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Rompiamo il silenzio!

agosto 28, 2012

Avete fatto caso come periodicamente, i media di tutto occidente sembrino darsi appuntamento, focalizzandosi all’unisono su una storia? E non è nemmeno necessario che questo sia motivato da avvenimenti di cronaca. “Spontaneamente”, un giorno, troviamo il web carico della stessa notizia, trattata più o meno negli stessi termini. Adesso è il momento di Breaking the Silence.

Breaking the Silence (Shovrim Shtika) è una ONG politica israeliana, finanziata da paesi esteri, che si descrive come “un’organizzazione di soldati israeliani veterani che raccoglie testimonianze di soldati che hanno prestato servizio nei territori occupati durante la Seconda Intifada” per dimostrare “la profondità della corruzione che si sta diffondendo in campo militare israeliano”

L’organizzazione è costituita da un piccolo numero di membri che spacciano storie di illeciti, compiuti dall’IDF, nei campus universitari americani e nei media internazionali. Mentre il loro sito Web proclama chiedere “la responsabilità per quanto riguarda le azioni militari di Israele nei territori occupati perpetrati da noi e in nostro nome”, i suoi membri hanno ostinatamente rifiutano di segnalare i presunti episodi alle autorità competenti, e si nascondono dietro l’anonimato, rifiutano di rendere note le loro identità, le identità di altre persone coinvolte, e le specifiche che consentano alle autorità di corroborare le loro testimonianze – questo, nonostante l’ingiunzione dell’esercito di riferire qualsiasi violazione delle norme che si traduce in un danno per i non combattenti.

Inoltre, in risposta ad una intervista sul perché l’organizzazione non riporta le loro accuse alle autorità, il co-direttore del gruppo, Mikhael Manekin ha risposto:

Questa è la nostra posizione. Consideriamo noi stessi più come un’agenzia media. Lo scopo è quello di generare una discussione pubblica intorno a quello che sta succedendo lì … (BBC World Service Radio, 15 luglio 2009)

Ma la missione del gruppo non è in realtà  “esigere le responsabilità”, come afferma nel proprio sito Web , quanto demonizzare l’esercito israeliano, influenzando l’opinione pubblica. Mikhael Manekin come per caso, è anche attivo in un altro gruppo anti israeliano, Zochrot, impegnato a promuovere il concetto che Israele è responsabile e dovrebbe essere condannato per la Nakba palestinese. Naturalmente hanno riscosso un enorme successo, grazie alla possibilità per i media stranieri di trascurare il Codice Etico della Society of Professional Journalists, che obbliga a “verificare l’esattezza delle informazioni da tutte le fonti” . Un rapporto Breaking the Silence, pubblicato il 15 luglio 2009, aveva accusato Israele di crimini di guerra durante l'”Operazione Piombo Fuso”, sferrata per fermare il lancio di razzi di Hamas, sulla base delle testimonianze non verificate di 26 soldati anonimi che avevano servito a Gaza durante l’operazione . I racconti, il rapporto proclama pretenziosamente

“sono sufficienti a mettere in discussione la credibilità delle versioni ufficiali dell’esercito israeliano.”

Eppure questi informatori anonimi rappresentano meno dello 0,005% delle forze dell’IDF di combattimento! Infatti, la loro pretesa ha stimolato l’indignazione tra i riservisti, spingendo la creazione di un movimento popolare di soldati israeliani che “sentono il profondo senso di ingiustizia per essere diffamati, loro e l’esercito israeliano.” In risposta, sono state raccole le loro contro-testimonianze, visualizzato su un sito Web chiamato “Soldiers Speak Out”. Qui, a differenza del racconto di Breaking the Silence, i soldati sono identificati per nome, e il loro volti mostrati su pellicola.

La risposta dei media

Nel marzo 2009, Ha’aretz si è gettato a corpo morto sulle storie di Breaking the Silence, tra le quali spiccava un assassinio a sangue freddo. Danny Zamir, il direttore di un corso preparatorio per l’accademia militare – imprigionato dall’esercito israeliano per aver rifiutato di servire in Cisgiordania – lascio’ trapelare la notizia al giornale. “IDF a Gaza: Uccidere i civili, atti di vandalismo, e regole di ingaggio permissive” urlò il titolo del primo di diversi articoli scritti dal corrispondente di Ha’aretz , Amos Harel. Seguito da altre storie che condannarono il comportamento dell’IDF durante l’Operazione Piombo Fuso. La storia fu subito ripresa dal New York Times che descrisse “un atteggiamento permissivo verso l’uccisione di civili e la distruzione sconsiderate delle proprietà.” Ma le accuse degli omicidi scioccanti descritti da Ha’aretz, dal New York Times e da altri media si basavano su dicerie e voci che si rivelarono, al momento dell’indagine, false, e il New York Times pubblico’ un follow-up per correggere alcuni degli errori nelle relazioni precedenti.

I racconti  di Breaking the Silence sono simili a quelli di Zamir, che si basa in gran parte sul sentito dire. Ma l’anonimato di chi racconta e la mancanza di dati identificativi dei casi rendeno la testimonianza di Breaking the Silence quanto mai incerte. Forse è per questo che sia Ha’aretz che il New York Times – essendo stati scottati la prima volta – sono stati più cauti nel pubblicizzare le relazioni discutibili dell’organizzazione. Questo non è stato il caso, tuttavia, per molti altri media, il cui apparente desiderio di screditare militare di Israele ha superato ogni prudenza giornalistica. La BBC, per esempio, che ha agito essenzialmente come portavoce delle relazioni di Breaking the Silence.

Il sito web della BBC comprende quattro parti distinte: 1) un articolo sulla relazione, 2) una copia del rapporto completo, 3) un articolo specifico composto di brani estratti dal rapporto, e 4) l’analisi del corispondente Paul Wood ed i suoi tentativi di conferire credibilità alla relazione. Egli scrive:

… L’accumulo di dettagli è convincente e, agli occhi dei critici di Israele, schiacciante … Ma … Breaking the Silence ha il lungo – e per molti, credibile – record di ottenere che i soldati parlino di esperienze che potrebbero non riflettere l’operato dell’esercito.

L’articolo tenta di rafforzare la tesi di crimini di guerra da parte di Israele, basandosi anche sulla testimonianza di un palestinese. Wood sostiene che “questo incidente stesso è stato descritto da uno dei soldati israeliani che hanno parlato a Breaking the Silence”. Naturalmente secondo Wood il fatto che a parlare siano supposti soldati israeliani avvalorerebbe di per sé il racconto. Egli spiega:

Fino ad ora, l’esercito israeliano aveva sempre una risposta pronta alle accuse per i crimini di guerra che sono stati commessi durante la sua offensiva a Gaza. Del discredito hanno accusato la propaganda palestinese. Ora, però, le accuse di abuso sono state fatte dai soldati israeliani.

Il problema è, tuttavia, che questa testimonianza non si basava sulla personale esperienza del soldato, ma su ciò che gli era stato riferito da altri. E, in effetti, questa storia è stata smentita dal responsabile della Brigata Golani che ha detto che una indagine sulla condotta della brigata durante la guerra ha dimostrato che incidenti del genere non si erano mai verificati. QUI

Ma a che cosa devono la loro “fama” quelli di Breaking the Silence”? In che occasione sono diventati “famosi”? Durante la stesura del primo Rapporto Goldstone, poi ritrattato dallo stesso Goldstone come non affidabile e basato su testimonianze non attendibili! Il loro nome compare un po’ ovunque nel Rapporto.

Ai primi di marzo 2009, Breaking the Silence rese note le “confessioni” di soldati israeliani, presumibilmente coinvolti nella morte di un terrorista, avvenuta nel mese di novembre 2000, riprese poi dai media britannici, che le pubblicarono con titoli sensazionalistici. Era un anticipo su quello che stava per accadere.

Due settimane e mezzo dopo, Breaking the Silence rilascio’ le ‘confessioni’ di soldati israeliani coinvolti nella Operazione Piombo Fuso, nel dicembre 2008 e gennaio 2009. Le ‘confessioni’ paralavano di ‘crimini di guerra’ contro i ‘palestinesi.’ Haaretz (nella sua versione palestinese) pubblico’ subito le “confessioni”, senza averle controllate con l’IDF per verificarle. Le “confessioni” si rivelarono in realtà  essere “sentito dire”, incoraggiate dal senior, della sinistra di Israele, dell’unica scuola di preparazione all’accademia militare.

La nuova serie di “confessioni”  divulgate da Breaking the Silence si puo’ leggere in riassunto qui. Il gruppo ha tentato di venderne tutti i diritti esclusivi a Ha’aretz. Amir Mizroch, del Jerusalem Post inseri’ un articolo sul suo blog personale per chiarire come il gruppo avesse tentato di dare i diritti esclusivi per la storia ad Ha’aretz   Alla luce del suo imbarazzo precedente, il giornale non abbocco’ all’esca e invio’ la relazione al IDF per verificare i fatti. Nel frattempo, Breaking the Silence tentava di tenere il corrispondente del JPost fuori della storia, temendo le critiche. Secondo Mizroch:

Alcuni giorni prima di tutto questo, Breaking the Silence presento’ il suo  rapporto ad una vasta gamma di media stranieri, senza farlo conoscere all’IDF, con l’avvertenza che non lo pubblicassero finché  non fosse comparso su Ha’aretz. Tutto ciò dimostra che il loro intento originale era quello di ottenere, per il loro rapporto, la più acritica pubblicità in tutto il mondo . Legittimo, certo. Equo? Non è così sicuro.

Breaking the Silence è riuscita ad ottenere la pubblicità internazionale che cercava. Molti media hanno anche dimostrato la loro propensione a pubblicare acriticamente resoconti non verificabili , provenienti da organizzazioni non governative. Goldstone ha adottato Breaking the Silence come testimonianza contro Israele – il loro nome appare  in tutto il report. Eppure, nemmeno una delle affermazioni fatte da Breaking the Silence è mai stata dimostrata. QUI

 

 

Ma chi li paga?

Fonti militari e ONG Monitor – una organizzazione di ricerca a Gerusalemme – hanno sollevato sospetti sul fatto che Breaking the Silence figura come una società per azioni senza scopo di lucro e non una organizzazione senza scopo di lucro. La differenza è che un’associazione senza scopo di lucro è tenuta, per legge, a dichiarare pubblicamente l’identità dei suoi donatori. Una società per azioni non è sempre tenuta a farlo. “Dal nostro lavoro, passando per i decine di associazioni israeliane non profit, riteniamo che gruppi come questo che non sono elencati [come] organizzazioni senza scopo di lucro sollevino diversi allarmi”, ha detto il Prof. Gerald Steinberg, il capo della NGO Monitor. In risposta a quanto affermato, Breaking the Silence ha presentato il post con l’elenco dei donatori per il 2008. L’Ambasciata britannica a Tel Aviv ha dato all’organizzazione NIS 226.589, l’Ambasciata Olandese donato  ¬ 19.999, e l’Unione europea ha dato a Breaking the Silence  43.514. L’ONG ha anche ricevuto un finanziamento del New Israel Fund, per un importo di 229.949 NIS. Nel 2007, Breaking the Silence ha ricevuto un totale di NIS 500.000, e nel 2008 è riuscita a raccogliere NIS 1,5 milioni. “Non abbiamo nulla da nascondere”, ha detto Yehuda Shaul, uno dei capi di Breaking the Silence. “Siamo aperti ad una piena trasparenza e siamo pronti a condividere queste informazioni con il pubblico.”

Ma il fatto che i rapporti di Breaking the Silence siano apparsi immediatamente sulla scia dei report, altamente critici, rilasciati da Human Rights Watch, Amnesty International e il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha dato l’impressione che i gruppi siano stati coordinati tra loro per i tempi e le loro relazioni per”amplificare il loro impatto.”

Nel frattempo, Human Rights Watch ha usato il loro lavoro contro Israele, e per il suo contrasto ai gruppi “pro-Israele”. Jeffrey Goldberg, del The Atlantic Monthly ha chiesto al direttore esecutivo di HRW,  Ken Roth, se questo è stato in effetti ciò che il gruppo ha fatto a Riyadh a maggio.

“Il personale della tua organizzazione ha tentato di raccogliere fondi in Arabia Saudita per organizzarsi contro la lobby filo-israeliana?” Goldberg ha chiesto a Roth, nello scambio di email che ha pubblicato sul suo blog.  “Questo è certamente parte della storia”, ha risposto Roth. “Facciamo come Israele.” I suoi sostenitori combattono con menzogne ​​e inganni. Non era un passo contro la lobby israeliana in sé. “Secondo un articolo apparso in maggio nel  quotidiano saudita The Arab News, in lingua inglese , una delegazione di alto livello di membri del HRW si è recata in Arabia Saudita ed è stata lodata in una cena cui hanno partecipato esponenti di spicco della società saudita, attivisti dei diritti umani e dignitari, per il lavoro su Gaza e il Medio Oriente nel suo complesso.

Secondo il giornale, Human Rights Watch ha presentato un documentario e ha parlato in merito alla relazione che aveva preparato: “Israele ha violato i diritti umani e il diritto internazionale” durante l’operazione di Gaza.” Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente e Africa del Nord, è stata citata dal giornale saudita. Roth ha ammesso a Goldberg che la cena incluse persone collegate al governo, tra cui “un ragazzo della commissione nazionale per i diritti umani”, che è un ente governativo, e “qualcuno del Consiglio della Shura.” Il Consiglio della Shura, in Arabia Saudita, è nominato dalla leadership religiosa, un consiglio che, come ha sottolineato Goldberg, sovrintende, per conto della monarchia, l’istituzione nel regno della rigida interpretazione wahhabita della legge islamica. Il portavoce del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Mark Regev, ha detto in risposta che “Human Rights Watch ha ammesso di condurre una raccolta fondi in Arabia Saudita presso l’elite saudita, con i rappresentanti dei diversi rami del governo saudita in carica. Ha anche ammesso di aver usato la sua critica verso Israele come strumento, nel trattare con il pubblico arabo, per una raccolta di fondi” . “Sicuramente questo mina profondamente l’obiettività e la credibilità che troppi hanno, in passato, accordato alle loro relazioni.” QUI 

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3 commenti
  1. Franco permalink

    Questo articolo sembra un’opera di negazionismo storico (la Storia con la S maiuscola, non quella dei miti). Ecco la prova: http://www.youtube.com/watch?v=J6XLpfayAps Gli ex militari israeliani che parlano delle atroci nefandezze commesse dall’esercito sionista verso civili indifesi stanno aumentando. Come pure nella società civile israeliana aumenta la sensibilità e un forte senso di imbarazzo verso lo sterminio dei Palestinesi.
    Molti nel mondo ritengono che sia un tema dal quale non si può più prescindere e finché i governi sionisti impediranno con l’occupazione la nascita dello Stato della Palestina, non ci sarà programma militare, azione “antiterroristica”, né alcun sostegno diplomatico che darà la pace ad Israele. Una nazione che per sopravvivere cerca e scatena continue guerre, difficilmente vivrà in pace (con gli altri e con se stessa)
    Per non parlare del fatto che sono ormai molte centinaia di milioni le persone nel mondo che si documentano e comprendono il vero senso dell’occupazione militare della Palestina. Impedire l’aspirazione di un popolo ad avere uno stato.
    Comunque non mi meraviglia la pratica di questo negazionismo, in quanto secondo la “Giustizia” israeliana persino la giovane Rachel Corrie si è voluta uccidere con le sue stesse mani….sotto un katerpillar dell’esercito sionista.
    Quello che intravedo in quest’opera di negazione è il timore sacro per la prossima Norimberga che il mondo sta preparando. Quel giorno i Giusti chiameranno alla sbarra i grandi criminali di guerra, da qualsiasi parte essi abbiano combattuto.

    • Ascolta, sempre le stesse cose no eh? L’avevi già detto ti avevo già risposto. Vedo che stai perdendo un po’ del tuo finto aplomb, niente più “fratelli ebrei”? Niente più “nella verità”? Ciao, ti saluto, non ti angustiare, nonostante quelli come te Israele vive e vivrà

  2. Ah e lascia le trombe del Giudizio a chi ha il potere di farle suonare.

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