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I beati laici

agosto 30, 2012

Un tribunale israeliano, ieri, ha discusso l’azione civile promossa dalla famiglia dell’attivista dell’Ism, Rachel Corrie, morta a Rafah nel 2003, mentre cercava di ostacolare l’attività dell’esercito israeliano, impegnato a distruggere tunnels e case utilizzate dai terroristi come depositi di armi. In piena Seconda Intifada, cioè durante quella guerra tra le più “sporche” che Israele fu obbligato a combattere, guerra che mirava esclusivamente a colpire civili israeliani.

Rachel Corrie era là, ad impedire all’esercito di individuare depositi di esplosivi, nascosta dietro un mucchio di terra, per evitare di essere allontanata dai militari. Sapeva benissimo il pericolo che correva, aveva inteso benissimo l’ordine di allontanarsi dalla zona di operazioni. Era li’ per quello: ostacolare l’esercito israeliano. Nel giorno del processo, la stampa internazionale e i più seguiti blog, nonché i principali media occidentali, si sono gettati famelici sulla storia, ognuno contribuendo come poteva a quella che più che informazione è stata condanna senza appello del tribunale israeliano e, ovviamente, di tutto il popolo d’Israele.

Il Daily Telegraph, per esempio:

Contrariamente a quanto il titolo dice, non è stato Israele ad aver respinto ogni addebito, ma l’accurato e credibile sistema giudiziario israeliano, dopo aver esaminato il caso in modo molto dettagliato. In altri casi,  i giudici israeliani hanno condannato lo stato o l’IDF e non vi è motivo di ritenere che il giudice in questo caso non sia pervenuto alle sue conclusioni senza pregiudizi.

Jon Snow, del UK Channel 4 ha descritto il verdetto come “triste”:

Un giornalista ha il diritto di esprimere opinioni personali, o dovrebbe limitarsi a riportare i fatti?

Per Harriet Sherwood del The Guardian, la morte della Corrie rientro’ nel “ciclo delle  violenze”.  Stratagemma popolare ed efficace, utilizzato spesso dai media: gettare le azioni israeliane nello stesso calderone di quelle palestinesi. Ciò che ne esce è una gustosa polenta chiamata “ciclo di violenza”. La tecnica giornalista di narrrare un episodio, inquadrandolo nel “ciclo delle violenze” offre due vantaggi. Uno: gli atti di barbarie palestinesi ne escono ammorbiditi o nascosti del tutto, due: gli israeliani possono essere associati a queste barbarie per inculcare l’idea che entrambe le parti siano nella stessa melma.

Scrive la Sherwood:

“All’epoca –  durante la seconda intifada, o “rivolta palestinese – le demolizioni di case erano comuni, parte di un ciclo crescente di violenza da entrambe le parti. Attentatori suicidi palestinesi causavano morte e distruzione con frequenza terrificante, l’esercito israeliano usava la forza per schiacciare la rivolta”.

Quindi, secondo Sherwood, le demolizioni delle case per evitare il contrabbando di armi rientravano nella stessa categoria di chi faceva saltare in aria gli autobus israeliani o i caffè; le misure israeliane per proteggere la popolazione civile  equivalevano moralmente al terrorismo palestinese che deliberatamente mirava a civili israeliani; la morte di Rachel Corrie in un tragico incidente non fu diversa, quindi, alla morte degli israeliani vittime del terrorismo.

Qualsiasi fosse stato il verdetto del giudice, Israele ne sarebbe comunque uscito colpevole agli occhi dell’opinione pubblica: se fossero state accertate le responsabilità dell’IDF, ci sarebbe stata la conferma dell’immagine di un esercito spietato e strumento oppressivo nelle mani di un governo colonizzatore e razzista. In caso contrario, ha avvalorato il pregiudizio sull’imparzialità della Corte.

Come scrive Con Coughlin sul ​​Daily Telegraph:

“Per i rabbiosi anti-sionisti, il fatto che la causa legale proposta dalla famiglia della Corrie si sia chiusa dopo attento esame da parte del sistema giudiziario israeliano – che si basa molto sui principi della legge britannica – non impedirà gli ululati di protesta di coloro che semplicemente non possono accettare che Israele è un paese democratico fondato sullo Stato di diritto”.

Anche il blogger del Daily Telegraph, Brendan O’Neill riassume la beatificazione laica di Rachel Corrie:

“La sentenza non piacerà ai sostenitori della Corrie. Negli ultimi dieci anni che l’hanno elevata al rango di santa, trasformandola in un modello di virtù che voleva solo “proteggere i palestinesi” dalla macchina da guerra furiosa di Israele. Essi hanno a lungo rappresentato la sua morte come un semplice caso di “omicidio” dalle forze rapaci dello Stato di Israele, che a quanto pare non è solo felice di uccidere i palestinesi, ma anche i virtuosi americani bianchi che vogliono solo  “aiutare i palestinesi”. Questa beatificazione laica di Corrie, che l’ha di fatto trasformata in Santa Rachel del Put-Upon palestinesi, contiene  tutto ciò che c’è di sbagliato in moderna solidarietà con la Palestina”.

La stampa italiana, ovviamente, si accoda. Scrive Repubblica:

“L’attivista Usa, travolta da un bulldozer militare nel 2003 a Gaza, è stata uccisa mentre protestava in forma non violenta contro la demolizione di alcune abitazioni palestinesi”.

Quindi, pacifica, ragazza, uccisa. La Seconda Intifada, Repubblica la liquida cosi’:

“Gli israeliani stavano portando avanti una campagna di demolizioni delle abitazioni arabe e l’obiettivo, secondo le autorità di Tel Aviv, era fermare gli attacchi contro l’esercito e i coloni ebrei a sud della Striscia, lungo il confine con l’Egitto”.

L’articolista ricorda poi che la Corrie era: “Attivista dell’International Solidarity Movement – lo stesso in cui militava Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza l’anno scorso” – “Ucciso” genericamente. Da chi? Come? Non importa, quello che conta è sottolineare che i “pacifici attivisti” in Israele, muoiono.

Pacifici attivisti ISM

Il giornale on line Blitz Quotidiano:

“La vicenda di Rachel Corrie in tutti questi anni è stata rivendicata nei Territori e dalle organizzazioni filo palestinesi come un simbolo della lotta non violenta contro l’occupazione israeliana. Quando morì, la ragazza aveva 23 anni e faceva parte dell’International Solidarity Movement, un gruppo di pacifisti presente stabilmente a Gaza e impegnato anche nella lotta contro la demolizione di case palestinesi a Rafah”.

Il Messaggero si spinge anche oltre:

“Corrie e altri cinque pacifisti dell’International solidarity movement erano arrivati sulla linea di demarcazione tra Gaza e il Sinai egiziano. Erano anni in cui i palestinesi avevano cominciato a costruire tunnel tra il loro territorio e quello limitrofo per diminuire gli effetti dell’occupazione. Importavano medicine, prodotti alimentari, carburante e anche armi. E Israele faceva di tutto per distruggere i canali sotterranei. Con le bombe o con i bulldozer. «È stata lei a mettersi in una situazione di pericolo», il giudizio del tribunale di Haifa. «Si è trattato di un incidente”.

Quindi, gli israeliani, questi perfidi occupanti, non contenti di aver “rubato le terre palestinesi”, oltre tutto bombardano con bombe e spianano con bulldozer quei “tunnel umanitari” utilizzati per far entrare “medicine, prodotti alimentari, carburante” e in ultimo, si’ beh, anche armi. Devono essere proprio gli stessi “tunnels umanitari” che il presidente egiziano Morsi ha fatto bombardare, ritenendoli canali privilegiati per l’approvvigionamento di armi ai terroristi del Sinai!

Il Manifesto non si cura nemmeno di dare una parvenza obiettiva al suo articolo:

“L’arroganza e l’impunità dello stato israeliano sembrano davvero ben rappresentate dalla sentenza di ieri su Rachel Corrie della Corte di giustizia di Haifa che ha dichiarato: «Si mise da sola e volontariamente in pericolo. Fu un incidente da lei stessa provocato». Così lo stato e il governo israeliani archiviando il caso internazionale dietro il paravento della giustizia sommaria per uno stato in guerra che occupa un altro territorio e sottomette un altro popolo, si autoassolvono, dopo nove anni e mezzo dall’uccisione della pacifista americana dell’Internationl Solidarity Movement – come Vittorio Arrigoni. Tentando di cancellare insieme alla giustizia, il nome di Rachel Corrie e ancora una volta la stessa resistenza palestinese. Rachel venne barbaramente schiacciata il 16 marzo del 2003 da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre cercava d’impedire, con la sola intermediazione non violenta del suo corpo e della sua voce scandida da un megafono, la scientifica demolizione di migliaia di case palestinesi. Cercava Rachel di fermare quel terrorismo di stato”.

La sentenza non è stata linkata da nessun giornale nella sua interezza. Presentata a pezzi, per dare volutamente l’impressione di essere stata un frettoloso e inaccurato atto di  “auto assoluzione” da parte di un Tribunale prono ai voleri di Stato. Cosi’ come nessun giornale ha ritenuto interessante informare circa la linea difensiva dell’avvocato della famiglia, Abu Hussein.

E ancora una volta, tornano in mente le parole di Golda Meir:

“Capisco che vogliate spazzarci via dalla carta geografica, solo non aspettatevi che vi aiutiamo a farlo!”

Quelli che vogliono credere il peggio di Israele continueranno a farlo, nonostante questo verdetto del tribunale israeliano. Come altre icone del movimento palestinese, come Mohammad al-Dura, la morte di Rachel Corrie continuerà ad essere un bastone con cui colpire Israele, indipendentemente dai fatti o dalle indagini.

Grazie a Honest Reporting per il suo contributo

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