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Affamati si’, ma di verità…

maggio 8, 2012

 

Riferendo in merito allo sciopero della fame che alcuni detenuti palestinesi stanno sostenendo, Jodi Rudoren, nuova corrispondente da Israele per il New York Times, li definisce “nuovi eroi della causa palestinese”. Il lavoro di un giornalista è fare domande. Rudoren, tuttavia, non si prende nemmeno la briga di chiedere perché questi “eroi” potrebbero essere sotto chiave. In un’epoca nella quale il linguaggio dei diritti umani apparentemente trionfa su ogni altra considerazione, Rudoren gioca a ripercorrere la narrazione palestinese di Israele prevaricatore seriale dei diritti umani.

Israele è a volte costretto dalle accuse abnormi che deve affrontare, ad adottare misure che si scontrano con l’ethos liberale del paese. L’uso della detenzione amministrativa, per la quale i palestinesi, considerati una minaccia immediata per la sicurezza, possono essere imprigionati senza accusa, è stata riconosciuta, dai funzionari israeliani, praticamente impossibile da presentare in termini positivi, in particolare a un pubblico occidentale che considera, come gli israeliani, la regola della legge e del diritto ad un giusto processo.

Ecco come Jody Rudoren e il New York Times affamano i loro lettori, facendo loro mancare qualsiasi equilibrio nella storia dei palestinesi in sciopero della fame, omettendo ogni spiegazione da parte di Israele in merito all’ uso della detenzione amministrativa o non parlando del retroterra di tali detenuti.

Concentrandosi su due prigionieri in detenzione amministrativa attualmente in sciopero della fame, la Rudoren si riferisce a loro come “membri della Jihad islamica, una fazione radicale e militante palestinese.”  Per la Rudoren, l’appartenenza alla Jihad islamica potrebbe essere criminale quanto l’appartenere ad un club di giovani esploratori o ad un partito politico. La Jihad islamica, tuttavia, non supporta cause caritatevoli e non compete per i voti del popolo palestinese. Tutta la sua “raison d’etre” è il terrorismo contro gli israeliani con l’appoggio dei suoi finanziatori iraniani.

 

 

Infatti, la deduzione del New York Times, è che uno di questi membri della Jihad islamica sia stato arrestato per attività politiche.  A differenza di Rudoren, la CNN si era presa la briga di chiedere un commento da una fonte israeliana ufficiale:

“Un portavoce del ministero degli esteri israeliano, Yigal Palmor, ha detto alla CNN che entrambi gli uomini “sono stati arrestati per il loro coinvolgimento diretto nella promozione del terrore” e ha suggerito che la detenzione amministrativa costituiva “l’unico mezzo disponibile per contrastare il pericolo” che quegli uomini rappresentano per Israele”.

Perfino Al-Jazeera fornisce almeno una spiegazione di base sui motivi per i quali Israele considera l’utilizzo della detenzione amministrativa per limitare la libertà di un membro della Jihad islamica:

“Funzionari israeliani dicono di utilizzare la detenzione amministrativa per trattenere i palestinesi che costituiscono una minaccia immediata alla sicurezza del paese. Dicono di mantenere segrete le prove ad avvocati e imputati, perché divulgarle sarebbe esporre le proprie reti di intelligence.”

Rudoren si riferisce semplicemente alla popolazione carceraria palestinese in generale, dando la falsa impressione che tutti questi prigionieri siano stati detenuti senza accusa. Questo non è certamente il caso, la stragrande maggioranza dei palestinesi in carcere sono stati condannati per reati o sono in attesa di giudizio, essendo stati accusati.

La Reuters, almeno distingue tra la popolazione palestinese carcerata, nella sua totalità,  e la piccola percentuale tenuta sotto detenzione amministrativa:

“Le autorità israeliane dicono che circa 1.550 prigionieri sono in sciopero della fame. Fonti palestinesi danno cifre diverse, in tutto 1.700.  Ci sono più di 4.500 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, molti dei quali condannati per reati legati alla sicurezza. 320 sono detenuti in “detenzione amministrativa”, un provvedimento imposto dai militari israeliani, difeso come un mezzo per evitare di esporre fonti confidenziali in tribunale”

Invece, il New York Times presenta la questione sciopero della fame solo all’interno del contesto unilaterale  dei diritti umani, senza alcun riguardo per i problemi di sicurezza israeliani o le storie pregresse di quelli in sciopero della fame.

Se questo è il tipo di report sbilanciato che ci si può aspettare da Jodi Rudoren, allora il New York Times può attendersi di sentire molto di più da noi e voi in futuro.

http://honestreporting.com/starved-of-the-truth-new-york-times-fails-its-readers/2/

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