti” vanno diversificati, ecco che l’Unione Europea finanzia con 600 mila euro i gruppi neo-fascisti europei. Per il 2016, il Parlamento europeo finanzierà con quasi 600mila euro il partito pan-europeo di fascisti, neonazisti e negazionisti fondato da Roberto Fiore e la fondazione ad esso affiliata. È quanto risulta dai documenti ufficiali riguardo ai contributi che ogni anno l’Europarlamento assegna ai partiti politici e alle fondazioni che operano a livello europeo. Secondo i documenti di gennaio 2016, 197.625 euro andranno alla fondazione tedesca Europa Terra Nostra, legata al partito europeo Alliance for Peace and Freedom (Afp). Lo stesso partito risulta poi destinatario di un altro finanziamento, quello per i partiti europei, da 400mila euro. In totale, al partito andranno dunque poco meno di 600mila euro. La decisione è stata presa dal Bureau, cioè il massimo organo decisionale amministrativo del Parlamento, composto dal presidente Martin Schulz, 14 vice presidenti (tra i quali gli italiani Antonio Tajani e David Sassoli) e cinque questori. Il segretario generale del partito è lo svedese Stefan Jacobsson, leader dell’ora defunto partito neonazista svedese, e da sempre militante dei movimenti per la supremazia bianca. Dell’Afp fanno parte anche il belga Hervé Van Laethem, condannato più volte dalla giustizia belga per razzismo e fiero sostenitore della libertà di espressione per il negazionismo, esponenti del partito neonazista greco, Alba Dorata, di cui tre membri siedono al Parlamento europeo e membri del Partito Nazionaldemocratico di Germania, neonazista anche questo, tanto che cinque governatori di altrettanti Stati della Repubblica Federale hanno recentemente deciso di presentare alla Corte costituzionale tedesca la richiesta di metterlo fuori legge.

Un colpo al cerchio e uno alla botte, dentro e fuori i confini. Tanto i cittadini sono troppo impegnati in altre preoccupazioni per farci caso. Evviva l’Europa Unita!

 

 

 

 

 

 

La verità? Sì ma quale?

L’omicidio di Giulio Regeni ha scatenato, nei media occidentali, un attacco al governo egiziano mai visto prima. Mai visto durante i lunghi anni di “reggenza” Mubarak, mai visto durante il breve, ma intenso, periodo di governo Morsi, l’uomo dei Fratelli Musulmani. Perché? Fin dalle prime ore dal ritrovamento del cadavere la stampa si è schierata nell’accusare il governo, senza esitazioni e senza avere uno straccio di prova per poterlo fare. Perché? Eppure particolari, in questa vicenda, che avrebbero potuto sollevare dubbi ce ne sono a iosa e sono apparsi immediatamente; il più eclatante riguarda il tempismo: il cadavere di Regeni è stato fatto ritrovare proprio mentre il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, accompagnata da una folta rappresentanza di imprenditori italiani, era in visita di affari al Cairo. Affari sostanziosi (si parla di miliardi di dollari) che avrebbero fatto la differenza per entrambi i paesi. In particolare in merito allo sfruttamento dell’enorme giacimento di gas rinvenuto nelle acque adiacenti il Paese, ed al quale sono interessati Eni, Technip, Ansaldo, Edison tanto per fare i nomi più conosciuti e rappresentativi.

 

Mercato al Cairo

Mercato al Cairo

 

La prima domanda che si porrebbe anche il più sprovveduto tra quelli che seguono gli avvenimenti internazionali è: Che convenienza avrebbe avuto il governo egiziano, proprio mentre discuteva di affari così importanti, a “guastare” l’idillio facendo ritrovare il corpo di un cittadino italiano, connazionale della delegazione di imprenditori? Perché gettarlo sul ciglio di una strada super-trafficata come quella che collega Il Cairo ad Alessandria, se non per avere la certezza che sarebbe stato ritrovato, quando invece potevano “sbarazzarsene” agevolmente in mille modi diversi? E perché proprio nel giorno nel quale ricorreva l’anniversario della cacciata del governo Morsi? Eppure queste domande ovvie non devono aver sfiorato la mente dei giornalisti nazionali ed europei. Ciò che a tutti i media è sembrato interessante rimarcare è stata la violazione dei diritti umani ed il carattere dittatoriale del governo di Abd El Fattah Al Sisi. Lasciando un attimo da parte la questione “diritti umani”, questa banderuola che dovrebbe coprire e giustificare le scelte geopolitiche più mirabolanti, ripulendole dai loro reali connotati e rivestendole del manto virtuoso della “difesa”; questo feticcio da esibire quando e come fa comodo, riponendolo nelle più nascoste pieghe della politica quando invece sarebbe d’intralcio; questa bugia che ha accettato fossero Gheddafi e Assad i rappresentanti della sua legittimità, quando sono stati eletti proprio alla Commissione Diritti dell’Uomo dell’Onu; questa ipocrisia che fa “passare sopra” alle violazioni delle più fondamentali libertà quando è il caso (vedi affari con Libia e Iran), lasciamola da parte un attimo e invece occupiamoci del “carattere dittatoriale” del governo di Al Sisi.

 

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Nel 2014 il generale al Sisi si presenta come candidato alla presidenza dell’Egitto, dopo che una sollevazione popolare aveva chiesto la cacciata del presidente Morsi, rappresentante dei Fratelli Musulmani, gruppo islamista avversato da ogni amministrazione politica avvicendatasi nel Paese da oltre settant’anni: da Nasser a Sadat a Mubarak, l’accusa è sempre stata la stessa: i Fratelli musulmani vogliono imporre il loro clerico-fascismo all’Egitto.

 

 

E dopo oltre settant’anni i progetti politici dei Fratelli non sono cambiati. Gli egiziani, dopo aver dato la vittoria ai Fratelli, con elezioni a dir poco controverse e sull’onda dell’emozione per la caduta del governo Mubarak, davanti al progetto di Morsi di accentrarsi tutti i poteri, cambiare la costituzione e governare il Paese tramite la shari’a (stessi identici progetti che già Nasser sbeffeggiava) si ribellarono e chiesero, come da tradizione, l’aiuto dell’esercito. In Egitto, dalla dissoluzione della monarchia, hanno sempre governato militari. Dall’inizio di quella che fu definita “primavera araba” sono morti 924 egiziani durante gli scontri.

Alla fine degli scontri furono indette elezioni, il 26 maggio 2014, dopo un periodo di governo ad interim di Adly Mansour, capo della Suprema Corte Costituzionale egiziana. Le elezioni furono monitorate da 80 organizzazioni egiziane e 6 internazionali. Fra queste ultime c’erano rappresentanti dell’Unione Europea, dell’Unione Africana, dell’Organizzazione internazionale per la Francofonia i quali dichiararono: “l’impressione generale degli osservatori UE EOM è stata che il personale militare e di polizia abbia rispettato le linee guida PEC”. Il 94,5% degli egiziani espatriati votò a favore del governo Al Sisi e quasi il 97% degli egiziani residenti nel Paese espresse le stesse preferenze.

Eppure per i media occidentali Al Sisi è il nuovo Hitler, l’incarnazione del dittatore, il più atroce violentatore dei diritti umani. Se per l’Italia è valso il “caso Regeni” a riscaldare gli animi, la paternità di questa demonizzazione non sembra sia da attribuire al Bel Paese che semmai si è per così dire “allineato” ad una certa politica americana.

25 marzo: il New York Times pubblica un editoriale che è una vera e propria richiesta al presidente degli Stati Uniti Barack Obama di abbandonare l’alleanza degli Stati Uniti con l’Egitto. Perché? Un gruppo “bipartisan” di “esperti di politica estera” che si definiscono il “Gruppo di lavoro sull’ Egitto” denuncia le violazioni dei diritti umani (eccolo qua il feticcio sempre utile!) da parte del governo del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi; il gruppo di lavoro esorta Obama a legare l’assistenza finanziaria e militare destinata all’Egitto alla “protezione delle ONG che operano in Egitto”, vale a dire: se dai i soldi a lui dalli almeno anche a noi.

L’autoproclamato gruppo di esperti è co-presieduto da Robert Kagan della Brookings Institution e Michele Dunne della Carnegie Endowment for International Peace. Tra i suoi esponenti di spicco ci sono Elliott Abrams, Ellen Bork, Reuel Gerecht, Brian Katulis, Neil Hicks e Sarah Margon.

Chi sono? Che storia ha il gruppo? Questo gruppo fu quello che nel gennaio 2011 sollecitò Obama a forzare l’allora presidente egiziano Hosni Mubarak a dimettersi dalla carica. Obama li ascoltò ed ebbe il loro endorsement, tagliando i legami con uno dei paesi più strategici in Medio Oriente e favorendo la risorgenza della Fratellanza Musulmana da anni costretta, da tutti i governi egiziani che si erano succeduti, alla clandestinità e all’esilio. Anche allora la motivazione ufficiale fu la difesa dei diritti umani. Già nel 2011 Israele fece presente che la caduta di Mubarak avrebbe comportato l’ovvia ascesa dei Fratelli Musulmani, furono completamente d’accordo su questo sia la destra che la sinistra israeliana.

Perché l’amministrazione Obama appoggiò così decisamente il ritorno dei Fratelli? La motivazione ufficiale fu che avrebbero potuto fare da argine a gruppi islamisti “peggiori”, come per esempio Al Qaeda e Daesh. La politica di sostegno ai Fratelli Musulmani fu delineata in una direttiva segreta chiamata direttiva-11 Presidential Study, o PSD-11. La direttiva fu prodotta nel 2011 e delineava il supporto amministrativo per le riforme politiche in Medio Oriente e Nord Africa, secondo i funzionari che hanno familiarità con lo studio classificato. Così mentre Arabia Saudita, Egitto e UAE classificavano la Fratellanza come organizzazione terroristica, per l’amministrazione Obama era al contrario una risorsa. Patrick Poole, analista dell’anti-terrorismo, dichiarò: “La fallimentare Dottrina Obama secondo la quale i così detti “islamisti moderati” avrebbero inaugurato una gloriosa epoca di pace e democrazia in Medio Oriente è stata adottata dal governo perché è ciò che vuole la politica estera risalente all’amministrazione Bush, presa a Vangelo.”

 

“E adesso vediamo come risultato l’Egitto combattere una campagna di terrore da parte dei ‘moderati’ Fratelli Musulmani… Questa politica estera pericolosa è stata lanciata dal PSD-11 ed ha abbracciato apertamente l’amministrazione dei Fratelli Musulmani, e ora possiamo vedere il suo effetto catastrofico“, ha aggiunto Poole.

Scrive Caroline B. Glick sul Jerusalem Post:

Gli avvertimenti israeliani furono ignorati in nome della magnifica democrazia che sarebbe emersa nel dopo-Mubarak. I sermoni di Al Qaradawi che poco tempo dopo si sentivano nelle strade del Cairo confermarono che non era propriamente la democrazia l’obiettivo dei Fratelli.

Gli americani ci guadagnarono come prima cosa la richiesta della scarcerazione di Omar Abdel Rahman, il cosiddetto Sceicco Cieco che ideò gli attentati del 1993 al World Trade Center . Dall’elezione di Morsi il governo egiziano ospitò l’allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad al Cairo, lasciò che navi da guerra iraniane attraversassero il Canale di Suez e divenne un alleato strategico di Hamas. Permise il flusso di armi libiche attraverso l’Egitto dirette in Siria, trasformando la guerra in Siria da una controversia locale nell’ incubatrice per lo Stato islamico – il Sinai diventò il loro campo di addestramento, in collaborazione con Hamas. Ma gli americani non si ricredettero, non tornarono indietro sulle loro decisioni.

Morsi si dette da fare, nel breve tempo della sua carica, anche a distruggere la già debole economia egiziana, portando il paese alla fame.”

 

No, nei cinque anni post-Mubarak l’Egitto non era diventato quella splendida democrazia che aveva previsto il gruppo di “esperti”.

Al Sisi, nominato inizialmente da Morsi, per la prima volta nella storia dell’Egitto non scarica la colpa all’esterno ma dice agli imam de l’Azhar: Noi, ci dobbiamo pensare noi. Ed è la prima volta. Nasser, Sadat, Mubarak avevano combattuto i Fratelli Musulmani, li avevano sbeffeggiati, incarcerati, esiliati ma non avevano mai detto: NOI, dobbiamo metterci una pezza noi:

“Abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa. Rispettabili Imam siete responsabili di fronte a Dio. Il mondo intero si aspetta da voi la vostra parola
perché questa Umma (nazione) è a brandelli. La nazione è in fase di distruzione.
La nazione sta perdendo la sua strada e questa perdizione è fatta con le nostre mani, la stiamo perdendo…”

Gli “esperti” che avevano consigliato di rovesciare Mubarak ora consigliano di abbandonare al Sisi. E vediamoli questi esperti. Chi sono? Caroline Glick fa un nome: “Working Group on Egypt.” Il gruppo afferisce al Carnegie Endowment for International Peace; è sulla pagina del CEIP che appare il testo della lettera scritta a Obama per convincerlo a tagliare fondi e sostegno politico a Al Sisi; nella lettera la parola “diritti umani” appare 13 volte, a scanso di equivoci in merito alla motivazione.

Uno degli esperti del gruppo è Cornelius Adebahr, un giovane analista politico che vanta già una prestigiosa carriera. Relaziona alla Commissione Europea in merito a difesa e politica estera; lettore dal 2011 alla Willy Brandt School of Public Policy alla Erfurt University e membro del team della Commissione Europea. Grande sostenitore dell’accordo con l’Iran: “L’ Iran è molto di più che un controverso programma nucleare, ed è per questo che l’Unione Europea dovrebbe cercare il profilo generale di impegno.” Adebahr ancora una volta vuol far credere che sia la difesa dei “diritti umani” il vero scopo dei rapporti con gli ayatollah e che gli affari sarebbero solo la “carota” da agitare loro davanti per indurli ad “aprire” le loro politiche. Il colmo dell’ipocrisia! Non sono i mullah ad avere bisogno di questi “affari” più di quanto ne abbiano bisogno gli occidentali che non hanno la forza per imporre assolutamente nulla.

 

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James M. Acton, anche lui nel gruppo CEIP è uno scienziato, co-direttore del Nuclear Policy Program, quindi lui la “questione Iran” l’affronta dal punto di vista della minaccia nucleare. E’ uno di quelli che sostiene che concordare con l’Iran i limiti della loro ricerca nucleare, cioè permettere agli ayatollah di proseguire nel programma nucleare, sia senz’altro meglio che non lasciarli costruire la bomba “en cachette”, senza controlli. Sostiene la sua tesi citando sei paesi che hanno reagito alle sanzioni sul nucleare costruendosi di nascosto i loro armamenti. Sì, esatto, sono le tesi che poi sentiamo riproporre dal Presidente degli Stati Uniti.

Andiamo avanti; altra esperta è Michele Dunne, anche lei del CEIP, esperta di Medio Oriente. Che dice?

“Molte persone parlano di Sisi come un nuovo regime di Hosni Mubarak, ma questo è molto più brutale. Questo regime è salito al potere attraverso un colpo di stato militare. E’ diverso da Mubarak, che ha affrontato l’opposizione, ma non con una tale ferocia. Qualunque siano i loro errori e le azioni antidemocratiche, i Fratelli Musulmani, sono un movimento significativo. La deposizione di Morsi ha causato la resistenza dei suoi elettori negli ultimi due anni. E ai servizi di sicurezza è stato dato molto più margine di manovra per perseguire gli oppositori del regime.”

“Deponendo il presidente Morsi e dichiarando la Fratellanza Musulmana un movimento terrorista, l’Egitto ha complicato la sua capacità di mediare con Hamas, perché è affiliato con la Fratellanza. In Libia e in Siria, l’Egitto avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediazione, ma non avrà nulla a che fare con alcuni attori politici significativi perché sono islamisti.”

La Dunne sembra decisa: se un movimento islamista cerca di imporsi nel suo paese introducendo la shari’a, accentrandosi tutti i poteri, favorendo tutti i gruppi terroristi della regione va comunque tenuto da conto perchè “significativo”. Per chi? Quando nel 2014 cercò di entrare senza visa in Egitto e fu respinta, strumentalizzò l’episodio raccontando che le era stato impedito l’ingresso “senza spiegare perché” nonostante le dichiarazioni abbastanza precise del Ministero degli Esteri egiziano.

Sul blog di Daniel Pipes  un lettore commenta così il mancato ingresso in Egitto della Dunne: “Gli egiziani si fanno domande legittime: Ben sapendo che lavora come “studiosa” presso il Carnegie Endowment for International Peace, chi sta pagando il conto per il suo lavoro? Forse gli emiri del Qatar?”

La Dunne ha molto utilizzato questa sua esclusione ma non ha mai risposto a questa domanda. Dunne è caldeggiata da David Kirkpatrick, chi è? E’ quello che martella i suoi lettori del NYT con il mantra che i Fratelli Musulmani non c’entrano nulla né con il terrorismo interno né con quello esterno. Uno dei giornalisti più odiati in Egitto.

Intervistata dalla CNN in merito all’uso di scudo umani da parte di Hamas, la Dunne coerentemente con la sua difesa a spada tratta dei Fratelli e delle loro emanazioni rispose: “E’ impossibile a questo punto dire quanta verità ci sia in questa tesi”.

Anche la referente accademica di Giulio Regeni sembra essere della stessa opinione della Dunne in merito a terrorismo e Fratellanza Musulmana: Il 4 novembre 2015, due giorni prima dell’arrivo di Abd al-Fattāḥ Al Sisi a Londra, Anne Alexander prende la parola sul palco di una manifestazione che vuole boicottare la visita del presidente egiziano. La referente accademica di Giulio Regeni attacca senza mezzi termini il capo di stato bollandolo come “assassino”. 

In piazza i manifestanti esultano e sventolano le bandiere gialle con la mano nera dei Fratelli musulmani. Il comizio della docente di Cambridge viene ripreso da un telefonino e postato su YouTube.

Nella veste di attivista, la professoressa spiega che “abbiamo fatto campagna per i prigionieri politici in Egitto, per i diritti dei sindacati, contro gli attacchi alla libertà degli accademici e continueremo a farlo fino a quando al-Sisi se ne andrà a casa”. Regeni è al Cairo da due mesi a portare avanti la sua ricerca proprio sui sindacati, che si oppongono al governo egiziano con i contatti forniti da Alexander. La Alexander è una che quando parla di terrorismo islamista lo mette sempre fra virgolette e più o meno le sue tesi sono quelle della Dunne:

“Ogni passo verso la frantumazione della Fratellanza restringe lo spazio politico per tutti e apre la strada per la repressione di tutti. Si tratta di un errore strategico di tacere sulla repressione nei confronti della Fratellanza, o non riuscire a dire che la loro difesa a fronte della dittatura brutale è parte integrante della lotta per la democrazia e per il ritorno della rivoluzione egiziana “. Per la Alexander i nemici sono Mubarak prima e Al Sisi dopo, non di certo la Fratellanza. Sogna una rivolta socialista medio orientale in contrapposizione all’imperialismo occidentale e considera l’Intifada palestinese paradigma di questa lotta araba:

“In Medio Oriente nel corso degli ultimi dieci anni, due grandi correnti hanno tentato di dare una sorta di leadership politica alle lotte dei popoli della regione. In primo luogo, la crisi in Palestina rappresenta il lavoro incompiuto dai movimenti di liberazione nazionale degli anni 1950 e 1960. L’intifada rinnovata, e il ruolo chiave svolto da Fatah, il più grande blocco nazionalista dell’OLP, dimostrano la risonanza persistente di idee nazionaliste. In secondo luogo, il movimento islamista ha risposto alla crisi dell’imperialismo con una sorta di internazionalismo islamico, che contrappone gli attivisti islamici direttamente alle forze ‘crociate’ dell’imperialismo.

Di tutti i conflitti in Medio Oriente, nessuno simboleggia la lotta impari contro l’imperialismo meglio che l’intifada palestinese. L’immaginario della intifada – bambini contro carri armati, gli scontri nelle strade di Gaza e della Cisgiordania, i funerali e le manifestazioni di massa – è stato bruciato nei ricordi di una generazione in tutto il Medio Oriente. Per un gran numero di gente comune, l’impotenza dei regimi arabi di fronte l’aumento dei livelli di brutalità da parte delle forze israeliane di occupazione è solo uno specchio della propria umiliazione.

Capire come l’intifada si collega alla lotta più ampia in Medio Oriente è una parte vitale per cogliere il vero potenziale di resistenza all’imperialismo occidentale e la repressione in casa propria. La debolezza della borghesia palestinese, e la superiorità militare ed economica completamente schiacciante di Israele hanno fatto sì che il movimento di liberazione nazionale palestinese non sia ancora riuscito a creare uno stato a sé stante. In molti modi l’esperienza della lotta palestinese è una testimonianza della capacità di recupero dei movimenti di liberazione nazionale, in quanto è il coraggio e la creatività del popolo palestinese comune. Eppure il corso dell’intifada dell’ultimo anno dimostra anche l’impotenza finale della lotta nazionale.”

Questa è stata la referente di Giulio Regeni, quella che gli ha facilitato i contatti in Egitto.

Fra i nomi fatti dalla Glick figura anche quello di Brian Katulis del Center for American Progress. Anche lui sostiene la tesi che Obama ha fatto sua: meglio i Fratelli che altri, combattere i Fratelli potrebbe creare problemi ancora maggiori di quelli che l’organizzazione potrebbe provocare:

“Alla lunga, la sconfitta della violenza terroristica non arriverà solo attraverso punizioni più severe ma anche attraverso una strategia politica che offra spazio per altri tipi di dissenso. Contrastare il fascino delle ideologie estremiste violente richiede un dibattito più aperto della guerra di idee che esiste in Egitto come parte di una strategia globale antiterrorismo.”
L’Italia non ha inventato nulla, ha solo recepito (in ritardo) delle direttive ed ha aspettato a farlo quando ha dovuto sotterrare un proprio cittadino. Verità per Giulio Regeni, ovviamente, ma che sia la verità vera, anche se dovesse dispiacere a qualcuno.

Dal Nilo all’Eufrate: il mito è servito

Come sappiamo le calunnie nei confronti di Israele non si buttano mai via; restano, si accantonano magari per un periodo, in attesa di riciclarle alla prima occasione. E ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le voglie.

Alcune sono così ridicole da chiedersi come sia stata mai possibile una così ampia loro diffusione, ma i “miti” su questo si reggono e se si tratta di Israele c’è sempre pronto un auditorio più che ben disposto ad accoglierli e trasformarli in “verità”.

Uno di questi miti riguarda il progetto che starebbe alla base della “conquista” sionista della Palestina geografica: una grande Israele, “dal Nilo all’Eufrate”. La propaganda palestinese e araba in generale si è molto affannata a “dimostrare” quella che spacciano come evidenza. Una di queste “prove” sarebbe una mitica scritta all’entrata della Knesset, il Parlamento israeliano, che appunto la riporterebbe, chiarendo fin da subito le intenzioni politiche dell’establishment israeliano. La leggenda partì da un’intervista del giornale Playboy a Yasser Arafat, nel 2009:

PLAYBOY: Pensa che gli israeliani si sono opposti a qualsiasi nozione
di uno Stato palestinese fin dall’inizio?
ARAFAT: , non lo vogliono. Guardate le parole d’ordine che usano: la terra di Israele è dall’Eufrate al Nilo. Questo è stato scritto per molti anni all’ingresso della Knesset, il parlamento. Essa mostra la loro ambizione nazionale, vogliono arrivare fino al fiume Giordano. Una Israele per loro, ciò che resta per noi ….
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Ogni volta che qualche diplomatico in visita alla Knesset affermava di non aver visto scritto nulla del genere, riceveva immancabilmente la risposta “L’hanno tolta in occasione della tua visita”. Quindi qualcosa che nessuno ha mai visto è diventato fatto.
Il 26 maggio 2015, lo storico egiziano Majid Farag fu intervistato dalla tv Mehwar in merito ai tentativi di normalizzazione dei rapporti tra Egitto e Israele. Durante l’intervista Majid Farag accennò alla bugia della scritta alla Knesset:
Majid Farag: Sono sicuro che avrete sentito della scritta alla Knesset che dice:Dal Nilo all’Eufrate
Intervistatore: Dall’Eufrate al Nilo.
Majid Farag: No. “Dal Nilo all’Eufrate.”
Intervistatore: Va bene, ho pensato che fosse il contrario.
Majid Farag: Non è vero. Non vi è nulla di simile.
Intervistatore: E non appare nemmeno nei Protocolli?
Majid Farag: Quali Protocolli?
Intervistatore: I Protocolli dei Savi di Sion. Quel vecchio gruppo.
Majid Farag: Guardi restiamo alla Knesset.
Intervistatore: C’è un cartello che dice: “Dal Nilo all’Eufrate
Majed Farag: Certo che no.
Intervistatore: è certo?
Majed Farag: Certo! E’ sicuro. Sappiamo tutti che questo non è vero, ma la gente continua a dirlo per rinfocolare l’ostilità.
Interessante il tentativo dell’intervistatore di citare i Protocolli dei Savi di Sion come fossero un documento per avvalorare qualcosa che nessuno ha mai visto.
E su “prove” come queste la bugia del piano sionista per impossessarsi di tutta Eretz Israel si è mantenuta viva e vegeta.
Il 25 maggio 1990 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu lasciò la sua sede di New York per trasferirsi a Ginevra e poter così incontrare Yasser Arafat, al quale era stato proibito l’ingresso in America.
Durante quell’incontro Arafat portò le sue “prove inoppugnabili” del piano sionista: una moneta, una bandiera e una mappa.
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Ne scrive dettagliatamente Daniel Pipes:
Eccitato Arafat tirò fuori dalla giacca una moneta da 10 agorot: Guardate! Guardate! Questo è un pezzo da 10 agorot. Si tratta di una delle nuove monete di Israele. E che cosa si vede? Il candelabro ebraico a sette bracci sullo sfondo di una mappa incredibile: la sagoma mostra la regione che va dal Mediterraneo alla Mesopotamia, dal Mar Rosso all’Eufrate. Si tratta di una dimostrazione lampante delle aspirazioni sioniste
Arafat e chi ha dato credito alle sue parole sa poco di storia: la moneta ne riproduce una del 37 prima dell’era moderna, emessa durante l’assedio di Gerusalemme da Matatia Antigono II, l’ultimo re asmoneo. Secondo il professor Ya’akov Meshorer, capo della sezione antichità del Museo di Israele, l’artista Nathan Karp ha utilizzato solo le linee generali della moneta antica nel suo disegno. Karp era sbalordito“, ha detto Meshorer, «che qualcuno avesse potuto vederci la Terra di Israele!“. (Jerusalem Post, 9 giugno 1990)
Ma naturalmente ad Arafat le spiegazioni semplici e logiche non andavano giù. E quindi produsse un secondo “documento”, una mappa tratta da un articolo scientifico dal titolo “Prospettive di sviluppo dalla misura areale di Israele: una valutazione generale“.
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La mappa apparve in un lavoro del Dr. Gwyn Rowley dell’ University of Sheffield in Inghilterra e illustrava appunto l’ambiente storico al quale si riferiva la moneta del 37  .
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 L’altra “prova schiacciante” portata da Arafat riguardava la bandiera di Israele, niente di meno! Secondo Arafat la bandiera contiene una “simbologia nascosta”: le due linee blu orizzontali rappresentano il Tigri e l’Eufrate!
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Naturalmente anche la frase biblica “dal Nilo all’Eufrate” meriterebbe attenzione. Scrive Daniel Pipes:

In primo luogo, il “fiume d’Egitto” si riferisce quasi certamente non al Nilo, ma a Wadi al-Arish sulla costa nord della penisola del Sinai. La mancanza di parallelismo tra le due formulazioni, “il grande fiume, il fiume Eufrate” e “il fiume d’Egitto” sembra corroborare questa interpretazione. In ogni caso, i principali commentari ebraici su questo testo, in particolare quello di Rashi, identificano il fiume d’Egitto con Wadi Al-Arish. Questi commenti hanno accompagnato per secoli il testo biblico in edizioni pubblicate della Bibbia, e  quindi i sionisti erano in grado di capire “il fiume d’Egitto” in questo senso.

In secondo luogo, le regole di esegesi biblica sostengono che leggi specifiche hanno sempre la precedenza sulle leggi generali. Di conseguenza, la delineazione dettagliata, e geograficamente molto più vincolata, di Eretz Israel (la Terra d’Israele) in Numeri 34: 1-12 ( “Essa quindi si snoda da sud fino alla salita di Akrabbim e passa da Zim, e il suo limite meridionale sarà Kadesh-Barnea “) ed Ezechiele 47:…. 13-20 soppianta quelli molto più vaghi nella Genesi e Deuteronomio. Per questo motivo, la tradizione ebraica ha visto a lungo la descrizione in Genesi come non efficiente.

In terzo luogo, nel racconto biblico, i “discendenti” di Abramo non comprendono solo gli ebrei attraverso Isacco, ma anche i loro “cugini”, gli arabi attraverso Ismaele. Il governo israeliano non ha basato le sue leggi sulla Torah; Israele è stato fondato da laici ispirati da obiettivi nazionalisti e socialisti, non da quelli religiosi. Perché, a differenza dei Paesi islamici che si basano sul Corano, in Israele è sembrato vagamente assurdo supporre che i passaggi che risalgono a tre millenni fa possano guidare le azioni della moderna politica democratica.

Per un’analisi più dettagliata l’interessante articolo di Daniel Pipes. Anche se tutto il buon senso possibile e immaginabile si infrange poi sulla famosa asserzione: “Non so se sia vero o no, ma potrebbe esserlo” e il mito è servito.

Fra Pallywood e deliri

Dunque, fra nuove puntate di Pallywood e deliri “eccellenti” un’altra settimana è passata. Difficile assegnare una “palma d’oro” questa volta, i concorrenti in gara sono agguerriti e hanno fatto del loro meglio per mantenere alta la tradizione della notizia inventata e della dichiarazione più disgustosa.

Ma Ban Ki Moon, Segretario dell’Onu, una menzione speciale la merita. Mentre la farsa dei negoziati per la pace in Siria si trascina, inciampando malamente su gli “obiettivi differenti” dei vari partecipanti, con Assad che continua a  spiegare la guerra come un “complotto ordito dall’esterno”, restando abbarbicato nonostante tutto al suo trono, Ban Ki Moon commenta lo stillicidio di omicidi e tentati omicidi che gli israeliani stanno subendo quasi quotidianamente dal settembre scorso: “Gli accoltellamenti, gli attacchi con le auto e le sparatorie da parte dei palestinesi contro i civili israeliani hanno continuato a mietere vittime. . . Tuttavia, come i popoli oppressi hanno dimostrato nel corso dei secoli, è nella natura umana reagire all’occupazione, che spesso funge da incubatore potente di odio e di estremismo “.

Et voilà! Ci voleva tanto a capirlo? E’ nell’ordine naturale delle cose!

La Oxford University Press ha pubblicato uno studio riguardante le più di 2000 dispute territoriali nel mondo, dal 1816 al 1996. Di queste dispute solo il 17% si sono incrementate violentemente fino a sfociare in una guerra nel corso di un anno e solo il 30% nel corso di cinque anni. Non ovunque l’umana natura reagisce allo stesso modo. Quindi forse Ban Ki Moon dovrebbe prestare un minimo di attenzione ad altre cause che non quelle “naturali”? Forse sì. Per esempio agli incoraggiamenti che la società e la politica palestinese hanno incessantemente dato ai giovani, affinché credessero alla bufala antica, già sperimentata con successo da Hajj Amin all’inizio del ‘900, del progetto di distruzione di Al Aqsa. Oppure tenere di conto delle esplicite istruzioni, dedicate ai bambini delle scuole, che illustrano il metodo migliore, scientificamente provato, per portare a buon fine un accoltellamento. Non lo sa questo il signor Segretario generale? Eppure l’ambasciatore israeliano Danny Danon le aveva presentate queste illustrazioni all’incontro delle Nazione Unite nell’ottobre 2015.

 

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Non si ha notizia di bambini ciprioti mandati ad accoltellare civili turchi, né a Cipro né nel mondo. Non si ha notizia di bambini sahrawi che si fanno saltare in bar marocchini, né di indonesiani schiacciati da nativi Papua. Come mai? Forse in questi casi e negli altri 2000 non c’è quell’esasperazione che provano i palestinesi e che funge da “incubatore potente di odio”?

L’altra menzione speciale spetta al presidente francese Hollande. Fra un bombardamento in Siria e i tentativi di eradicare il terrorismo dal suolo francese il presidente ha trovato il tempo per avvertire Israele: “Se i negoziati falliranno ancora una volta, noi riconosceremo lo Stato di Palestina a pieno titolo”.

Ora, a parte che non si sa di quali negoziati parla dato che c’è solo il solito affannarsi di Kerry e degli altri diplomatici, tutti desiderosi di ritagliarsi un pezzetto di merito in un eventuale successo, e non risulta che Abu Mazen si sia deciso a incontrare Netanyahu e riprendere le trattative che ha voluto interrompere diversi mesi fa, riconoscere appieno lo Stato di Palestina che dovrebbe significare signor Presidente? Che confini avrebbe questo Stato? Quale sarebbe la sua capitale? Chi sarebbe il suo Presidente? E i suoi ministri? E quali sarebbero i mezzi di sussistenza di questo Stato?

Ma passiamo a cose più piacevoli: Pallywood su questi schermi, again.

Abu Obeida è il portavoce delle Bridate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, l’organizzazione terroristica che governa la Striscia di Gaza. Aveva da presenziare ai funerali dei “martiri”, quelli che sono morti nel duplice crollo dei tunnel che hanno ricominciato a scavare così, tanto per tenersi in esercizio. E Obeida ne ha approfittato per pronunciare un discorso infiammato contro “l’entità sionista” che rema contro gli onesti scavatori, e l’ha pronunciata la sua arringa dall’alto della torretta di un carro armato Merkavah “sottratto al nemico”… Però il “bottino di guerra” era di compensato e senza cingoli. Se ne saranno accorti i gazawi o avranno fatto finta di nulla, per pietà?

 

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Poi i soliti poveri bambini siriani spacciati per palestinesi, ma questo ormai è un classico:

 

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Oppure si prende una foto di un carro armato israeliano, che si veda bene il Magen David, mi raccomando, e ci si appiccicano dei bambini morti in Afghanistan, ed è fatta:

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Prima i morti non c’erano e ora ci sono. Prima i colori erano quelli di una normale giornata con un po’ di foschia e dopo diventano rosso color sangue

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Che giochetto eh? Chissà come sarà stato fiero l’ideatore di questo lavoretto, ghghgh!!!

Ma mica ci si ferma ai photoshop! Ci sono anche le interpretazioni vivo – live. Terroristi di Hamas si fingono malati per entrare in Israele a bordo di un’ambulanza del Magen David Adom. Ah perché i gazawi malati sono curati in Israele? Eh sì, ma tu guarda!

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Poi? L’evergreen, l’accusa più accusa di tutte, quella del sangue che va avanti ormai dai tempi del “martirio di San Simonino da Trento“: Israele espianta gli organi ai palestinesi. E’ un classico, ma questa volta è stato diffuso da Riyad Mansour, ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite. E L’antidiplomatico la pubblica, con il titolo: Israele continua a espiantare gli organi! CONTINUA! Eh sì, è un vizio che se lo prendi poi non riesci più a smettere.

Le dichiarazioni di Mansour sono state denunciate dall’ambasciatore israeliano Danny Danon, che si è appellato al Segretario Generale Onu Ban-Ki-moon affinché “le Nazioni Unite condannino le infamanti accuse antisemite e l’incitamento all’odio dei Leader palestinesi”.

Scrive l’Osservatorio Antisionismo:

Questa ignobile accusa fu riportata per la prima volta nel 2009 dal giornale svedese Aftonblandet, con un articolo titolato “Rubano gli organi dei nostri figli”, che provocò un incidente diplomatico tra Svezia e Israele.

Donald Boström, noto al pubblico svedese per il suo libro “Inshallah: Il conflitto tra Israele e Palestina” e autore dell’infamante articolo, ha in seguito dimostrato la sua totale mancanza di una qualsiasi etica giornalistica dichiarando a un’emittente radiofonica israeliana: “ad ogni modo se sia vero o no, non ne ho idea, non ho le prove.”

Cioè della solita serie “se non è vero avrebbe potuto esserlo”. Tanto, accusa infamante più o meno chi se ne frega?

Ancora L’Osservatorio:

“Successivamente alla pubblicazione dell’articolo, la famiglia di Bilal Ghanem, il palestinese ucciso nel maggio del 1992 durante la prima Intifada, e a cui sarebbero stati espiantati gli organi, ha dichiarato di non aver mai riferito al giornalista il fatto da lui riportato. Nell’agosto 2014 anche Time Magazine riporta la falsa notizia, che in seguito verrà ritrattata poiché “completamente priva di fondamento”.

Le fonti che hanno pubblicato le smentite sono diverse: Honest Reporting, The Telegraph, Palestinian Media Watch, Jerusalem Post, l’Algemeiner, fra gli altri.

Gli archivi di Pallywood sono forniti, se non c’è nulla di nuovo si può sfruttare un remake, funziona sempre.

I bambini assassini

Stamani, 23 gennaio, una ragazzina di tredici anni, Ruqayya Abu, una palestinese di Anata, è uscita di casa con un coltello in tasca, decisa a uccidere e morire. Ad uccidere ci ha provato e non è riuscita. A morire invece sì. Pochi giorni fa un ragazzino di quindici anni ha ucciso Dafne Meir di 38, davanti ai suoi sei figli. Due cugine di quattordici e sedici anni hanno cercato di ammazzare un uomo, uno a caso, con un paio di forbici, nel mercato di Gerusalemme. L’uomo sebbene ferito gravemente non è morto. Una delle due ragazzine sì. Due erano i ragazzini, cugini anche loro, di dodici (!!!) e quindici anni che accoltellarono un loro coetaneo a Pisgat Ze’ev.

Hanno chiamato questi ultimi attacchi terroristici che hanno insanguinato Israele da settembre scorso “Intifada dei coltelli”; sarebbe più giusto chiamarla “Intifada dei bambini”, dato che la maggior parte degli attacchi sono stati compiuti da bambini e adolescenti appena al di sopra dell’età infantile. E’ un orrore nuovo, aver paura del bambino assassino, essere costretti ad uccidere il bambino assassino per non farsi uccidere da lui.

Che cosa sta succedendo?

Nel 2003 il il Dott Shafiq Massalha, uno psicologo palestinese di Gerusalemme est, sosteneva che più della metà dei bambini palestinesi di età compresa tra 6-11 anni sognava di diventare attentatore suicida: “tra 10 anni circa, una generazione omicida raggiungerà la maggiore età, piena di odio e pronta a morire in missioni suicide”. Il dott. Massalha aveva presentato il suo studio sulla generazione che rischiava di diventare assassina sotto forma di un filmato, Semi d’odio, al United Nations North American NGO Symposium on the Question of Palestine, alla sede Onu di New York, nel 1995: “In una società nella quale la legittimazione dei bambini assassini  è diventata una parte della sua ideologia, la comune moralità umana non esiste più. Quali regole morali hanno questi bambini da trasmettere ai loro figli, quando a loro volta diventeranno genitori? ” Nel filmato uomini arabi gridano, tenendo in mano pezzi di organi umani e la voce eccitata di un bambino in background dice: “Mangerò la carne del mio vincitore.”

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“Tutto questo è stato orchestrato abbastanza metodicamente dall’Autorità palestinese”, dice la voce narrante ne film. “Che tipo di governo esorta i suoi cittadini a diventare killer senza compromessi, pur presentandosi al mondo come vittima che lotta solo per la pace? Questa ipocrisia insostenibile non dovrebbe essere tollerata da una civiltà illuminata – ma questa è la realtà di quanto sta accadendo qui e ora “.

Ecco, come spesso accade la società “illuminata” della quale parlava il dott. Massalha nel 1995 finge di non aver mai saputo nulla prima, di non avere avuto sentore di cosa stava accadendo, di non essersi accorta.

Eppure nel 2001 era già apparso uno studio che trattava dei sogni dei bambini palestinesi durante la Prima Intifada e nei seguenti scoppi di violenza. Una bambina di 11 anni sognava di andare in un mercato imbottita di esplosivo, contava fino a dieci e si faceva saltare. Dieci, come gli anni che aveva vissuto.

Il 78% dei sogni registrati erano a soggetto politico e violenti. Il 15% dei bambini presi in esame voleva morire “martire” sull’esempio del “piccolo Al Dura”, il bambino che servì a Charles Enderlin di France2 per montare l’infame falso del suo assassinio a sangue freddo da parte dei soldati dell’IDF e che “ispirò” decine di fatti di sangue, dall’omicidio in suo nome del giornalista ebreo americano Daniel Pearl, in Pakistan, a quello di Mohammed Merah a Toulouse che disse di essersi radicato nei suoi propositi dopo aver visto la fine del “nostro piccolo martire”.

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I “martiri” erano gli idoli dei bambini diceva Massalha. “Mi piacerebbe andare in Paradiso“, un bambino ha scritto. Un altro è stato più specifico: Il 4 maggio, voglio diventare un martire”. Le conclusioni di Massalha a questo suo lavoro furono tetre:

“Ogni esperienza, soprattutto quella fortissima e inusuale, non è mai completamente cancellata“, disse Massalha. Se la situazione continua così com’è, il trauma crescerà. Se si ferma e una nuova realtà prenderà il sopravvento, ci vorrà ancora un sacco di tempo e fatica per superare la diffidenza e l’odio .

Il giornale arabo stampato a Londra, Al-Sharq Al-Awsat, pubblicò nel 2003 un articolo dello psicologo dottor Ahmed Najam A-Din, il quale affermava che i terroristi suicidi hanno una “malattia psicologica”, ed invitava la società araba ad affrontarla come avrebbero combattuto qualsiasi altra malattia.
“Il suicidio è una malattia, e [i capi terroristi] lo utilizzano per fini politici perversi”, ha detto. “Le azioni suicide in aumento, che ricevono sostegno e ammirazione tra i giovani musulmani in generale e tra quelli palestinesi in particolare, sono diventate uno dei nostri fenomeni sociali e psicologici più pericolosi. … ” A-Din disse che “come psicologo, posso dire chiaramente che il profilo psicologico degli assassini suicidi è quella di una persona malata di mente in tutti i sensi.” Invece di essere trattati, ha detto, “ci sono gruppi all’interno delle società palestinese e araba che li incoraggiano non solo a continuare su questa strada, ma anche ad ampliare i ranghi e convincere gli altri a unirsi alla loro ‘malattia’”.

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No, la società araba e quella palestinese in particolare non hanno trattato questo come una malattia, ma anzi l’hanno incoraggiato, portato a esempio, fino a farlo diventare aspirazione sociale. Per una parte dei bambini palestinesi il “rito di passaggio” dall’infanzia al mondo dei grandi è marcato dalla loro attività terroristica, dal loro “coraggio” nel tentare omicidi, dal loro morire. Il padre dell’adolescente che ha ucciso Dafna Meir si è dichiarato “molto orgoglioso di suo figlio”.

Secondo il Coordinator of Government Activity in the Territories (COGAT) “i terroristi non sono motivati dai social media e dalla religione, quanto da ragioni personalifamiliari”. Tra i motivi  scatenanti i così detti lupi solitari”, lo studio del COGAT elenca la violenza domestica e i sentimenti di alienazione, la vendetta per l’uccisione di un amico o un parente e il rifiuto di riconoscere le istituzioni consolidate, come Hamas e Fatah.

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Justus Reid Weiner e Michael Sussman scrivevano nel 2005:

L’idea di shahid (martire) è diventata così radicata nella cultura palestinese che si tratta di un tema importante nell’educazione formale, nei valori della famiglia, nelle pratiche religiose, nelle trasmissioni televisive, nei manifesti, nelle eulogie pre-suicidio, nelle figurine, nelle feste di famiglia, nei film, nella musica, nei giochi e nei campi-vacanza estivi. Uno studio condotto dalla psichiatra ed esperta di Medio Oriente, Dr. Daphne Burdman, ha correlato questa forma disfunzionale dell’educazione infantile con un disturbo di personalità conosciuto come disturbo di personalità narcisistico – considerato un antecedente di comportamento terrorista. Secondo il Dr. Burdman, come risultato di questo “forte attaccamento a sistemi di credenze culturali e ad una varietà di meccanismi psicologici profondi … ci saranno notevoli difficoltà ad invertire la loro propensione nei confronti del terrorismo”. Il tema del martirio è da anni sfruttato dalla Tv dell’Amministrazione Palestinese. Molte delle trasmissioni del palinsesto culturale sono caratterizzate da elementi che glorificano la violenza. È un luogo comune per “emittenti televisive includere canti e danze accompagnate da fotografie di violenza, tutte sottolineando come nobile sia morire per amore di Allah.” In un episodio di un programma educativo palestinese  i giovani ragazzi con braccia alzate cantavano “noi siamo pronti con le nostre armi, rivoluzione fino alla vittoria”.

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Il portale Memri e Palwatch da anni documentano come i soldi dell’Occidente, versati per l’istruzione dei bambini di Gaza e dei Territori, amministrati dall’UNRWA, agenzia dell’Onu, siano spesi in questo folle elogio del martirio. Niente che non sia più che risaputo. E perché gli unici tentativi fatti nell’analizzare questa evidenza risalgono tutti almeno a dieci anni fa? Perché poi è sceso il silenzio, e le uniche voci fuori dal coro sono state sommerse da quella che Shelby Steele ha chiamato “la realtà poetica dell’eterna vittima”?

Scrive Steele:

“Ascoltate il loro linguaggio, è il linguaggio dell’ oppressione coloniale. Il leader palestinese Mahmoud Abbas sostiene che i palestinesi sono stati occupati per 63 anni. Il termine oppressi è costante, abusato. In questo, c’è una verità poetica, simile alla licenza poetica, una verità poetica di uno scrittore che piega i ruoli per essere più efficace. Vi darò un esempio di una verità poetica che viene dal mio gruppo, i neri americani. Prendiamo le seguenti rivendicazioni: l’America è una società profondamente, irriducibilmente razzista. Potrebbe non essere così evidente oggi come lo fu in passato. Tuttavia, è ancora oggi strutturalmente e sistemicamente presente, e impedisce di realizzare il sogno americano.

Per contraddire questa affermazione, si possono presentare prove che suggeriscono che il razzismo in America oggi si trova circa al 25° posto nella lista dei problemi dei neri americani. Si può raccontare una delle grandi storie taciute d’America, vale a dire la crescita morale e l’evoluzione distanti da questo problema. Questo non significa che il razzismo sia completamente spento, ma che non impedisce il progresso di un nero negli Stati Uniti. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario. Tuttavia, questa affermazione è ancora centrale nell’identità del nero americano – l’idea che siamo vittime di una società fondamentalmente, incurabilmente razzista.

Verità poetiche come questa sono meravigliose perché nessun fatto e nessuna ragione potrà mai penetrarle. I sostenitori di Israele sono di fronte ad una verità poetica. Si continua a colpirla con tutti i fatti. Continuiamo a colpirla con l’ovvia logica e con la ragione . E siamo talmente ovvi e talmente nel giusto da supporre che questo abbia un impatto che invece non ha.

E perché no? Perché queste narrazioni poetiche, queste verità, sono la fonte del loro potere. Concentrandosi sul caso dei palestinesi, che sarebbero stati se non fossero vittime della supremazia bianca? Sarebbero solo povera gente medio orientale. Sarebbero rimasti indietro. Indietro rispetto a Israele in ogni modo. Quindi questo racconto è la fonte del loro potere. È la fonte del loro denaro. Il denaro proviene da tutto il mondo. E’ la fonte della loro autostima. Senza di essa, sarebbero stati in grado di competere con la società israeliana? Avrebbero dovuto affrontare la loro inferiorità nei confronti di Israele – come la maggior parte delle altre nazioni arabe, avrebbero dovuto affrontare la loro inferiorità ed esserne responsabilizzati. L’idea che il problema sia Israele, che il problema siano gli ebrei, protegge i palestinesi dal dover affrontare tale inferiorità e di fare qualcosa per superarla. L’idea palestinese di essere vittime significa per loro più di ogni altra cosa. E’ tutto. E’ il fulcro della propria identità ed è il modo con il quale si definiscono come esseri umani nel mondo. Non è una cosa folle. I nostri fatti e la nostra ragione non riusciranno a penetrare facilmente tale definizione o fare alcun passo avanti.”

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Com’è possibile che il mondo occidentale abbia accettato questa “narrazione dell’eterna vittima” e l’abbia anzi incoraggiata, alimentandola con cospicui aiuti in dollari, fino a che è diventata parte integrante di una cultura? Com’è possibile che sia stato pienamente accettato il “martirio” dei bambini e addossato esclusivamente a fattori di povertà e all'”occupazione”? Come è possibile che l’Occidente abbia accettato questo modo di rivendicazione?

Alan Krueger si è a lungo interrogato in merito al terrorismo e alle sue matrici.

Nel 2002, insieme a Jitka Maleckovascriveva :

“Che l’investimento nell’istruzione sia fondamentale per la crescita economica, il miglioramento della salute, e il progresso sociale è fuori discussione. Che la povertà sia un flagello che gli aiuti internazionali e i paesi industrializzati dovrebbero impegnarsi a sradicare è anche questo fuori discussione. Non vi è dubbio che il terrorismo sia una piaga del mondo contemporaneo. Ciò che è meno chiaro, tuttavia, è se la povertà e il basso livello di istruzione siano le cause profonde del terrorismoQualsiasi connessione tra la povertà, l’educazione, e il terrorismo è indiretta, complicata, e probabilmente molto debole. Invece di considerare il terrorismo come una risposta diretta alle basse opportunità di mercato  o alla mancanza di istruzione, consigliamo più precisamente di leggerlo come una risposta alle condizioni politiche e ai sentimenti, protratti nel tempo, di umiliazione e frustrazione (percepita o reale) che poco hanno a che fare con l’economia… Il falso collegamento tra terrorismo e povertà serve solo a distogliere l’attenzione dalle vere radici del terrorismo.”
L’istruzione, certo. Ma se i canali preposti alla formazione sono gli stessi che incitano al jihad e al martirio?

Scrive Bassem Tawil, attivista palestinese per i diritti umani:

“Mandano i minori a fare il loro lavoro sporco , ben sapendo che probabilmente saranno uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Come possiamo giustificare noi stessi? Come abbiamo permesso che accadesse questo dei buoni sentimenti che Allah ci aveva dato? Che fine ha fatto il nostro senso morale? E’ straziante vedere come questi ragazzi siano trasformati in scarti di nessun valore. Sono bambini sacrificati cinicamente da una leadership cinica, che promuove una cultura oscura di omicidio e di morte. Se i palestinesi hanno davvero  scelto di combattere Israele, perché mandano i bambini a combattere una “guerra santa” invece di combatterla da soli, come fanno gli uomini? Nulla di buono è venuto – né verrà – da queste morti da entrambe le parti. La situazione di Al-Aqsa è “migliorata?” Ora non c’è più “pericolo?… La società palestinese sembra regredire verso l’epoca oscura della jahiliyyah, prima che l’Islam ci  portasse la luce. Invece di educare i nostri figli, come fanno in Occidente, a far parte della generazione futura, seguiamo gli esempi dell’Africa più buia, dove i bambini sono armati con Kalashnikov e mandati a uccidere altri bambini. Siamo diventati niente di meglio degli iraniani, che inviavano i  bambini, armati di “Chiavi del Paradiso” di plastica a smantellarei campi minati,  durante la guerra Iran-Iraq. Questi non sono “crimini di guerra”?”

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L’11 giugno 2012, il Palestinian Media Watch denunciava due ONG palestinesi per incitamento all’odio e alla violenza anti-israeliana e antisemita, in programmi per bambini: Burj Luq-Luq Social Center Society, co-finanziato dal ministero palestinese della Gioventù e dello Sport, dalle Nazioni unite, dal Consolato di Francia a Gerusalemme, dall’Unione delle Istituzioni italiane, dall’Agenzia di sviluppo Svizzera, dall’Unesco, ecc. e PYALARA, finanziato dall’Unione europea o “Save the Children” , hanno presentato dei terroristi, alcuni dei quali “shahid” (bombe umane), come modelli da seguire. Un sito è stato chiuso e « Save The Children » ha aperto un’inchiesta. Ma che fanno gli altri donatori? “Il fumo non ci aiuta a diventare uomini, come molti credono, Gerusalemme non ha bisogno di giovani che tengono sigarette. Ha bisogno di uomini che tengono mitragliatrici. “Gerusalemme, dove, dice un pupazzo,” vengono uccisi i nostri giovani dagli ebrei.” Con questo video, che mostra uno spettacolo di burattini per bambini, pubblicato sul suo sito web, la ONG Burj Luq Luq Social Center Society, i cui obiettivi dichiarati sono quelli di aiutare i giovani palestinesi in difficoltà, commette due volte  prevaricazione: da un lato  incoraggia i bambini a odiare gli ebrei e Israele, dall’altro, li sprona a combattere con le armi in mano, mettendo la loro vita a rischio.

 

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Perché l’Occidente inorridisce dei bambini killer di Daesh e sponsorizza invece l’addestramento e l’indottrinamento di quelli palestinesi?

Ancora Weiner e Sussmann:

“Nel sistema scolastico palestinese, i libri di testo che venerano l’odio per Israele e per gli ebrei, e glorificano la morte nel jihad, sono anche una delle principali fonti di incitamento. Un libro di testo per il settimo grado afferma: “Il musulmano sacrifica se stesso per la sua fede, e  si impegna nel jihad per Allah. Non vacilla  perché sa che la sua morte come shahid sul campo di battaglia è preferibile alla morte nel suo letto.”.  Un testo di lettura per il decimo grado: “i martiri combattenti nel  Jihad sono le persone più onorate, dopo i profeti.”

Anche prima che la violenza scoppiasse nel 2000, un giornalista del New York Times aveva osservato come i campeggi estivi palestinesi mettevano in scena il rapimento di leader israeliani, lo smontaggio e il rimontaggio di fucili d’assalto Kalashnikov, e insegnavano a compiere agguati. Ai giovani partecipanti erano date uniformi mimetiche e imitazioni di fucili. Sfilavano in formazione militare e strisciavano sulla pancia attraverso gli ostacoli.”
Si chiamano campi paramilitari. Ne abbiamo documentazione da anni: foto, reportage, filmati… Perché si è finto di non sapere?

 

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La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del Bambino afferma: “il bambino per lo sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un clima di felicità, di amore e di comprensione.” L’Amministrazione Palestinese ha chiaramente violato questa norma quasi universale.
Nonostante la negligenza della comunità internazionale nell’affrontare questi abusi sui minori alcuni, coinvolti nel lavoro sulla salute mentale dei bambini,  hanno preso una posizione e fatto alcune raccomandazioni per limitare gli effetti dell’incitazione all’interno della società palestinese. Anche se un articolo intitolato “Come i media influenzano la concezione dei bambini suicidi” non condanna l’incitamento anti-israeliano / antisemita diffuso attraverso i media, esso raccomanda che i bambini palestinesi possano ricevere spiegazioni per distinguere tra fantasia e realtà, e imparare le ramificazioni sociali ramificazioni del comportamento violento, la mancanza di efficacia del raggiungere i propri  obiettivi attraverso comportamenti violenti, e le alternative alla violenza.

Nel ” The Child Soldiers Global Report” sono stati monitorati 194 paesi e documentato l’uso odierno dei bambini soldato. Ironia della sorte, il modello palestinese della propaganda è stato lasciato fuori e Israele è invece stato condannato.
Un ostacolo importante alla risoluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese resta l’indottrinamento dei bambini a fini politici nel jihad. 

Tante domande, tante evidenze nascoste o minimizzate, tanta tristezza di fronte a una generazione che si sta perdendo. Chi mai aiuterà i bambini palestinesi a disintossicarsi dall’odio che li ha nutriti fin dalla nascita?

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