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Unesco e Israele, o dei limiti della cultura

Della mozione dell’Unesco sulla gestione dei luoghi sacri a Gerusalemme, si è già parlato abbastanza. Del fatto che in tutta la mozione non siano mai nominati i nomi ebraici dei luoghi ma solo quelli arabi, nonostante Ha’aretz si affanni a negarlo, sappiamo già quasi tutto.
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Potremmo però spendere due parole sulla reazione di Irina Bukova, direttrice dell’Unesco, a questa risoluzione, votata con la maggioranza di tutti i paesi arabi e con l’astensione di 26 paesi, compresa buona parte dell’Europa, Francia e Italia in testa.
Il giorno dopo la fatidica riunione la Bukova ha dichiarato:
“Come ho già detto in molte occasioni, e più recentemente nel corso della quarantesima sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, Gerusalemme è la città sacra delle tre religioni monoteiste – Ebraismo, Cristianesimo e Islam.”
E qui, a questa inaudita concessione, hanno esultato in diversi: Visto! Ha ammesso che Gerusalemme è anche ebraica! Oh! Ma dai! Ma è magnifico!
Andiamo avanti:
“E’ in riconoscimento di questa diversità d’eccezione, di questa coesistenza culturale e religiosa, che è stato iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. L’eredità di Gerusalemme è indivisibile, e ciascuna delle sue comunità ha diritto al riconoscimento esplicito della propria storia e del proprio rapporto con la città. Negare, nascondere o eliminare qualsiasi delle tradizioni ebraiche, cristiane o musulmane mina l’integrità del sito, e va contro le ragioni che hanno giustificato la sua iscrizione nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. In nessun luogo più che a Gerusalemme le eredità e le tradizioni ebraica, cristiana e musulmana condividono lo spazio e s’intrecciano al punto da sostenersi a vicenda. Queste tradizioni culturali e spirituali si basano su testi e riferimenti, conosciuti da tutti, che sono parte intrinseca delle identità e della storia dei popoli. Nella Torah, Gerusalemme è la capitale del re Davide, dove Salomone costruì il Tempio e fu collocata l’Arca dell’Alleanza. Nella Bibbia, Gerusalemme è la città della passione e risurrezione di Gesù Cristo. Nel Corano, Gerusalemme è il terzo luogo più sacro dell’Islam, in cui Maometto giunse dopo il suo viaggio notturno da Al Haram (Mecca) ad Al Aqsa.”
A questo punto corre l’obbligo di una piccolissima nota, ma mica per nulla, solo perché l’Unesco è: L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. Dunque Irina Bukova ci dice che per l’Islam Gerusalemme è sacra perché il profeta Muhammed ci giunse in volo, di notte, dalla Mecca fino ad Al Aqsa. A parte il fatto che non si ritrova mai da nessuna parte notizia della presenza del Profeta a Gerusalemme, la moschea Al Aqsa, “la più lontana” che nessun testo ha specificato mai si trattasse di quella di Gerusalemme, fu costruita nel 705 d.c.; Muhammed mori’ nel 632 a Medina. Non sarebbe importante un simile anacronismo se non fosse stata la direttrice dell’Unesco a citarlo e a farlo indicando l’evento come fondamentale per la testimonianza dell’appartenenza musulmana di Gerusalemme. Va bene, chiusa parentesi.
“In questo microcosmo di umana diversità spirituale, popoli diversi adorano gli stessi luoghi, a volte con nomi diversi. Il riconoscimento, l’uso e il rispetto per questi nomi è di primaria importanza. La Moschea di Al Aqsa / Al-Haram al-Sharif, il sacro tempio dei musulmani, è anche Har HaBayit – o Monte del Tempio – il cui Muro Occidentale è il luogo più sacro del giudaismo, a pochi passi dal Santo Sepolcro e dal Monte degli Ulivi venerati dai cristiani. L’eccezionale valore universale della città, e il motivo per cui è stato iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco, si trova in questa sintesi, che è un appello al dialogo, non allo scontro. Abbiamo la responsabilità collettiva di rafforzare questa convivenza culturale e religiosa, con la potenza degli atti e anche con il potere delle parole. Questo requisito è più forte che mai, per colmare le divisioni che danneggiano il carattere inter-religioso della città vecchia. Quando queste divisioni sono riportate all’Unesco, un’organizzazione dedicata al dialogo e alla pace, ciò ci impedisce di svolgere la nostra missione. La responsabilità dell’UNESCO è quello di favorire questo spirito di tolleranza e di rispetto per la storia, e questa è la mia determinazione quotidiana in assoluto, come direttore generale, verso tutti gli Stati membri. Mi impegno a questo in tutte le circostanze, perché questa è la nostra ragion d’essere -. Ricordare che siamo una sola umanità e che la tolleranza è l’unica via da seguire in un mondo di diversità “
Quindi che cosa vorrebbe dire in pratica la Bukova? Io non c’entro nulla, non c’ero e se c’ero dormivo. C’è chi ha avanzato l’ipotesi che potesse essere in buona fede, che – povera donna – avesse dovuto subire una risoluzione che a lei proprio non andava giù. E allora vediamo gli antefatti, i rapporti dell’Unesco diretto dalla Bukova e Israele/ebraismo mondiale.
Nel gennaio 2014, il professor Robert Wistrich aveva comprato un biglietto per Parigi per partecipare all’inaugurazione di una mostra, della quale era curatore, sulla connessione del popolo ebraico con Eretz Israel, che avrebbe dovuto aver luogo presso la sede dell’UNESCO. Per scoprire invece che la mostra era stata rinviata a tempo indeterminato, senza preavviso, a causa della pressione dei Paesi arabi. E così se ne rimase a Gerusalemme, ma non in silenzio:
“E’ stato un tradimento. E farlo in questo modo è vergognoso “,  Wistrich dirige il Vidal Sassoon International Center,  della Hebrew University per lo studio dell’antisemitismo ed è una delle maggiori autorità mondiali in materia. Un “atto spaventoso,” la cancellazione “ha completamente distrutto qualsiasi pretesa che l’Unesco potrebbe avanzare circa il rappresentare i valori universali della tolleranza, della comprensione reciproca, del rispetto per l’altro e delle narrazioni diverse, e in merito al suo impegno con le organizzazioni della società civile e per l’importanza dell’educazione . Perché c’è uno standard per gli ebrei, e un altro per i non ebrei, soprattutto se sono arabi, ma non solo “.
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La Bokova in quell’occasione disse: Restano“problemi relativi al punto di vista storico del testo e delle rappresentazioni visuali, potenzialmente contestabili e che potrebbero essere considerati dagli Stati membri mettere in pericolo il processo di pace”. “In questo contesto, purtroppo, l’UNESCO ha dovuto rimandare l’inaugurazione della mostra”. In una lettera ai leader del Wiesenthal Center, Bokova ricordò il suo “impegno molto fermo nella costruzione del consenso in tutte le decisioni UNESCO e le risoluzioni adottate dagli Stati membri su le questioni relative al Medio Oriente. ” Che linguaggio ipocritamente doppio, commentò Wistrich, sottolineando che: “L’UNESCO è d’accordo ad organizzare le mostre sulla Shoah… Amano gli ebrei morti. E sono più che pronti nel tracciare la lezione universale di come questo non debba mai accadere di nuovo “. Tuttavia, l’idea” che gli ebrei siano vivi e vegeti e lottino per determinare il proprio destino nella loro stessa patria è qualcosa di molto più difficile da digerire, per motivi politici che conosciamo. “
Sopravvissuti a Buchenwald arrivano a Haifa

Sopravvissuti a Buchenwald arrivano a Haifa

La mostra, in ritardo, si tenne. Fu cancellato dal titolo il nome Israele e sostituito con Terra Santa e la Bokova si rifece un minimo il look che aveva perduto.

Ma cosa disse la Bokova nel 2015, quando le fu sottoposta per la prima volta la mozione che è stata poi presentata ieri?

“Deploro la recente proposta di discussione presentata al Consiglio esecutivo dell’UNESCO” e ho fatto appello affinché siano prese “decisioni che non infiammino ulteriormente le tensioni sul terreno e che incoraggino il rispetto per la santità del luogo sacro.Tutti noi abbiamo la responsabilità come mandato dell’UNESCO nel prendere decisioni che promuovano il dialogo, la tolleranza e la pace” “questo è particolarmente importante per i giovani, che dovrebbero essere nutriti e istruiti per la pace.”

In pratica le stesse cose che ha detto ieri; allora si potrebbe pensare o che la Bokova sia una mera figura di facciata e che nella realtà non conti assolutamente nulla (ma allora ci sarebbe da chiedersi anche: chi è che conta?), oppure ha messo un disco e lo aziona da un anno all’altro.

E come spesso “misteriose” sono le strategie di comunicazione che adottano, altrettanto lo sono gli endorsements che nominano questi importanti personaggi. Per esempio, Irina Bokova si era candidata al posto di Segretario delle Nazioni Unite, dopo Ban Ki Moon. La Bokova è una delle predilette di Putin e con la Russia ha da sempre legami saldi e duraturi, Mosca quindi ne appoggiava la successione a Ban Ki Moon.  Al suo posto alla direzione dell’Unesco la Bokova aveva proposto la candidatura di un rappresentante azero. Ma il progetto fu disturbato da diverse voci critiche, tra le quali quella del European Centre of Press and Media Freedom, il quale fece presente sia le violazioni del governo dell’Azerbaijan in merito alla libertà di stampa, sia ricordò un elogio del 2015 espresso dalla Bokova stessa al governo, nel quale la direttrice dell’Unesco esprimeva: “gratitudine alle autorità della Repubblica di Azerbaigian”. Il Centre of Press sottolineò la stretta collaborazione esistente tra la Bokova e la Fondazione Heydar Aliyev, nonché la partecipazione finanziaria di quest’ultima a progetti comuni, chiedendosi come una simile candidata, così devota a un governo dittatoriale, potesse aspirare alla presidenza dell’Onu. In quell’occasione furono anche avanzati sospetti sulle proprietà della Bokova a Manhattan, immobili per un valore di 3 milioni di dollari. Dall’indagine giornalistica che fu avviata all’epoca, apparve subito evidente che la famiglia Bokova non avrebbe potuto permettersi tali proprietà e però aveva pagato cash due appartamenti a Manhattan per 2,4 milioni di dollari. Secondo questa indagine giornalistica la Bokova avrebbe guadagnato dal suo incarico di direttrice 780.000 dollari, per tutta la durata del suo mandato. Aggiungendoci delle proprietà vendute in Bulgaria, l’indagine stabilì una cifra che sarebbe bastata solo a pagare uno dei due appartamenti a Manhattan.

I giornalisti si spinsero ad analizzare anche le entrate del marito della Bokova, Kalin Mitrev, che per lungo tempo aveva ricoperto il ruolo di rappresentante dell’European Bank for Reconstruction and Development (EBRD) in Bulgaria. Il salario del marito risultò compatibile con quello della moglie. Insomma da dove arrivano tutti questi soldi che permettevano l’acquisto di proprietà favolose, viaggi a Baku frequentissimi e annessi e connessi? E chi sono quelli della Fondazione Aliyev?

La Fondazione Aliyev, nota anche come “il clan Aliyev” è una organizzazione di beneficienza in Azerbaijan, fondata nel 2004 in onore di Heydar Aliyev ex leader dell’Azerbaijan ed è presieduta da Mehriban Aliyaeva, nuora dell’ex leader. Non sono poche le criticità verso la Fondazione che da una parte sponsorizza iniziative dell’Unicef mentre gli stessi personaggi che sono a capo della Fondazione sono anche i leader politici di un Paese, l’Azerbaijan, tra i più repressivi e corrotti del Globo. Così, ad esempio, l’Unicef Azero può tranquillamente sostenere di non aver ricevuto soldi dal governo per finanziare le proprie iniziative, ma non può smentire di averli presi dalla Fondazione a capo della quale ci sono i leader del governo.  Leyla Aliyev, vice presidente della Fondazione, salì alle cronache quando il suo nome comparve nei “Panama Papers“: la sua famiglia gestiva una società di comodo nelle Isole Vergini Britanniche, creata per gestire gli svariati milioni di dollari del  portafoglio immobiliare britannico della famiglia.
Leyla Aliyev e sua sorella Arzu risultarono azioniste di una società chiamata Esaltazione Limited, fondata per gestire proprietà nel Regno Unito. Leyla è anch’essa la fortunata proprietaria di un immobile a Londra stimato 17 milioni di sterline. 
Insomma, la storia personale della Bokova sembra intrecciarsi con quella di banche, proprietari di immobili, società off shore, fondazioni filantropiche.

 

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Ma ancora più meraviglia desta la reazione “del giorno dopo”. Oggi tutti i pezzi da 90 dell’Unesco hanno fatto a gara per smarcarsi da quella ingombrantissima mozione. La Bokova ha addirittura scritto a Tzipi Livni: “Insieme combatteremo la delegittimazione di Israele”! Michael Worbs, Executive Board dell’Unesco ha dichiarato: “Quello che è successo oggi è eccezionale, mi dispiace moltissimo… capisco in pieno i sentimenti di tanti israeliani ma questo non è un dibattito Unesco, l’Unesco è solo il luogo dove il dibattito si svolge”. Cioè, sembrano o no parole di un ostaggio che non può far altro che, a malincuore, obbedire? E se si, di chi è ostaggio l’Unesco?

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Sembra che l’ultimo grido in fatto di offese sia rifiutare una stretta di mano sollecitata. Non è molto originale né elegante, ma è quello che è successo alle Olimpiadi, quando il judoka egiziano, Islam El Shabahi, si è rifiutato di stringere la mano del suo avversario israeliano, Or Sasson, che molto sportivamente gliela aveva porta, dopo avere vinto l’incontro.

 

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Notevole dimostrazione di spirito anti-sportivo.

Ma se è un politico a fare lo stesso gesto da bifolco, nei confronti del Primo Ministro israeliano, come si potrebbe definire?

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Il parlamentare olandese Tunahan Kuzu l’ha fatto. La sua spiegazione è stata la stessa dell’ottuso judoka egiziano: le quotidiane ingiustizie israeliane nei confronti dei palestinesi. Per farla un pochino più completa, sulla sua pagina Facebook ha scritto: Le strade di Gaza erano un tappeto di sangue nell’estate 2014, sangue che scorreva dalle vene dei bambini. Molto suggestivo.

Non è successa la stessa cosa però quando il ministro degli esteri olandese, Bert Koenders, ha incontrato il suo omologo iraniano, Mohammad Javad Zarif, all’Aja, il 23 giugno 2016: le relazioni tra Olanda e Iran datano dal 16° secolo, ha detto Koenders. Ormai si dovrebbero conoscere bene.

 

Gay iraniani impiccati pubblicamente

Gay iraniani impiccati pubblicamente

Va beh, ma si trattava di affari, grossi, mica cotiche. Si può anche passare sopra a qualche “problemuccio”. Le esecuzioni sono necessarie, tagliano corto gli ayatollah. Va bene, ok!

 

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Del resto, chi lo dice che il Primo ministro olandese Mark Rutte sia innamorato di Erdogan? Lo si incontra, gli si stringe la mano, serve, così si fa. Tutto qui.

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Ma perché, per esempio c’è qualcuno che potrebbe pensare che l’Olanda approvi il governo di Assad? 400.000 morti (approssimativamente) in cinque anni di guerra civile. Gas utilizzati più volte contro i civili, torture, fosse comuni, l’orrore che non si può immaginare.

 

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Secondo Save the Children, dopo “solo” tre anni di guerra erano 10.000 i bambini siriani uccisi. “Il sangue dalle vene dei bambini”.

 

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C’è mica qualcuno che per caso può pensare che un paese come l’Olanda approvi tutto questo, eh? No, no davvero! E quindi quando il ministro degli esteri olandese Maxime Verhagen, incontrò cordialmente a Damasco Bashar El Assad, solo tre anni prima che scoppiasse la guerra, già l’omicidio Hariri eseguito, già gli scoppi di violente proteste in quella che allora fu chiamata ” la primavera di Damasco” facevano presagire quello che di lì a poco si sarebbe trasformato nel carnaio siriano, fu solo un incontro di “intese”, una tappa nel viaggio del politico olandese in Medio Oriente.

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Anche quando l’Olanda vendeva armi chimiche a Saddam Hussein, che per caso aveva suggerito di usarle contro i kurdi? Ma certo che no! Intendiamoci, mica sono stati gli unici gli olandesi a vendere le armi chimiche a Saddam, lo facevano anche altri, un po’ tutti, ma Melchemie e KBS, in particolare, furono tra i principali fornitori di tali sostanze chimiche. E che, dovevano restare indietro e lasciare che altri facessero affari? Per questo il businessman olandese Frans van Anraat, ebbe un ruolo centrale nella costruzione dell’arsenale iracheno. Affari, solo affari, senza cattiveria.

 

Vittime Kurde dei gas chimici su Halabja

Vittime Kurde dei gas chimici su Halabja

 

Poi oh, comunque ognuno ha diritto alle sue idee, anche se è un ministro o un uomo di affari. E sarà libero uno di non amare gli ebrei? No, domando… Non si vorrà mica tacciare per questo di pregiudizio antisemita eh? Sono punti di vista e basta…

 

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Mani. Come si dice anche? Ah sì! Una mano lava l’altra.

 

La particolare visione del mondo di World Vision

Come sappiamo in Israele è stata approvata una legge che obbliga quelle Ong che siano finanziate da paesi esteri, per importi superiori al 50% rispetto al loro budget complessivo, a rendere esplicito nei loro materiali pubblicitari e nelle loro pubblicazioni la cifra e la provenienza di tali “doni”. E lo sappiamo perché il mondo ne ha dato notizia abbondantemente, indignatissimo per questa “violazione alle libertà”.

In realtà non è che ci sarebbe nulla di che scandalizzarsi: le cifre che alcune Ong maneggiano sono rilevantissime e quasi sempre provengono da organizzazioni governamentali estere. Nulla di drammatico.

Una di queste Ong, World Vision, è salita alla ribalta in questi giorni. Lo Shin Bet ha arrestato Mohammed Halabi, facente parte dell’organizzazione; è stato accusato di aver “stornato” più del 60% dei finanziamenti della Ong alla fazione di Hamas, Ezzedine Qassam, dal 2005.  Le cifre delle quali si parla si aggirano intorno ai dieci milioni di dollari annui. Ovviamente i soldi provenivano da donazioni internazionali. Raccolti con lo scopo manifesto di alleviare le “sofferenze” alla popolazione nella Striscia di Gaza, andavano invece a consolidare il potere di quelli che le sofferenze le infliggono.

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Vediamo di saperne di più di questa Ong; ci viene in aiuto NGO Monitor: è una Ong inglese, fondata nel 1950. Si descrivono così: “Un soccorso cristiano per la difesa e lo sviluppo, impegnato con bambini, famiglie e comunità al fine di vincere sulla povertà e l’ingiustizia”.

Nel 2012 le sue entrate ammontavano a  2,67 miliardi di dollari; i loro “donatori” includono Inghilterra, Unione Europea, USAid, Canada, assistenza umanitaria della Germania e altri. Lavora a stretto contatto con diverse agenzie Onu, come l’Unicef, per esempio, o l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, World Food Program ecc.

 

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Operano in 100 Paesi, in America Latina, Africa, Asia, Medio Oriente, Europa dell’Est. Si descrivono come “Un partenariato internazionale di cristiani, la cui missione è quella di seguire il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo nel lavoro con i poveri e gli oppressi, di promuovere lo sviluppo umano, chiedere giustizia e testimoniare la buona notizia del Regno di Dio.”

Per il loro “settore” Gerusalemme/West bank/Gaza, World Vision ha maneggiato nel 2013, 18.364.480 dollari, dei quali 3,355,201 da contributi governativi. I suoi più stretti partners nella zona sono Grassroot Jerusalem, “una piattaforma per la comunità palestinese di mobilitazione, leadership e difesa che aiuta la comunità palestinese a Gerusalemme ad affrontare strategicamente le questioni umanitarie, di sviluppo e politiche che sistematicamente tolgono loro potere ed espropriano i palestinesi in tutta la città.” Grassroot sono finanziati da Commissione Europea, European Endowment for Democracy, Dan Church Aid, danese, dal consolato francese, dalla Chiesa finlandese, dal Rockfeller Brothers Fund e da World Vision. Grassroot ha una lunga storia di azioni anti israeliane, come il boicottaggio, false notizie in merito a confische ecc. ma anche contro l’Anp di Abbas che considerano “traditore del popolo”.

 

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Fra le iniziative di “pace” finanziate da World Vision c’è anche l’attacco a quella parte del mondo cristiano che osa appoggiare Israele; il film “With God on Our Side” da loro caldeggiato, propone una serie di stereotipi anti ebraici, anti israeliani e anti sionisti. Naturalmente le loro descrizioni del conflitto vedono solo Israele come unico colpevole e responsabile. Il terrorismo di Hamas non è mai menzionato e forse ora sappiamo perché. Il tono è il solito: la retorica del “bambino” alle prese con l’orco israeliano.

La loro sezione australiana appoggia il documento Kairos, dei vescovi contro Israele, e intitola centri per la gioventù a terroristi palestinesi come Abu Jihad, colpevole del sequestro di un autobus, nel 1978, e della morte di 37 persone.

 

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Ecco, questa è la visione del mondo della Ong cristiana World Vision. With compliments!

(Per altri articoli in merito a World Vision qui )

“Decisamente il mondo avanza”

Mentre la Senna straripa, loro sono tutti là, all’International Peace Conference, a Parigi. America, Russia, Unione Europea, Onu, Lega Araba; circa 20 Paesi. Sono là a gettare sul piatto ognuno quello che ha. Kerry non ha più nulla da giocarsi. Obama è alla fine del suo mandato, c’è il “rischio” Trump, c’è la recessione, ci sono i contrasti (mai risolti) tra comunità nera e bianca, c’è il fallimento completo delle strategie in Medio Oriente. Quindi Kerry per una volta si rilassa e dice “Voi che cosa avete di bello da proporre?”.

 

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Hollande non ha nulla da proporre, se non il suo disperato tentativo di restare a galla “almeno” in Medio Oriente, dopo che l’Africa sembra essersi stufata del ruolo di “figlio scemo” della Francia, non emancipabile a causa della sua incapacità. Il processo al dittatore del Chad,  Hissène Habré, accusato di crimini contro l’umanità, non si è tenuto a Parigi ma a Dakar. Uno smacco storico per la Francia: “L’Africa deve dimostrare di essere capace di giudicare i suoi propri figli, senza che lo facciano altri. Il processo è molto importante per l’Africa.” ha dichiarato Marcel Mendy, portavoce senegalese delle Chambres africaines extraordinaires (CAE).

Eh ma caro Hollande, se l’Africa è un terreno spinoso il Medio Oriente non è rose e fiori. Non sono i baracconi inutili come questo “summit” di Parigi che potranno segnare né una svolta per la pace, né la tua “rimonta” sulla scena internazionale.

“Solo le parti in causa possono segnare una svolta coraggiosa verso la pace, non possiamo farlo al posto loro” dice Hollande. E allora che ci fai lì, dove siete tutti riuniti meno che i diretti interessati? La Francia prova a ricalcare i metodi che ha impiegato per decenni con l’Africa; dice il ministro degli esteri Jean-Marc Ayrault, “i negoziati diretti tra le parti non avrebbero funzionato”! E tu che cosa hai invece presentato, caro Ayrault, di così nuovo e importante? “Siamo qui per dire alle parti che devono essere loro a decidere, non possiamo farlo noi al posto loro”. Ah ecco! E questo lo dite mentre gli unici assenti sono le parti. Beh sì, la coerenza non è il vostro forte.

 

Ayrault e il ministro degli esteri saudita, Adel al-Jubei

Ayrault e il ministro degli esteri saudita, Adel al-Jubei

 

Quindi a cosa è servito questo summit? A nulla, se non a ribadire chi è che davvero può “vantare” un qualche ruolo di mediazione nel conflitto: Arabia Saudita, Egitto, Giordania e che se mediazione ci dovesse essere, non sarà una inconsistente Europa Unita a svolgerne il ruolo, né un qualunque Paese europeo impegolato su altri fronti, tutti interni, ma il Medio Oriente. E non c’era bisogno di un summit internazionale per far sapere a Israele che l’Egitto è più titolato della Francia a dire la sua in proposito. Ma Hollande ha colto l’occasione per intorbidare un po’ le acque, come se non lo fossero già abbastanza. Ha detto che il conflitto israelo/palestinese porta acqua al mulino di Daesh, fornisce “la scusa” per reclutare nuovi jihadisti. Ecco, ecco qua la spiegazione più semplice da dare al famoso francese “mediamente informato”: i vostri figli si ribellano alla democrazia e alla Repubblica e corrono a tagliare teste in Siria e Iraq? La colpa è del conflitto israelo-palestinese!

Bene, quello che meraviglia è come mai a nessun giornalista sia venuto in mente di chiedere a Hollande che cosa ne pensasse del fatto che un francese sia risultato il vincitore assoluto dell‘Holocaust cartoon contest’, rassegna annuale di vignette negazioniste, organizzato dal regime degli ayatollah a Teheran, proprio in questi giorni e che altri due francesi e un belga si siano distinti con “menzioni speciali” nella gara.

Zeon, cartoonist francese, ha vinto il primo premio con questa vignetta intitolata: Il business dell’Olocausto

 

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Il belga ha ottenuto la sua “menzione speciale” con questa:

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Gli altri due francesi si sono distinti per queste due, una delle quali addirittura mostra un Elie Wiesel che dice “Io sono Faurisson”, il notissimo negazionista

 

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Hollande che ne pensi? Si parla di Shoah e di Ebrei, non di conflitto israelo/palestinese e tre tuoi compatrioti sono talmente piaciuti agli ayatollah da risultare vincitori. Tu che a proposito dell’accordo con l’Iran avevi dichiarato: “E’ un accordo molto importante quello firmato stanotte. Decisamente il mondo avanza” forse non eri tenuto a intervenire con una parola a proposito dei libri di testo per le scuole elementari iraniane che “abituano” fin da subito i bambini allo spettacolo degli impiccati nelle strade

 

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in fondo sono fatti loro, interni. Ma in questo caso ti hanno tirato in ballo caro Hollande, volente o nolente. Come dici? Il concorso è un fatto privato che non ha a che vedere con il governo e sfugge al suo controllo? Ah no no, ti sbagli. Intanto è difficile che qualcosa sfugga al controllo degli ayatollah, ma se è il ministro della cultura a presiedere all’evento difficile sostenere sia stato organizzato “en cachette”.

 

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Caro Hollande riguarda te e il tuo Paese, sei tu chiamato ad esprimerti in proposito; per usare una frase a te cara “non possiamo farlo noi al tuo posto”.

Il socialismo degli imbecilli

Il 24 agosto 2015, a Grenoble, Jean -Luc Melenchon, durante un raduno pubblico di militanti del suo partito, rivolgendosi al Crif – la comunità che rappresenta gli ebrei francesi e quindi agli ebrei stessi, disse: “La Repubblica è il contrario di quelle comunità aggressive che danno lezione al resto del Paese”. E: “Noi non crediamo a Popoli superiori ad altri”, postulando poi che il terrorismo palestinese altro non sia che una reazione alla pretesa ebraica di essere un “popolo eletto”.

Populismo certo, ottusità sicuramente, ma il discorso antisemita che la sinistra non si vergogna di manifestare apertamente, mascherandolo da antisionismo e quindi, oltre tutto, ammantandolo di buoni principi, non si può ignorare. Non si può ignorare perché stringe chi per cultura, religione o nascita si sente coinvolto ed emotivamente vicino alle sorti dello Stato ebraico, in un isolamento senza scampo. Riprendiamo il discorso iniziato nell’ultimo articolo e cerchiamo di analizzarne le implicazioni, utilizzando i numerosi contributi disponibili.

 

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Scriveva David Meghnagi, storico, psicanalista e direttore del Master post-universitario per la Didattica della Shoah, nel 2009: Sono convinto che all’antisemitismo vecchio si è aggiunto uno nuovo. Il fenomeno ha avuto una lunga incubazione di almeno 40 anni ed ha avuto come sfondo il rifiuto dell’ebreo come nazione e come Stato. Le vecchie demonologie antisemite del passato si sono trasferite su Israele. Si tratta di un processo dissociativo in cui l’ebreo è accettato e idealizzato come nazione morta, e di fatto rifiutato come nazione viva.
Il problema è complicato dai cambiamenti che stanno avvenendo nella stessa Europa, per la presenza sempre più ampia di immigrati di terza generazione di origine araba e islamica che proiettano sul conflitto mediorientale il senso di alienazione e di non appartenenza con cui vivono il loro nuovo rapporto con i paesi in cui i genitori e i nonni si sono stabiliti.

Vi è il rischio del trasferimento del conflitto mediorientale dentro, nel cuore dell’Europa, con tutti i pericoli che comporta rispetto alla prospettiva di un nuovo antisemitismo. ll pericolo più grande è che il sentimento di alienazione e di protesta contro il mondo occidentale, diffuso nelle periferie parigine e in settori dell’èlite di terza generazione dell’immigrazione, si saldi con una nuova ideologia antisemita. Su questo c’è un grave ritardo politico e culturale. Si tratta di un cambiamento epocale in cui il vecchio antisemitismo di matrice europea si congiunge con quello islamista di natura politica e religiosa. Ho fatto una ricerca sulla stampa araba degli ultimi 40 anni ed ho raccolto mille vignette. Studiandole si ha la sensazione netta che sia in atto un processo di demonizzazione e che la rappresentazione della realtà del conflitto non sia più di natura politica, ma abbia assunto progressivamente dei connotati demonologici, ovvero una demonizzazione del nemico che ricorda non pochi aspetti della simbologia antisemita degli anni Trenta”.

Esempio di vignetta

Esempio di vignetta

Scriveva Ivan Riouful, sul Le Figaro del 16 febbraio 2015:

“Le cose sarebbero talmente semplici se fosse l’estrema destra ad essere dietro agli atti antisemiti che si moltiplicano in Francia ed in Europa! I professionisti dell’antirazzismo avrebbero buon gioco a chiamare a manifestare ed esigere il rigetto collettivo di un tale movimento ripugnante. Ma la loro logica ideologica non funziona più: si rivela inadatta a descrivere la realtà. Essi fanno credere che il fondamentalismo islamista (che ha fatto ancora una volta scorrere sangue a Copenhagen, questo week-end), sia la fonte del nuovo odio anti-ebraico e anti-occidentale.

Questo antisemitismo, apparso nelle periferie francesi già all’inizio del 2000, non suscita l’indignazione delle “coscienze” che hanno preso sotto le loro ali la minoranza musulmana, anche nei peggiori avvenimenti. Né l’assassinio atroce di Ilan Halimi , nel 2006, né gli omicidi abietti di Merah, contro due soldati e alla scuola ebraica di Toulouse, né quelli compiuti da Nemmouche, al museo ebraico di Bruxelles, hanno indotto le “anime belle” a scendere in piazza e manifestare. Gli assassinii commessi da Coulibaly all’Hipercasher di Parigi non avrebbero avuta eco se non fossero stati preceduti da quelli nella redazione di Charlie Hebdo. L’antisemitismo che ha fatto fuggire alcuni ebrei francesi è tanto più scandaloso quando è edulcorato da quelli che trovano scusanti a queste barbarie, ritenendone responsabili la Francia o Israele: la prima accusata di favorire l’apartheid, il razzismo, le ghettizzazioni. Il secondo colpevole di aver voluto rinascere ed esistere ancora. Chi fa questo è tutta una parte della sinistra che si trova così ad appoggiare un nazi-islamismo che rifiuta di vedere.”

 

esempio di vignetta spacciata come "legittima critica a un governo"

esempio di vignetta spacciata come “legittima critica a un governo”

 

La “questione” dell’antisemitismo che alberga in una parte della sinistra (e notamente di quella che rivendica la legittimità dell’appartenenza, distinguendosi dal centro-sinistra europeo) è minimizzata, sottaciuta, evitata accuratamente, addirittura utilizzando il tentativo di giustificare questa inerzia con il rischio che, dando troppa importanza a “settori” che sono sempre disperatamente descritti come “marginali”, non sia la destra e l’estrema destra ad esserne favorita. Il dibattito in merito sembra soprattutto essere all’ordine del giorno in Francia; altri Paesi come l’Italia e l’Inghilterra per esempio (ma forse anche la Germania) preferiscono ignorare il problema e considerarlo, appunto, marginale e quindi innocuo.

La rivista Mondialisme.org, sito collettivo di contributi di estrema sinistra e anarchici, sembra invece rendersi ben conto dello stato dell’arte dell’antisemitismo di sinistra e anche del suo mascheramento “anti-sionista”, individuando alcuni punti-chiave:

La non conoscenza della storia, della cultura e della religione ebraica, riassunta nella rozza teoria del “popolo eletto”, ignorando completamente l’esistenza di una teoria della liberazione ebraica, mentre la stessa riferita a cristiani e musulmani è tenuta in massimo conto.

La demonizzazione dei media nei confronti degli ebrei presentati sempre come capitalisti e sfruttatori, anche quando sono solo intellettuali come B.H. Levy o Elisabeth Badinter.

La sottovalutazione dell’antisemitismo islamico e della sua influenza sui paesi occidentali; del ruolo attivo dei regimi arabi nell’espulsione degli ebrei medio-orientali.

L’inganno della nozione linguistica di “popoli semiti”, trasposta erroneamente nel campo dell’antropologia, al fine di convincere dell’impossibilità di un antisemitismo arabo, in quanto arabi ed ebrei entrambi popoli semiti.

Il tentativo di sbarazzarsi dell’ingombrante fardello della Shoah, relegando l’antisemitismo a un passato lontano, quasi arcaico e inimmaginabile nei tempi attuali.

L’associare nell’immaginario il sionismo al nazismo, coniando l’orrendo termine “nazi-sionismo” o esagerando il ruolo di alcune formazioni armate che operavano prima della nascita dello Stato di Israele, come la Banda Stern, per “dimostrare” che Israele sarebbe nato da formazioni di destra.

Lo spacciare il timore e l’allarme per l’antisemitismo rivitalizzato per “paranoia ebraica”, sottolineando che questa tecnica è sempre stata usata per accusare le vittime di razzismo e di oppressione, di “mania di persecuzione”.

La ripresa dei temi antisemiti/antisionisti cari allo stalinismo ed ai regimi est-europei: “sono i regimi stalinisti e i loro alleati nazionalisti di sinistra, prima nei Paesi dell’Est, poi in quelli arabi ed infine a livello planetario che hanno fatto del termine “sionismo” un’ingiuria sul piano politico, diabolico sul piano religioso e comodo per rimpiazzare il termine “ebreo” e quindi dissimulare l’antisemitismo”.

Il ruolo dei “nuovi storici” come Ilan Pappè, Benny Morris, Seguev e di accademici come Sand, che si definiscono post-sionisti.

E così via. C’è quasi tutto, anche se – molto comprensibilmente, data la loro estrazione politica – quando si tratta di analizzare le politiche dell’attuale governo israeliano non lesinano termini come “criminale”.

 

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Basterebbero questi punti fondamentali per convincere la sinistra europea ad avere il coraggio di aprire un dibattito serio in merito. Anche in alcuni Paesi arabi, molto lentamente, si affaccia la stessa esigenza.

Il quotidiano libanese in lingua francese “L’Orient Le Jour” pubblica un articolo dal titolo “L’antisemitismo di sinistra” e parte, nella sua analisi, dalla situazione inglese. Ricorda le parole di Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, laburista, che gli sono valsi l’espulsione dal partito: “Hitler prima di divenire matto e massacrare sei milioni di ebrei” avrebbe avuto “solo” l’intenzione di spedirli nella Palestina geografica, il che basterebbe, secondo Livingstone, a fare di lui un sionista. Ian Buruma scrive su “L’Orient Le Jour”:

“Da un punto di vista storico ciò è aberrante. Hitler non ha mai individuato nella Palestina uno Stato ebraico e metterlo sullo stesso piano degli ebrei che cercavano di sfuggire alle violenze antisemite è perlomeno choccante.”

Buruma continua:

“E’ comunemente ammesso, tra i militanti di sinistra europei, che i pregiudizi razziali, tra i quali l’antisemitismo, siano propri ai partiti di destra. Tale punto di vista risale senza dubbio a “l’affare Dreyfus”, nel Diciannovesimo secolo, che divise la Francia in due, tra colpevolisti, appartenenti per lo più all’area conservatrice e innocentisti. I conservatori erano in maggioranza ferventi cattolici, a disagio con la nuova repubblica laica, associata ai liberali ed agli ebrei.”

Buruma ricorda poi come gli stessi risentimenti abbiano trovato una eco profonda nell’Europa del Ventesimo secolo, tra i nazionalisti nazisti, i cristiani di destra e gli anti-bolscevichi fanatici. Ma, osserva, questo ha avuto la conseguenza di far  scordare o minimizzare l’antisemitismo di sinistra, anch’esso storicamente sempre stato presente. Ricorda, ad esempio, che Stalin chiamava gli ebrei “cosmopoliti senza radici”, considerandoli, per loro stessa natura, agenti del capitalismo e traditori dell’Unione Sovietica. E di come Marx, che sottovalutò gli effetti dell’antisemitismo, scriveva che “il denaro è il dio geloso di Israele”.

 

Propaganda russa antisemita

Propaganda russa antisemita

 

Nel ’48, alla fondazione dello Stato di Israele, Buruma scrive che non era ancora necessario, per la sinistra mondiale, definire il sionismo “tossico” né associarlo all’apartheid sud-africano, quindi non c’era l’esigenza di demonizzare “l’ebreo in Israele”. La svolta, come sappiamo, avvenne dopo la guerra dei Sei Giorni. Dopo due intifade e la perdita di importanza della sinistra sulla scena politica israeliana, Israele cominciò ad essere considerato l’incarnazione di tutto quanto la sinistra si considerava in obbligo di combattere: colonialismo, oppressione, militarismo, chauvinismo.

Ed è a questo punto, dice Buruma, che quelli che fino a poco tempo prima sarebbero stati annoverati fra le correnti “anti-dreyfusiane” cominciano a diventare “gli amici di Israele”, applaudendo alla linea dura,  o così percepita, del governo nei confronti dei palestinesi. Trasferendo quelli stereotipi che hanno utilizzato nei confronti degli ebrei ai cittadini europei di origine musulmana e araba: mentono di natura, non potranno mai essere cittadini leali, aspirano alla dominazione mondiale. Buruma li chiama “anti-dreyfusiani dei tempi moderni”: “Niente di tutto ciò scusa il linguaggio infame di Livingstone e di altri. L’antisemitismo di sinistra è altrettanto tossico che quello di destra. Ma la collocazione di Israele nel dibattito politico occidentale mostra come i pregiudizi possano passare da un gruppo a un altro, quando i sentimenti soggiacenti sono esattamente gli stessi.”

 

Europa: sotto a chi tocca

La European Union Agency for Fundamental Rights ha pubblicato il suo dossier 2014-2015 sugli atti antisemiti commessi in Europa. Tali atti sono suddivisi per categorie: attacchi fisici veri e propri, minacce, maltrattamenti, danneggiamenti alle proprietà, vandalismi ma anche graffiti e uso di internet per incitamento all’odio e/o minacce di violenza credibili.

 

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Il rapporto è molto interessante perché copre un arco di tempo che va dal 1 gennaio 2004 al 31 dicembre 2014. Dieci anni, sufficienti per fare il punto della situazione.

Uno dei primi dati che salta agli occhi riguarda la localizzazione di questi atti antisemiti: non sembra che il record spetti ai Paesi dell’Est Europa, come forse ci si potrebbe aspettare per loro consolidata tradizione, ma al contrario la maggioranza delle violenze sono avvenute nella ricca e colta Europa occidentale. Ad esempio, nel 2013 su un caso denunciato in Repubblica Ceca e 25 in Polonia, ci sono stati 1275 atti denunciati in Germania, 450 in Francia, 79 in Svezia e 318 in Inghilterra.

 

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Da quali settori politico-sociali provengono gli attacchi antisemiti? Anche in questo caso i dati sono interessanti. In Austria, per esempio, l’estrema destra si è resa responsabile di 17 attacchi antisemiti nel 2004 e di 58 nel 2014, in una progressione costante.

E ancora: in Belgio, dalle 69 denunce per atti antisemiti del 2004 si passa a 130 nel 2014 ma solo in quattro casi è stata riscontrata aperta negazione della Shoah e/o giustificazione del massacro. Cioè, non c’è nemmeno bisogno di essere convinti negazionisti per attaccare gli ebrei.

Sempre in merito al Belgio, ma la stessa “tendenza” si riscontra in tutti i Paesi UE, mentre nel 2009 in 11 casi ci furono veri e propri attacchi fisici, 22 danneggiamenti alle proprietà, e 13 casi di minacce con gli anni queste forme sono andate progressivamente scemando per lasciare il posto agli attacchi tramite internet.

Il 2009 sembra essere stato un po’ ovunque l’anno della violenza massima; nella Repubblica Ceca ci furono 48 attacchi che calarono a 9 nel 2012, per poi risalire di colpo a 45 nel 2014; quasi alla pari cioè con l’annus horribilis.

 

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E’ ovvio guardare a questo trend collegandolo agli avvenimenti del conflitto israelo-palestinese: nel 2009 l’operazione Piombo Fuso scatenò i media mondiali e alzò il livello di violenza antisemita a nuovi record; il 2014 con l’operazione Protective Edge furono raggiunti quasi gli stessi livelli. E’ interessante considerare la reazione europea alla luce di queste evidenze: mentre nessun aumento di reazioni islamofobe è stato rilevato durante gli attacchi che Israele ha subito da parte del terrorismo palestinese, ogni reazione al terrorismo da parte di Israele non solo ha suscitato la condanna unanime ma tutta la popolazione ebrea europea si è vista associata alle decisioni che il governo di Gerusalemme prendeva per il proprio Paese, mentre i musulmani presenti in Europa non erano in alcun modo stigmatizzati e associati ai terroristi palestinesi. L’amalgama, diventato merce comune, che associa gli ebrei nel mondo con la politica dello stato di Israele non vale, per esempio, per i musulmani e le politiche del Regno Saudita considerato la nazione-faro della comunità islamica mondiale. L’antica accusa di non essere abbastanza leali al proprio paese di nascita poi, perché “obbligati” alla fedeltà ad Israele innanzi tutto, è ancora viva e vegeta. Quindi la percezione dell’ebreo è indissolubilmente legata, nell’immaginario collettivo, alle decisioni del governo israeliano, qualunque sia la maggioranza politica al potere. E qualunque sia l’impostazione delle sue politiche è comunque condannato, quindi ogni ebreo nel mondo “risente” degli avvenimenti in terra israeliana, anche se vivesse a migliaia di chilometri di distanza e non avesse mai visitato il Paese.

In Francia, negli anni della Seconda Intifada, gli attacchi furono 974 contro gli 815 durante l’operazione Piombo Fuso e gli 851 del periodo Protective Edge, 2014.

 

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In Olanda invece il 2014 ha superato il 2009 per numero di aggressioni e incidenti antisemiti: da 129 del 2009 a 147 del 2014. Lo stesso in Inghilterra: 929 denunce di attacchi antisemiti nel 2009 contro i 1168 del 2014. Di questi ultimi circa 500 hanno riguardato attacchi pubblici e fisici ad ebrei riconoscibili come tali e 69 luoghi ebraici.

E l’Inghilterra è interessante anche rispetto alla provenienza degli assalitori. Spesso si pensa che nei Paesi ad alta presenza di immigrati musulmani le violenze antisemite provengano tutte da questi ultimi. I dati inglesi smentirebbero: il 44% degli assalitori sarebbe rappresentato da “bianchi nord-europei”, ed il 10% da “arabi  nord-africani”. Internet è servito come piattaforma di “lancio” nel 20% dei casi.

Se l’ascesa di partiti europei di ultra destra, come ad esempio The Freedom Party in Olanda, il Freedom Party in Austria (FPO), il Danish People’s Party, il British National Party e Jobbik in Ungheria ripresenta gli stereotipi “classici” dell’antisemitismo, l’ultra sinistra europea tenta di sfuggirne mascherando i suoi incitamenti all’odio da anti-sionismo. Nel 2009 David Toube descriveva sul The Guardian il suo stupore nel constatare quanto poco la sinistra inglese fosse stata shoccata dalle dichiarazioni di Rowan Lexton, a capo del Foreign and Commonwealth Office’s South Asia, che proprio nel giorno della Memoria si lasciò andare a un “fottuti ebrei” commentando i fatti di Gaza di quei giorni.

Il problema, a mio avviso, è questo. Anche se l’opposizione al razzismo è oggi un articolo di fede per tutti i partiti politici, la sinistra è stata la forza trainante in quelle organizzazioni che dettano l’agenda antirazzista. C’è una parte della sinistra che agevolmente condanna il razzismo storico contro gli ebrei, per mano dei nazisti, del 1940. E’, tuttavia, ambivalente quando si tratta di antisemitismo contemporaneo: in particolare quando può essere “contestualizzato” all’interno del conflitto Israele / Palestina.” scriveva Toube.

Per anni, il Socialist Workers Party ha promosso e portato in giro quel Gilad Atzmon che si descriveva come “ex-ebreo” [e che fu allontanato anche dai gruppi pro-palestinesi più radicali che considerarono controproducente il suo antisemitismo esarcebato]. ” Del resto il sindaco di Londra, Ken Livingstone, del Labour party, accusò di “isteria” i media che attaccarono Yusuf Qaradawi in visita a Londra, per aver definito i terroristi palestinesi “martiri” e si scusò con il suo ospite, denunciando un clima islamofobico “non nuovo nel Paese”.

Se servisse ricordarlo, Al Qaradawi, ideologo dei Fratelli Musulmani, a proposito della Shoah dichiarò: “Nel corso della storia, Allah ha imposto agli ebrei la punizione per la loro corruzione … L’ultima punizione è stata operata da Hitler. Con ciò che ha fatto loro – anche se la realtà è stata esagerata – è riuscito a metterli al loro posto. Questa è stata una punizione divina per loro …. se Allah vuole, la prossima volta [la punizione] sarà per mano dei credenti.”

E non si limita agli ebrei Al Qaradawi, ma per esempio in merito agli stupri dice: “Per essere assolta dalla colpa, la donna violentata deve aver dimostrato una sorta di buona condotta …. l’Islam si rivolge alle donne affinché mantengano il loro pudore, per non aprire la porta per il male …”. Eppure l’anti-razzista Labour Party non trovò motivo di lagnarsi della presenza di Al Qaradawi in Inghilterra per un giro di conferenze, anzi! Si scusò per le critiche “islamofobe” che gli furono mosse.

 

Ken Livingstone e Yusuf Al Qaradawi

Ken Livingstone e Yusuf Al Qaradawi

 

E’ cronaca di questi giorni lo scandalo che ha travolto Jeremy Corbyn ed il suo partito: la sua campagna elettorale fu finanziata da sostenitori di Hezbollah e Hamas e nel suo partito trovano posto deputati come Naz Shah che dichiara “la soluzione del conflitto israelo-palestinese? Israele sia spostato in America: fine del conflitto”. Bastava dare uno sguardo alla storia di Corbyn per stupirsi meno.

In un sondaggio del maggio 2002, promosso dal settimanale Der Spiegel, il 25% dei tedeschi riteneva che “ciò che lo stato di Israele fa ai palestinesi non è diverso da quello che i nazisti hanno fatto durante il Terzo Reich agli ebrei.” 

Il dr. Joel Kotek, esperto di scienze politiche alla Free University di Bruxelles, scriveva:

“L”antisionismo è diventato una religione civile in Belgio. Il suo credo è che i palestinesi abbiano sempre ragione e gli israeliani sempre torto. Nella sua “Bibbia” tutto ciò che accade in Medio Oriente è colpa di Israele. Arafat è il Messia di questa religione; i suoi santi sono i bambini palestinesi, assassini e martiri suicidi. Sharon è il suo diavolo; la sua inquisizione sono i processi contro Sharon che lo definiscono criminale di guerra. I suoi momenti di comunione sono i vari incontri anti-israeliani a intervalli regolari;… le sue crociate, il boicottaggio contro i prodotti israeliani “.

Kotek osservava: “In primo luogo, lo Stato ebraico ha il vantaggio di essere piccolo nella realtà, ma sproporzionatamente grande nella fantasia internazionale. Il potere di Israele è spesso paragonato a quello della Cina, della Russia o anche degli Stati Uniti; in secondo luogo, essere contro Israele dovrebbe compiacere la grande maggioranza musulmana dei nuovi elettori belgi. ” Alla domanda “E’ antisemitismo?” rispose: «Sì e no. No, nel senso che Israele e Sharon sono stati scelti perché erano bersagli “possibili”. Sì, perché Israele non è mai stato scelto come capro espiatorio per caso. Risale ad una vecchia tradizione cristiana “.

Kotek afferma che per i belgi Israele è il cancro del mondo: “Pertanto, è dovere del Belgio esporre e difendere la causa palestinese in tutti i modi possibili, anche attraverso la sua stampa e le istituzioni internazionali; inoltre, un nuovo fenomeno è sorto: lo scoppio di atti antisemiti, fisicamente violenti e non, da parte dei giovani, per lo più di origine nordafricana. ” “L’ antisemitismo classico nei paesi cristiani è evidente, ma probabilmente in declino, anche se ha avuto origine lì. Ad esempio, sempre meno persone hanno un pregiudizio contro lo sposare ebrei. Il paradosso è che, allo stesso tempo, sta crescendo un antisemitismo opportunistico. Esso svolge un ruolo importante negli attacchi contro Israele. Opporsi ad Israele serve a molti segmenti della società belga: alla sinistra e alla destra, cattolica e laica, agli immigrati, così come ai valloni e ai fiamminghi.”

“L’antisemitismo opportunistico può essere un fattore ancora più forte di ideologia, nella politica filo-araba della maggior parte dei partiti politici. La tendenza della politica belga è di essere anti-israeliana. Spesso i politici non sono antisemiti o anti-israeliani, ma c’è la percezione che un atteggiamento del genere piaccia agli elettori di origine nordafricana “.
L’umore antisionista nei media è forte. Kotek fornisce alcuni esempi: “Vif l’Express, l’unico settimanale di lingua francese in Belgio, attacca Israele settimana dopo settimana. La loro prospettiva fondamentale è che i palestinesi sono buoni e gli israeliani cattivi. Scrivono su questo argomento nello stile di ‘cowboy contro indiani.”

“Francois Perrin, un ex professore, oggi in pensione, presso l’Università di Liegi ha scritto in questo settimanale che gli ebrei hanno inventato il genocidio, basandosi sulla storia di Yoshua.” Kotek osserva che non si leggono mai “rimproveri” ai francesi per i tanti barbari atti che i loro antenati Galli  commisero.
“Il principale quotidiano francofono Le Soir stampa (nel 2003) una caricatura in due parti: la prima mostra una corte di giustizia che annuncia: ‘Portate il prossimo imputato, Attila re degli Unni’ La seconda mostra due poliziotti e tra di loro, Sharon. Un altro quotidiano francese, La Dernière Heure, ha pubblicato una vignetta che mostrava Sharon come il criminale assoluto, in ginocchio in un angolo di una stanza, mentre dipinge di rosso l’intera scena. Il fiammingo Nieuwsblad,  quotidiano, ha pubblicato una vignetta  dello Sheikh Yassin sulla croce, su una sedia a rotelle, con il titolo “Israele uccide un leader spirituale.”

“Alcuni cartoni animati sono addirittura antisemiti. Dopo un grande furto di diamanti ad Anversa, il quotidiano fiammingo De Standaard pubblica una caricatura in cui i commercianti di diamanti derubati sono rappresentati da una illustrazione stereotipata di ebrei religiosi di brutto aspetto, anche se al giorno d’oggi la maggior parte dei commercianti di diamanti sono non-ebrei. Nel 2002 una rivista fiamminga molto popolare, P-Magazine, ha paragonato la religione ebraica ad un ‘verme solitario.’ L’articolo conteneva tutti gli elementi del nuovo antisemitismo, e dell’odio per l’ebreo,  in nome dei diritti umani e contro il razzismo. Nello stesso giornale il cardinale Joos ha spiegato che Bill Clinton è diventato presidente degli Stati Uniti, grazie al denaro ebraico.

“Alcuni estremisti vanno anche oltre. Pierre Lambert, un ecologista, ha proposto che gli ebrei sionisti siano esclusi dalla burocrazia belga, perché non sono leali nei confronti della società belga. Un webmaster di un sito ‘progressista’ ha anche proposto che la nazionalità belga dovrebbe essere tolta ad alcuni ebrei. Anche se questo è incitamento all’odio razziale, non è stato perseguito. “

 

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E la Spagna? Come se la cava? Nell’ottobre 2015 è diventata effettiva la legge che riconosce il diritto, ai discendenti degli ebrei cacciati dalla Spagna nel 1492, alla cittadinanza spagnola. Scrive Margarita Gokun Silver: “Solo pochi giorni prima, il 28 settembre, mia figlia mi ha raccontato di uno scambio di battute che aveva avuto nella sua scuola di Madrid.

“Vai nelle camere a gas”, un compagno di classe le ha detto, durante una lezione “o in un campo di concentramento.” Ha poi aggiunto: “Dove sono i tuoi pigiama a righe?” “Mia figlia ha quindici anni. Negli ultimi due anni ha studiato in una scuola bilingue spagnola, tra le top ten delle migliori scuole spagnole nella lista di El Mundo 2015. L’abbiamo spostata lì dopo un anno in una  scuola americana dove ci ssembrava non imparasse niente di spagnolo e fosse lontana dalla cultura locale. Ma questo non era il tipo di “cultura locale” che avevamo in mente.

Mia figlia mi dice che gli studenti del gruppo WhatsApp della sua classe usano di routine “Heil Hitler” come saluto. Dicono che è stato loro insegnato – attraverso la loro religione e la comunità -che gli ebrei sono stati e saranno sempre dannati. E citano esempi storici, compresi quelli di Hitler e Franco. Per me, l’esperienza di mia figlia è un flash back che non avrei mai pensato in una società occidentale del 21 ° secolo.”

Il 25 luglio 2014, a Ceuta, si tenne una manifestazione che di politico aveva ben poco e moltissimo di antisemita: tutte le accuse mosse per secoli agli ebrei erano ripetute come “fatti”, conditi da slogan del tipo “morte a Israele”.

 

 

Ogni struttura che si riferisce all’ebraismo, sia una scuola, un museo o una sinagoga, in tutta Europa è obbligata a servirsi di sorveglianza armata, che sia fornita dallo Stato o privata. A Parigi, Bruxelles, Berlino, Malmo, i cittadini europei hanno assistito a manifestazioni che avevano come parola d’ordine “Ebrei al gas” senza che, come il filosofo francese  Pierre-Andre Taguieff rilevava una decina di anni fa, nessuna voce si levasse da parte delle innumerevoli (e spesso molto influenti) associazioni per la lotta al razzismo.

Che cosa succede all’Europa che ha ripetuto per settant’anni, come un mantra rassicurante, “Mai Più”?

In una recente intervista con Lee Smith dell’Istituto Hudson, il diplomatico arabo-israeliano George Deek ha tentato una spiegazione alla crudeltà particolare e vendicativa con la quale la Shoah viene utilizzata per attaccare Israele [e per translato, gli ebrei]. Il problema, ha sostenuto, è che l’esistenza di Israele è ampiamente fraintesa. E’ vista non come la realizzazione dei diritti nazionali di persone senza Stato ma come un progetto europeo di espiazione, di magnanimità e compassione. E poiché la creazione di Israele è percepita come una conseguenza della generosità europea, la legittimità di Israele sarà sempre subordinata all’approvazione europea. Ha riassunto l’atteggiamento prevalente:
Come ho mostrato pietà per te, devi mostrare compassione verso gli altri. E se non riesci a mostrare compassione, o ciò che io percepisco essere compassione verso gli altri, allora non sarò obbligato a mostrare più compassione verso di te ed il tuo diritto di essere lì o di comportarti in un certo modo ti sarà tolto.”
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Murray Gordon, del American Jewish Commettee, prova ad analizzare la situazione europea:

“Gli europei che marciano con i palestinesi sono socialisti e Verdi, neo-comunisti, antiglobal, e sindacalisti. A Barcellona, i 10.000 affluiti, sindacalisti, organizzazioni non governative e membri di partiti politici assortiti, hanno manifestato contro il “genocidio” di Israele nei confronti del popolo palestinese e bruciato la stella di David. A Bruxelles, che è stato teatro di una serie di manifestazioni anti-israeliane, i membri socialisti e i Verdi, insieme con il movimento cattolico Pax Christi, si sono uniti agli arabi nel denunciare Israele.

Cos’è questo Stato ebraico e questo sionismo che smuovono le persone che  siedono alla sinistra dello spettro politico? Pochi, se non nessuno, di loro sono scesi in piazza per denunciare il governo gangster di Robert Mugabe, che ha distrutto lo stato di diritto nello Zimbabwe e ha arrestato, intimidito e ucciso i suoi avversari politici. Né hanno protestato contro la guerra civile decennale in Sudan, che ha fatto milioni di vittime. Né sembrano preoccuparsi della schiavizzazione crescente esercitata dai musulmani in questo paese devastato dalla guerra. La sinistra, a causa del suo abbraccio alla causa palestinese, ha chiuso un occhio sul clientelismo e la corruzione che sono endemiche nell’Autorità Palestinese di Yasser Arafat. Non è riuscita a sollevare domande sul perché Arafat rifiutò le generose condizioni di pace offerte dall’ex primo ministro Ehud Barak che avrebbero dato il 97 per cento della Cisgiordania e di Gaza ai palestinesi e avrebbero permesso alle aree arabe di Gerusalemme Est di diventare la capitale del nuovo stato palestinese. Né ha condannato la violenza indiscriminata contro cittadini israeliani innocenti. L’abbraccio, come il filosofo Alain Finkielkraut ha osservato, “non è scosso, ma rafforzato dalla violenza indiscriminata dei palestinesi.” Da una linea di massima simpatia per Israele, nei primi anni della sua esistenza, la sinistra ha virato alla vendetta contro Israele, dopo la guerra dei sei giorni, quando conquistò terre arabe. Poco importava, a sinistra, che Israele fosse pronto a rendere quasi tutte queste terre ai paesi arabi che mossero guerra, in cambio della pace. Il vittorioso Israele è stato raffigurato nei termini più luridi, come una potenza coloniale con ambizioni imperialiste che calpesta il popolo palestinese. Per molti in Europa, con la sua tradizione secolare di antisemitismo che ha tenuto gli ebrei in una posizione di impotenza, l’immagine di uno Stato ebraico che esce vittorioso era troppo da sopportare. Nel ruolo di outsider, gli arabi hanno vinto rapidamente la simpatia della sinistra. Ciò che ha reso questo flip-flop facile è stato il ruolo che l’Unione Sovietica ha giocato come alleato di Egitto e Siria, mentre Israele è stato raffigurato come il lacchè degli Stati Uniti. La sinistra europea, con una lunga storia di inginocchiamento all’Unione Sovietica, si è rivoltata contro Israele. Una volta definito “stato paria” da parte di Mosca, è stato naturale per gran parte dell’Europa di sinistra ritrovarsi in linea. Oggi, anche con l’Unione Sovietica finita, la sinistra utilizza ancora la lingua del lessico della guerra fredda, riferendosi a Israele come “coloniale”, “imperialista”, e “potenza occupante”.

 

l'edificazione di Tel Aviv, 1909

l’edificazione di Tel Aviv, 1909

 

“Un altro fattore congenito alla sinistra è l’ antiamericanismo. Gli stretti legami di Israele con gli Stati Uniti, sulla base di interessi strategici comuni e valori democratici condivisi, sono serviti a intensificare i sentimenti negativi verso Israele. Come il giornalista britannico Polly Toynbee ha scritto, “La cattiva Israele è il rappresentante Medio Orientale della cattiva America”. Israele, inoltre, è l’antitesi del Terzo Mondo, che rimane tanto caro alla sinistra di Europa. Quel mondo impoverito, nel quale molti paesi continuano ad essere governati da governi dittatoriali o autoritari, resta di gran lunga più confortevole per la mentalità paternalistica della sinistra che una Israele  avanzata, nell’industria e nell’agricoltura, che abbraccia i valori più democratici che dominano in Europa. Il sostegno di Israele al libero mercato è un altro fattore che provoca le ire della sinistra, che è esattamente contro la globalizzazione del commercio. Può essere che Israele sia un anatema per la sinistra perché minaccia le sue illusioni ideologiche?”

Tutte analisi ed ipotesi valide, ma forse c’è anche qualcosa di più per spiegare questo “nuovo” “antisemitismo opportunistico”, come lo definisce Kotek, questa condanna senza appello a Israele che ha costretto gli ebrei europei nel ruolo di bersaglio, facendo dei palestinesi i nuovi santi laici e, fosse sensato sospettarlo, sarebbe qualcosa di molto meno ideologico di quanto si potrebbe pensare e di molto più “pratico”. Matteo Renzi ha desecretato una serie di documenti riguardanti le stragi italiane. La commissione di inchiesta che ancora indaga sull’omicidio Moro è stata ammessa a prenderne visione. Fra mille precauzioni e con il divieto assoluto di rivelare quanto avrebbe trovato, la commissione ha potuto prendere visione di una massa enorme di documenti. E’ emerso un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del Lodo Moro, ossia quell’accordo che il governo italiano strinse con i terroristi palestinesi dell’Olp e del Fplp che metteva al riparo l’Italia da eventuali attacchi terroristici in cambio del “chiudere un occhio” sulle armi che transitavano nel Bel Paese e le basi logistiche che vi si trovavano. Grazie a questo accordo, negato disperatamente da una parte della compagine politica italiana per anni, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo. Come ben sappiamo, gli ebrei (associati ai target israeliani) non rientravano in quell’accordo. La strage di Bologna sarebbe stato un “avvertimento” nel timore che tale accordo fosse annullato.

«I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».

Quindi non solo il Lodo Moro ha finito di essere un fantasma senza corpo, ma dai documenti emergono prove che sorreggono – non comprovano, ovvio – la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna.

 

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Nel periodo del terrorismo palestinese in Italia, tutta Europa era coinvolta in accordi più o meno chiari con gruppi terroristi e dittature arabe, in primo luogo quella libica di Gheddafi, con la presenza, a diversi livelli di importanza, di gruppi politici europei che spaziavano dall’estrema sinistra all’estrema destra . Da quel François Genaud banchiere svizzero che il London Observer descriveva come “uno dei capi del nazismo mondiale” che aveva aiutato sia i nazisti del Terzo Reich in cerca di rifugio sicuro, sia i nazionalisti arabi. Fu lui a creare l’associazione “Arabo-Africa”, costituita da ex nazisti e collaboratori. Il suo nome è legato a quello di Fathi el-Dib, collaboratore di  Nasser e capo, all’epoca, dei servizi segreti egiziani; a quello di Waddi Haddad, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina; a quello di Carlos lo Sciacallo, a quello di Bruno Bréguet, anch’esso del FPLP, il quale arrestato in Israele per il possesso di due kg di esplosivo e condannato a quindici anni di carcere, fu scarcerato a seguito di una massiccia campagna in suo favore, sottoscritta anche da “icone” di sinistra come Noam Chomski, Sartre, De Beauvoir e Moravia che firmarono la petizione che ne permise la scarcerazione anticipata, e da molti gruppi di sinistra tedeschi. Forse il “Lodo” non fu solo Moro e forse il “palestinismo” non è diventato per caso la nuova religione laica.

Boicottate e buon appetito!

Quando mai uno stupido è stato innocuo? Lo stupido più innocuo trova sempre un’eco favorevole nel cuore e nel cervello dei suoi contemporanei che sono almeno stupidi quanto lui: e sono sempre parecchi.
(Ennio Flaiano)

 

Ci sono notizie che riescono a far sorridere anche in questi tempi bui e ne siamo felici. Prendiamola larga, ma non troppo. Israele è il paese dell’agricoltura, dei frutti, dei legumi, delle verdure, dei fiori. Più del 90% di quello che gli israeliani consumano è coltivato in loco e date le dimensioni del Paese stesso possiamo dire che in qualunque regione ci si trovi siamo in grado di rifornirci di prodotti a Km zero.

 

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Tra le colture più importanti le arance, i pompelmi, i mandarini, i pomodori, le patate, le viti, i cereali, i peperoni, le melanzane, diverse varietà di frutta, dalle mele ai datteri, alle banane. E poi i fiori, il tabacco e il cotone. Che la maggior parte del territorio israeliano non sarebbe naturalmente adatto alla coltivazione, lo sanno tutti. Che gli israeliani sono riusciti a coltivare nel deserto grazie all’invenzione, negli anni ’50, dell’irrigazione goccia a goccia – una tecnica che poi hanno esportato nei Paesi africani, per esempio, sempre in lotta con la siccità – anche questo dovrebbe essere noto. Che l’80% dell’acqua utilizzata nell’irrigazione goccia a goccia è riciclata, forse è un po’ meno noto.

 

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La ricerca in campo agricolo non si è mai fermata; sono stati inventati nuovi ibridi, resistenti agli insetti, per limitare al minimo l’uso dei pesticidi; sono stati inventati i “campi verticali” che permettono un risparmio ancora maggiore di acqua.

 

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Il 13% dei prodotti agricoli israeliani esportati è biologico. La Israel Bio-Organic Agriculture Association vigila sulla qualità dei prodotti e le fattorie biologiche sono aperte per accogliere quei volontari stagionali che desiderino fare l’esperienza di vacanze ecologiche  lavorando sul campo e partecipando ai vari workshop. Ci sono anche i “settori di nicchia” come la coltivazione di erbe officinali biologiche che sono altri interessanti aspetti dell’attività agricola. Il risultato di tutta questa passione sono, per esempio, le 300 tonnellate di pomodori annue per ettaro prodotte in uno dei luoghi più inospitali del Paese: il deserto di Arava, 40° gradi in media in estate e meno di 25 mm. di pioggia l’anno!

 

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Bene, e dall’altro lato che c’è? Il BDS e l’Unione Europea. I primi traducono così quello che finora abbiamo cercato di presentare

 

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La seconda “recepisce” la richiesta di “doppia etichettatura” per i prodotti provenienti da una parte di Israele, scontentando comunque i solerti boicottatori che vorrebbero il blocco totale dei prodotti israeliani.

Ma siccome è l’Unione Europea, fa di più: tramite accordi con Egitto e Marocco l’Unione Europea, dal 2013, ha eliminato il 55% delle tariffe doganali sui prodotti agricoli e ittici provenienti da questi due Paesi. Benissimo. La signora Mogherini spiegò che tale misura doveva essere letta come sostegno alle “primavere arabe”, che però in Marocco non ci sono state. Ovviamente l’occupazione del Sahara occidentale da parte del Regno non è stata nemmeno degnata di un fuggevole pensiero, perché si sa: l’unico Paese che si è “meritato” il diritto di essere definito “occupante” è Israele. Del resto in merito all’occupazione marocchina quella parolina – “territori disputati” – non scandalizza nessuno; ma guai a definire così i Territori! Wikipedia ci informa che il Sahara Occidentale è “territorio disputato” tra Marocco, Algeria e Spagna. I sahrawi non esistono. E va bene, ma non è questo il punto.

 

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Il punto è che mentre i prodotti israeliani biologici e di qualità comunque eccellente sono “pubblicizzati” grondare sangue, i prodotti marocchini, egiziani e altri di importazione agevolata il sangue lo fanno grondare a chi li mangia!

La Coldiretti ha pubblicato i risultati delle sue analisi su diversi prodotti agricoli di importazione:

al primo posto i broccoli cinesi, con residui di pesticidi sul 100% dei campioni analizzati (Acetamiprid, Chlorfenapyr, Carbendazim, Flusilazole e Pyridaben); segue il prezzemolo vietnamita (Chlorpyrifos, Profenofos, Hexaconazole, Phentoate, Flubendiamide). Poi il basilico indiano, contaminato con Carbendazim, che è vietato in Italia perché ritenuto cancerogeno. Poi, le melagrane dall’Egitto, fuori norma in un caso su tre (33%), e sempre dall’Egitto  anche l’11% delle fragole e il 5% delle arance, il 15% della menta del Marocco, i peperoncini thailandesi, i piselli del Kenya, i meloni e i cocomeri della Repubblica Dominicana.  Non è cattiveria, è semplicemente che nei Paesi di produzione i pesticidi che in Italia (e probabilmente in quasi tutta Europa) sono da anni fuorilegge perché considerati nocivi per la salute, sono utilizzati legalmente.

Ecco, c’è da augurare buon appetito a chi quando guarda un pomodoro israeliano “vede rosso”.

L’Europa paga, ma siamo sicuri di sapere cosa?

L’argomento denaro è uno di quelli che riesce a sollecitare anche i cittadini più lontani dalla politica: la crisi economica non è finita, al contrario. Alle già traballanti e boccheggianti economie europee ha dato un ulteriore colpo di grazia la “questione rifugiati” che ha costretto a sborsare milioni di euro per tentare di arginare un “fenomeno” inarrestabile: la fuga biblica di popolazioni intere dalle guerre e dalle carestie, in cerca di rifugio e pane. La Grecia non riesce a far fronte agli arrivi in massa, quotidiani, e chiede soldi all’Europa. La Turchia che strategicamente è la “porta” di ingresso sia di rifugiati siriani e iraqeni, sia di cellule terroristiche in azione, chiede soldi all’Europa per bloccare e rispedire al mittente chi riesce a scampare ai bombardamenti dal cielo ed agli attentati a terra. E lo stesso fa ogni Paese che si trova ad essere sulla linea di transito o di arrivo dei rifugiati: soldi, soldi che non risolveranno nessuno dei problemi sul piatto e che indeboliranno ancora di più le economie europee globali e contribuiranno a formare un “pensiero unico”, ben lontano dagli ideali che l’Unione Europea diceva di voler perseguire. Ed i cittadini reagiscono con sfiducia sempre crescente sia nella politica che nell’idea stessa di cooperazione tra Stati e di solidarietà umana, diventato ormai – quest’ultimo – quasi un concetto sconcio.

 

Homs, Siria

Homs, Siria

Dei soldi che l’Unione Europea spende, cioè che i suoi cittadini sono chiamati a sborsare, sappiamo quasi tutto… quasi appunto, perché ci sono notizie che non riescono a perforare il muro di gomma dell’auto-censura mediatica e che se si affacciano un attimo alla ribalta, benché potenzialmente interessanti, sono subito ricacciate nell’oblio. Una di queste riguarda le varie Panama-papers connections. Sappiamo già (o potremmo/dovremmo sapere) che fin dal 1994, anno dei famosi “Accordi di Oslo”, l’Unione Europea ha gettato soldi nelle tasche di Arafat prima e di Abbas dopo, montagne di soldi che per essere quantificati richiederebbero un esperto contabile. La fortuna accumulata da Arafat servì certamente ad Abbas per farsi un’idea di come conveniva muoversi. Lo scherzetto della benzina acquistata da Arafat a Israele e rivenduta ai palestinesi “allungata” con kerosene e che fu al centro dello scandalo General Petroleum Corporation diventa una barzelletta. Nel 2013 l’Unione Europea si accorge che in quattro anni, dal 2008 al 2012, l’Amministrazione palestinese si è inghiottita due miliardi di euro,  per esempio.  Spariti nel nulla come sempre; gli ispettori europei inviati a Ramallah per tentare di capire che fine avessero fatto quei soldini, restano “sconcertati”: non c’è traccia di nessun tipo di investimento.

 

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Nel 2009 l’impero che Abbas era riuscito a costruire per i suoi figli fu al centro di un’inchiesta della Reuters. Quasi dieci anni prima Yasser, uno dei figli di Abbas, era tornato dall’America, dove aveva studiato, a Ramallah e avviato il suo proprio commercio. Un ramo era costituito dalla Falcon Tobacco, monopolio sulla vendita del tabacco americano nei Territori. I fratelli Abbas sono due tipetti molto intraprendenti; delle proprietà che la famiglia possiede, proprietà sontuose  per un valore di oltre 20 milioni di dollari, a Gaza, in Giordania, in Qatar, a Ramallah, in Tunisia, e negli Emirati qualcosa si sapeva. Ma probabilmente sono dettagli di un ben più ampio “giro di affari”.

Adnan Abu Amer è un giornalista basato a Gaza e quindi si può immaginare che quello che scrive sia “monitorato” e approvato da Hamas. Motivi per dare addosso all’Amministrazione palestinese Hamas ce ne ha. Detto questo resta che il nome di Tareq Abbas, il minore dei figli di Abbas, figura davvero nello scandalo di evasione e riciclaggio di denaro, messo in luce dai “Panama Papers”. Scrive Amer sul giornale on line Al Monitor:

Tareq Abbas, il figlio del presidente Mahmoud Abbas, è tra i nomi palestinesi contenuti nei documenti. Secondo questi documenti, Abbas possiede segretamente, in collaborazione con la PA, una holding del valore di oltre $ 1 milione nelle Isole Vergini Britanniche. Anche Mohammed Mustafa, ex  vice primo ministro palestinese, dimessosi nel 2015 e attuale capo del Palestine Investment Fund (PIF), figura nella lista, così come la palestinese Arab Palestinian Investment Company (APIC), una delle più grandi aziende nei Territori, con più di 1.500 dipendenti. Mohammed Abu GIAB, capo editore della rivista al-Eqtesadia, ha detto ad Al-Monitor, La credibilità dei Panama Papers è indiscutibile – alcune figure palestinesi e collegate con la PA sono implicate nel riciclaggio di denaro. Recentemente ho saputo che sono state intraprese alcune azioni diplomatiche a livello internazionale, in seguito alla divulgazione dei Panama Papers, nel tentativo di indagare il coinvolgimento di queste personalità in questi eccessi. I documenti avranno un impatto drammatico su due livelli. Il primo è politico: la PA potrebbe (il condizionale è d’uopo NdR) dover affrontare le pressioni internazionali riguardanti il suo ruolo nell’uso dei fondi. Il secondo è di natura economica, dato che gli sforzi internazionali per rilanciare l’economia palestinese potrebbero rallentare. Tuttavia, nessuna azione giudiziaria è stata adottata da parte palestinese per indagare su questi fondi.”

 

 

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Anche il giornale Ha’aretz riporta più o meno dettagliatamente le stesse notizie. Quello che resta un po’ ai “margini” è il ruolo dei “donatori” in tutto questo e della Comunità Europea, tra gli altri. Entrambi gli articoli parlano di mancanza di controlli internazionali, la solita “ingenuità” occidentale? Né cifre, né nomi di Paesi, nulla. Vediamo se possiamo saperne qualcosa di più. Global Community si descrive così:

Noi non diciamo alla comunità che cosa fare, è la comunità a dircelo. Global Community è una organizzazione di sviluppo globale, impegnata a lavorare in collaborazione con le comunità in tutto il mondo per realizzare cambiamenti sostenibili di forte impatto che migliorino la vita e i mezzi di sussistenza dei più vulnerabili. Lo sviluppo non è qualcosa che facciamo per la gente; è qualcosa che facciamo con loro. Noi crediamo che le persone che comprendono meglio i loro bisogni siano le persone della comunità stessa.  Facciamo la differenza impegnandoci con le comunità, i governi, il settore privato e le ONG come partner… Siamo una organizzazione non-profit.

Nel 2014, in un articolo datato 27 agosto, da Ramallah, (l’operazione Protective Edge era conclusa da un giorno) scrivevano:

Dato che la situazione umanitaria a Gaza peggiora e le condizioni di vita vanno rapidamente deteriorandosi, Global Community continua a fornire assistenza umanitaria di emergenza per gli sfollati interni a Gaza. Tale assistenza è iniziata nei primi giorni della recente crisi, ed è stata incrementata questa settimana, grazie al contributo di aziende del settore privato palestinese. La Palestine Development Foundation, una sussidiaria del Palestine Investment Fund (PIF) ha donato $ 200.000, e l’Arab palestinian Investment Company (APIC) ha donato $ 50.000…”

PIF e APIC che ora ritroviamo nei Panama Papers, loro. La direttrice della Global Community per la Palestina, Lana Abu Hijleh, si presenta come: Membro dell’Aspen Institute Global Leadership Network, della Leadership Middle East Initiative; membro del Global Young Presidents Organization; Vice Presidente del Partner for New Beginning, sezione Palestina. Opera nella Boards of the Palestine Student Lending Fund, nel Riwaq – the Palestinian Center for Architectural Conservation, nel Palestine Economic Policy Research Institute, El-Funoun Palestinian Dance Troupe, e nel Palestinian Institute for Public Diplomacy. E’ anche un membro dell’ Education for Employment Foundation-Palestine e del Business Women Forum. Una vita piena insomma. Ma quello che Hijleh non dice nella sua presentazione è che fa anche parte del direttivo del PIF.

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Quindi, un giorno dopo la fine dell’operazione Protective Edge la Global Community ha cominciato a gestire i fondi provenienti dal PIF e dall’Apic.  Cifre, almeno quelle iniziali citate sopra, che possono essere considerate “robetta” ma che si sono andate ad aggiungere ad un “paniere” diventato sempre più ricco. Una cosa ovvia viene da chiedersi: come mai, dato che la corruzione dell’Amministrazione Palestinese è nota da decenni e ogni tentativo di controllo dei fondi “donati” o investiti ha messo in luce l’inesistenza dell’attuazione dei progetti per i quali erano stati stanziati, la Comunità europea ha continuato a gettarci soldi a palate? Per esempio: come mai per la ricostruzione di Gaza e gli aiuti alla popolazione dopo la “crisi” del 2014 sono cominciati ad affluire soldi fin dal giono dopo la fine di Protective Edge (come abbiamo visto sopra) e nel 2015 100.000 palestinesi continuano ad essere senza casa? E come mai invece sono ricominciate immediatamente le ricostruzioni dei tunnel? Alla conferenza che si tenne al Cairo, furono decisi inizialmente aiuti per 2,7 miliardi di dollari. In totale, alla fine della discussione, fu sfiorata la cifra di 5,4 miliardi di dollari: il Qatar dette un miliardo; l’Unione Europea 568 milioni; l’America 212 milioni; Turchia e UAE 200 milioni a testa. Né Israele né Hamas furono presenti alla discussione. I primi carichi di materiale arrivarono in Israele la mattina del 14 ottobre. 75 camion che portarono 600 tonnellate di cemento, 400 tonnellate di acciaio, 50 tonnellate di ghiaia. Poi? Poi il “governo di unità” ha ovviamente cominciato a scannarsi per la gestione degli aiuti. L’amministrazione di Abbas si lagnava che Hamas non accettava di gestire la ricostruzione insieme e che senza Anp non avrebbe potuto esserci ricostruzione. Risultato? 42000 domande di ricostruzione cancellate e solo 15600 richiedenti avevano ricevuto effettivamente il materiale necessario. Hamas incamerava il cemento, rivendendoselo a caro prezzo e usandolo per ricominciare la costruzione dei tunnel.

Jonathan Schanzer, Vice Presidente del Research Foundation for Defense of Democracies, Lotta al terrorismo e promozione delle Libertà, nel 2012 scriveva:

Nella mia relazione davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera lo scorso settembre, ho sollevato preoccupazioni circa il Palestine Investment Fund (PIF). Dopo questa relazione, ho ricevuto una lettera un po’ minacciosa dalla sede del Fondo, a Washington. Abbiamo avuto produttive discussioni circa le mie scoperte, di cui una con il capo dell’Investment Fund, che ne parlo’ anche a influenti membri dello staff di Capitol Hill. Senza entrare troppo nel dettaglio, le mie preoccupazioni più gravi derivavano dalla persistente indicazione che il fondo non fosse così trasparente o indipendente come era destinato ad essere. Mentre il PIF insiste sul fatto che rimane trasparente e fedele al suo statuto, Abbas ha ammesso di aver piazzato i suoi stessi alleati, come membri del consiglio, per mezzo del quale egli mantiene un controllo efficace del fondo. (Interview with former Palestinian Authority official, Jerusalem, September 8, 2011)… Infine, anche se il PIF afferma di aver cessato ogni operazione a Gaza dopo che il gruppo terrorista di Hamas si incaricò della gestione del patrimonio nel 2011, ho ricevuto un rapporto secondo il quale  rappresentanti del  PIF vi hanno stabilito una presenza in una scuola elementare. Secondo un funzionario della American International School a Gaza, i rappresentanti del PIF  hanno “Assunto la carica di vice preside.” (Phone interview with an official from the American International School in Gaza, July 5, 2012)   Va notato che PIF possiede la scuola attraverso una delle sue affiliate. Ma se il PIF mantiene una presenza nella Gaza controllata da Hamas questo richiede una spiegazione. Sarebbe anche utile per comprendere la ragione della presenza del fondo in una scuola che riceve assistenza da USAID. In una conversazione avuta prima di presentazione questa relazione, il consiglio del PIF ha indicato volersi occuparsi della questione.

La Jewish Virtual Library, in “Schede informative # 27: Palestinian  Trail Money” il suo sito in sezione (al 29 Settembre, 2006) cita:

“Dalla firma dell’Accordo di Oslo nel 1993, il governo americano ha impegnato più di $ 1,3 miliardi in aiuti economici alla Cisgiordania e Striscia di Gaza. Dalla fine del 2000, gli Stati arabi hanno trasferito alla Autorità Palestinese aiuti finanziari mensili per $ 45 milioni (dall’aprile 2002 tale importo è stato aumentato a $ 55 milioni). L’Unione europea (UE) trasferisce alla PA circa $ 9 milioni al mese. Entro la fine del 2001, i palestinesi hanno ricevuto $ 4 miliardi (la cifra è ora più vicino a $ 5,5 miliardi) dagli  accordi di Oslo del 1993. L’equivalente pro capite è di di 1.330 dollari . In confronto, il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale consistette in $ 272 pro capite (al valore attuale). ”

Per dire, non sono fatti nuovi. Se ne parla già da un bel po’. E tuttavia non è mai cessato il flusso enorme di soldi destinati all’Amministrazione palestinese, come mai? Le incongruenze sono molte, per esempio: mentre il PIF nel suo report annuale presenta i risultati della sua collaborazione con l’Amministrazione palestinese, collaborazione che avrebbe contribuito ad una crescita del benessere economico nei Territori, confermato dal Trading Economic Rate che riporta una crescita del 6,10%, l’Unione Europea assegna, come primo contributo del 2016, 12 milioni di Euro alle “famiglie povere di West Bank e Gaza”.

L’Unione Europea, l’Austria, l’Irlanda e il Portogallo si sono uniti negli sforzi per sostenere il primo pagamento per questo anno delle quote sociali per circa 119.000 famiglie povere, registrate nel programma palestinese di trasferimento di denaro”, ha detto Mr. Ralph Tarraf, il rappresentante dell’UE. ”
Questo pagamento una volta di più dimostra il nostro impegno di lunga data nel fornire un sostegno concreto ai più vulnerabili palestinesi, in collaborazione con il Ministero degli Affari Sociali palestinese.
Questo contributo rappresenta la prima tranche di sostegno dell’Unione europea per il programma di trasferimento di denaro, nel 2016. Più di 42.200.000 € sono stati messi a disposizione per sostenere il bilancio del contante da trasferire al programma di quest’anno, tra cui € 40 milioni dal bilancio dell’Unione europea e contributi dei governi di Austria, Irlanda e Portogallo.

Ma aveva già dato, tre giorni prima, 15,3 milioni di euro per i pagamenti di salari e pensioni all’Amministrazione Palestinese. L’Europa ha davvero un cuor d’oro!

 

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E poi, siccome gli “aiuti” vanno diversificati, ecco che l’Unione Europea finanzia con 600 mila euro i gruppi neo-fascisti europei. Per il 2016, il Parlamento europeo finanzierà con quasi 600mila euro il partito pan-europeo di fascisti, neonazisti e negazionisti fondato da Roberto Fiore e la fondazione ad esso affiliata. È quanto risulta dai documenti ufficiali riguardo ai contributi che ogni anno l’Europarlamento assegna ai partiti politici e alle fondazioni che operano a livello europeo. Secondo i documenti di gennaio 2016, 197.625 euro andranno alla fondazione tedesca Europa Terra Nostra, legata al partito europeo Alliance for Peace and Freedom (Afp). Lo stesso partito risulta poi destinatario di un altro finanziamento, quello per i partiti europei, da 400mila euro. In totale, al partito andranno dunque poco meno di 600mila euro. La decisione è stata presa dal Bureau, cioè il massimo organo decisionale amministrativo del Parlamento, composto dal presidente Martin Schulz, 14 vice presidenti (tra i quali gli italiani Antonio Tajani e David Sassoli) e cinque questori. Il segretario generale del partito è lo svedese Stefan Jacobsson, leader dell’ora defunto partito neonazista svedese, e da sempre militante dei movimenti per la supremazia bianca. Dell’Afp fanno parte anche il belga Hervé Van Laethem, condannato più volte dalla giustizia belga per razzismo e fiero sostenitore della libertà di espressione per il negazionismo, esponenti del partito neonazista greco, Alba Dorata, di cui tre membri siedono al Parlamento europeo e membri del Partito Nazionaldemocratico di Germania, neonazista anche questo, tanto che cinque governatori di altrettanti Stati della Repubblica Federale hanno recentemente deciso di presentare alla Corte costituzionale tedesca la richiesta di metterlo fuori legge.

Un colpo al cerchio e uno alla botte, dentro e fuori i confini. Tanto i cittadini sono troppo impegnati in altre preoccupazioni per farci caso. Evviva l’Europa Unita!

 

 

 

 

 

 

La verità? Sì ma quale?

L’omicidio di Giulio Regeni ha scatenato, nei media occidentali, un attacco al governo egiziano mai visto prima. Mai visto durante i lunghi anni di “reggenza” Mubarak, mai visto durante il breve, ma intenso, periodo di governo Morsi, l’uomo dei Fratelli Musulmani. Perché? Fin dalle prime ore dal ritrovamento del cadavere la stampa si è schierata nell’accusare il governo, senza esitazioni e senza avere uno straccio di prova per poterlo fare. Perché? Eppure particolari, in questa vicenda, che avrebbero potuto sollevare dubbi ce ne sono a iosa e sono apparsi immediatamente; il più eclatante riguarda il tempismo: il cadavere di Regeni è stato fatto ritrovare proprio mentre il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, accompagnata da una folta rappresentanza di imprenditori italiani, era in visita di affari al Cairo. Affari sostanziosi (si parla di miliardi di dollari) che avrebbero fatto la differenza per entrambi i paesi. In particolare in merito allo sfruttamento dell’enorme giacimento di gas rinvenuto nelle acque adiacenti il Paese, ed al quale sono interessati Eni, Technip, Ansaldo, Edison tanto per fare i nomi più conosciuti e rappresentativi.

 

Mercato al Cairo

Mercato al Cairo

 

La prima domanda che si porrebbe anche il più sprovveduto tra quelli che seguono gli avvenimenti internazionali è: Che convenienza avrebbe avuto il governo egiziano, proprio mentre discuteva di affari così importanti, a “guastare” l’idillio facendo ritrovare il corpo di un cittadino italiano, connazionale della delegazione di imprenditori? Perché gettarlo sul ciglio di una strada super-trafficata come quella che collega Il Cairo ad Alessandria, se non per avere la certezza che sarebbe stato ritrovato, quando invece potevano “sbarazzarsene” agevolmente in mille modi diversi? E perché proprio nel giorno nel quale ricorreva l’anniversario della cacciata del governo Morsi? Eppure queste domande ovvie non devono aver sfiorato la mente dei giornalisti nazionali ed europei. Ciò che a tutti i media è sembrato interessante rimarcare è stata la violazione dei diritti umani ed il carattere dittatoriale del governo di Abd El Fattah Al Sisi. Lasciando un attimo da parte la questione “diritti umani”, questa banderuola che dovrebbe coprire e giustificare le scelte geopolitiche più mirabolanti, ripulendole dai loro reali connotati e rivestendole del manto virtuoso della “difesa”; questo feticcio da esibire quando e come fa comodo, riponendolo nelle più nascoste pieghe della politica quando invece sarebbe d’intralcio; questa bugia che ha accettato fossero Gheddafi e Assad i rappresentanti della sua legittimità, quando sono stati eletti proprio alla Commissione Diritti dell’Uomo dell’Onu; questa ipocrisia che fa “passare sopra” alle violazioni delle più fondamentali libertà quando è il caso (vedi affari con Libia e Iran), lasciamola da parte un attimo e invece occupiamoci del “carattere dittatoriale” del governo di Al Sisi.

 

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Nel 2014 il generale al Sisi si presenta come candidato alla presidenza dell’Egitto, dopo che una sollevazione popolare aveva chiesto la cacciata del presidente Morsi, rappresentante dei Fratelli Musulmani, gruppo islamista avversato da ogni amministrazione politica avvicendatasi nel Paese da oltre settant’anni: da Nasser a Sadat a Mubarak, l’accusa è sempre stata la stessa: i Fratelli musulmani vogliono imporre il loro clerico-fascismo all’Egitto.

 

 

E dopo oltre settant’anni i progetti politici dei Fratelli non sono cambiati. Gli egiziani, dopo aver dato la vittoria ai Fratelli, con elezioni a dir poco controverse e sull’onda dell’emozione per la caduta del governo Mubarak, davanti al progetto di Morsi di accentrarsi tutti i poteri, cambiare la costituzione e governare il Paese tramite la shari’a (stessi identici progetti che già Nasser sbeffeggiava) si ribellarono e chiesero, come da tradizione, l’aiuto dell’esercito. In Egitto, dalla dissoluzione della monarchia, hanno sempre governato militari. Dall’inizio di quella che fu definita “primavera araba” sono morti 924 egiziani durante gli scontri.

Alla fine degli scontri furono indette elezioni, il 26 maggio 2014, dopo un periodo di governo ad interim di Adly Mansour, capo della Suprema Corte Costituzionale egiziana. Le elezioni furono monitorate da 80 organizzazioni egiziane e 6 internazionali. Fra queste ultime c’erano rappresentanti dell’Unione Europea, dell’Unione Africana, dell’Organizzazione internazionale per la Francofonia i quali dichiararono: “l’impressione generale degli osservatori UE EOM è stata che il personale militare e di polizia abbia rispettato le linee guida PEC”. Il 94,5% degli egiziani espatriati votò a favore del governo Al Sisi e quasi il 97% degli egiziani residenti nel Paese espresse le stesse preferenze.

Eppure per i media occidentali Al Sisi è il nuovo Hitler, l’incarnazione del dittatore, il più atroce violentatore dei diritti umani. Se per l’Italia è valso il “caso Regeni” a riscaldare gli animi, la paternità di questa demonizzazione non sembra sia da attribuire al Bel Paese che semmai si è per così dire “allineato” ad una certa politica americana.

25 marzo: il New York Times pubblica un editoriale che è una vera e propria richiesta al presidente degli Stati Uniti Barack Obama di abbandonare l’alleanza degli Stati Uniti con l’Egitto. Perché? Un gruppo “bipartisan” di “esperti di politica estera” che si definiscono il “Gruppo di lavoro sull’ Egitto” denuncia le violazioni dei diritti umani (eccolo qua il feticcio sempre utile!) da parte del governo del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi; il gruppo di lavoro esorta Obama a legare l’assistenza finanziaria e militare destinata all’Egitto alla “protezione delle ONG che operano in Egitto”, vale a dire: se dai i soldi a lui dalli almeno anche a noi.

L’autoproclamato gruppo di esperti è co-presieduto da Robert Kagan della Brookings Institution e Michele Dunne della Carnegie Endowment for International Peace. Tra i suoi esponenti di spicco ci sono Elliott Abrams, Ellen Bork, Reuel Gerecht, Brian Katulis, Neil Hicks e Sarah Margon.

Chi sono? Che storia ha il gruppo? Questo gruppo fu quello che nel gennaio 2011 sollecitò Obama a forzare l’allora presidente egiziano Hosni Mubarak a dimettersi dalla carica. Obama li ascoltò ed ebbe il loro endorsement, tagliando i legami con uno dei paesi più strategici in Medio Oriente e favorendo la risorgenza della Fratellanza Musulmana da anni costretta, da tutti i governi egiziani che si erano succeduti, alla clandestinità e all’esilio. Anche allora la motivazione ufficiale fu la difesa dei diritti umani. Già nel 2011 Israele fece presente che la caduta di Mubarak avrebbe comportato l’ovvia ascesa dei Fratelli Musulmani, furono completamente d’accordo su questo sia la destra che la sinistra israeliana.

Perché l’amministrazione Obama appoggiò così decisamente il ritorno dei Fratelli? La motivazione ufficiale fu che avrebbero potuto fare da argine a gruppi islamisti “peggiori”, come per esempio Al Qaeda e Daesh. La politica di sostegno ai Fratelli Musulmani fu delineata in una direttiva segreta chiamata direttiva-11 Presidential Study, o PSD-11. La direttiva fu prodotta nel 2011 e delineava il supporto amministrativo per le riforme politiche in Medio Oriente e Nord Africa, secondo i funzionari che hanno familiarità con lo studio classificato. Così mentre Arabia Saudita, Egitto e UAE classificavano la Fratellanza come organizzazione terroristica, per l’amministrazione Obama era al contrario una risorsa. Patrick Poole, analista dell’anti-terrorismo, dichiarò: “La fallimentare Dottrina Obama secondo la quale i così detti “islamisti moderati” avrebbero inaugurato una gloriosa epoca di pace e democrazia in Medio Oriente è stata adottata dal governo perché è ciò che vuole la politica estera risalente all’amministrazione Bush, presa a Vangelo.”

 

“E adesso vediamo come risultato l’Egitto combattere una campagna di terrore da parte dei ‘moderati’ Fratelli Musulmani… Questa politica estera pericolosa è stata lanciata dal PSD-11 ed ha abbracciato apertamente l’amministrazione dei Fratelli Musulmani, e ora possiamo vedere il suo effetto catastrofico“, ha aggiunto Poole.

Scrive Caroline B. Glick sul Jerusalem Post:

Gli avvertimenti israeliani furono ignorati in nome della magnifica democrazia che sarebbe emersa nel dopo-Mubarak. I sermoni di Al Qaradawi che poco tempo dopo si sentivano nelle strade del Cairo confermarono che non era propriamente la democrazia l’obiettivo dei Fratelli.

Gli americani ci guadagnarono come prima cosa la richiesta della scarcerazione di Omar Abdel Rahman, il cosiddetto Sceicco Cieco che ideò gli attentati del 1993 al World Trade Center . Dall’elezione di Morsi il governo egiziano ospitò l’allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad al Cairo, lasciò che navi da guerra iraniane attraversassero il Canale di Suez e divenne un alleato strategico di Hamas. Permise il flusso di armi libiche attraverso l’Egitto dirette in Siria, trasformando la guerra in Siria da una controversia locale nell’ incubatrice per lo Stato islamico – il Sinai diventò il loro campo di addestramento, in collaborazione con Hamas. Ma gli americani non si ricredettero, non tornarono indietro sulle loro decisioni.

Morsi si dette da fare, nel breve tempo della sua carica, anche a distruggere la già debole economia egiziana, portando il paese alla fame.”

 

No, nei cinque anni post-Mubarak l’Egitto non era diventato quella splendida democrazia che aveva previsto il gruppo di “esperti”.

Al Sisi, nominato inizialmente da Morsi, per la prima volta nella storia dell’Egitto non scarica la colpa all’esterno ma dice agli imam de l’Azhar: Noi, ci dobbiamo pensare noi. Ed è la prima volta. Nasser, Sadat, Mubarak avevano combattuto i Fratelli Musulmani, li avevano sbeffeggiati, incarcerati, esiliati ma non avevano mai detto: NOI, dobbiamo metterci una pezza noi:

“Abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa. Rispettabili Imam siete responsabili di fronte a Dio. Il mondo intero si aspetta da voi la vostra parola
perché questa Umma (nazione) è a brandelli. La nazione è in fase di distruzione.
La nazione sta perdendo la sua strada e questa perdizione è fatta con le nostre mani, la stiamo perdendo…”

Gli “esperti” che avevano consigliato di rovesciare Mubarak ora consigliano di abbandonare al Sisi. E vediamoli questi esperti. Chi sono? Caroline Glick fa un nome: “Working Group on Egypt.” Il gruppo afferisce al Carnegie Endowment for International Peace; è sulla pagina del CEIP che appare il testo della lettera scritta a Obama per convincerlo a tagliare fondi e sostegno politico a Al Sisi; nella lettera la parola “diritti umani” appare 13 volte, a scanso di equivoci in merito alla motivazione.

Uno degli esperti del gruppo è Cornelius Adebahr, un giovane analista politico che vanta già una prestigiosa carriera. Relaziona alla Commissione Europea in merito a difesa e politica estera; lettore dal 2011 alla Willy Brandt School of Public Policy alla Erfurt University e membro del team della Commissione Europea. Grande sostenitore dell’accordo con l’Iran: “L’ Iran è molto di più che un controverso programma nucleare, ed è per questo che l’Unione Europea dovrebbe cercare il profilo generale di impegno.” Adebahr ancora una volta vuol far credere che sia la difesa dei “diritti umani” il vero scopo dei rapporti con gli ayatollah e che gli affari sarebbero solo la “carota” da agitare loro davanti per indurli ad “aprire” le loro politiche. Il colmo dell’ipocrisia! Non sono i mullah ad avere bisogno di questi “affari” più di quanto ne abbiano bisogno gli occidentali che non hanno la forza per imporre assolutamente nulla.

 

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James M. Acton, anche lui nel gruppo CEIP è uno scienziato, co-direttore del Nuclear Policy Program, quindi lui la “questione Iran” l’affronta dal punto di vista della minaccia nucleare. E’ uno di quelli che sostiene che concordare con l’Iran i limiti della loro ricerca nucleare, cioè permettere agli ayatollah di proseguire nel programma nucleare, sia senz’altro meglio che non lasciarli costruire la bomba “en cachette”, senza controlli. Sostiene la sua tesi citando sei paesi che hanno reagito alle sanzioni sul nucleare costruendosi di nascosto i loro armamenti. Sì, esatto, sono le tesi che poi sentiamo riproporre dal Presidente degli Stati Uniti.

Andiamo avanti; altra esperta è Michele Dunne, anche lei del CEIP, esperta di Medio Oriente. Che dice?

“Molte persone parlano di Sisi come un nuovo regime di Hosni Mubarak, ma questo è molto più brutale. Questo regime è salito al potere attraverso un colpo di stato militare. E’ diverso da Mubarak, che ha affrontato l’opposizione, ma non con una tale ferocia. Qualunque siano i loro errori e le azioni antidemocratiche, i Fratelli Musulmani, sono un movimento significativo. La deposizione di Morsi ha causato la resistenza dei suoi elettori negli ultimi due anni. E ai servizi di sicurezza è stato dato molto più margine di manovra per perseguire gli oppositori del regime.”

“Deponendo il presidente Morsi e dichiarando la Fratellanza Musulmana un movimento terrorista, l’Egitto ha complicato la sua capacità di mediare con Hamas, perché è affiliato con la Fratellanza. In Libia e in Siria, l’Egitto avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediazione, ma non avrà nulla a che fare con alcuni attori politici significativi perché sono islamisti.”

La Dunne sembra decisa: se un movimento islamista cerca di imporsi nel suo paese introducendo la shari’a, accentrandosi tutti i poteri, favorendo tutti i gruppi terroristi della regione va comunque tenuto da conto perchè “significativo”. Per chi? Quando nel 2014 cercò di entrare senza visa in Egitto e fu respinta, strumentalizzò l’episodio raccontando che le era stato impedito l’ingresso “senza spiegare perché” nonostante le dichiarazioni abbastanza precise del Ministero degli Esteri egiziano.

Sul blog di Daniel Pipes  un lettore commenta così il mancato ingresso in Egitto della Dunne: “Gli egiziani si fanno domande legittime: Ben sapendo che lavora come “studiosa” presso il Carnegie Endowment for International Peace, chi sta pagando il conto per il suo lavoro? Forse gli emiri del Qatar?”

La Dunne ha molto utilizzato questa sua esclusione ma non ha mai risposto a questa domanda. Dunne è caldeggiata da David Kirkpatrick, chi è? E’ quello che martella i suoi lettori del NYT con il mantra che i Fratelli Musulmani non c’entrano nulla né con il terrorismo interno né con quello esterno. Uno dei giornalisti più odiati in Egitto.

Intervistata dalla CNN in merito all’uso di scudo umani da parte di Hamas, la Dunne coerentemente con la sua difesa a spada tratta dei Fratelli e delle loro emanazioni rispose: “E’ impossibile a questo punto dire quanta verità ci sia in questa tesi”.

Anche la referente accademica di Giulio Regeni sembra essere della stessa opinione della Dunne in merito a terrorismo e Fratellanza Musulmana: Il 4 novembre 2015, due giorni prima dell’arrivo di Abd al-Fattāḥ Al Sisi a Londra, Anne Alexander prende la parola sul palco di una manifestazione che vuole boicottare la visita del presidente egiziano. La referente accademica di Giulio Regeni attacca senza mezzi termini il capo di stato bollandolo come “assassino”. 

In piazza i manifestanti esultano e sventolano le bandiere gialle con la mano nera dei Fratelli musulmani. Il comizio della docente di Cambridge viene ripreso da un telefonino e postato su YouTube.

Nella veste di attivista, la professoressa spiega che “abbiamo fatto campagna per i prigionieri politici in Egitto, per i diritti dei sindacati, contro gli attacchi alla libertà degli accademici e continueremo a farlo fino a quando al-Sisi se ne andrà a casa”. Regeni è al Cairo da due mesi a portare avanti la sua ricerca proprio sui sindacati, che si oppongono al governo egiziano con i contatti forniti da Alexander. La Alexander è una che quando parla di terrorismo islamista lo mette sempre fra virgolette e più o meno le sue tesi sono quelle della Dunne:

“Ogni passo verso la frantumazione della Fratellanza restringe lo spazio politico per tutti e apre la strada per la repressione di tutti. Si tratta di un errore strategico di tacere sulla repressione nei confronti della Fratellanza, o non riuscire a dire che la loro difesa a fronte della dittatura brutale è parte integrante della lotta per la democrazia e per il ritorno della rivoluzione egiziana “. Per la Alexander i nemici sono Mubarak prima e Al Sisi dopo, non di certo la Fratellanza. Sogna una rivolta socialista medio orientale in contrapposizione all’imperialismo occidentale e considera l’Intifada palestinese paradigma di questa lotta araba:

“In Medio Oriente nel corso degli ultimi dieci anni, due grandi correnti hanno tentato di dare una sorta di leadership politica alle lotte dei popoli della regione. In primo luogo, la crisi in Palestina rappresenta il lavoro incompiuto dai movimenti di liberazione nazionale degli anni 1950 e 1960. L’intifada rinnovata, e il ruolo chiave svolto da Fatah, il più grande blocco nazionalista dell’OLP, dimostrano la risonanza persistente di idee nazionaliste. In secondo luogo, il movimento islamista ha risposto alla crisi dell’imperialismo con una sorta di internazionalismo islamico, che contrappone gli attivisti islamici direttamente alle forze ‘crociate’ dell’imperialismo.

Di tutti i conflitti in Medio Oriente, nessuno simboleggia la lotta impari contro l’imperialismo meglio che l’intifada palestinese. L’immaginario della intifada – bambini contro carri armati, gli scontri nelle strade di Gaza e della Cisgiordania, i funerali e le manifestazioni di massa – è stato bruciato nei ricordi di una generazione in tutto il Medio Oriente. Per un gran numero di gente comune, l’impotenza dei regimi arabi di fronte l’aumento dei livelli di brutalità da parte delle forze israeliane di occupazione è solo uno specchio della propria umiliazione.

Capire come l’intifada si collega alla lotta più ampia in Medio Oriente è una parte vitale per cogliere il vero potenziale di resistenza all’imperialismo occidentale e la repressione in casa propria. La debolezza della borghesia palestinese, e la superiorità militare ed economica completamente schiacciante di Israele hanno fatto sì che il movimento di liberazione nazionale palestinese non sia ancora riuscito a creare uno stato a sé stante. In molti modi l’esperienza della lotta palestinese è una testimonianza della capacità di recupero dei movimenti di liberazione nazionale, in quanto è il coraggio e la creatività del popolo palestinese comune. Eppure il corso dell’intifada dell’ultimo anno dimostra anche l’impotenza finale della lotta nazionale.”

Questa è stata la referente di Giulio Regeni, quella che gli ha facilitato i contatti in Egitto.

Fra i nomi fatti dalla Glick figura anche quello di Brian Katulis del Center for American Progress. Anche lui sostiene la tesi che Obama ha fatto sua: meglio i Fratelli che altri, combattere i Fratelli potrebbe creare problemi ancora maggiori di quelli che l’organizzazione potrebbe provocare:

“Alla lunga, la sconfitta della violenza terroristica non arriverà solo attraverso punizioni più severe ma anche attraverso una strategia politica che offra spazio per altri tipi di dissenso. Contrastare il fascino delle ideologie estremiste violente richiede un dibattito più aperto della guerra di idee che esiste in Egitto come parte di una strategia globale antiterrorismo.”
L’Italia non ha inventato nulla, ha solo recepito (in ritardo) delle direttive ed ha aspettato a farlo quando ha dovuto sotterrare un proprio cittadino. Verità per Giulio Regeni, ovviamente, ma che sia la verità vera, anche se dovesse dispiacere a qualcuno.

Dal Nilo all’Eufrate: il mito è servito

Come sappiamo le calunnie nei confronti di Israele non si buttano mai via; restano, si accantonano magari per un periodo, in attesa di riciclarle alla prima occasione. E ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le voglie.

Alcune sono così ridicole da chiedersi come sia stata mai possibile una così ampia loro diffusione, ma i “miti” su questo si reggono e se si tratta di Israele c’è sempre pronto un auditorio più che ben disposto ad accoglierli e trasformarli in “verità”.

Uno di questi miti riguarda il progetto che starebbe alla base della “conquista” sionista della Palestina geografica: una grande Israele, “dal Nilo all’Eufrate”. La propaganda palestinese e araba in generale si è molto affannata a “dimostrare” quella che spacciano come evidenza. Una di queste “prove” sarebbe una mitica scritta all’entrata della Knesset, il Parlamento israeliano, che appunto la riporterebbe, chiarendo fin da subito le intenzioni politiche dell’establishment israeliano. La leggenda partì da un’intervista del giornale Playboy a Yasser Arafat, nel 2009:

PLAYBOY: Pensa che gli israeliani si sono opposti a qualsiasi nozione
di uno Stato palestinese fin dall’inizio?
ARAFAT: , non lo vogliono. Guardate le parole d’ordine che usano: la terra di Israele è dall’Eufrate al Nilo. Questo è stato scritto per molti anni all’ingresso della Knesset, il parlamento. Essa mostra la loro ambizione nazionale, vogliono arrivare fino al fiume Giordano. Una Israele per loro, ciò che resta per noi ….
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Ogni volta che qualche diplomatico in visita alla Knesset affermava di non aver visto scritto nulla del genere, riceveva immancabilmente la risposta “L’hanno tolta in occasione della tua visita”. Quindi qualcosa che nessuno ha mai visto è diventato fatto.
Il 26 maggio 2015, lo storico egiziano Majid Farag fu intervistato dalla tv Mehwar in merito ai tentativi di normalizzazione dei rapporti tra Egitto e Israele. Durante l’intervista Majid Farag accennò alla bugia della scritta alla Knesset:
Majid Farag: Sono sicuro che avrete sentito della scritta alla Knesset che dice:Dal Nilo all’Eufrate
Intervistatore: Dall’Eufrate al Nilo.
Majid Farag: No. “Dal Nilo all’Eufrate.”
Intervistatore: Va bene, ho pensato che fosse il contrario.
Majid Farag: Non è vero. Non vi è nulla di simile.
Intervistatore: E non appare nemmeno nei Protocolli?
Majid Farag: Quali Protocolli?
Intervistatore: I Protocolli dei Savi di Sion. Quel vecchio gruppo.
Majid Farag: Guardi restiamo alla Knesset.
Intervistatore: C’è un cartello che dice: “Dal Nilo all’Eufrate
Majed Farag: Certo che no.
Intervistatore: è certo?
Majed Farag: Certo! E’ sicuro. Sappiamo tutti che questo non è vero, ma la gente continua a dirlo per rinfocolare l’ostilità.
Interessante il tentativo dell’intervistatore di citare i Protocolli dei Savi di Sion come fossero un documento per avvalorare qualcosa che nessuno ha mai visto.
E su “prove” come queste la bugia del piano sionista per impossessarsi di tutta Eretz Israel si è mantenuta viva e vegeta.
Il 25 maggio 1990 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu lasciò la sua sede di New York per trasferirsi a Ginevra e poter così incontrare Yasser Arafat, al quale era stato proibito l’ingresso in America.
Durante quell’incontro Arafat portò le sue “prove inoppugnabili” del piano sionista: una moneta, una bandiera e una mappa.
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Ne scrive dettagliatamente Daniel Pipes:
Eccitato Arafat tirò fuori dalla giacca una moneta da 10 agorot: Guardate! Guardate! Questo è un pezzo da 10 agorot. Si tratta di una delle nuove monete di Israele. E che cosa si vede? Il candelabro ebraico a sette bracci sullo sfondo di una mappa incredibile: la sagoma mostra la regione che va dal Mediterraneo alla Mesopotamia, dal Mar Rosso all’Eufrate. Si tratta di una dimostrazione lampante delle aspirazioni sioniste
Arafat e chi ha dato credito alle sue parole sa poco di storia: la moneta ne riproduce una del 37 prima dell’era moderna, emessa durante l’assedio di Gerusalemme da Matatia Antigono II, l’ultimo re asmoneo. Secondo il professor Ya’akov Meshorer, capo della sezione antichità del Museo di Israele, l’artista Nathan Karp ha utilizzato solo le linee generali della moneta antica nel suo disegno. Karp era sbalordito“, ha detto Meshorer, «che qualcuno avesse potuto vederci la Terra di Israele!“. (Jerusalem Post, 9 giugno 1990)
Ma naturalmente ad Arafat le spiegazioni semplici e logiche non andavano giù. E quindi produsse un secondo “documento”, una mappa tratta da un articolo scientifico dal titolo “Prospettive di sviluppo dalla misura areale di Israele: una valutazione generale“.
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La mappa apparve in un lavoro del Dr. Gwyn Rowley dell’ University of Sheffield in Inghilterra e illustrava appunto l’ambiente storico al quale si riferiva la moneta del 37  .
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 L’altra “prova schiacciante” portata da Arafat riguardava la bandiera di Israele, niente di meno! Secondo Arafat la bandiera contiene una “simbologia nascosta”: le due linee blu orizzontali rappresentano il Tigri e l’Eufrate!
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Naturalmente anche la frase biblica “dal Nilo all’Eufrate” meriterebbe attenzione. Scrive Daniel Pipes:

In primo luogo, il “fiume d’Egitto” si riferisce quasi certamente non al Nilo, ma a Wadi al-Arish sulla costa nord della penisola del Sinai. La mancanza di parallelismo tra le due formulazioni, “il grande fiume, il fiume Eufrate” e “il fiume d’Egitto” sembra corroborare questa interpretazione. In ogni caso, i principali commentari ebraici su questo testo, in particolare quello di Rashi, identificano il fiume d’Egitto con Wadi Al-Arish. Questi commenti hanno accompagnato per secoli il testo biblico in edizioni pubblicate della Bibbia, e  quindi i sionisti erano in grado di capire “il fiume d’Egitto” in questo senso.

In secondo luogo, le regole di esegesi biblica sostengono che leggi specifiche hanno sempre la precedenza sulle leggi generali. Di conseguenza, la delineazione dettagliata, e geograficamente molto più vincolata, di Eretz Israel (la Terra d’Israele) in Numeri 34: 1-12 ( “Essa quindi si snoda da sud fino alla salita di Akrabbim e passa da Zim, e il suo limite meridionale sarà Kadesh-Barnea “) ed Ezechiele 47:…. 13-20 soppianta quelli molto più vaghi nella Genesi e Deuteronomio. Per questo motivo, la tradizione ebraica ha visto a lungo la descrizione in Genesi come non efficiente.

In terzo luogo, nel racconto biblico, i “discendenti” di Abramo non comprendono solo gli ebrei attraverso Isacco, ma anche i loro “cugini”, gli arabi attraverso Ismaele. Il governo israeliano non ha basato le sue leggi sulla Torah; Israele è stato fondato da laici ispirati da obiettivi nazionalisti e socialisti, non da quelli religiosi. Perché, a differenza dei Paesi islamici che si basano sul Corano, in Israele è sembrato vagamente assurdo supporre che i passaggi che risalgono a tre millenni fa possano guidare le azioni della moderna politica democratica.

Per un’analisi più dettagliata l’interessante articolo di Daniel Pipes. Anche se tutto il buon senso possibile e immaginabile si infrange poi sulla famosa asserzione: “Non so se sia vero o no, ma potrebbe esserlo” e il mito è servito.