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Ma un articolo imparziale, ce lo possiamo aspettare dal NYT?

maggio 24, 2012

Sarà mai possibile per il New York Times pubblicare un articolo di opinione senza dipingere Israele nella luce peggiore possibile? Sembra di no, considerando lo spazio  dato all’articolo di Yousef Munayyer dal titolo “Non tutti i cittadini israeliani sono uguali”.  Seduto dal suo ufficio di Washington DC, Munayyer inizia così:

“Sono un palestinese nato nella città israeliana di Lod, e quindi sono un cittadino israeliano. Mia moglie non lo è, lei è una palestinese di Nablus, nella  Cisgiordania occupata da Israele . … L’aereoporto internazionale di Tel Aviv-Ben Gurion  si trova alla periferia di Lod (Lydda in arabo), ma poiché mia moglie ha una carta di identità palestinese, non lo puo’ utilizzare, è obbligata a volare ad Amman, in Giordania. Se abbiamo in programma un viaggio insieme – un piacere per la maggior parte delle coppie – dobbiamo prepararci ad un incubo logistico che ci ricorda la nostra profonda disuguaglianza davanti alla legge. Anche se voliamo insieme a Amman, siamo costretti a utilizzare terminal diversi , con due ore di differenza, e spesso sopportare un’umiliante attesa e discutere solo per entrare in Israele e in Cisgiordania. Le leggi cospirano per separarci”.

Se l’intenzione dell’articolo di Munayyer era promuovere l’idea che i cittadini arabi di Israele sono trattati in modo diseguale, allora ha fallito. Lui stesso racconta di utilizzare un’uscita riservata ai cittadini israeliani, senza distinzioni tra arabi e ebrei. Il fatto stesso che lui sia obbligato a passare per un punto stabilito, comune a tutti i cittadini, dimostra l’assenza di pregiudizio.

Quanto al fatto che la moglie palestinese di Munayyer non abbia gli stessi diritti del marito a vivere con lui in Israele: la stessa accusa l’ha avanzata, solo poche settimane fa,  The Australian , quando  ha tentato di dipingere Israele come stato di apartheid, sulla base delle sue leggi sulla cittadinanza. In quel caso, HonestReporting ha sottolineato che qualsiasi cittadino ebreo israeliano avrebbe avuto gli stessi problemi sposando un residente dei territori palestinesi, cosi’ come un arabo israeliano.

Munayyer racconta la storia selettivamente, allo scopo di dipingere Israele come responsabile del problema dei profughi palestinesi e della conseguente presunta discriminazione, compreso l’attacco ai diritti degli ebrei immigrati in Israele. Più rivelatrice di ciò che dice è quello che Munayyer omette. Ad esempio:

Il problema dei profughi palestinesi è stato il risultato di una guerra mossa da parte palestinese e araba, nel tentativo di spazzare via il neonato stato di Israele – una situazione che ha spinto Israele a prendere le successive misure di sicurezza. Poi, Munayyer non parla mai di sicurezza o terrorismo come possibili ragioni per le condizioni nelle quali vive la moglie e altri palestinesi. Dal suo racconto sembrerebbe quasi che le leggi restrittive, causate dagli attacchi terroristi, siano il frutto della voglia perversa di Israele di complicare la vita ai suoi cittadini ed ai suoi vicini, cosi’, senza nessuna ragione apparente. Eppure Munayyer dovrebbe ben essere edotto in proposito.  In ultimo, ogni paese, compreso Israele, ha il diritto sovrano di determinare le proprie regole di cittadinanza. Il matrimonio non conferisce automaticamente i diritti di cittadinanza, o diritto di residenza ad un non-cittadino, negli Stati Uniti e nella maggior parte di Paesi del mondo.Munayyer  crede forse che  in ogni paese sulla Terra si possano acquistare diritti di cittadinanza automaticamente? Solo in Israele incontra leggi e regolamenti?

Ovviamente Munayyer non perde l’occasione di tirare in ballo l’apartheid:

“Purtroppo per i palestinesi, il sionismo impone allo Stato di potenziare e mantenere una maggioranza ebraica anche a scapito dei suoi cittadini non ebrei, e l’occupazione della West Bank è solo una parte di esso. Quello che esiste oggi, tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, è quindi essenzialmente uno stato sotto il controllo israeliano, dove i palestinesi hanno vari gradi di diritti limitati: 1,5 milioni sono cittadini di seconda classe, e quattro milioni e più non sono cittadini del tutto. Se questo non è apartheid, allora qualunque cosa sia, non è certamente la democrazia”.

Buffo questo citare il sionismo come fosse una malattia che, una volta contratta, obbliga a determinate scelte. No, non è certamente apartheid e l’area che esiste oggi tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo non è uno stato. Forse Munayyer allude alla sua fantasia circa la scomparsa di Israele stato ebraico, in favore di uno palestinese, in virtù di semplici dati demografici. Che questa particolare attenzione ai diritti degi di arabi israeliani che si sposano con residenti dei territori palestinesi sia stata messa in risalto sia dal NYT che dall’Australian  e in rapida successione potrebbe indicare uno sforzo concertato e organizzato da attivisti palestinesi per usare la questione come un bastone con il quale colpire Israele. Che il New York Times abbia acconsentito a far parte di questa campagna non è una sorpresa ed è ancora un altro indicatore della tendenza  di Grey Lady.

Articolo di Honest Reporting

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